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Nel 1920, mentre in Italia e in Europa imperversava il biennio rosso, Armando Borghi quale rappresentante dell’USI era in Russia per coordinare l’azione rivoluzionaria. Nei suoi ricordi l’incontro con Lenin a Mosca ricostruisce le ragioni del fallimento del biennio rosso. Fallì per le divisioni interne tra le varie aree della sinistra socialista scissa tra minimalisti e socialisti e per la frammentazione sindacale. Alla fine si trasformarono “le tensioni potenzialmente rivoluzionarie” in economicizzazione del conflitto. Gli anarchici d’altra parte, anch’essi, erano fortemente divisi tra gli anarco-sindacalisti e aree antiorganizzative.
A Mosca si rese evidente l’impossibilità di progettare la sollevazione operaia in modo organico. Il comunismo sovietico aveva ormai abbandonato il sovietismo per il centralismo statale per far fronte a condizioni interne al limite del collasso (comunismo di guerra e guerra civile). L’incontro tra Armando Borghi e Lenin al Cremlino ci restituisce la problematicità del momento storico. Gli errori in condizioni tragiche non potevano che essere fatali per la rivoluzione. Emergono dal colloquio due prospettive entrambe vere. Lenin teso a salvare la rivoluzione mediante la centralizzazione, e Armando Borghi consapevole che la rivoluzione senza libertà è condannata al fallimento. La centralizzazione è la risposta alle tensioni immediate che minacciano di travolgere il nascente comunismo, pertanto la rivoluzione bolscevica doveva rispondere alle minacce con l’azione immediata, accentuando i tempi per le risposte ed eliminando le divisioni che avrebbero indebolito il governo comunista e avrebbero favorito la controrivoluzione.
Il primo tratto che Armando Borghi coglie di Lenin è la ferma cortesia e l’essenzialità degli ambienti in cui lavorava. Non sono dettagli. Lenin credeva nella rivoluzione e non fu cattura dalla lussuria del potere che si materializza con l’abbaglio dell’ostentazione della ricchezza degli ambienti. Servì la Russia e questa era la sua missione. Armando Borghi ne descrive lo sguardo intelligente e riflessivo. Un uomo di pensiero e di azione, teso faticosamente a mediare l’azione nella storia con i fini politici rivoluzionari. I movimenti leggeri e cauti sono il segno di una personalità capace di muoversi in un mondo in rovina da cui trarre il nuovo:
“Venni scosso quando una portiera di velluto si aprì, e in quella cornice apparve un uomo sulla cinquantina, ben conservato, di media taglia, proporzionato, spalle e petto ampi, per laboriosi polmoni. Venne avanti a passetti corti e con aria sorridente verso di me, che, in piedi sorpreso, lo avevo riconosciuto dai ritratti di cui era pieno il mondo. Era Lenin. — Il compagno Borghi? — mi disse in francese. — Sì — gli dissi. — Se non m’inganno, voi siete... — Io sono Lenin. Mi prese per una mano, e mi fece passare davanti a lui nella sala vicina, che era la sua stanza di lavoro, modesta e spoglia di ingombri decorativi. Ci sedemmo faccia a faccia all’angolo di una ampia scrivania ordinatissima. Un fondo di ossequio mi turbava davanti a quell’uomo che aveva riempito il mondo del suo nome. Potrei dipingere la sua testa. Bella, vasta curva del cranio calvo; zigomi alla cinese; baffetti corti e mosca all’estremità del mento; pelo rossigno; carnagione giallognola lentigginosa; sguardo penetrante con un lieve ammiccare dell’occhio destro sotto lo sforzo della riflessione. Ho pensato più volte alla testa di Gaetano Salvemini, meno il sorriso di quest’ultimo, e un po’ a quelle sue spalle robuste e al suo incedere leggero” [1].
Nelle parole di Lenin la centralizzazione è un atto chirurgico. Essa è il mezzo con cui salvare la rivoluzione dai nemici. La centralizzazione è dunque fase intermedia finalizzata a curare l’ammalato, essa è atto chirurgico e dunque deve incidere sulle libertà in modo cauto e millimetrico, poiché lo scopo non è uccidere la rivoluzione-libertà, ma sospenderla al fine di salvarla. La libertà che gli anarchici presenti anche in Unione Sovietica vorrebbero subito potrebbe necrotizzare la rivoluzione. La libertà rischia di degenerare in frammentazione e in conflittualità e la libertà dunque potrebbe essere il “requiem” della rivoluzione:
“Dunque voi siete nemico della centralizzazione? Doveva essere la conseguenza dell’informazione che gli aveva dato poco prima Tomsky, forse chiamato d’urgenza per dirgli di me. Quel modo di cominciare mi sollevava. Con poche parole eravamo al centro della polemica storica tra socialisti ed anarchici. — Avete ragione. Può un anarchico essere per la centralizzazione? Mi pose le due mani sulle ginocchia fissandomi negli occhi. — E se la libertà uccidesse la rivoluzione? — La tirannia, allora, caro Lenin, sarebbe insopprimibile? E la rivoluzione sarebbe un male? Lenin pronto: — Ma la rivoluzione è un atto chirurgico, e l’ammalato una volta operato sta a letto per un po’ di tempo” [2].
La libertà nell’ottica di Lenin concederebbe alla reazione spazi di intervento, mentre per Armando Borghi la libertà e le riforme politiche e sociali alimenterebbero il consenso intorno alla rivoluzione e, spontaneamente, la controrivoluzione sarebbe tacitata e screditata. La libertà non si concede, è una pratica che insegna ad unire le forze e a superare le divergenze. Con l’unione delle forze rivoluzionarie rivoluzione e libertà diventerebbero reali e si configurerebbero dal basso marginalizzando le false ragioni della controrivoluzione:
“E Lenin fortemente: — Lascereste voi la libertà di stampa e di riunione ai preti, ai borghesi, ai sostenitori del vecchio regime? — La rivoluzione, secondo me — replicai — non toglie né concede la libertà, ma toglie alle forze reazionarie ogni valore sociale organico, e quindi le riduce al silenzio. — E fino a quando questo non sia? — Fino a quando questo non sia, bisogna secondo me che le forze rivoluzionarie non si eliminino tra loro per ragioni di supremazia di scuola, ma lottino insieme, in pieno possesso del diritto di critica, contro la reazione superstite” [3].
La distanza da Lenin si fa evidente alla domanda di Armando Borghi, che gli chiede se anarchici e area del dissenso a sinistra possano essere contrari alla rivoluzione e siano un pericolo reale. Lenin ravvisa nell’atteggiamento critico verso la rivoluzione un pericolo, “calca la voce” scrive Armando Borghi, in quanto Lenin sottolinea come in un momento di fragilità la libertà di critica possa paralizzare la rivoluzione, indebolirla con i dubbi e aprire il varco alla reazione. Realismo e idealità si confrontano nel dialogo:
“Poi fui io ad interrogare: — Credete voi che anarchici, sindacalisti e socialisti rivoluzionari invochino il ritorno del vecchio regime? — Non lo pensano, ma di fatto — qui calcò sulla voce — operano in questo senso. — E come operano? — Col loro criticismo. — E non vi pare che questo fosse anche l’argomento di Kerenski contro di voi?” [4].
Il realismo di Lenin è adamantino e lucido, ma la posizione di Armando Borghi non è irrazionale. L’atto chirurgico che sembra salvare il paziente, la rivoluzione, in realtà potrebbe solo allungarne la vita e chiudere ad una prospettiva di espansione della rivoluzione in senso comunista e libertario:
“Lenin mi oppose una dissertazione sugli zigzag della rivoluzione. Questa, attraverso atti di chirurgia operati anche su se stessa, doveva sboccare nella libertà, inevitabilmente, e quindi nell’anarchia. «Questo», mi disse, «io l’ho scritto. Ma vi sono dei passi all’indietro che talvolta bisogna fare». — Il vostro di ora sarebbe uno di questi passi all’indietro? — Necessità, per ora. Noi però vogliamo che le simpatie dei rivoluzionari d’Europa e del mondo siano con noi. Lenin ci teneva a conoscere la mia opinione sulla situazione italiana. Gli ripetei quel che avevo detto a Zinoviev, mettendo in luce la posizione equivoca dei comunisti italiani. Costoro erano legati ai socialisti dalla corda elettorale. Insistetti che per questa via ci saremmo rotti l’osso del collo in una ritirata disastrosa” [5].
Nel breve dialogo vi è tutto il dramma della rivoluzione bolscevica e di riflesso vi sono le ragioni del fallimento del biennio rosso. La rivoluzione non è mai una scelta razionale, essa è sempre una scommessa razionale in circostanze nebulose mai del tutto dominabili e rilevabili secondo la categoria della necessità, vi sono margini di possibilità ampi e, talvolta incontrollabili, che ne determinano il futuro. Anche la scelta più razionale, ha sempre dei margini di scommessa.
Lenin e Armando Borghi hanno perso entrambi. Ma la rivoluzione è possibilità che può riconfigurarsi in modalità assolutamente nuove che lo spirito rivoluzionario deve sostenere nel procedere carsico della storia. Anche oggi lavorare per la rivoluzione è scommessa razionale, ma è lavoro dello spirito che strappa dall’insensato dell’ipercapitalismo e, questo, non è poco. Il problema è uscire dall’ipercriticismo ed entrare nella fase propositiva oltrepassando divisioni e narcisismi che rendono il capitalismo “fase suprema della storia” percepita come insuperabile.
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Nel vasto panorama delle emozioni umane, poche esperienze risultano tanto contraddittorie quanto l’odio verso il proprio simile. Se assumiamo come punto di partenza l’idea che l’essere umano rappresenti una delle espressioni più straordinarie dell’evoluzione naturale — per complessità cognitiva, profondità affettiva, capacità creativa e consapevolezza morale — allora l’emergere di un sentimento orientato alla negazione, all’umiliazione o addirittura alla distruzione dell’altro appare come uno dei più inquietanti paradossi della condizione umana.
Eppure, la storia, la filosofia, la psicologia e le scienze sociali ci mostrano che l’odio non è una deviazione occasionale o un incidente marginale del percorso umano. Esso costituisce una possibilità sempre presente, una potenzialità inscritta nelle relazioni sociali e nei meccanismi attraverso cui gli individui costruiscono la propria identità. Comprendere le radici dell’odio significa quindi interrogarsi sulle fragilità dell’essere umano e sulle condizioni che permettono la convivenza civile.
La cecità empatica e la perdita del volto dell’altro
Per comprendere come sia possibile arrivare a odiare il proprio simile occorre partire da un fenomeno fondamentale: la perdita della capacità di riconoscere l’umanità dell’altro.
La meraviglia di fronte alla persona che abbiamo davanti non è un automatismo biologico. È un esercizio culturale, educativo ed etico. Ogni essere umano diventa realmente visibile soltanto quando viene riconosciuto nella sua unicità, nella sua storia, nelle sue fragilità e nelle sue aspirazioni.
Quando questo riconoscimento viene meno, si produce quella che potremmo definire una forma di cecità empatica. L’altro non è più percepito come individuo, ma come categoria. Non è più una persona concreta, ma un’etichetta. Diventa “il migrante”, “lo straniero”, “il nemico”, “l’avversario”, “il diverso”, “l’appartenente a un’altra religione”, “a un’altra ideologia”, “a un’altra nazione”.
È proprio in questo processo di riduzione e semplificazione che prende forma la deumanizzazione. L’altro cessa di essere un soggetto e viene trasformato in un oggetto del discorso, in una presenza astratta sulla quale proiettare paure, risentimenti e frustrazioni.
L’odio, dunque, raramente nasce dalla conoscenza profonda dell’altro. Al contrario, si alimenta della sua caricatura.
La fragilità dell’io e il meccanismo della proiezione
Dal punto di vista psicologico, l’odio è spesso il sintomo di una difficoltà più profonda: l’incapacità di confrontarsi con le proprie vulnerabilità.
L’incontro con l’altro ci mette inevitabilmente di fronte alla differenza. Differenza di esperienze, di valori, di culture, di opinioni. Per una personalità solida, tale confronto rappresenta un’occasione di crescita. Per una personalità fragile, invece, può essere percepito come una minaccia.
In questi casi entra in gioco il meccanismo della proiezione. Le paure, le insicurezze e le contraddizioni che non si riescono ad accettare in se stessi vengono attribuite all’altro. Il diverso diventa il contenitore simbolico di tutto ciò che inquieta.
Così l’odio assume la funzione illusoria di difendere l’identità. Si cerca di eliminare all’esterno ciò che non si riesce a elaborare interiormente.
Ma questa strategia è destinata al fallimento. Nessuna persona può trovare equilibrio distruggendo simbolicamente o concretamente il proprio simile. L’odio non cura le ferite dell’identità; al contrario, le approfondisce.
L’odio nell’era dei social network e delle polarizzazioni
Questa dinamica assume oggi una dimensione nuova e particolarmente preoccupante.
Le piattaforme digitali hanno moltiplicato le possibilità di comunicazione, ma hanno anche favorito processi di radicalizzazione emotiva. Gli algoritmi tendono spesso a premiare contenuti che suscitano indignazione, rabbia e conflitto, poiché generano maggiore coinvolgimento.
Si assiste così alla formazione di vere e proprie comunità chiuse, nelle quali ciascuno viene continuamente esposto alle stesse idee e agli stessi pregiudizi. Il confronto autentico lascia il posto alla contrapposizione permanente.
L’avversario politico non è più qualcuno con cui dialogare, ma qualcuno da delegittimare. Chi esprime una posizione diversa viene trasformato in nemico. La complessità viene sostituita dalla semplificazione. La riflessione lascia spazio allo slogan.
In questo clima culturale, l’odio trova un terreno particolarmente fertile. Non perché le persone siano diventate improvvisamente peggiori, ma perché vengono meno gli spazi dell’ascolto reciproco e della comprensione.
Paura, insicurezza e ricerca del capro espiatorio
Anche i profondi cambiamenti che attraversano il mondo contemporaneo contribuiscono ad alimentare dinamiche ostili.
Le crisi economiche, le guerre, le migrazioni forzate, le emergenze climatiche, le disuguaglianze crescenti e l’incertezza sul futuro producono un diffuso senso di insicurezza.
Quando una società fatica a interpretare il cambiamento, emerge spesso la tentazione di individuare un colpevole semplice e immediatamente riconoscibile.
La storia insegna quanto sia pericoloso questo meccanismo. Gli ebrei nell’Europa del Novecento, i migranti in molti contesti contemporanei, le minoranze religiose, etniche o politiche in numerose parti del mondo sono stati e continuano a essere trasformati in bersagli simbolici su cui scaricare paure collettive.
L’odio prospera proprio in questa ricerca del capro espiatorio. Esso offre spiegazioni semplici a problemi complessi e fornisce l’illusione di un ordine che in realtà non esiste.
L’appartenenza e il rischio dell’esclusione
Antropologi e sociologi hanno mostrato come l’essere umano sia naturalmente orientato alla costruzione di legami comunitari.
L’appartenenza a una famiglia, a una cultura, a una comunità religiosa o politica costituisce una risorsa fondamentale per la crescita personale. Tuttavia, la stessa dinamica che genera solidarietà può trasformarsi nel suo contrario.
Quando l’identità collettiva si fonda sulla contrapposizione anziché sul dialogo, il gruppo tende a rafforzarsi attraverso l’esclusione dell’altro.
Nascono così nazionalismi aggressivi, fondamentalismi religiosi, razzismi, discriminazioni e forme di intolleranza che attraversano ancora il nostro tempo.
La dignità umana viene riconosciuta soltanto a chi appartiene al proprio gruppo. Tutti gli altri diventano progressivamente invisibili.
È il momento in cui l’empatia si restringe e la fraternità cede il passo alla chiusura identitaria.
La sfida educativa del nostro tempo
Di fronte a questi fenomeni, la risposta non può essere soltanto politica o giuridica. È innanzitutto educativa e culturale.
Occorre rieducare lo sguardo.
Significa imparare nuovamente a vedere la persona prima della categoria, la storia prima dello stereotipo, il volto prima dell’etichetta.
Significa promuovere una cultura della pace, del dialogo interculturale, dell’incontro tra differenze e della cittadinanza globale.
Le scuole, le università, i mezzi di comunicazione, le associazioni culturali e il mondo dell’educazione hanno una responsabilità enorme in questo processo. Non basta insegnare informazioni; è necessario educare alla complessità, alla comprensione reciproca e al pensiero critico.
Restare umani
In ultima analisi, l’odio non è semplicemente l’assenza di amore. È una forza attiva che consuma energie, restringe gli orizzonti e impoverisce chi la coltiva.
Esso cresce laddove la paura prende il posto della conoscenza, dove il pregiudizio sostituisce l’esperienza e dove il dolore non elaborato si trasforma in aggressività.
La grande sfida del nostro tempo consiste nel continuare a riconoscere nell’altro un essere umano portatore della stessa dignità che rivendichiamo per noi stessi.
Solo attraverso questo esercizio quotidiano di riconoscimento reciproco sarà possibile contrastare le derive dell’individualismo, della frammentazione sociale e dell’odio organizzato.
Riconoscere la bellezza, la complessità e l’unicità dell’altro significa, in definitiva, difendere la nostra stessa umanità. Perché ogni volta che neghiamo il valore di una persona, non impoveriamo soltanto lei: impoveriamo il mondo intero e smarriamo una parte di noi stessi.
Restare umani significa continuare a vedere nell’altro non una minaccia, ma una possibilità di incontro, di crescita e di pace.
L’espressione “Restiamo umani” è entrata nella coscienza civile e culturale contemporanea grazie a Vittorio Arrigoni.

Nella foto: Vittorio Arrigoni, il giornalista, scrittore e attivista italiano che scelse di condividere la vita quotidiana della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza, raccontandone sofferenze, speranze e resistenza. Quelle due parole, semplici e potentissime, non erano per Arrigoni uno slogan retorico, ma un imperativo morale rivolto all’intera umanità.
“Restiamo umani” significava anzitutto non abituarsi al dolore degli altri, non accettare che le vittime delle guerre, delle ingiustizie e delle discriminazioni diventino numeri, statistiche o notizie destinate a scomparire rapidamente dal ciclo mediatico. Era un invito a conservare la capacità di indignarsi di fronte alla sofferenza e a riconoscere nell’altro un essere umano portatore della stessa dignità e degli stessi diritti che rivendichiamo per noi stessi.
Nel pensiero e nell’esperienza di Arrigoni, l’umanità si misura soprattutto nella capacità di schierarsi dalla parte delle vittime, degli oppressi, degli ultimi. Restare umani significa rifiutare l’indifferenza, contrastare la cultura dell’odio e opporsi a ogni processo di disumanizzazione che trasforma persone concrete in nemici astratti. È un richiamo universale che supera confini geografici, appartenenze religiose e identità politiche.
Oggi, in un mondo attraversato da guerre, migrazioni forzate, crisi ambientali e crescenti disuguaglianze, il messaggio di Vittorio Arrigoni appare più attuale che mai. Restare umani significa custodire la compassione senza rinunciare alla giustizia, promuovere il dialogo senza accettare le ingiustizie, difendere la pace senza ignorare le cause dei conflitti. Significa riconoscere che la dignità umana è indivisibile e che la libertà di ciascuno è strettamente legata alla libertà degli altri.
Per questo motivo, “Restiamo umani” continua a essere non soltanto il ricordo di un uomo coraggioso, ma un programma etico e civile per il presente e per il futuro. Un appello a non smarrire la nostra capacità di empatia, di solidarietà e di responsabilità verso gli altri, perché ogni volta che una persona viene privata della propria dignità, è l’intera umanità a essere ferita.
Questo articolo è stato diffuso da Faro di Roma.
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In una società globalizzata, segnata da mobilità crescenti ma anche da profonde disuguaglianze, il turismo non può essere considerato soltanto come fenomeno economico o ricreativo. Esso coinvolge questioni fondamentali legate alla dignità della persona, ai diritti umani, alla pace, all’accoglienza e alla relazione con l’altro. Nel quadro degli Appunti di Sociologia del Turismo una riflessione su questi temi contribuisce alla comprensione delle dinamiche sociali, culturali e umane che caratterizzano il mondo contemporaneo.
La possibilità stessa di una mobilità libera e sicura, così come di un incontro autentico tra culture e popoli, dipende infatti dall’esistenza di condizioni minime di giustizia, rispetto reciproco e cooperazione internazionale. Per questo motivo la seguente riflessione assume una particolare rilevanza nell’ambito della sociologia del turismo, disciplina che studia non solo gli spostamenti delle persone, ma anche i significati sociali, culturali ed etici che tali spostamenti producono.
Dignità umana, disarmo e accoglienza: le condizioni di una società autenticamente civile
Il cammino della civiltà occidentale e globale si trova oggi a un bivio storico e culturale di straordinaria importanza. Le formule politiche tradizionali mostrano crescenti segni di crisi di fronte a trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche che investono l’intero pianeta. Tuttavia, al centro della crisi contemporanea non vi sono soltanto instabilità economiche o tensioni internazionali, bensì una profonda frattura antropologica ed etica.
La possibilità stessa di una convivenza che possa definirsi civile, decente e autenticamente umana appare subordinata a tre principi fondamentali: il rispetto assoluto della dignità della persona, il superamento della logica della guerra e delle armi di distruzione di massa, e l’adozione di una cultura dell’accoglienza, dell’ascolto e della solidarietà.
Senza la convergenza di questi elementi, il tessuto sociale rischia di ridursi a un’arena dominata dalla competizione, dalla paura e dalla legge del più forte. Al contrario, la costruzione di una comunità solidale non rappresenta un’utopia astratta, ma un bisogno reale dell’umanità, un diritto inalienabile e un dovere morale che nessuna società può ignorare senza compromettere il proprio futuro.
Il primo pilastro di questa prospettiva è costituito dalla tutela della dignità umana nella sua dimensione fisica, psicologica e morale. La dignità non è una concessione del potere politico né un privilegio riservato a determinate categorie sociali; essa rappresenta il fondamento stesso di ogni ordinamento democratico e di ogni convivenza giusta.
Quando la vita umana viene ridotta a semplice dato statistico o subordinata a interessi economici e strategici, la società inizia a perdere il proprio equilibrio etico. La svalutazione della persona produce infatti una progressiva assuefazione all’ingiustizia e all’esclusione, fino a compromettere la qualità stessa della vita collettiva. La civiltà di una società si misura dalla sua capacità di proteggere ogni individuo da forme di arbitrio, discriminazione e degrado.
Tale difesa della dignità umana rimane però incompleta se non si affronta il tema della violenza organizzata e istituzionalizzata. Guerre, armamenti e minacce nucleari continuano a rappresentare una delle principali contraddizioni del mondo contemporaneo.
Per lungo tempo la cultura politica dominante ha giustificato la corsa agli armamenti come strumento di deterrenza e garanzia della sicurezza. Tuttavia, una riflessione storica e filosofica più approfondita mostra come la proliferazione delle armi alimenti una cultura permanente del sospetto e della conflittualità.
Non può esistere una convivenza autenticamente umana sotto la minaccia costante dell’annientamento reciproco. Per questo il disarmo non deve essere considerato un ideale ingenuo, ma una necessità razionale per una civiltà che dispone di strumenti capaci di distruggere l’intero pianeta. Disarmare significa anzitutto rifiutare l’idea che la forza possa rappresentare il mezzo legittimo per risolvere i conflitti.
Accanto alla dignità e alla pace emerge poi il valore dell’accoglienza. Ascoltare, aiutare e sostenere chi vive condizioni di vulnerabilità non costituisce un gesto facoltativo di beneficenza, ma un elemento essenziale della solidarietà umana.
L’indifferenza verso la sofferenza dell’altro — che si tratti di migranti, poveri, rifugiati o persone emarginate — mina alla base il legame sociale. Ogni volta che una comunità erige muri materiali o simbolici per escludere chi è in difficoltà, finisce per impoverire la propria stessa umanità.
L’accoglienza richiede il coraggio dell’apertura e il superamento delle paure identitarie. Essa implica il riconoscimento dell’altro come persona portatrice della stessa dignità e degli stessi diritti che attribuiamo a noi stessi.
Da questa prospettiva emerge con chiarezza la natura triplice della società fraterna.
Innanzitutto essa risponde a un bisogno oggettivo: l’essere umano è una creatura relazionale e non può realizzarsi pienamente nell’isolamento o nel conflitto permanente. Cooperazione, dialogo e pace costituiscono condizioni essenziali per il benessere individuale e collettivo.
In secondo luogo, una società fondata sul rispetto della persona rappresenta un diritto inalienabile. Ogni individuo, per il solo fatto di esistere, ha diritto a vivere in un contesto che non minacci la sua vita, ma che ne favorisca lo sviluppo e la realizzazione.
Infine, tale prospettiva si configura come un dovere morale che coinvolge sia i singoli cittadini sia le istituzioni. Costruire una società più giusta, pacifica e inclusiva non è una scelta opzionale, ma una responsabilità condivisa.
In conclusione, il principio che riassume questa visione è semplice e universale: salvare, rispettare e aiutare ogni vita umana, senza distinzioni di cittadinanza, provenienza, genere, condizione sociale o appartenenza culturale.
Solo trasformando questo principio in pratica quotidiana e in orientamento politico globale sarà possibile costruire una convivenza realmente umana, fondata sulla pace, sulla solidarietà e sul riconoscimento reciproco.
Restiamo umani.
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È questo che emerge dalle testimonianze raccolte nel report Women State Trafficking.
Per molte donne, la violenza accompagna tutto il percorso: dall’intercettazione in mare fino alle prigioni in Libia. Non arriva all’improvviso. Cresce lentamente, fino a occupare ogni spazio.
Comincia durante gli arresti. Nei porti. Sui bus che trasferiscono le persone dalla Tunisia verso la Libia.
Donne costrette a viaggiare per ore con il volto coperto, la testa abbassata, senza poter guardare fuori. Donne colpite perché piangono. Perché parlano. Perché chiedono acqua per i propri figli.
A poco a poco, la paura entra ovunque.
Nelle mani invadenti durante le perquisizioni. Negli insulti. Nelle minacce. Nelle notti in cui alcune donne vengono portate via senza sapere se torneranno.
Poi arrivano le prigioni.
Ed è lì che molte testimonianze raccontano il momento in cui si smette perfino di sperare che qualcuno possa intervenire.
Famiglie separate. Bambini costretti ad assistere. Donne che capiscono di essere completamente sole.
Perché la violenza, in questo sistema, non serve solo a ferire.
Serve a spezzare le persone. A ridurle al silenzio. A trasformare la paura in controllo.
Ed è anche per questo che il mare resta l’unica via di fuga per migliaia di donne.
Un mare che però spesso diventa un altro confine di violenza: intercettazioni, respingimenti, ritorni forzati verso i luoghi da cui si stava cercando di scappare.
È lì che interveniamo.
Prima che la violenza ricominci. Prima che una donna venga respinta ancora una volta verso le prigioni, le minacce, gli abusi da cui era riuscita a fuggire.
Per molte persone soccorse, la Ocean Viking è il primo luogo in cui tornano a sentirsi al sicuro.
Il primo luogo in cui qualcuno le cura, le ascolta, le chiama di nuovo per nome.
Con il tuo aiuto, possiamo continuare a esserci.
SALVA UNA DONNA DALLA VIOLENZA
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Alcune forme di follia pervasive, clamorose eppure in gran parte disconosciute, attraversano la politica, la cultura, l’esistenza dell’occidente anglosassone e da qui si riverberano anche sull’Europa.
La follia del transumanesimo che nelle menti e nei progetti ingegneristici di miliardari tecno-apocalittici come Peter Thiel prende la forma del superamento di ciò che costoro chiamano mortalismo, vale a dire la finitudine umana come di ogni altro ente. In un suo recente pellegrinaggio europeo (Parigi, Roma) dedicato all’avvento dell’Anticristo, Thiel ha definito l’inevitabilità del morire come una ideologia da respingere, condannare e superare, anche e specialmente attraverso lo sviluppo delle tecnologie digitali e delle cosiddette intelligenze artificiali. Anche in questo modo la tecnoteologia politica di Thiel si conferma un esempio, un caso, un’espressione del dominio di «Mammona, il Signore di questo mondo (oggi concretamente la tecno-finanza politico-digitale operata dall’Intelligenza Artificiale)» (Eugenio Mazzarella, Critica della ragione digitale, Castelvecchi, Roma 2026, pp. 94-95).
La follia del servilismo totale, inaudito e privo di ogni pur minima dignità che i decisori politici dell’Unione Europea mostrano nei confronti del padrone statunitense che li insulta, li umilia, li disprezza ma al quale continuano a leccare la mano. È del tutto palese che è nelle intenzioni e nell’interesse degli USA mantenere l’Europa nel suo stato di impotenza e dipendenza, nella divisione tra la sua parte occidentale e quella orientale e slava. È palese ma sembra anche invisibile.
La follia del terrorismo internazionale, che Marco Tarchi descrive in modo del tutto realistico, per come esso agisce e per come accade: «E mentre le varie puntate dello show permanente dello psicopatico newyorchese andavano in onda, i suoi sodali israeliani massacravano migliaia di persone in Libano, distruggevano i villaggi del Sud del paese - musulmani e cristiani - per poterli occupare integralmente e donarli in seguito a nuovi ‘coloni’ impegnati a proseguire il sogno biblico del dominio ‘dal Nilo all’Eufrate’. […] Ecco: con questa formidabile esibizione, Trump e Netanyahu ci hanno fatto capire che cos’è per davvero il terrorismo, al di là dei dubbi degli studiosi. È la loro unica legge. La legge che vogliono imporre al mondo, per sostituire il diritto internazionale, la diplomazia e la politica» (Diorama Letterario, n. 391, maggio-giugno 2026, p. 2).
La follia di una russofobia che ignora, volutamente ignora, la storia e la complessità di una delle più grandi e millenarie civiltà che l’Europa e l’Asia abbiano visto, la quale - nella forma attuale della Federazione Russa - aspetta con pazienza e con saggezza che l’Unione Europea porti a definitiva rovina l’Europa anche tramite sanzioni stabilite per danneggiare la Russia e che stanno invece drammaticamente impoverendo i cittadini europei. Una incapacità di vedere, di capire, persino di difendere i propri interessi che alcuni dei maggiori protagonisti della cultura russa hanno saputo individuare, descrivere e stigmatizzare, primi tra tutti Fëdor Dostoevskij e Alexandr Solženicyn.
Friedrich Nietzsche definisce a ragione la Russia come «l’unica potenza che abbia oggi in sé una durata, l’unica che possa aspettare, che possa ancora promettere qualche cosa - la Russia, l’idea antitetica alla miserabile politica degli staterelli e alla nervosità europea» (Crepuscolo degli idoli, in «Opere», vol. VI/3, Adelphi, Milano 1975, p. 139). La profonda intelligenza anche politica di Nietzsche - che si manifesta in uno sguardo visionario sulla storia e sul futuro - lo indusse a scrivere che «abbiamo bisogno di un’assoluta alleanza con la Russia, e con un nuovo programma comune, che impedisca in Russia l’avvento di schemi inglesi. Non un avvenire americano!» (Frammenti postumi 1884, in «Opere», vol. VII/2, 26[336], p. 217).
Nietzsche il saggio, l’occidente anglosassone il folle.
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L’architettura delle relazioni internazionali contemporanee poggia su un paradosso ontologico: la ricerca della pace attraverso la perpetua preparazione alla guerra. La dottrina della deterrenza, erede del classico adagio si vis pacem, para bellum, ha progressivamente anestetizzato la coscienza collettiva, normalizzando l’idea che la sicurezza sia un bene scambiabile con la proliferazione degli armamenti. Tuttavia, un’analisi fenomenologica della violenza strutturale rivela l’intrinseca falsità di questo postulato. Non si tratta semplicemente di riconoscere la guerra come un fallimento della diplomazia, ma di comprendere che l’apparato militare in sé costituisce una negazione aprioristica dei diritti fondamentali, della libertà e della solidarietà.
In questo scenario, la nonviolenza e il disarmo non si configurano come aspirazioni ingenue o idealismi disincarnati, bensì come le uniche categorie logiche e pragmatiche capaci di garantire la sopravvivenza dell’umanità e la salvaguardia dell’ecosistema globale.
Il legame tra militarizzazione e violazione dei diritti umani è diretto e inscindibile. Ogni sistema che fonda la propria sovranità sulla forza delle armi deve necessariamente strutturarsi attorno a logiche di gerarchia, obbedienza cieca e segretezza, elementi antitetici ai principi democratici di trasparenza e partecipazione.
Quando lo Stato privilegia l’investimento bellico, si verifica un drenaggio sistematico di risorse economiche e intellettuali a discapito dello stato sociale: la sanità, l’istruzione e la tutela ambientale vengono sacrificate sull’altare della sicurezza nazionale.
Ma la violenza più profonda della militarizzazione risiede nella sua capacità di colonizzare l’immaginario collettivo, riducendo l’Altro a potenziale minaccia e legittimando la disumanizzazione del nemico. Le stragi, dunque, non sono incidenti di percorso o “danni collaterali” di conflitti altrimenti razionali; sono la logica e inevitabile conseguenza di una struttura che ha interiorizzato l’uso della forza come mezzo legittimo di risoluzione delle controversie. Senza una radicale opera di disarmo, ogni retorica sui diritti umani rimane un esercizio di ipocrisia giuridica, poiché si tenta di tutelare la vita mantenendo intatti gli strumenti predisposti alla sua distruzione.
Di conseguenza, la libertà e la solidarietà non possono fiorire in un terreno intossicato dalla paura e dalla coercizione.
La vera libertà non è la mera assenza di catene fisiche, ma la possibilità di coesistere senza il ricatto della violenza latente o manifesta. La militarizzazione della società impone un modello di pensiero binario – amico contro nemico, vincitore contro vinto – che frammenta il tessuto sociale e inibisce la nascita di un’autentica solidarietà transnazionale.
Il disarmo, in questa prospettiva, non è un atto di debolezza o di resa, ma un atto di supremo coraggio politico e antropologico. Significa spezzare unilateralmente la catena della diffidenza reciproca, de-escalare la tensione e liberare lo spazio pubblico e privato dalle ombre della minaccia bellica.
Smilitarizzare significa, in ultima analisi, riconquistare la sovranità sul proprio futuro, sottraendolo alle dinamiche incontrollabili dei complessi militari-industriali-energetici che traggono profitto dall’instabilità permanente.
A fronte del fallimento storico delle politiche di potenza, la nonviolenza si impone non come opzione morale facoltativa, ma come necessità scientifica ed evolutiva per il genere umano. Troppo spesso confusa con la passività o la rassegnazione, la nonviolenza – nell’accezione radicale teorizzata da figure come Mohandas Gandhi e Aldo Capitini – è una forza attiva, un’azione politica concertata che rifiuta di utilizzare i medesimi metodi dell’oppressore per non diventarne lo specchio.
Essa si fonda sul principio della corrispondenza tra mezzi e fini: non si può edificare una società giusta e pacifica utilizzando gli strumenti della distruzione e del terrore. La nonviolenza è l’epistemologia della liberazione, poiché agisce sulle cause profonde del conflitto, cercando la trasformazione della relazione e la sottomissione del potere alla giustizia, anziché l’annientamento dell’avversario.
Infine, nell’era dell’Antropocene, la riflessione sulla nonviolenza deve necessariamente estendersi oltre i confini della specie umana per abbracciare l’intero mondo vivente. La guerra contemporanea è intrinsecamente ecocida. L’inquinamento bellico, la devastazione degli habitat, il consumo ipertrofico di risorse fossili da parte dei complessi militari e lo spettro dell’inverno nucleare rappresentano le minacce più immediate e irreversibili alla biosfera.
La logica del dominio e della sottomissione, che giustifica lo sterminio del nemico umano, è la medesima che legittima lo sfruttamento illimitato e distruttivo della natura. La transizione verso una civiltà nonviolenta implica dunque una conversione ecologica profonda, il passaggio da un’antropologia della conquista a un’etica della cura e della coabitazione pacifica con il pianeta. La salvezza dell’umanità e la salvaguardia della Terra sono due facce della stessa medaglia: solo deponendo le armi, metaforiche e reali, l’essere umano potrà smettere di essere un parassita distruttivo e riscoprirsi custode responsabile della vita.
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Velio Abati è un intellettuale grossetano che ha insegnato Letteratura italiana nei licei. Ha dato vita e diretto per quindici anni la Fondazione Bianciardi. È stato Cultore della Materia presso la cattedra di Letteratura italiana e didattica della letteratura (titolare il professore Donatello Santarone) del Dipartimento di Scienze della Formazione, Università degli Studi Roma Tre. Dal 2012 organizza nel Parco Naturale della Maremma la rassegna culturale Colloqui del Tonale. Collabora alla pagina culturale del quotidiano il Manifesto e a varie riviste letterarie. Tra i suoi volumi si ricordano L’impossibilità della parola. Per una lettura materialistica della poesia di Andrea Zanzotto, Bagatto, Roma 1991; la Bibliografia in Andrea Zanzotto, Le poesie e prose scelte, Mondadori, I Meridiani, Milano 1999; La nascita dei “Minatori della Maremma”. Il carteggio Bianciardi – Cassola – Laterza e altri scritti, Giunti, Firenze 1998; la curatela di Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, Bollati Boringhieri, Torino 2003. Le opere letterarie di Abati, tutte pubblicate da Manni, San Cesareo di Lecce, sono il romanzo Domani, 2013; il canzoniere Questa notte, 2018; le prose Fughe, Manni, 2020 e, nel 2023, il romanzo La memoria delle piante. Da ricordare anche il notevole saggio Lukács in Italia [1989], in appendice al volume di Giuseppe Prestipino, Su Lukács. Frammenti di un discorso etico-politico, Editori Riuniti, Roma 2020.

Ho avuto la fortuna di condividere con Velio i cinque anni di collaborazione con la cattedra del professore Santarone, già citata in precedenza, durante i quali ne ho apprezzato la capacità di dialogo e di discussione con le allieve e gli allievi, evidente frutto di tanti anni trascorsi dietro la cattedra liceale. Ho avuto modo di apprezzare la capacità di lettura dei testi, di loro approfondimento e di loro critica. Ci siamo cimentati con Saba, Fortini (autentico cavallo di battaglia di Velio) e Dante. Soprattutto ho avuto modo di cogliere la capacità di Velio di usare il linguaggio nella prospettiva di farne, come dire, il luogo dell’incontro con le persone verso cui si rivolge avendo come finalità l’apertura di un dialogo, di un essere fra gli altri come centro dell’universo letterario e umano. Una scrittura con lo stesso fine l’ho trovata nel lavoro che ho fra le mani e che ho letto con il piacere della scoperta, se mi è consentito: la scoperta di un autore che riesce a parlare anche attraverso il teatro, attraverso l’opera teatrale, cosa non proprio semplice. La guerra d’Argo e altre cronache si intitola il libro pubblicato dall’editore triestino Asterios (2026, pp. 191, €20,00).
A dispetto del titolo che sembra rimandare a una rivisitazione del mondo greco classico, qui si tratta invece di questioni che riguardano noi e il nostro presente. Si tratta, ne La guerra d’Argo, del conflitto fra l’Unione Europea (Unione Ellenica guidata da Atene) e la Grecia (Argo), che raggiunse il punto più caldo nel 2015; si tratta, con l’incipit “Considerate se questi sono tempi normali” di Antigone vive, di prefigurare la tragedia dell’eccidio di Maiano Lavacchio nel 1944. L’alta modalità della tragedia greca classica viene riprodotta nella realtà di un mondo che passa senza che alcuno se ne accorga, almeno fra i potenti, che tali sono e tali rimangono. E questo è il segno di tempi che, appunto, di certo non sono normali. Leggendo questo testo mi sono venute in mente alcune scene di un grande film, ambientato proprio in Toscana, in piena Resistenza, che narra anch’esso di un massacro. In quel film, La notte di San Lorenzo (1982) dei fratelli Taviani, mondo classico, storia, musica trovavano un equilibrio molto prossimo alla perfezione, per un’opera filmica. Ebbene, si leggano i versi seguenti di Velio, magari accompagnati, come succede nel film, dal verdiano Requiem, per avere un’idea di quanto appena affermato: “Ah, piangete giovani e vecchi la grave sciagura/nessun verbo e ala di tempo lenisce ma più indura./Non degli dei né del caso sappiatelo è fattura/ma dell’uomo che l’altro sopraffà”.
Una giovane ragazza, una donna matura, una donna anziana sono le protagoniste di L’ultimo giorno di vacanza. Tre donne con un destino comune: essere vittime, sottoposte da un potere feroce al gioco al massacro di una comunicazione fornita da una radio dalla quale fuoriescono le voci di coloro che dettano le condizioni di una vita che non è possibile vivere. E dalla radio continuano a udirsi le voci dei potenti e, chiudendo il quarto quadro, una delle attrici grida: “Qualcuno si ricordi di spegnerla”.
Più procedevo nella lettura e più mi accorgevo che Velio stava parlando di una cosa ben precisa: chi ha il potere lo tiene ben stretto e diventa difficile scalzarlo dal posto di comando in cui si trova del quale, inoltre, fa il centro da cui dirigere la distruzione della Terra. Chi detiene il potere nasconde la verità, ossia quella cosa che per i greci, originariamente, è ciò che non può essere nascosto, ciò che va disvelato. E nascondere la verità significa fare carne da macello della storia. Ne L’assassinio il narratore inizia dicendo che narrerà una storia ben sapendo che l’uditorio è stanco di sentirsi narrare storie. Eppure, incalza il narratore, “la storia è l’uomo!”. Come non cogliere in questa esclamazione una eco di quello che un Gramsci già molto malato e prossimo alla fine scriveva al figlio maggiore Delio invitandolo a studiare la storia ma ponendosi dalla parte dei subalterni, ossia degli sfruttati, degli ultimi della terra, cioè dell’uomo?
È vero che i sei testi che costituiscono il volume sono stati scritti in un ampio arco di tempo, come sottolinea lo stesso autore. Ma poiché il tempo non si compra e, agostinianamente, di esso abbiamo il concetto senza avere la possibilità di definirlo, a me sembra che questo lavoro abbia una sua intensità e crei quella dose giusta di inquietudine che oggi necessita per stare nel mondo nel tentativo di capire quale sia il senso della vita. Della vita nostra e di chi subisce il potere ma lotta per liberarsi.
Sinossi editoriale
I sei testi teatrali nascono da fatti di cronaca, dalla grande Storia (lo scontro della Grecia di Tsipras con l’UE, la Resistenza italiana), ai “senza storia” di Rosa. L’azione scenica risponde a una forte esigenza di fedeltà al fatto, fino alla riproduzione letterale dei documenti. Tuttavia, eventi, protagonisti e circostanze sono trasposti in una dimensione mitica, assumendo anche vesti greco-classiche: così, vicende note appaiono insieme familiari e sorprendenti, reali e fantastiche, invitando lo spettatore a uno sguardo che si sottragga allo stereotipo della cronaca dominante e si apra alla complessità delle esperienze collettive e individuali.
Se i testi condividono il bisogno di reagire alle ferite del presente, altrettanto centrale è la spinta alla sperimentazione, sia delle forme del dramma (dal teatro antico, al poliziesco) che della lingua italiana di cui si misura tenuta e profondità. Ne nasce una scrittura inquieta di dialoghi rapidi, oralità, suggestioni liriche, con una tensione musicale che culmina nei versi corali di Antigone vive. Analogamente la lingua va dai registri alti e letterari a quelli terragni e contadini dove vivono radici fonde fino a Dante.
Due parole a chi legge / di Velio Abati
Per quanto la scrittura ammicchi a un oltre e persino a un sempre – come se diversamente dalla parola orale il supporto materiale che la regge e la lingua che la sostanzia non dovessero mai scomparire -, si scrive sempre in situazione. Anche le scritture più fantastiche, anche le pretese più orfiche, benché non lo sappiano o fingano di non saperlo, sono costrette a incontrare qui il limite-trampolino dei loro voli. Fatto noto per il materialista. Che poi lo scritto (ma perché non anche il detto?) non rimanga chiuso nella circostanza da cui origina, ossia riesca a giungere alla verità di questa in modo tanto intimo da attingere – senza smarrire quelle particolarità in una melassa che nulla più dice – alle verità antropologiche, cosicché possa rendersi disponibile alle risignificazioni future dipende dalla qualità sua, non dalle circostanze.
Tale caratteristica è forse più incombente nel teatro. Certo, tra le opere letterarie, è quello in cui più stretto è il legame con il destinatario, perché gli è intrinseca la messa in relazione diretta e collettiva con il fruitore: è una finzione che può avvenire solo in un’azione reale; non gioca su questa coincidentia oppositorum la geniale intuizione dei Sei personaggi in cerca di autore?
I sei testi qui raccolti, in quanto scritti, come specificato in Avvertenza, in un intervallo piuttosto ampio, portano su di loro i segni del variare delle circostanze, ivi comprese, naturalmente, quelle che concernono chi scrive. Tuttavia, sotto le evidenti differenze su vari loro aspetti e registri, rivendico il medesimo appello al fruitore da cui prendono vita, la mossa, resa urgente dalla ferita dello stato di cose, di sollecitare gli spettatori a uno snebbiamento che reclami l’impazienza di chi non ha tempo da perdere con le finzioni.
C’è poi un altro motivo comune, attinente alla natura, o se si preferisce alla valutazione storica, delle circostanze. Un passaggio, persino esplicito, della Nota scritta nel 2013 in accompagnamento a Una sera di primavera, già indicava la crisi del lungo periodo neoliberista, con cui il capitale ha sancito la sua vittoria contro le conquiste ottenute dai propri nemici di classe nei Trenta gloriosi successivi alla Seconda guerra mondiale. “Crisi”, beninteso, non nel senso di fine del capitalismo che, anzi, com’è ora sotto gli occhi di tutti, è quanto mai privo di avversari credibili, ma nel significato più ampio, venuto sempre più in chiaro in questo torno d’anni e addirittura di mesi, dello scrollarsi di dosso i lacci e lacciuoli, anche ideologici, che era stato costretto dalle forze anticapitaliste ad accollarsi. Voglio dire che sebbene le minacce e gli orrori più nefandi contro l’uomo, le distruzioni in buona parte irreparabili della Terra, le falsificazioni più iperboliche e insopportabili dei padroni del mondo siano oggi in piena luce e forsennato sviluppo, anche i testi qui più antichi ne avvertivano già i colpi e la natura, se non il grado. Di tutto questo i sei testi sono la cronaca.
Sotto la furia di genocidî, podere Tonale, gennaio 2026
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Avvertenza
Una sera di primavera è stata rappresentata il 15 maggio 2014, fuori concorso, nella XVII Rassegna provinciale Teatro della scuola, dalla classe V B del Liceo “Rosmini” con la regia di Daniela Marretti del Teatro Studio di Grosseto, ricevendone la menzione speciale della Giuria. È uscito su “Poliscritture”, n. 10, dicembre 2013. [scricabile gratis qui]
L’ultimo giorno di vacanza è stato pubblicato in “La Maremma Rivista”, numero 0, aprile 2012. Il regista Mario Fraschetti nel 2023 ne ha diretto un podcast in una versione rivista e ampliata.
La guerra d’Argo è stata rappresentata il 5 e il 12 settembre 2020 ai Colloqui del Tonale, regia e adattamento di Lorenzo Scribani, musiche di Francesco Salvador, cantante Amanda Gentini.
Dell’Assassinio Lorenzo Scribani ha curato un reading ai Colloqui del Tonale, 11 settembre 2023.
Antigone vive e Rosa. Una storia, ultimi scritti, inediti, non sono mai stati rappresentati; i testi editi sono qui raccolti in nuove versioni riviste.
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Dal 18 al 22 giugno a Taormina la sedicesima edizione del festival ideato e diretto da Antonella Ferrara, promosso dalla Regione Siciliana - Assessorato del Turismo, Sport e Spettacolo e Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, dalla Fondazione Taormina Arte Sicilia, e con il sostegno del Parco Archeologico Naxos Taormina, del Comune di Taormina, di ENI e di BPER.
Più di 200 ospiti da 30 paesi, per un programma multidisciplinare tra letteratura, cinema, musica, danza, arti visive, geopolitica e scienza. Taobuk Award agli scrittori Abdulrazak Gurnah, Premio Nobel per la Letteratura, Haruki Murakami, Dacia Maraini, Jonathan Coe, Donato Carrisi, al poeta Adonis, all’artista Anish Kapoor, al cardinale Gianfranco Ravasi, al direttore d’orchestra Vitali Alekseenok, al Premio Nobel per l’Economia Esther Duflo, all’attrice e regista Valeria Bruni Tedeschi, al filosofo e giornalista Bernard-Henri Lévy e all’artista Valerio Adami, che ha realizzato il Manifesto di Taobuk 2026. Agli scrittori Felicia Kingsley e Eduardo Mendoza sarà conferito il Premio Sicilia.
La cerimonia di consegna dei Taobuk Award sarà sabato 20 giugno al Teatro Antico in occasione del Taobuk Gala condotto da Antonella Ferrara e Massimiliano Ossini con l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania, l’ente lirico regionale coproduttore musicale dell’evento, che verrà trasmesso su Rai 1 il 16 luglio.
Tra i protagonisti della manifestazione anche Stefania Auci, Jan Brokken, Urbano Cairo, Gherardo Colombo, Luciano Fontana, Federico Fubini, Paolo Gentiloni, Marc Lazar, Giovanni Malagò, Vito Mancuso, Matteo Piantedosi, Matteo Saudino, Manuel Valls, Paolo Zangrillo. Annuncio della cinquina del Premio Strega Saggistica, con Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e Strega Alberti Benevento.
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In Piazza Duomo a Milano da 12 mesi si svolge un presidio quotidiano e permanente organizzato da gruppi di cittadini e attivisti per denunciare la crisi a Gaza e chiedere la pace. Ogni giorno dalle 18 alle 19 (18.30-19.30 secondo l’«orario invernale») arrivano in Piazza Duomo, ognuno con un cartello con citazioni di poeti palestinesi, e si dispongono in fila, distanziati 3 metri ciascuno in modo da occupare più spazio e farsi attraversare e guardare dai cittadini e dai turisti che passano. Sono un gruppo spontaneo, praticamente senza nome, nato sullo sdegno per quanto succede nella striscia di Gaza. Hanno poche regole: rispettare il loro posto, stare in silenzio, scegliere citazioni che non siano violente o volgari.
Nel cuore iperaccelerato della metropoli tardo-capitalista, dove il tempo è monetizzato e lo spazio pubblico viene progressivamente ridotto a mero corridoio del consumo, accade un’anomalia che scardina la grammatica della distrazione globale. Ogni sera, alle 18.30, il sagrato del Duomo di Milano cessa di essere soltanto la cartolina della finanza e del turismo internazionale per trasformarsi in un dispositivo di resistenza etica.
Un gruppo eterogeneo di cittadini – insegnanti, studenti, pensionati e lavoratori – si fa corpo politico. Non attraverso l’urlo o la retorica incendiaria, ma attraverso il silenzio. Un silenzio ostinato, protratto per dodici mesi, che agisce come un reagente chimico sulla coscienza di una città distratta, denudando l’indifferenza dell’Occidente di fronte al dramma palestinese.
Questa mobilitazione spontanea, capace di irradiare la propria eco da Milano a Cagliari, fino a rimbalzare sugli schermi digitali dei turisti provenienti da Pechino, impone una riflessione profonda sui concetti di memoria, responsabilità e spazio pubblico nell’epoca della disintermediazione geopolitica.
Tra la carne e il marmo: il silenzio come rottura del consenso
La scelta di occupare il sagrato della cattedrale milanese non rappresenta un semplice elemento scenografico: è un atto di profonda risignificazione simbolica. Il Duomo costituisce il centro identitario della narrazione urbana occidentale e uno dei luoghi più rappresentativi della città. Inserirvi la “Presenza per Gaza” significa costringere il flusso incessante dei passanti a confrontarsi con ciò che la coscienza collettiva tende a rimuovere.
Mentre il discorso pubblico ufficiale si avvita in formule diplomatiche sterili e in tregue solo apparenti — come quelle promosse dalle grandi potenze occidentali, incapaci di arrestare la spirale di violenza che coinvolge Gaza, la Cisgiordania e il Libano — i corpi immobili sul sagrato strappano il velo dell’assuefazione. Il contrasto è netto.
Da una parte, la vertigine del turismo di massa che consuma immagini, esperienze e merci. Dall’altra, il lutto collettivo, i sudari portati in corteo, le canzoni di Silvia Zaru e i cori che restituiscono voce e identità a un popolo che molti vorrebbero relegare all’invisibilità.
In questo contesto il silenzio non rappresenta un’assenza di parola, ma una forma di linguaggio estremamente concentrato. È la denuncia di una complicità strutturale. Il cittadino che si ferma con un cartello tra le mani smette di essere un consumatore passivo di notizie tragiche e assume il peso della testimonianza.
Quel silenzio sembra scorticare la pietra del Duomo, costringendola a riflettere il dramma di una guerra osservata in tempo reale attraverso gli schermi del mondo, mentre le istituzioni internazionali appaiono spesso impotenti o incapaci di incidere realmente sugli eventi.
La rete dei corpi: dalla piazza locale allo schermo globale
L’aspetto più propriamente politico di questa esperienza risiede nella sua natura molecolare e transgenerazionale. Non vi è un’avanguardia ideologica che detta i tempi e le modalità della mobilitazione; vi è piuttosto una convergenza spontanea di persone che riconoscono nel dolore dell’altro il proprio limite etico.
La “Presenza” dimostra che la solidarietà internazionale non è un’astrazione burocratica, bensì una pratica quotidiana, un esercizio di perseveranza che sfida il logoramento del tempo e l’apatia sociale.
Il fenomeno rivela inoltre uno dei paradossi più interessanti della contemporaneità: lo stesso turismo globale che alimenta la spettacolarizzazione degli spazi urbani finisce per diventare veicolo della protesta.
I visitatori che fotografano il Duomo non possono evitare di includere nelle loro immagini le bandiere palestinesi, i cartelli e i volti di chi manifesta. L’immagine del dissenso viene così catturata, digitalizzata e diffusa in migliaia di flussi comunicativi che raggiungono Pechino, New York, il Medio Oriente e ogni altra parte del mondo.
La piazza fisica di Milano diventa così l’epicentro di una propagazione visuale globale. La denuncia locale assume una dimensione universale non grazie ai grandi network televisivi, ma attraverso la capacità di inserirsi nei circuiti comunicativi spontanei della società contemporanea.
L’orizzonte della testimonianza
Finché continueranno l’occupazione e la mobilitazione, finché la violenza continuerà a colpire Gaza, la Cisgiordania e il Libano, la presenza quotidiana in Piazza Duomo rimarrà un monito aperto.
Essa ricorda che la pace non coincide semplicemente con l’assenza dei bombardamenti o con tregue fragili e asimmetriche, ma con il ripristino della giustizia, del diritto e della dignità dei popoli.
La comunità spontanea che si ritrova nel cuore di Milano sembra aver compreso che l’unica risposta eticamente adeguata all’orrore non è l’indignazione effimera dei social network, bensì la fedeltà concreta a chi soffre.
Ritrovarsi ogni sera alla stessa ora significa istituire, nel centro della città, una sorta di tribunale permanente della coscienza. Una denuncia che non necessita di schemi ideologici rigidi, perché si fonda sulla più radicale delle evidenze: l’umanità è un destino condiviso e, finché un solo popolo sarà privato dei propri diritti fondamentali, nessuno potrà dirsi veramente libero nella propria città, nella propria casa, nel proprio sagrato.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 55 del 10 giugno 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e’ in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII) Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.com, crpviterbo@yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. Una semplice verita’
2. Un incontro di riflessione con la dottoressa Antonella Litta a Viterbo
3. Franco Restaino: Il femminismo, avanguardia filosofica di fine secolo. Carla Lonzi (parte seconda e conclusiva)
4. Alcuni riferimenti utili
5. Una campagna per la difesa civile non armata e nonviolenta
6. Luisa Morgantini: Perche’ donare il 5xmille a AssopacePalestina
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. UNA SEMPLICE VERITA’
Non si fermeranno le guerre senza il disarmo e la smilitarizzazione.
Non si rispetterano i diritti umani senza il disarmo e la smilitarizzazione.
Non cesseranno le stragi senza il disarmo e la smilitarizzazione.
Non si vivra’ in liberta’ e solidarieta’ senza il disarmo e la smilitarizzazione.
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La nonviolenza e’ l’unica via per la liberazione e la salvezza dell’umanita’.
La nonviolenza e’ l’unica via per la salvaguardia dell’intero mondo vivente.
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Nonviolenza o barbarie.
2. INCONTRI. UN INCONTRO DI RIFLESSIONE CON LA DOTTORESSA ANTONELLA LITTA A VITERBO
Nel primo pomeriggio di martedi’ 9 giugno 2026 presso il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo si e’ tenuto un incontro di riflessione con la dottoressa Antonella Litta.
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Una minima notizia su Antonella Litta
Antonella Litta ha svolto l’attivita’ di medico di medicina generale a Nepi (Vt). E’ specialista in Reumatologia ed ha condotto una intensa attivita’ di ricerca scientifica presso l’Universita’ di Roma "la Sapienza" e contribuito alla realizzazione di uno tra i primi e piu’ importanti studi scientifici italiani sull’interazione tra campi elettromagnetici e sistemi viventi, pubblicato sulla prestigiosa rivista "Clinical and Esperimental Rheumatology", n. 11, pp. 41-47, 1993. E’ referente locale dell’Associazione italiana medici per l’ambiente (International Society of Doctors for the Environment - Italia) e per questa associazione e’ responsabile e coordinatrice nazionale del gruppo di studio su "Trasporto aereo come fattore d’inquinamento ambientale e danno alla salute" nonche’ referente nazionale per le problematiche ambientali e sanitarie derivanti dall’inquinamento delle acque ad uso umano. E’ referente per l’Ordine dei medici di Viterbo per l’iniziativa congiunta Fnomceo-Isde "Tutela del diritto individuale e collettivo alla salute e ad un ambiente salubre". Gia’ responsabile dell’associazione Aires-onlus (Associazione internazionale ricerca e salute) e’ stata organizzatrice di numerosi convegni medico-scientifici. Presta attivita’ di medico volontario nei paesi africani. E’ stata consigliera comunale. E’ partecipe e sostenitrice di programmi di solidarieta’ locali ed internazionali. E’ impegnata nell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) a livello locale e provinciale. Fa parte di un comitato che promuove il diritto allo studio e il diritto all’abitare con iniziative di solidarieta’ concreta. Presidente del Comitato "Nepi per la pace", e’ impegnata in progetti di educazione alla pace, alla legalita’, alla nonviolenza e al rispetto dell’ambiente. E’ la portavoce del Comitato che si e’ opposto vittoriosamente all’insensato ed illegale mega-aeroporto di Viterbo salvando la preziosa area naturalistica, archeologica e termale del Bullicame di dantesca memoria e che s’impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell’ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti. Come rappresentante dell’Associazione italiana medici per l’ambiente (Isde-Italia) ha promosso una rilevante iniziativa per il risanamento delle acque del lago di Vico e in difesa della salute della popolazione dei comuni circumlacuali. E’ oggi in Italia figura di riferimento nella denuncia della presenza dell’arsenico nelle acque destinate al consumo umano, e nella proposta di iniziative specifiche e adeguate da parte delle istituzioni per la dearsenificazione delle acque e la difesa della salute della popolazione. E’ promotrice del "Coordinamento addio pesticidi". Per il suo impegno in difesa di ambiente, salute e diritti alla dottoressa Antonella Litta e’ stato attribuito il 6 marzo 2013 a Roma il prestigioso "Premio Donne, Pace e Ambiente Wangari Maathai" con la motivazione: "per l’impegno a tutela della salute dei cittadini e della salubrita’ del territorio". Il 18 ottobre 2013 ad Arezzo in occasione delle settime "Giornate italiane mediche per l’ambiente" le e’ stato conferito il prestigioso riconoscimento da parte della "International Society of Doctors for the Environment" con la motivazione: "per la convinta testimonianza, il costante impegno, l’attenzione alla formazione e all’informazione sulle principali problematiche nell’ambito dell’ambiente e della salute". Il 25 novembre 2013 a Salerno le e’ stato attribuito il prestigioso Premio "Trotula de Ruggiero".
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Nel corso dell’incontro e’ stata riaffermata la necessita’ e l’urgenza di un comune impegno nonviolento dell’umanita’ intera contro la guerra e tutte le uccisioni.
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Nel corso dell’incontro sono stati anche ricordati ancora una volta due indimenticabili amici e compagni di lotte nonviolente, Alfio Pannega e Vito Ferrante.
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Una minima notizia su Alfio Pannega
Alfio Pannega nacque a Viterbo il 21 settembre 1925, figlio della Caterina (ma il vero nome era Giovanna), epica figura di popolana di cui ancor oggi in citta’ si narrano i motti e le vicende trasfigurate ormai in leggende omeriche, deceduta a ottantaquattro anni nel 1974. E dopo gli anni di studi in collegio, con la madre visse fino alla sua scomparsa, per molti anni abitando in una grotta nella Valle di Faul, un tratto di campagna a ridosso ed entro la cinta muraria cittadina. A scuola da bambino aveva incontrato Dante e l’Ariosto, ma fu lavorando "in mezzo ai butteri della Tolfa" che si appassiono’ vieppiu’ di poesia e fiori’ come poeta a braccio, arguto e solenne declamatore di impeccabili e sorprendenti ottave di endecasillabi. Una vita travagliata fu la sua, di duro lavoro fin dalla primissima giovinezza. La raccontava lui stesso nell’intervista che costituisce la prima parte del libro che raccoglie le sue poesie che i suoi amici e compagni sono riusciti a pubblicare pochi mesi prima dell’improvvisa scomparsa (Alfio Pannega, Allora ero giovane pure io, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2010, a cura di Antonello Ricci, Alfonso Prota e Valentino Costa): tra innumerevoli altri umili e indispensabili lavori manuali in campagna e in citta’, per decine di anni ha anche raccolto gli imballi e gli scarti delle attivita’ artigiane e commerciali, recuperando il recuperabile e riciclandolo: consapevole maestro di ecologia pratica, quando la parola ecologia ancora non si usava. Nel 1993 la nascita del centro sociale occupato autogestito nell’ex gazometro abbandonato: ne diventa immediatamente protagonista, e lo sara’ fino alla fine della vita. Sapeva di essere un monumento vivente della Viterbo popolare, della Viterbo migliore, e il popolo di Viterbo lo amava visceralmente. E’ deceduto il 30 aprile 2010, non risvegliandosi dal sonno dei giusti. Molte fotografie di Alfio scattate da Mario Onofri, artista visivo profondo e generoso compagno di lotte che gli fu amico e che anche lui ci ha lasciato anni fa, sono disperse tra vari amici di entrambi, ed altre ancora restano inedite nell’immenso, prezioso archivio fotografico di Mario, che tuttora attende curatela e pubblicazione. Negli ultimi anni il regista ed attore Pietro Benedetti, che gli fu amico, ha con forte empatia sovente rappresentato - sulle scene teatrali, ma soprattutto nelle scuole e nelle piazze, nei luoghi di aggregazione sociale e di impegno politico, di memoria resistente all’ingiuria del tempo e alla violenza dei potenti - un monologo dal titolo "Allora ero giovane pure io" dalle memorie di Alfio ricavato, personalmente interpretandone e facendone cosi’ rivivere drammaturgicamente la figura. La proposta di costituire un "Archivio Alfio Pannega" per raccogliere, preservare e mettere a disposizione della collettivita’ le tracce della sua vita e delle sue lotte, e’ restata per molti anni disattesa; nel 2025 si e’ finalmente avviata la sua realizzazione. L’8 maggio 2025 ad Alfio Pannega e’ stato intitolato l’"Emporio solidale" di Viterbo, una delle esperienze di solidarieta’ concreta piu’ vive e luminose di Viterbo. Nel corso del 2025, in occasione del centenario della nascita, la citta’ di Viterbo ha reso omaggio al poeta antifascista nonviolento con molte iniziative che hanno coinvolto le istituzioni, le esperienze della societa’ civile, la cittadinanza intera; tra esse di particolare rilevanza la dedica della "girata" di piazza del Comune della Macchina di Santa Rosa da parte dei Facchini la sera del 3 settembre durante il trasporto della Macchina, la tradizione piu’ importante della storia, della cultura, della vita cittadina.
Alcuni testi commemorativi sono stati piu’ volte pubblicati sul notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza e’ in cammino", ad esempio negli "Archivi della nonviolenza in cammino" nn. 56, 57, 58, 60; cfr. anche il fascicolo monografico dei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 265 ed ancora i "Telegrammi della nonviolenza in cammino" nn. 907-909, 1172, 1260, 1261, 1272, 1401, 1622-1624, 1763, 1971, 2108-2113, 2115, 2329, 2331, 2334-2335, 2476-2477, 2479, 2694, 2833, 3049, 3051-3052, 3369-3373, 3448, 3453, 3515-3517, 3725, 4089-4091, 4235-4236, 4452, 4455-4458, 4599-4601, 4819-4821, 4962-4965, 5184-5187, 5328, 5331, 5470, 5477, 5485, 5487, 5489, 5501-5503, 5505, 5507, 5513-5514, 5516-5518, 5523, 5526, 5528, 5530-5531, 5534, 5538, 5540-5543, 5545-5570, 5573, 5576-5580, 5582-5585, 5588-5590, 5593-5594, 5598, 5600-5601, 5603-5607, 5609-5612, i fascicoli di "Coi piedi per terra" n. 546 e 548-552, e "Voci e volti della nonviolenza" nn. 687-691, 754-755, 881, il fascicolo di "Ogni vittima ha il volto di Abele" n. 170, i fascicoli di "Una persona, un voto" nn. 88-90, 206, 209, i fascicoli de "La domenica della nonviolenza" nn. 420 e 511, i fascicoli de "La nonviolenza contro il razzismo" nn. 202-206, 213, 437-438, 445-446, i fascicoli de "La biblioteca di Zorobabele" nn. 430-433.
La nuova edizione del libro dedicato ad Alfio Pannega
Il libro "Alfio 100" (Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2025) celebra i cento anni dalla nascita di Alfio Pannega (Viterbo 1925-2025). Nella prima parte del volume sono presenti materiali inediti raccolti da amiche e amici di Alfio: rassegna stampa, galleria fotografica, autografi poetici, ricordi dei militanti del centro sociale occupato autogestito Valle Faul, di conoscenti e istituzioni, oltre ai versi di poeti dialettali. Nella seconda parte si ripropone integralmente il volume "Allora ero giovane pure io" (Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2010) con poesie, fotografie e storia di vita dell’autore. Chiude il volume il copione dello spettacolo teatrale di Pietro Benedetti. Il libro di e su Alfio Pannega puo’ essere richiesto all’editore Davide Ghaleb, via Roma 41, 01019 Vetralla (Vt), sito: www.ghaleb.it, tel. 0761461258, cell. 3200897221.
Un rilevante documento filmato di alcune iniziative commemorative di Alfio Pannega
E’ disponibile nella rete telematica la registrazione della commemorazione di Alfio Pannega svoltasi il 27 aprile 2025 al cimitero monumentale di Viterbo; la registrazione della cerimonia di intitolazione ad Alfio dell’"Emporio solidale" in piazzale Porsenna nel quartiere viterbese di Santa Barbara l’8 maggio 2025; la registrazione dello spettacolo teatrale di Pietro Benedetti ad Alfio dedicato rappresentato il 25 giugno 2025 presso lo spazio culturale "Lo spiffero"; la registrazione del convegno svoltosi il 21 settembre 2025 a Viterbo nella Sala delle Colonnne di Palazzo dei Priori.
Le rispettive registrazioni sono ai seguenti link: https://www.youtube.com/watch?v=0bpS90lXmno https://www.youtube.com/watch?v=BgSBoGZZqh8 https://www.youtube.com/watch?v=RSAwXdE1sio https://www.youtube.com/watch?v=IPqUu8meWcs
I quattro filmati costituiscono un’unica opera documentaria e testimoniale dal titolo complessivo "Alfio Pannega 1925-2025. Il docufilm".
Ringraziamo Marco Mingarelli per aver realizzato quest’opera.
Alcuni brani musicali dedicati ad Alfio Pannega
Numerosi musicisti viterbesi e non solo, di rilevanza anche internazionale, hanno dedicato ad Alfio Pannega alcune loro composizioni. Segnaliamo i link ad alcune di esse già disponibili all’ascolto nel web. Di Luigi Andriani Il brano "Rinascimental Gratafunky" può essere ascoltato nell’album "Etrurian Dub" al seguente link: https://rastakingkong.bandcamp.com/album/etrurian-dub Di Andrea Araceli il brano "In memoria di Alfio Pannega" può essere ascoltato al seguente link: https://youtu.be/vI5lh7wtUJA?si=BjQy93a1fuxR1a2F Sempre di Andrea Araceli segnaliamo anche un altro straordinario recente brano, "Lament for children of Gaza", che può essere ascoltato al seguente link: https://youtu.be/-1db9WNxoDk?si=aa7LPwBo9k5m6yU2 Di Marco Brama il brano "... E la Luna disse: ’Alfio Pannega’" può essere ascoltato al seguente link: https://youtu.be/f_xMgzK2zTQ
Il prestigioso etnomusicologo e compositore Pier Giuseppe Arcangeli ha messo in musica due poesie di Alfio Pannega, l’una dedicata al centro sociale Valle Faul e l’altra alla pace; esse saranno prossimamente eseguite da Michela e Pietro Benedetti in un recital.
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Una minima notizia su Vito Ferrante
Vito Ferrante, persona di straordinario rigore morale e di sconfinata generosita’, e’ stato il presidente e l’anima dell’"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (Afesopsit), una fondamentale esperienza di solidarieta’, di partecipazione, di democrazia, di difesa nitida e intransigente dei diritti umani. Gia’ consigliere comunale di Viterbo, apprezzatissimo scultore, Vito Ferrante e’ stata una delle personalita’ piu’ stimate nell’ambito del volontariato e dell’impegno sociale e civile, promotore di innumerevoli iniziative di solidarieta’ concreta, diuturnamente impegnato nel recare aiuto a chi piu’ ne ha bisogno; e’ stato a Viterbo un luminoso punto di riferimento per la societa’ civile, per le esperienze di solidarieta’ e di liberazione, per i movimenti democratici, per i servizi pubblici impegnati nell’assistenza rispettosa e promotrice della dignita’ e dei diritti umani. Lo scorso anno tutte le persone amiche di Alfio Pannega lo ringraziarono coralmente e pubblicamente con una dichiarazione che qui riproponiamo: "Vogliamo rivolgere un vivo, profondo, corale ringraziamento al nostro amico e compagno di lotte Vito Ferrante, luminosa figura della solidarieta’ viterbese, per il suo straordinario contributo al ricordo di Alfio Pannega, L’indimenticato poeta antifascista nonviolento, in questo anno di commemorazioni nel centenario della nascita.
Vito Ferrante, fondatore e tuttora fondamentale animatore dell’Afesopsit, l’Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia, una delle esperienze piu’ belle e piu’ rilevanti del volontariato solidale nell’Alto Lazio, e’ stato uno dei migliori amici di Alfio quando Alfio era in vita, ed uno dei piu’ impegnati nel suo ricordo dopo la scomparsa.
In questo anno 2025 di iniziative commemorative di Alfio, il contributo di Vito e’ stato decisivo: pressoche’ tutte le riunioni organizzative in cui sono state elaborate e programmate tutte le numerose iniziative pubbliche poi realizzate, si sono svolte presso la "Fattoria di Alice" grazie alla generosa ospitalita’ dell’Afesopsit e all’impegno in prima persona di Vito. Ringraziarlo e’ un dovere e una gioia che attesta e rinnova l’amicizia, l’affetto e la stima che tutte le persone amiche di Alfio, e vorremmo dire anche tutte le persone di Viterbo sollecite del bene comune ed impegnate nell’aiutare chi di aiuto ha bisogno, nutrono per lui.
Grazie di cuore, Vito, per tutto cio’ che hai fatto e che continui a fare: la tua generosa, coraggiosa, tenace e appassionata testimonianza illumina e conforta l’umanita’".
E ancora le amiche e gli amici di Alfio Pannega cosi’ gli scrivevano il 23 aprile scorso in occasione del tragico lutto per la scomparsa della figlia amatissima Vittoria:
"Vito carissimo, che per noi sei piu’ che un amico e un compagno di riflessioni e di lotte nonviolente, ma un esempio del bene e un fratello lungo il cammino della vita, possa la nostra vicinanza contribuire in quest’ora di estremo strazio a lenire almeno un po’ il dolore tuo e di tutti i tuoi familiari che insieme a te ugualmente abbracciamo. La morte non annienta il bene compiuto. Continuiamo quindi nell’impegno comune di solidarieta’ e di liberazione che nessun essere umano abbandona alla sofferenza, alla paura, alla solitudine. Continuiamo quindi nell’impegno comune per la pace che a tutte le uccisioni si oppone e riconosce e rispetta e protegge e alimenta la dignita’ e i diritti di tutti gli esseri umani. Continuiamo quindi nel cammino dei giorni adoperandoci per il bene comune dell’umanita’, soccorrendo e accogliendo ogni persona, recando aiuto e conforto a tutte e a tutti a cominciare dalla piu’ fragile delle creature, come tu hai costantemente insegnato a fare. Ti vogliamo bene".
E sempre le amiche e gli amici di Alfio Pannega cosi’ lo hanno salutato alla notizia della scomparsa pochi giorni fa: "ci ha lasciato Vito Ferrante, il nostro amico di sempre, compagno di innumerevoli esperienze di solidarieta’ e di altrettanto innumerevoli lotte nonviolente, un maestro e un fratello.
Il vuoto che lascia e’ incolmabile, l’esempio luminoso, l’appello ineludibile: continuare in cio’ che e’ giusto; difendere la vita, la dignita’ e i diritti di tutti gli esseri umani; condividere tutto il bene e tutti i beni. Ai familiari, alle amiche e agli amici dell’"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (Afesopsit) di cui Vito era animatore infaticabile, a tutte le persone che gli sono state vicine e che oggi sono straziate dal dolore per questa perdita abissale, la nostra vicinanza, il nostro affetto, il nostro impegno di pensiero e azione affinche’ la testimonianza di Vito prosegua nel cammino comune per il bene comune dell’umanita’ intera".
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Abolire la guerra prima che la guerra abolisca l’umanita’.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e’ il primo dovere.
La nonviolenza e’ la via.
Nonviolenza o barbarie.
3. REPETITA IUVANT. FRANCO RESTAINO: IL FEMMINISMO, AVANGUARDIA FILOSOFICA DI FINE SECOLO. CARLA LONZI (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Riproponiamo ancora una volta il seguente saggio di Franco Restaino, che riprendiamo dalla rivista telematica "Per amore del mondo", n. 2 (nel sito www.diotimafilosofe.it), precedentemente apparso nel volume Le avanguardie filosofiche in Italia nel XX secolo, a cura di P. Di Giovanni, Franco Angeli, Milano 2002, pp. 269-286]
Con queste ultime tematiche entriamo in quello che costituisce lo sviluppo piu’ significativo e innovativo del pensiero di Carla Lonzi, preparato da alcuni brevi scritti e attuato nel saggio piu’ lungo e organico dal titolo La donna clitoridea e la donna vaginale, del 1971. In questi ultimi scritti teorici l’autrice prende di petto le questioni centrali relative alla sessualita’: dalla maternita’ all’aborto, dalla critica dell’eterosessualita’ "vaginale" imposta dal dominio patriarcale come unica e "naturale" pratica sessuale alla rivendicazione di una sessualita’ libera e polimorfa come pratica di autonomia femminile e di liberazione da quel dominio.
Le tesi di fondo di questo aspetto centrale e radicale del pensiero di Carla Lonzi compaiono in forma piu’ breve nello scritto Sessualita’ femminile e aborto, e in forma piu’ lunga e piu’ riccamente argomentata nel saggio La donna clitoridea e la donna vaginale. Entrambi gli scritti sono dell’estate 1971. Il tema dell’aborto, nel primo dei due saggi, viene affrontato in maniera radicale e originale, nel senso che l’autrice rifiuta la rivendicazione politica, rivolta sostanzialmente ai maschi, di legalizzazione dell’aborto, e perviene a proposte che coinvolgono soltanto il mondo femminile, al quale spetta di mettere in pratica quella liberta’ sessuale che renda obsoleto il problema della legalizzazione dell’aborto da parte di un parlamento maschile.
Carla Lonzi va subito al cuore del problema con un interrogativo rivolto alle donne e con una risposta articolata che pone le premesse delle conclusioni originali e atipiche, in quel momento, rispetto alla generale richiesta di legalizzazione dell’aborto da parte del movimento femminista: "Le donne abortiscono perche’ restano incinte. Ma perche’ restano incinte? E’ perche’ risponde a una loro specifica necessita’ sessuale che effettuano i rapporti col partner in modo tale da sfidare il concepimento? La cultura patriarcale non si pone questa domanda poiche’ non ammette dubbi sulle leggi ’naturali’. Evita solo di chiedersi se in questo ambito cio’ che e’ ’naturale’ per l’uomo lo e’ altrettanto per la donna. (...) Ma noi sappiamo che quando una donna resta incinta, e non lo voleva, cio’ non e’ avvenuto perche’ lei si e’ espressa sessualmente, ma perche’ si e’ conformata all’atto e al modello sessuale sicuramente prediletti dal maschio patriarcale, anche se questo poteva significare per lei restare incinta e quindi dover ricorrere a una interruzione della gravidanza" (pp. 68-69). Le donne sono quindi costrette all’aborto perche’ sono costrette a una pratica sessuale, imposta dal sistema patriarcale come unica "naturale", che porta alla gravidanza.
E perche’ il sistema patriarcale ha imposto tale pratica sessuale? Questa e’ l’altra domanda chiave la cui risposta porta l’autrice alle tesi piu’ radicali sulla sessualita’. Secondo la Lonzi alla base della imposizione patriarcale della eterosessualita’ vaginale sta il piacere dell’uomo, ricercato e attuato alle spese di quello della donna, esclusa dal piacere in questa pratica: "Nel mondo patriarcale (...) l’uomo ha imposto il suo piacere. Il piacere imposto dall’uomo alla donna conduce alla procreazione ed e’ sulla base della procreazione che la cultura maschile ha segnato il confine tra sessualita’ naturale e sessualita’ innaturale, proibita o accessoria e preliminare. (...) Noi dobbiamo assolutamente intervenire con la coscienza che la natura ci ha dotate di un organo sessuale distinto dalla procreazione e che e’ sulla base di questo che noi troveremo la nostra autonomia dall’uomo come nostro signore e dispensatore delle volutta’ alla specie inferiorizzata, e svilupperemo una sessualita’ che parta dal nostro fisiologico centro del piacere, la clitoride" (p. 69).
Prima di passare, nel saggio successivo sulle due categorie di donna, alle tesi piu’ generali e radicali fondate sulla distinzione tra sessualita’ vaginale imposta e sessualita’ clitoridea libera, la Lonzi conclude le sue considerazioni su sistema patriarcale, sessualita’ vaginale, concepimento e aborto, evidenziando le conseguenze ultime, sulla donna, della sessualita’ "naturale" imposta dal piacere maschile: "Il concepimento dunque e’ frutto di una violenza della cultura sessuale maschile sulla donna, che viene poi responsabilizzata di una situazione che invece ha subito. Negandole la liberta’ di aborto l’uomo trasforma il suo sopruso in una colpa della donna. Concedendole tale liberta’ l’uomo la solleva della propria condanna attirandola in una nuova solidarieta’" (p. 70). Queste due ultime frasi indicano una profonda consapevolezza, da parte di una donna "liberata", della complessita’ del problema relativo al concepimento, alla gravidanza, all’aborto, e preannunciano la proposta di autonomia "radicale" della donna, e delle sue pratiche sessuali e di piacere, dal dominio patriarcale: dominio che non si limita a "provocare" gravidanze non volute dalla donna, ma giunge alla colpevolizzazione della donna e addirittura alla perpetuazione di quel dominio sia negandole sia concedendole la liberta’ di abortire. Sia il concepimento sia l’aborto, nel sistema patriarcale, appaiono "gestiti" dall’uomo: "Sotto questa luce la legalizzazione dell’aborto chiesta al maschio ha un aspetto sinistro poiche’ la legalizzazione dell’aborto e anche l’aborto libero serviranno a codificare le volutta’ della passivita’ come espressione del sesso femminile e a rafforzare cio’ che sottintendono e cioe’ il mito dell’atto genitale concluso dall’orgasmo dell’uomo nella vagina" (p. 71). E’ a questa situazione, perdurante da migliaia di anni, che la Lonzi si ribella a nome di tutte le donne schiavizzate dal sistema patriarcale; ed e’ a questa situazione che essa contrappone una possibile via d’uscita proprio a partire dalla sfera della sessualita’, affermando che la donna "gode di una sessualita’ esterna alla vagina, dunque tale da poter essere affermata senza rischiare il concepimento" (p. 70). La donna puo’ e deve mirare, per liberarsi dal dominio patriarcale che trova il suo fondamento nella sfera della sessualita’, a una civilta’ in cui si pratichi una libera sessualita’ polimorfa; una sessualita’ cioe’ non vincolata all’eterosessualita’ vaginale con finalita’ o conseguenze procreative, ma tale per cui "da luogo della violenza e della volutta’ [maschile] la vagina diventa, a discrezione, uno dei luoghi per i giochi sessuali. In tale civilta’ apparirebbe chiaro che i contraccettivi spettano a chi intendesse usufruire della sessualita’ di tipo procreativo, e che l’aborto non e’ una soluzione per la donna libera, ma per la donna colonizzata dal sistema patriarcale" (p. 75).
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Dalle premesse poste nel breve saggio su Sessualita’ femminile a aborto muove lo sviluppo organico del pensiero di Carla Lonzi realizzato nel piu’ noto saggio La donna clitoridea e la donna vaginale. In esso l’autrice perviene a conclusioni radicali, alla esaltazione di un libertarismo sessuale della donna, alquanto "inattuale" nel momento in cui venne proposto, ma in linea con alcune delle posizioni piu’ radicali e piu’ avanzate che a livello internazionale venivano proposte anche se non largamente condivise (9). Soltanto qualche anno dopo, con l’emergere pubblico del dibattito sull’omosessualita’ femminile e con la rivendicazione di questa quale vera pratica di liberazione dal sistema patriarcale, le tesi di Carla Lonzi avrebbero avuto una qualche eco (10). Il saggio della Lonzi si presenta anche con aspetti "didattici", nel senso che spiega in termini elementarissimi, con estrema chiarezza, la "meccanica" fisiologica della sessualita’ femminile, dei suoi organi, dei suoi modi e dei suoi diversi tipi di piacere e di orgasmo, utilizzando anche illustrazioni sui dettagli fisiologici e anatomici, per muovere verso un discorso teorico e di rivendicazione culturale e politica di estrema radicalita’.
Premesso che "il sesso femminile e’ la clitoride, il sesso maschile e’ il pene"; che "la vagina e’ la cavita’ del corpo femminile che accoglie lo sperma dell’uomo e lo inoltra nell’utero affinche’ avvenga la fecondazione dell’ovulo"; che "il momento in cui il pene dell’uomo emette lo sperma e’ il momento del suo orgasmo"; che "nell’uomo dunque il meccanismo del piacere e’ strettamente connesso al meccanismo della riproduzione"; la Lonzi individua e indica subito la "differenza" essenziale tra la sessualita’ maschile e quella femminile: "Nella donna meccanismo del piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti [cioe’ la clitoride e’ vicina ma non identica alla vagina], ma non coincidenti" (p. 77). Ma questa differenza e’ stata negata dalla pratica eterosessuale vaginale imposta dal sistema patriarcale, che ha negato autonomia e legittimita’ al piacere clitorideo, condannandolo come innaturale o come infantile (Freud) e in alcuni casi negandolo alla radice (la Lonzi aveva fatto riferimento, in pagine precedenti, alle pratiche di clitoridectomia in alcune aree del mondo islamico).
Ora, continua la Lonzi, "la donna si chiede: su quale base si e’ postulato che il piacere clitorideo esprime una personalita’ femminile infantile e immatura? Forse perche’ esso non risponde al modello sessuale procreativo. Ma il modello procreativo non e’ quello in cui si e’ cristallizzato il rapporto eterosessuale - anche quando il fine procreativo viene accuratamente evitato - secondo la netta preferenza del pene-egemone? Dunque il piacere clitorideo deve il suo discredito al fatto di non essere funzionale al modello genitale maschile" (p. 81). La donna e’ stata costretta, nel sistema patriarcale di ultramillenaria durata, ad accettare e a introiettare anche sul piano psichico il primato, anzi il carattere esclusivo, della eterosessualita’ vaginale, funzionale al piacere e al dominio maschili. La via della liberazione della donna passa per il rifiuto di questa eredita’ codificata da tutte le forme di ideologia e divenuta patrimonio psichico della stessa donna, passa per la "conquista" della sessualita’ clitoridea, unanimemente condannata e demonizzata nel sistema patriarcale: "Per godere pienamente dell’orgasmo clitorideo la donna deve trovare un’autonomia psichica dall’uomo. Questa autonomia psichica risulta cosi’ inconcepibile per la civilta’ maschile da essere interpretata come un rifiuto dell’uomo, come presupposto di una inclinazione verso le donne. Nel mondo patriarcale dunque le viene riservato in piu’ l’ostracismo che si ha per tutto cio’ che si sospetta un’apertura all’omosessualita’" (p. 83).
A questo punto Carla Lonzi puo’ proporre la contrapposizione che da’ il titolo al saggio e che costituisce l’alternativa di fronte alla quale le donne devono operare la loro scelta essenziale: per o contro il sistema patriarcale, per o contro la liberta’ della donna e la liberazione da quel sistema: "Dal punto di vista patriarcale la donna vaginale e’ considerata quella che manifesta una giusta sessualita’ mentre la clitoridea rappresenta l’immatura e la mascolinizzata, per la psicoanalisi freudiana addirittura la frigida. Invece il femminismo afferma che la vera valutazione di queste risposte al rapporto col sesso che opprime e’ la seguente: la donna vaginale e’ quella che, in cattivita’, e’ stata portata a una misura consenziente per il godimento del patriarca mentre la clitoridea e’ una che non ha accondisceso alle suggestioni emotive dell’integrazione con l’altro, che sono quelle che hanno presa sulla donna passiva, e si e’ espressa in una sessualita’ non coincidente col coito" (pp. 83-84).
Tutto il saggio ruota su questa contrapposizione, affrontata con l’analisi dei suoi aspetti fisiologici, psichici, sociali (l’istituzione matrimonio e la necessita’, per la donna liberata, di uscirne). Largo spazio e’ dedicato alla critica della psicoanalisi nelle versioni di Freud e di Reich. La Lonzi non accetta l’identificazione di donna clitoridea e di donna omosessuale. Il rifiuto dell’eterosessualita’ fondata e codificata sulla penetrazione vaginale non e’ il rifiuto dell’eterosessualita’. La Lonzi insiste anzi sul fatto che la vagina, per quanto sia organo erogeno "moderato", costituisce uno dei possibili luoghi di "giochi" erotici e sessuali con l’uomo. L’autrice non rifiuta il rapporto sessuale della donna con l’uomo, ma il carattere "passivo" di tale rapporto, per cui "per provare l’orgasmo durante il coito la donna deve avere dell’uomo un’idea che trascenda l’idea che essa ha di se stessa e convincersi di stare con un uomo all’altezza dell’alta idea che essa ha dell’uomo" (p. 108).
La Lonzi mira a una liberazione della donna che comporti non piu’ la passivita’ nel rapporto sessuale con l’uomo ma la liberta’ di iniziativa, la "rinegoziazione" del rapporto eterosessuale: "Nella seduta amorosa la donna non deve aspettare dall’uomo delle maldestre iniziative sulla clitoride che la disturbano, ma deve mostrare lei stessa quale e’ la carezza ritmica preferita che, ininterrotta, la porta al punto del godimento. Il rapporto con una donna che vuole il piacere clitorideo come piacere sessuale in proprio non presuppone una tecnica e gesti erotici inusitati, ma un diverso rapporto tra soggetti che riscoprono le loro fonti del piacere e i gesti ad esse convenienti. L’uomo deve sapere che la vagina e’, per la donna, una zona moderatamente esogena e adatta ai giochi sessuali, mentre la clitoride e’ l’organo centrale della sua eccitazione e del suo orgasmo" (p. 113).
Va da se’ che tutte le forme di erotismo e di autoerotismo devono essere a disposizione della donna liberatasi dal dominio patriarcale. Nello scritto precedente la Lonzi aveva indicato nella libera sessualita’ polimorfa l’orizzonte della nuova donna liberata. In questo piu’ organico saggio ripropone in forme piu’ riccamente sviluppate questo tema, esteso a tutti gli esseri umani, compresi i bambini (nel Manifesto di un anno prima aveva scritto: "Sono un diritto dei bambini e degli adolescenti la curiosita’ e i giochi sessuali", p. 16): "Il sesso e’ una funzione biologica essenziale dell’essere umano e vive di due momenti: uno personale e privato che e’ l’autoerotismo, uno di relazione che e’ lo scambio erotico con un partner" (p. 113). Anche l’autoerotismo e’ quindi una delle forme "essenziali" di quella funzione biologica che e’ il sesso, e anche in questa sfera la donna e’ stata "inferiorizzata" dal sistema patriarcale: "L’interdizione all’autoerotismo ha colpito duramente la donna poiche’ non solo l’ha privata o l’ha disturbata in questa realizzazione di se’, ma anche l’ha consegnata inesperta e colpevolizzata al mito dell’orgasmo vaginale che per lei e’ diventato ’il sesso’" (ivi).
Nella parte finale del saggio Carla Lonzi evita di presentare la donna clitoridea, liberata dal sistema patriarcale, come qualcosa di eccezionale, di eroico, da esaltare; anzi ritiene che la donna clitoridea debba essere la donna "normale" in una civilta’ nella quale sia stato sconfitto il sistema patriarcale senza per questo mirare a un idealizzato e utopico sistema matriarcale. Una donna normale di fronte a un uomo normale: entrambi esseri sessuati, ma con le loro "differenze" da valorizzare e non da mortificare al servizio dell’uno/a o dell’altro/a: "La donna clitoridea non ha da offrire all’uomo niente di essenziale, e non si aspetta niente di essenziale da lui. Non soffre della dualita’ e non vuole diventare uno. Non aspira al matriarcato che e’ una mitica epoca di donne vaginali glorificate. La donna non e’ la grande-madre, la vagina del mondo, ma la piccola clitoride per la sua liberazione. Essa chiede carezze, non eroismi; vuole dare carezze, non assoluzione e adorazione. La donna e’ un essere umano sessuato. (...) Non e’ piu’ l’eterosessualita’ a qualsiasi prezzo, ma l’eterosessualita’ se non ha prezzo" (p. 118). E quel che fa la differenza, nei due tipi di sessualita’ ed eterosessualita’, e’ la passivita’ o l’assenza di questa: "La passivita’ non e’ l’essenza della femminilita’, ma l’effetto di un’oppressione che la rende inoperante nel mondo. La donna clitoridea rappresenta il tramandarsi di una femminilita’ che non si riconosce nell’essenza passiva" (p. 134).
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Qui possiamo dar termine al nostro contributo, che voleva essere prevalentemente informativo e che per tale motivo ha abbondato in riferimenti testuali numerosi e talvolta lunghi. Il pensiero di Carla Lonzi e’ legato a un momento iniziale e radicale del femminismo, italiano e internazionale. Esso presenta forti momenti di originalita’ e tratta temi che negli anni successivi avrebbero avuto sviluppi teorici riccamente diversificati, sia in Italia sia fuori d’Italia. Non e’ un pensiero conosciuto o studiato nella filosofia fatta secondo il genere maschile. Non e’ questo, pero’, un limite di quel pensiero, ma di quella filosofia, che tarda ancora a prendere atto del fatto che il pensiero delle donne, dopo la Lonzi e grazie anche ad essa, ha raggiunto livelli di approfondimento e di ampiezza tematica, sia sul piano teorico sia su quello storiografico, che potrebbero portare nuova linfa ad una filosofia nel suo complesso vivacchiante da un po’ di anni senza dare segni di una qualche originalita’ (11).
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Note
9. La tematica relativa alla differenza tra pratiche sessuali centrate sulla vagina e quelle centrate sulla clitoride veniva proposta in un brevissimo scritto di Anne Koedt, circolato in forma di ciclostilato nel 1968 e pubblicato nel 1970 in una dimensione piu’ lunga, dal titolo The Myth of the Vaginal Orgasm. Lo si trova nelle pp. 64-66 del volume gia’ citato a cura di B. A. Crow, Radical Feminism, oltre che nelle pp. 333-343 del volume curato da M. Schneir, The Vintage Book of Feminism, Vintage, London 1994 (in questo volume lo scritto viene inquadrato nel dibattito aperto nel 1966 dal celebre libro inchiesta di W. H. Masters, V. E. Johnson, Human Sexual Response, nel quale per la prima volta si rendeva noto al grande pubblico che Freud e tutta la tradizione sessuologica avevano sbagliato nell’individuare la fonte del piacere e dell’orgasmo femminili nella vagina anziche’ nella clitoride, fonte di piacere, secondo Freud, soltanto per la bambina e l’adolescente, la cui sessualita’ avrebbe raggiunto la piena maturita’ soltanto con il piacere e l’orgasmo vaginali; Freud concludeva anche che la frigidita’ femminile dipendeva dal non voler abbandonare la fase clitoridea e dal rifiutare il rapporto con il maschio nella fase della penetrazione vaginale). Lo scritto di A. Koedt e’ rivolto principalmente a confutare le tesi di Freud, e in questo compito e’ stato molto efficace e fortunato in ambito femminista.
10. Su questo dibattito e sulla bibliografia relativa mi permetto di rinviare al gia’ citato vol. di F. Restaino, A. Cavarero, Le filosofie femministe.
11. Su questa sordita’ della filosofia "maschile" rispetto ai contributi teorici provenienti dalla filosofia "femminile" e femminista mi permetto di rinviare al mio articolo Femminismo e filosofia: contro, fuori o dentro?, in "Rivista di storia della filosofia", LVI, 2001, n. 3, pp. 455-472.
4. REPETITA IUVANT. ALCUNI RIFERIMENTI UTILI
Segnaliamo il sito della "Casa delle donne" di Milano: www.casadonnemilano.it
Segnaliamo il sito della "Casa internazionale delle donne" di Roma: www.casainternazionaledelledonne.org
Segnaliamo il sito delle "Donne in rete contro la violenza": www.direcontrolaviolenza.it
Segnaliamo il sito de "Il paese delle donne on line": www.womenews.net
Segnaliamo il sito della "Libreria delle donne di Milano": www.libreriadelledonne.it
Segnaliamo il sito della "Libera universita’ delle donne" di Milano: www.universitadelledonne.it
Segnaliamo il sito di "Noi donne": www.noidonne.org
Segnaliamo il sito di "Non una di meno": www.nonunadimeno.wordpress.com
5. REPETITA IUVANT. UNA CAMPAGNA PER LA DIFESA CIVILE NON ARMATA E NONVIOLENTA
E’ possibile firmare per la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare "Istituzione e modalita’ di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta".
Per tutte le informazioni e per aderire all’iniziativa: www.difesacivilenonviolenta.org
6. REPETITA IUVANT. LUISA MORGANTINI: PERCHE’ DONARE IL 5XMILLE A ASSOPACEPALESTINA
[Dal sito www.assopacepalestina.org riprendiamo e diffondiamo il seguente appello della presidente Luisa Morgantini]
Mie care e cari, e’ tempo di dichiarazione dei redditi e di scegliere a quale associazione dedicare il 5xmille.
Lo so, siamo in tante associazioni a chiedere di usufruire del 5xmille e forse molte anche piu’ meritevoli di AssopacePalestina. Eppure, vi chiedo di scegliere per il vostro 5xmille proprio AssopacePalestina.
Contribuirete:
al pagamento delle tasse universitarie per il diritto allo studio per le giovani e i giovani palestinesi della zona collinare di Masafer Yatta, a sud di Hebron;
al sostegno ai bambini alle bambine e alle donne, nei campi profughi New Askar e Balata a Nablus;
al sostegno ai centri antiviolenza e accoglienza per le donne e le bambine sopravvissute alla violenza, promosse dalla onlus Pangea a Gaza;
al sostegno al Jenin Creative Cultural Centre per aiutare i bambini, le donne e gli anziani del campo profughi di Jenin;
al sostegno all’Edward Said conservatory di Gaza e alla scuola di musica Al Kamandjati, nei campi profughi palestinesi di Qalandya, Al Amari, Jalazon in Palestina, e di Chatila e Bourj el Barajneh in Libano;
al sostegno all’Ospedale Al Awda di Gaza;
alla campagna per la liberazione di Marwan Barghouthi e dei prigionieri palestinesi;
a far conoscere la cultura palestinese: il teatro, la musica e il cinema;
a far conoscere, invitando in Italia palestinesi e israeliani, la realta’ dell’occupazione e della colonizzazione israeliana;
e molto, molto altro ancora.
La scelta dei nostri progetti non e’ casuale: operiamo in quei villaggi e situazioni dove e’ presente il coordinamento dei comitati popolari per la resistenza nonviolenta o per progetti che attraverso l’arte esprimono forme nuove di resistenza.
Ricordiamo a coloro che avessero fatto donazioni nel 2025, che gli importi donati possono essere detratti dalle tasse. Se lo comunicate via mail all’indirizzo assopacepalestina.donazioni@gmail.com vi invieremo il modulo di ricezione della donazione in modo da poterlo inserire nella vostra denuncia dei redditi.
Le nostre attivita’ e i progetti sono visibili nel nostro sito, sulle nostre pagine fb e sul nostro prfilo instagram. Grazie, un abbraccio. Luisa Morgantini
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Come devolvere il 5xmille a AssopacePalestina I modelli per la dichiarazione dei redditi Certificazione Unica (CU), 730 e Modello Redditi (ex Unico) contengono una sezione dedicata alla donazione del cinque per mille.
Per destinare il 5xmille ad AssopacePalestina è necessario:
1. firmare nel riquadro "Sostegno degli enti del terzo settore iscritti nel RUNTS..."
2. Indicare il codice fiscale: 920 662 30 605
Anche se non si presenta la dichiarazione dei redditi, si puo’ scegliere di destinare il cinque per mille dell’IRPEF, utilizzando l’apposita scheda allegata allo schema di Certificazione Unica(CU) o al Modello Redditi Persone Fisiche.
7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell’apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita’ mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti. Le fondamentali direttrici d’azione del movimento nonviolento sono:
1. l’opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l’oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell’ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un’altra delle forme di violenza dell’uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell’uccisione e della lesione fisica, dell’odio e della menzogna, dell’impedimento del dialogo e della liberta’ di informazione e di critica. Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l’esempio, l’educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 55 del 10 giugno 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e’ in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII) Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.com, crpviterbo@yahoo.it
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Enzo Decaro - voce recitante
Riccardo Cimino - pianoforte
Thierry Valentini - saxofono
Giardini del Torrione
Palazzo Baronale Orsini
Anguillara Sabazia (RM)
Ingresso libero
Prosegue il percorso di Atmosfere – Nel palazzo e nei giardini, la rassegna diretta da Mauro Di Domenico che fino al 26 luglio 2026 anima ogni sabato sera i suggestivi Giardini del Torrione di Anguillara Sabazia con un programma multidisciplinare capace di intrecciare musica, teatro, parola e sperimentazione artistica. Il terzo appuntamento della manifestazione vedrà protagonista sabato 13 giugno alle ore 21.00 uno degli artisti più amati dal pubblico italiano: Enzo Decaro, che presenterà una coinvolgente versione scenica de Il Gabbiano Jonathan Livingston, il celebre capolavoro di Richard Bach.
Accanto a lui saranno sul palco il pianista Riccardo Cimino e il sassofonista Thierry Valentini, chiamati a costruire un tessuto musicale e sonoro capace di amplificare la forza evocativa del racconto; uno spettacolo che supera i confini del semplice reading per trasformarsi in un vero e proprio viaggio emotivo, dove parola e musica si fondono in un’unica esperienza.
Pubblicato nel 1970 e divenuto un fenomeno editoriale internazionale, Il Gabbiano Jonathan Livingston continua a parlare a generazioni diverse grazie alla sua straordinaria capacità di affrontare temi universali. La storia del gabbiano Jonathan, che rifiuta di limitare il volo alla sola ricerca del cibo per inseguire invece la perfezione, la conoscenza e la libertà, diventa una potente metafora dell’esistenza umana. La sua scelta di allontanarsi dal conformismo dello stormo per seguire la propria vocazione rappresenta ancora oggi un invito a superare i limiti imposti dalle convenzioni e a ricercare la propria autenticità.
L’interpretazione di Enzo Decaro, intensa e al tempo stesso profondamente umana, restituisce tutta l’attualità del testo di Bach, trasformando il percorso del gabbiano in uno specchio nel quale ciascuno può riconoscere le proprie aspirazioni, le proprie paure e il desiderio di andare oltre ciò che appare possibile. Attraverso la dimensione musicale, la vicenda assume inoltre una forte valenza emotiva, accompagnando il pubblico verso quelle grandi domande esistenziali che il romanzo continua a suscitare: il significato della libertà, il rapporto con gli altri, il coraggio della differenza, la ricerca della propria natura più profonda.
Enzo Decaro, attore, autore, regista e sceneggiatore, ha attraversato oltre quarant’anni di spettacolo mantenendo intatta la capacità di emozionare e raccontare il presente. Fondatore dello storico trio La Smorfia insieme a Massimo Troisi e Lello Arena, Decaro ha costruito una carriera che spazia dal teatro al cinema, dalla televisione alla letteratura, fino ai progetti di divulgazione culturale e agli audiolibri che negli ultimi anni hanno conquistato migliaia di ascoltatori. Negli ultimi anni è tornato sul grande schermo con il film È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, mentre più recentemente ha proseguito il suo percorso artistico soprattutto in teatro, portando in tournée spettacoli come L’Avaro Immaginario – In viaggio verso Molière da Napoli a Parigi, da lui scritto, diretto e interpretato, e numerosi progetti dedicati alla rilettura dei grandi classici e della tradizione letteraria e filosofica.
L’ingresso è libero e gratuito.

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Il video si apre con una cartolina che solo questa terra può offrire: la pista assolata dell’aeroporto di Fontanarossa e il ruggito dei motori che ci stacca dal suolo. Ma l’attenzione viene subito rapita dal padrone incontrastato dell’orizzonte orientale: l’Etna. Da questa prospettiva privilegiata, il vulcano non è solo una sagoma imponente, ma una creatura viva e pulsante. L’occhio dello smartphone indugia su un dettaglio di cruda e sublime bellezza: la "bottoniera fumante". Questa spettacolare sequenza di crateri allineati come ferite aperte sul fianco della montagna lascia sfuggire candidi pennacchi di vapore. È il respiro profondo del vulcano, un promemoria visivo della forza primordiale che ribolle sotto l’apparente quiete dell’isola.
Man mano che si guadagna quota col vulcano sempre sullo sfondo, la Sicilia svela la sua anima più intima e antropizzata. Da lassù, le città e i paesi si trasformano in un ricamo di tetti color terracotta, strade che si intrecciano come vene pulsanti e piazze che sembrano minuscoli palcoscenici.
È commovente osservare come questi borghi si fondano in perfetta armonia con l’orografia complessa dell’isola, restituendo l’immagine di una terra dove la storia millenaria dell’uomo ha saputo adattarsi con rispetto e tenacia. Nel cuore del volo, il paesaggio subisce una metamorfosi inattesa e straniante.
Lontano dal verde dei campi e dal grigio dei centri abitati, la terra si squarcia per rivelare un ambiente dal fascino crudo: il deserto dei Calanchi del Cannizzola. La visuale aerea esalta la drammaticità di questo labirinto ipnotico di colline d’argilla, solcate da venature profonde e calanchi affilati che si rincorrono all’infinito. Sorvolare questa distesa dalle tinte ocra e cenere trasmette un senso di vertigine; è come scivolare sopra un paesaggio marziano, in un luogo dove la natura mostra il suo volto più aspro e scultoreo.
Mentre la prua punta verso il mare aperto, la prospettiva aerea ci regala un affaccio mozzafiato verso est, dove la Sicilia sembra quasi voler sfiorare il continente. Lì, avvolto in una luce che sa di mito e di leggende omeriche, si svela lo Stretto di Messina. Le correnti di Scilla e Cariddi danzano in quel braccio di mare dal blu abissale, un confine liquido di una bellezza straziante e selvaggia. E nell’osservare quell’orizzonte libero, sgombro da costrizioni d’acciaio e cemento, si fa largo un pensiero di puro sollievo: l’immagine di un paesaggio perfetto che, fortunatamente, speriamo, non verrà mai deturpato da quel ponte tanto discusso e che mai si farà. Un trionfo della natura inviolata, che lascia intatta l’anima millenaria e sacra di questo passaggio
Il viaggio verso nord culmina nel momento forse più poetico dell’intero filmato: l’impatto con il Mar Tirreno. Questo non avviene in un punto qualsiasi, ma in uno dei tratti di costa più intrisi di sacralità e mito. L’aereo sorvola il magnifico promontorio dominato dal Santuario della Madonna Nera di Tindari, che da lassù appare come un faro spirituale a guardia dell’infinito. Abbassando lo sguardo ai piedi della scogliera, si svela un miracolo di sabbia e maree: i suggestivi laghetti costieri (i celebri specchi d’acqua di Marinello, dalle forme morbidamente scolpite dalle correnti). L’acqua salmastra dei laghetti si intreccia con le lingue di sabbia bianca, creando un contrasto cromatico mozzafiato con il blu profondo e abbagliante del Mediterraneo che, finalmente, accoglie il nostro sguardo in un abbraccio di pace assoluta.
E proprio quando l’occhio si abbandona a quella distesa ininterrotta di blu, emergono all’orizzonte come schegge di roccia e fuoco le Isole Eolie. L’obiettivo ci regala una prospettiva aerea da brivido: falesie frastagliate, coste selvagge e vulcani emersi circondati dalla spuma bianca del mare. Vederle così, isolate eppure eternamente possenti, fende il respiro e riempie gli occhi di meraviglia pura.
Questo non è un semplice video di viaggio. È un documento emozionale, un battito d’ali che spazia dai crateri fumanti dell’Etna ai calanchi aridi, dai santuari a picco sul mare all’eleganza ruvida delle Eolie. Una vera e propria dichiarazione d’amore in movimento alla Sicilia, destinata a restare impressa per sempre nell’anima di chi guarda.
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Dall’8 giugno e fino al 23, a Ortigia (Siracusa) in via Roma 30 - da Spazio30 Ortigia - collettiva di Bertrand/ Lasagna/Mirabile

Una collettiva di pittura , che spazia dal figurativo all’astrazione, il titolo prende spunto da una citazione del libro di Francesco Antonio Lepore (la bestemmia del silenzio), a proposito di un libro di Milan Kundera (la vita è altrove) dove si parla di silenzio assordante ”solo il vero poeta sa che cosa sia l’immenso desiderio di non essere poeta, il desiderio di abbandonare la casa degli specchi, in cui regna un silenzio assordante”
In expo:
Bertrand / Lasagna / Mrabile
Spazio 30, Via Roma 30, Siracusa. Dall’8 Giugno 2012
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A Niscemi la Carovana antimafie e No MUOS
La Carovana contro tutte le mafie alza il tiro contro il dilagante processo di militarizzazione del Mezzogiorno. Lunedì 4 giugno, Niscemi ospiterà la tappa chiave siciliana dell’evento internazionale promosso da Arci, Libera e Avviso Pubblico con la collaborazione di Cgil, Cisl, Uil, Banca Etica, Ligue de L’Enseignement e Ucca. L’appuntamento è per le ore 17 per un giro di conoscenza della “Sughereta”, la riserva naturale in contrada Ulmo sono in corso i devastanti lavori di realizzazione di uno dei quattro terminali terrestri del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate Usa. Alle 18, proprio di fronte ai cantieri i quella che nelle logiche dei Signori di Morte darà l’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo, Comitati No MUOS, giornalisti, ricercatori ed esponenti del volontariato denunceranno in diretta streaming la rilevanza criminale e criminogena dello strumento militare. Poi, alle 20, tutti in piazza per un happening di parole, suoni e immagini per ribadire il No al MUOS e per un Mediterraneo di pace, con un legame ideale con la straordinaria stagione di manifestazioni, 30 anni fa, contro i missili nucleari Cruise di Comiso.
Saranno in tanti a giungere a Niscemi per testimoniare la centralità della lotta contro le disumanizzanti tecnologie di guerra che Usa e Nato puntano a installare in Sicilia (oltre al MUOS, gli aerei senza pilota Global Hawk e Predator). Da Paolo Beni (presidente nazionale Arci) ad Alessandro Cobianchi (responsabile nazionale Carovane antimafie), da Luigi Ciotti (presidente Libera) a Giovanni Di Martino (vicepresidente di Avviso Pubblico) e Antonio Riolo (segreteria regionale Cgil). E i giornalisti Nino Amadore, Oliviero Beha, Attilio Bolzoni e Riccardo Orioles con i musicisti Toti Poeta e Cisco dei Modena City Ramblers. Ma saranno soprattutto le ragazze e i ragazzi dei Comitati No MUOS sorti in Sicilia ad animare l’evento e raccontare la loro voglia di vivere liberi dall’orrore delle guerre e dalle micidiali microonde elettromagnetiche. “Il 4 giugno, così come è stato lo scorso 4 aprile a Comiso e il 19 maggio a Vittoria, ricorderemo attivamente il sacrificio di Pio la Torre e Rosario Di Salvo, vittime del connubio mafia-militarizzazione”, spiega Irene C. del Movimento No MUOS di Niscemi. “Dalla realizzazione della base nucleare di Comiso all’espansione dello scalo di Sigonella, l’infiltrazione nei lavori delle grandi organizzazioni criminali è stata una costante. Ciò sta avvenendo nella più totale impunità pure per i lavori di realizzazione del sistema satellitare di Niscemi”. Le basi in cemento armato su cui stanno per essere montate le maxiantenne del MUOS portano la firma della Calcestruzzi Piazza Srl, un’azienda locale che a fine 2011 è stata esclusa dall’albo dei fornitori di fiducia dell’amministrazione provinciale di Caltanissetta e del Comune di Niscemi. I provvedimenti sono stati decisi dopo che la Prefettura, il 7 novembre, aveva reso noto che a seguito delle verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia erano “emersi elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società”. Secondo quando evidenziato dal sen. Giuseppe Lumia (Pd), il titolare de facto, Vincenzo Piazza, apparirebbe infatti “fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”. Ciononostante, le forze armate italiane e statunitensi non hanno ritenuto di dover intervenire per revocare il subappalto alla Calcestruzzi Piazza. L’1 aprile 2012, i titolari dell’azienda hanno deciso di rispondere ai presunti “detrattori”. Con un colpo ad effetto, hanno annunciato la chiusura dell’azienda e il licenziamento degli otto dipendenti con contratto a tempo indeterminato. “Dobbiamo interrompere il rapporto di lavoro a causa dei gravi problemi economici che attraversa l’azienda per la mancanza di commesse”, ha spiegato uno dei titolari. I responsabili? “Alcuni giornalisti e i soliti professionisti antimafia che infangano il nostro buon nome”. Lunedì 7 maggio, mentre a Niscemi erano ancora aperte le urne per il rinnovo del consiglio comunale, uno dei Piazza ha minacciato in piazza di darsi fuoco con la benzina. Al centro delle invettive, sempre gli stessi cronisti “calunniatori” e gli “invidiosi” per la commessa militare.
Da quando No MUOS significa No Mafia, il clima in città è tornato a farsi pesante. E la Carovana assume il compito di portare solidarietà a tutti quei giovani che sognano ancora una Niscemi libera dalle basi di guerra e dalla criminalità.
Antonio Mazzeo
CG
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Catania: i film di Giugno all’Arena Argentina
http://www.cinestudio.eu/arena-argentina-programma-giugno/
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“Non si svolgerà la parata militare del 2 giugno Roma. La parata militare del 2 giugno, quest’anno, non si svolgerà. Lo ha comunicato il ministro della difesa Forlani, con una nota ufficiale. La decisione è stata presa a seguito della grave sciagura del Friuli e per far si che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.” 11 maggio 1976
Via: http://3nding.tumblr.com/
Vedi online: 3nding.tumblr.com
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Si è tenuta ieri mattina la conferenza stampa del circolo Città Futura PRC – FdS sulla questione della mancata restituzione agli utenti Sidra del canone « fognature e depurazione ». Maria Merlini, segretaria del circolo, ha brevemente ripreso le varie tappe della vicenda: questo canone – riscosso dalla Sidra dal 2006 al 2008, raddoppiando le bollette – è stato dichiarato illegittimo dalla sentenza n.335/2008 della Corte Costituzionale nel caso di abitazioni la cui rete fognaria non sia collegata ad un depuratore, cioè – per quanto riguarda Catania – per l’80% degli utenti. Già all’indomani della sentenza il circolo Città Futura, che fin dall’inizio aveva denunciato l’iniquità della riscossione di questo canone, si era subito attivato per permettere ai cittadini di chiedere alla Sidra il rimborso delle somme riscosse illegittimamente, consegnando moltissime richieste formali di rimborso agli uffici della società. Un provvedimento normativo del 2009 ha imposto la restituzione del canone entro il 2013, previa autorizzazione degli ATO. Ma nonostante l’ATO competente abbia deliberato già nel 2010 la restituzione del canone, quantificandone l’ammontare complessivo in quasi 2 milioni e mezzo di euro, la Sidra non ha ancora restituito nulla agli utenti, nascondendosi dietro un ipotetico conflitto di attribuzione tra l’ATO, la Sidra ed il Comune di Catania, che della Sidra è unico azionista. Per questa ragione il circolo Città Futura nei giorni scorsi ha incontrato il Prefetto di Catania, che ha dichiarato che si attiverà immediatamente contattando i tre soggetti interessati, affinchè venga fatta chiarezza sulla vicenda e vengano finalmente restituite ai cittadini le somme illegittimamente loro imposte. A conclusione della conferenza stampa, Luca Cangemi – del coordinamento nazionale della Federazione della Sinistra – ha denunciato come l’atteggiamento della Sidra sia ancor più inaccettabile in un contesto di grave crisi economica ed occupazionale, in cui la restituzione di queste somme indebitamente riscosse potrebbe dare un pur piccolo sollievo ai cittadini, già alle prese con l’aumento di altre tasse e servizi come la TARSU e l’IMU, annunciando che in mancanza di una rapida soluzione della vicenda il circolo Città Futura organizzerà un’azione legale degli utenti per pretendere dalla Sidra quanto dovuto.
http://circolocittafutura.blogspot.it/2012/05/sidra-la-vertenza-continua.html
Vedi online: http://circolocittafutura.blogspot....
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giovedì 31 maggio, dalle ore 19,30, al circolo città futura, via Gargano 37 Catania inaugurazione della mostra, a cura del collettivo LGBTQ IbrideVoci, ORGOGLIOSE R/ESISTENZE: 18 anni di movimento gay/lesbo/trans/queer a Catania videoproiezione "Orgogliosa Resistenza: volti e corpi del Pride", foto di Alberta Dionisi AperiCena... una serata di incontro e socialità con bar e buffet a volontà a prezzi anticrisi
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ATTACCO AL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO E DISTRUZIONE DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA
Seminario di approfondimento
martedì 29 maggio ore 19 via Gargano 37
Coordina:
Luca Cangemi (segretario circolo PRC Olga Benario)
Intervengono:
Giuliana Barbarino (collettivo Gatti Fisici);
Nunzio Famoso (già preside Facoltà di Lingue);
Felice Rappazzo (docente Università di Catania);
Chiara Rizzica (coordinamento precari della ricerca)
Circolo Olga Benario
Rifondazione Comunista – FdS
Via Gargano, 37 Catania
Fb: PRC Catania Olga Benario - circolo.olgabenario@libero.it
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la Feltrinelli Libri e Musica
Giovedi’ 24 Maggio
alle ore 18
presso il bistrot de la Feltrinelli Libri e Musica
di via Etnea 285 a Catania
PAOLO MONDANI
e
ARMANDO SORRENTINO
presentano
CHI HA UCCISO
PIO LA TORRE?
Omicidio di mafia o politico?
La verità sulla morte
del più importante dirigente comunista assassinato in Italia
CASTELVECCHI
intervengono
ADRIANA LAUDANI
e
PINELLA LEOCATA
inoltre ha assicurato la sua presenza
il Procuratore della Repubblica di Catania
GIOVANNI SALVI
Pio La Torre viene ucciso il 30 aprile 1982. Indagini farraginose e un lunghissimo processo indicheranno come movente dell’omicidio la proposta di legge sulla confisca dei patrimoni mafiosi, di cui era stato il più deciso sostenitore. Esecutore: Cosa Nostra. Un movente tranquillizzante. Un mandante rimasto nell’ombra. In realtà, con la morte di La Torre si compie un ciclo di grandi omicidi politici iniziati con l’uccisione, nel 1978, di Aldo Moro e proseguito, nel 1980, con la soppressione di Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicilia. Uomini che volevano un’Italia libera dal peso della mafia politica e dall’influenza delle superpotenze. Dalle carte dei servizi segreti risulta che La Torre viene pedinato fino a una settimana prima della morte. Nel 1976, la sua relazione di minoranza alla Commissione parlamentare Antimafia passerà alla storia come il primo atto di accusa contro la Dc di Lima, Gioia, Ciancimino e la mafia finanziaria. Nel 1980, in Parlamento non teme di “spiegare” l’omicidio Mattarella con il caso Sindona e con la riscoperta di una vocazione americana della mafia siciliana. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; a comprendere il peso della P2; a intuire la posta in gioco con l’installazione della base missilistica Usa a Comiso; a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio. Raccoglie e riceve documenti riservati, appunta tutto in una grande agenda: di questo non si troverà nulla. Nei mesi che precedono il suo assassinio, La Torre torna in Sicilia a guidare il Pci fuori dalle secche del consociativismo, nel tormentato tentativo di ridare smalto a un partito spento. Trent’anni dopo l’omicidio, l’esperienza complessa e straordinaria di La Torre spiega molto delle sorti attuali della sinistra e della democrazia nel nostro Paese. E, per la prima volta, si cerca di leggere in controluce un delitto colmo di episodi per troppo tempo tenuti all’oscuro.
Paolo Mondani è giornalista d’inchiesta. Nel 1997 ha collaborato agli Speciali di Raidue. Sempre per la Rai ha lavorato come inviato per Circus, Raggio Verde, Sciuscià, ed Emergenza Guerra. Nel 2003 è stato coautore di Report insieme a Milena Gabanelli. Nel 2006 è stato a fianco di Michele Santoro in AnnoZero. Dal 2007 è di nuovo firma di punta di Report su Raitre. Tra le suo pubblicazioni «Soldi di famiglia» (Rizzoli).
Armando Sorrentino è avvocato. E’ stato il legale della parte civile Pci-Pds nel processo per l’uccisione di Pio La Torre e di Rosario Salvo. Ha rappresentato la parte civile nei processi per la Strage di Capaci e nel «Borsellino ter». Inizia l’attività negli uffici legali della Cgil, a lungo militante e dirigente locale del Pci-Prs, oggi è impegnato nell’Anpi e con l’Associazione dei Giuristi Democratici.
Grazie e a ritrovarci
Sonia Patanìa
Sonia Patanìa
Responsabile Comunicazione e Eventi
La Feltrinelli Libri e Musica
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eventi.catania@lafeltrinelli.it
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Comunicato stampa
19 maggio 2012 – Italia Scuola Morvillo-Falcone
Un sabato mattina di primavera: attentato in istituto professionale di Brindisi - Una morta, un’altra in pericolo di vita, altre ferite e feriti.
Un tentativo di strage …
Una strage di giovani che andavano a imparare in un istituto professionale di tecnica, di moda.
Un istituto frequentato prevalentemente da giovani donne.
Altissimo è il valore simbolico della scelta del luogo, una scuola dove le giovani vanno ad apprendere conoscenze e costruire saperi per lavorare e costruirsi una vita libera e migliore. Significa tante cose la scelta del luogo, basta volerli vedere tutti questi significati, come li ha visti chi ha preparato l’attentato.
Qualunque sia la matrice, qualsiasi possa essere la valenza politica sia di attacco alle istituzioni, o terrorismo di vario stampo, una cosa è certa, che la conta delle morti violente di giovani donne subisce un aumento repentino nel panorama miserevole dei femminicidi quasi quotidiani in ogni parte d’Italia. Che la violenza spietata e disumana, singola o collettiva che sia, si manifesta ancora una volta.
Comunque la si voglia chiamare, questa è la cronaca della arretratezza di un paese che si annovera fra le potenze economiche mondiali, e che si ammanta di una democrazia di cui le donne non possono usufruire né in casa né fuori casa.
Quante sono le morti violente delle donne ogni anno? Nel 2012 in aumento progressivo e, nell’insieme, ogni anno centinaia, una strage che è solo la punta dell’iceberg della violenza maschile. Violenza a cui si aggiunge questa che crea lutto, dolore e terrore in tutto il paese. Paura che entra nelle coscienze perché abbatte uno degli ultimi luoghi, la scuola, considerati generalmente sicuri. Bisogna fermare questa violenza singola e collettiva.
Bisogna porre argine in ogni modo alla strage, prima, durante e dopo qualsiasi indagine o summit.
Non è più tempo di parole e di opinioni, è tempo di scelte, rimedi e di coscienza civile.
Un intero anno abbiamo passato con l’UDI, in tante e tante in tutta Italia con la Staffetta di donne contro la violenza sulle donne, da 25 novembre 2008 al 25 novembre 2009. Su, su dalla Sicilia alla Lombardia.
Fino all’ONU, a New York siamo andate. E ancora siamo qui a fare la conta delle morte e ferite, senza una legge, senza un allarme, senza prevenzione, senza contrasto, senza nessun tentativo di modificare seriamente la cultura della violenza individuandone le radici storiche e politiche.
In poche parole senza alcun intervento adeguato di chi ci rappresenta, amministra ed emana leggi.
Le nostre istituzioni dovrebbero condividere con noi il nostro perenne lutto, e devono riconoscere la nostra grande generosità di donne che sempre collaborano e sopportano nella speranza di una pace meritata. Devono riconoscere l’ingiustizia della condizione di terrore quotidiano in cui siamo costrette a vivere, e devono trovare sempre i colpevoli e garantire una pena certa, devono adoperarsi a promulgare leggi di contrasto e prevenzione alla violenza, di qualsiasi forma e tipo. Perché è un guadagno per tutte e tutti.
Quante volte ancora dovremo piangere vite di donne spezzate per capriccio o per esercizio arbitrario di un potere personale o collettivo, che in Italia purtroppo è ancora monopolio del genere maschile?
Il dolore per Melissa e le altre ragazze e ragazzi è indicibile e può essere espresso solo in parte con la condivisione del terribile dolore dei loro genitori, degli insegnanti e di tutti coloro che riconoscono il valore della vita umana.
UDI Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale Via dell’Arco di Parma 15 - 00186 Roma Tel 06 6865884 Fax 06 68807103 udinazionale@gmail.com www.udinazionale.org
“Io non compro Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa fino a quando tutte le operaie OMSA - Faenza non verranno riassunte”
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“L’Italia che non si vede” Rassegna di cinema del reale
Un mito antropologico televisivo, di Maria Helene Bertino, Dario Castelli e Alessandro Gagliardo Catania, mercoledì 9 maggio 2012, ore 21 ZO centro culture contemporanee
Martedì 22 maggio, alle ore 21, presso il centro culture contemporanee ZO, quinto e ultimo appuntamento con “L’Italia che non si vede”, rassegna nazionale di cinema del reale promossa a Catania dall’officina culturale South Media (circolo UCCA). In programma, per la sezione “Le immagini perdute”, “Un mito antropologico televisivo”, un film nato attraverso il lavoro e la ricerca di malastradafilm film, pensato, discusso e montato da Helene Bertino, Dario Castelli e Alessandro Gagliardo.
Presentato con successo all’ultima edizione del Torino Film Festival, nella sezione Italiana.doc, Menzione Speciale “Premio UCCA Venticittà”, Un mito antropologico televisivo è un film pretesto pensato per introdurre nel dibattito culturale l’idea di antropologia televisiva, intesa come chiave di lettura di un racconto popolare non ancora affrontato dalla storiografia, nonché strumento di ricostituzione di comunità attraverso la visione della televisione come soggetto di narrazione. In mezzo un patrimonio enorme custodito da centinaia di piccole emittenti che passo dopo passo gli autori stanno cercando di recuperare, conservare e pubblicare.
Attraverso l’uso di riprese video realizzate tra il 1992 e il 1994 (periodo chiave per la storia siciliana e italiana) e provenienti da una televisione locale della provincia di Catania il racconto televisivo penetra nella storia popolare di una nazione per comporre così il quadro delle sue difficoltà, descrivendone la sua natura più profonda. La telecamera coglie frammenti di quotidiano e li restituisce dopo anni ancora carichi della loro capacità di descrivere la nostra società, invitandoci a mettere in atto una lettura antropologica della narrazione televisiva.
Ufficio stampa: info@southmedia.it 349 1549450 www.southmedia.it
CG
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[1] Armando Borghi, Mezzo secolo di anarchia, Liber Liber edizione elettronica, 2015, pp. 400-401.
[2] Ibidem, pag. 402.
[3] Ibidem, pag. 403.
[4] Ibidem, pag. 404.
[5] Ibidem, pag. 404.
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