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Nel romanzo 1984 di George Orwell (pubblicato nel 1949), il tempo libero, senza scomparire, viene trasformato. Il sistema politico dell’Oceania, lo riorganizza come strumento di controllo sociale, dispositivo di disciplinamento emotivo e tecnologia di stabilizzazione del potere. L’analisi del tempo libero nel testo orwelliano fa comprendere come il totalitarismo agisca anche sulla distrazione, l’intrattenimento e la vita quotidiana.

Nel mondo di 1984, infatti, il tempo libero rappresenta uno dei luoghi principali dove il Partito esercita la propria influenza. Il romanzo mostra chiaramente che la stabilità del sistema accanto alla sorveglianza e alla violenza dipende dal saper gestire le emozioni collettive.
Winston Smith osserva più volte che la popolazione è costantemente immersa in attività organizzate: riunioni, manifestazioni, esercizi fisici obbligatori, celebrazioni pubbliche. Tutte queste pratiche occupano lo spazio che, nelle società pluraliste, sarebbe destinato alla scelta individuale. Il tempo libero diventa così tempo amministrato.
Uno degli elementi fondamentali del romanzo è l’assenza di spazi privati. I teleschermi (telescreens) funzionano simultaneamente come strumenti di propaganda e dispositivi di sorveglianza. Winston non può spegnerli, ma può solo abbassarne il volume. L’impossibilità di sottrarsi allo sguardo del potere elimina la dimensione essenziale del tempo libero moderno: la disponibilità autonoma del tempo personale.

In 1984, non esiste tempo libero senza controllo. Il Partito organizza sistematicamente le attività collettive apparentemente ludiche. Tra queste: la Ginnastica obbligatoria mattutina (Physical Jerks); le riunioni serali delle organizzazioni di Partito; le iniziative della Junior Anti-Sex League; le mobilitazioni durante la Settimana dell’Odio (Hate Week). Queste pratiche servono a produrre consenso emotivo. Il tempo libero diventa una forma di partecipazione rituale al potere.
Nel romanzo, il divertimento non ha niente di spontaneo, è programmato. Le masse non scelgono come trascorrere il tempo: ricevono contenuti predefiniti. Il Ministero della Verità produce romanzi popolari, canzoni, film, programmi di intrattenimento. Molti di questi prodotti sono generati automaticamente da macchine narrative (novel-writing machines), segno della standardizzazione culturale totale. L’intrattenimento non serve a sviluppare immaginazione o riflessione, ma a impedire entrambe. Il tempo libero diventa consumo passivo.
Una delle osservazioni più importanti di Winston riguarda i prole, cioè la maggioranza della popolazione dell’Oceania. A differenza dei membri del Partito, i prole sembrano possedere maggiore libertà nella gestione del tempo quotidiano. Frequentano pub, discutono di sport, partecipano a lotterie, ascoltano la musica popolare. Winston riflette esplicitamente: “If there was hope, it lay in the proles.” Tuttavia questa libertà è solo apparente. Il Partito mantiene i prole in uno stato di distrazione permanente attraverso la pornografia prodotta industrialmente, la musica commerciale e la lotteria di Stato. Quest’ultima occupa un ruolo centrale: Winston nota che i prole ne parlano continuamente, pur trattandosi di un sistema manipolato. Il tempo libero dei prole è dunque una libertà amministrata attraverso l’irrilevanza politica.
Un elemento ricorrente nel romanzo è il consumo di gin della Vittoria. Una bevanda scadente che accompagna molti momenti non lavorativi della giornata di Winston. Il gin una forma di anestesia emotiva. Serve ad attenuare l’ansia, a ridurre la memoria e rendere sopportabile la vita quotidiana. In questo senso, il tempo libero diventa tempo sedato.
Una delle intuizioni più profonde di Orwell riguarda il trasformare l’odio in attività ricreativa collettiva. I Due Minuti d’Odio sono un rituale quotidiano che combina emozione, spettacolo e disciplina. In questi momenti i cittadini gridano, insultano il nemico, partecipano a una forma di eccitazione controllata. Il tempo libero è orientato non al piacere, ma alla mobilitazione affettiva. L’odio sostituisce il gioco.

La relazione tra Winston e Julia rappresenta uno dei pochi spazi di autonomia temporale nel romanzo. I loro incontri costituiscono una sospensione momentanea del controllo del Partito. Julia afferma esplicitamente di partecipare alle organizzazioni ufficiali proprio per ottenere maggiore libertà personale. Questo indica che il tempo libero autentico sopravvive, ma solo in forma clandestina. La stanza sopra il negozio del signor Charrington diventa simbolo di questa possibilità. Ma è una libertà fragile e temporanea. Un episodio significativo riguarda la donna che canta nel cortile mentre stende il bucato. Winston osserva la sua voce come segno di vitalità non completamente colonizzata dal potere. La canzone non è rivoluzionaria, ma spontanea. Rappresenta una traccia di umanità non interamente controllata. Qui Orwell suggerisce che il tempo libero può sopravvivere come residuo antropologico anche nei sistemi totalitari.
Uno degli effetti principali del controllo del tempo libero è distruggere la memoria storica. Senza memoria non esiste confronto tra passato e presente: non esiste coscienza critica. Il Partito modifica continuamente il passato. Il tempo libero, invece di diventare spazio di riflessione, diventa spazio di consumo immediato. L’individuo perde la possibilità di pensare storicamente.
Nel mondo di 1984, il tempo libero svolge quattro funzioni politiche fondamentali: 1) occupare il tempo per impedire la riflessione; 2) produrre consenso emotivo; 3) canalizzare aggressività e frustrazione; 4) stabilizzare l’ordine sociale. Il controllo del tempo libero è così parte integrante della struttura totalitaria. Orwell, nel descrivere una dittatura immaginaria, analizza la possibilità che il potere moderno operi attraverso la repressione e la gestione dell’intrattenimento. Il romanzo mostra che una società può limitare la libertà, senza eliminare il tempo libero, ma riempiendolo. In questa prospettiva, 1984 è uno dei testi più lucidi sulla dimensione politica del tempo libero nella modernità avanzata.
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Sabato 18 aprile alle 17 al Porto (di fronte blu marina) conferenza stampa e saluto alle barche
Alle 18,30 manifestazione a sostegno della Global Sumud Flotilla, conclusione in piazza Stesicoro/Gaza entro le 21,30
La Global Sumud Flotilla passa nuovamente da Catania per la seconda missione internazionale! Nello scenario di guerra globale che avanza, il genocidio a Gaza non si è mai fermato.
Oggi più che mai è fondamentale mobilitarsi, non solo a sostegno della missione, ma anche per ribadire che non vogliamo più pagare le guerre che Stati e governi stanno facendo sulle teste del popolo palestinese e di tutto il mondo.
Mentre lo Stato italiano, da un lato, finge tatticamente di interrompere gli accordi con Israele, dall’ altro continua a reprimere il dissenso sulle politiche di guerra. Ma non rimarremo in silenzio!
Stop immediato a tutti gli accordi, basta complicità con guerre e genocidio!
Catanesi solidali con il popolo palestinese
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Le Voci del Territorio: Interventi e Proposte
La serata ha visto l’alternarsi di esperti, ex amministratori e cittadini, ognuno dei quali ha portato un tassello fondamentale per il programma amministrativo:
Maria Marino (Ex Dirigente Politiche Sociali): Ha posto l’accento sulla necessità di sbloccare i progetti legati ai beni confiscati alla mafia. In particolare, ha citato un progetto da oltre 2 milioni di euro per una casa di accoglienza per donne in difficoltà e minori, attualmente bloccato da intoppi burocratici che l’amministrazione deve risolvere con urgenza.
Maria Cunsolo (Ex Assessore): Ha riacceso i riflettori sul Piano Industriale dei Rifiuti, un progetto che permetterebbe di abbattere i costi della TARI portando la tariffa sotto il milione di euro grazie alla "tariffa puntuale" (chi meno inquina, meno paga), oltre a ribadire la difesa intransigente del territorio contro l’apertura di nuove discariche.
Cristina Stuto (Ex Assessore): Ha parlato di rigenerazione urbana, ricordando il progetto innovativo per l’ex scuola Marconi. Un’opera che non deve essere solo un restauro, ma un contenitore culturale polifunzionale capace di unire idealmente e fisicamente Lentini e Carlentini nel segno di Leontinoi.
Ciro Greco: Ha richiamato l’importanza della trasparenza e dell’ascolto. Ha denunciato la crisi idrica attuale, con cittadini senza acqua per giorni, sottolineando come la nuova amministrazione debba avere l’orgoglio e la capacità di gestire i finanziamenti europei per i servizi essenziali.
Intervento sulla Sanità e il Personale: È stata sollecitata l’urgenza di un piano occupazionale per il Comune, poiché senza personale la macchina amministrativa non può camminare. Sul fronte sanitario, è stata chiesta una vigilanza stretta sul progetto PNRR per l’ex Cassa Mutua in Piazza Aldo Moro, fondamentale per decongestionare l’ospedale.
Mondo della Scuola: Una docente è intervenuta denunciando lo stato di abbandono degli edifici (citando il caso della scuola Riccardo da Lentini) e chiedendo una manutenzione programmata che non costringa più le famiglie a spostamenti eroici per garantire il diritto allo studio dei figli.
Tutela degli Animali: Un toccante intervento ha ricordato come la civiltà di una città si misuri anche dal rispetto per gli animali, chiedendo risorse adeguate per la prevenzione del randagismo e la microchippatura, in sinergia con le associazioni di volontariato.
Una Visione Comune. Dall’economia del riuso alla creazione di una sede universitaria nel centro storico, le proposte emerse dipingono una Lentini che non vuole più essere "colonia" di altre realtà, ma protagonista del proprio sviluppo.
Pupillo ha concluso la serata ringraziando i tecnici e i cittadini che stanno contribuendo alla stesura finale del programma: "Mentre altri cercano candidati porta a porta, noi siamo cercati da persone che vogliono mettere la propria faccia per un progetto di dignità e orgoglio".

















video by Carmelo Greco
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Al Teatro Massimo Bellini ritorna la HJO Jazz Orchestra
Guest star di fama mondiale Fabrizio Bosso, tromba solista
Sul podio il fondatore e direttore Sebastiano Benvenuto Ramaci
Arrangiamenti Giuseppe Emmanuele
Musiche di Clifford Brown, Dizzy Gillespie, Hoagy Carmichael, Johnny Green, Sergio Endrigo,
Chick Corea, Miles Davis, Cole Porter, Neal Hefti, Giuseppe Emmanuele
CATANIA – Sulla scia di quanto avviene nei grandi templi della musica classica, dalla Scala al Metropolitan, dall’Opéra al Covent Garden, anche il Teatro Massimo Bellini guarda con sempre maggiore interesse al jazz e alla contaminazione con altri generi. E l’impatto può essere davvero straordinario, specie se a una formazione prestigiosa, come la HJO Jazz Orchestra diretta da Sebastiano Benvenuto Ramaci, si uniscono il suono e l’eleganza della tromba di Fabrizio Bosso, guest star di fama stellare.
Appuntamento domenica 19 aprile alle 17:30, per il turno A della concertistica e la stagione dei recital. Per gli appassionati un’elettrizzante performance arricchita da brani di Clifford Brown, Dizzy Gillespie, Hoagy Carmichael, Johnny Green, Sergio Endrigo, Chick Corea, Miles Davis, Cole Porter, Neal Hefti, Giuseppe Emmanuele, autore anche degli arrangiamenti. Tra i più autorevoli interpreti del jazz italiano ed europeo, Fabrizio Bosso è nato a Torino nel 1973 e ha iniziato giovanissimo lo studio della tromba, diplomandosi al Conservatorio “Giuseppe Verdi” della sua città.
Fin dagli esordi si è imposto all’attenzione internazionale vincendo, a soli 15 anni, il prestigioso concorso per giovani talenti del jazz a Umbria Jazz. Musicista dalla tecnica impeccabile e dal suono riconoscibile per lirismo ed energia, Bosso ha costruito una carriera costellata di importanti collaborazioni con artisti di primo piano della scena nazionale e internazionale, tra cui Stefano Di Battista, Paolo Fresu, Enrico Rava, Mario Biondi e Dee Dee Bridgewater.
Parallelamente ha sviluppato progetti originali e collaborazioni trasversali che spaziano dalla musica colta alla canzone d’autore, dimostrando una spiccata versatilità espressiva. La sua attività discografica, ampia e articolata, comprende numerosi album da leader e partecipazioni a incisioni di rilievo, con repertori che attraversano il jazz classico, l’hard bop, fino a riletture contemporanee e omaggi a grandi compositori. Presenza costante nei principali festival internazionali, Bosso è oggi considerato uno dei musicisti italiani più rappresentativi sulla scena globale, capace di coniugare rigore stilistico e forte comunicatività. La pluripremiata HJO Jazz Orchestra è composta da strumentisti provenienti da esperienze il cui repertorio, costantemente ampliato concerto dopo concerto, tocca partiture eterogenee – per stile, per genere e per epoca – coinvolgendo così fasce sempre più ampie di pubblico.
Sin dalla sua nascita, nel 2012, la HJO Jazz Orchestra propone una letteratura musicale resa famosa dalle più importanti Big band americane dagli anni ’30 fino ad oggi, da Glenn Miller a Duke Ellington, da Dizzy Gillespie a Count Basie, Tito Puente, Perez Prado, tra gli altri, spaziando dallo swing, al jazz, ai ritmi sudamericani, al funk, al pop, alle colonne sonore di cartoni animati, non tralasciando inoltre la rielaborazione di famose musiche soundtrack, con arrangiamenti creati appositamente per l’orchestra.
Dal 2016 la HJO Jazz Orchestra ha intrapreso nuovi progetti musicali, collaborando con diversi artisti di fama internazionale, siciliani e non, quali Dee Dee Bridgewater, Joyce Yuille, Rosalba Bentivoglio, Giovanni Hoffer, Anita Vitale, Giuseppe Emmanuele. Il programma del concerto al Bellini si sviluppa come un viaggio attraverso alcune delle stagioni più significative della storia del jazz e della canzone d’autore, mettendo in dialogo epoche, stili e sensibilità differenti. Dalle sonorità luminose e virtuosistiche dell’hard bop di Clifford Brown e Dizzy Gillespie si passa all’eleganza melodica della tradizione americana rappresentata da Hoagy Carmichael e Johnny Green, per approdare poi a un linguaggio più intimo e cantautorale con Sergio Endrigo. Il percorso si apre quindi alle raffinate contaminazioni e alle esplorazioni armoniche di Chick Corea, trovando un ideale punto di sintesi nella modernità espressiva di Miles Davis.
A completare questo mosaico sonoro intervengono l’eleganza senza tempo di Cole Porter e il gusto orchestrale di Neal Hefti. Un percorso che collega brani riletti e valorizzati dagli arrangiamenti originali di Giuseppe Emmanuele, che contribuiscono a dare unità e coerenza a un itinerario musicale ricco di contrasti e suggestioni.
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L’étranger - Lo straniero
di François Ozon
Francia, 2025
Con: Benjamin Voisin (Meursault), Rebecca Marder (Marie Cardona), Pierre Lottin (Raymond Sintès), Nicolas Vaude (il pubblico ministero), Jean-Charles Clichet (L’avvocato), Denis Lavant (Salamano), Swann Arlaud (il cappellano), Christophe Malavoy (il giudice), Mireille Perrier (Catherine Meursault)
Un bianco e nero splendido e lancinante si coniuga ai silenzi di un uomo riservato e taciturno che «non parla se non ha qualcosa da dire». Affermazione approvata dal presidente del tribunale chiamato a giudicarlo per aver ucciso un arabo nell’Algeri del 1938.
Mersault è un impiegato senza ambizioni; l’unico legame familiare è con la madre. Allorché gli arriva la notizia della morte della madre nella casa di riposo dove da tre anni viveva, il figlio non mostra particolari emozioni, neppure durante la veglia funebre e il funerale. Tornato ad Algeri, va al mare e poi al cinema con Marie. Trascorre la notte con lei. Vive. Vive al di là delle morte e del senso, che a Mersault giustamente non interessa cogliere o sentire per continuare a vivere, dato che l’esistenza è un accadimento senza ragione e senza scopo, il cui significato sta solo nel fatto d’esserci. Quest’uomo solitario ed estraneo a ogni evento viene giudicato e condannato non per aver ucciso un altro uomo a revolverate ma per non aver pianto al funerale della madre e per essere poi tornato a vivere; viene condannato per avere vissuto e per volere ancora rivivere «cette vie absurde que j’avais menée» (‘‘l’assurda esistenza che avevo condotto’’).
In questo modo sia il romanzo di Camus sia il film di Ozon mostrano con saggezza e con disprezzo come il canone sociale spinga a essere morti mentre siamo ancora vivi - è ciò che Mersault dichiara all’invadente cappellano che lo vuole redimere -, un canone che induce a essere corretti e obbedienti alle norme forse opportune ma certo sempre esteriori della morale comune. A essere convinti dell’assurdità del vivere non è Mersault ma sono i suoi accusatori: «tout le monde sait que la vie ne vaut pas la peine d’être vécue» (“tutti sanno che la vita non vale la pena d’essere vissuta”).
La versione cinematografica conserva questa estraneità alla sottomissione attraverso la recitazione immobile e passiva del protagonista; mediante l’evidente piccolezza degli altri personaggi; rimanendo sostanzialmente fedele al testo - tranne qualche inserto onirico nella parte finale del film - e soprattutto citando alcune delle affermazioni chiave del romanzo.
Tra queste, la consapevolezza che Mersault ha di ciò che ha fatto reagendo spaventato all’arabo che aveva estratto un coltello luccicante al sole. «C’est alors que tout a vacillé. Il m’a semblé que le ciel s’ouvrait sur toute son étendue pour laisser pleuvoir du feu. J’ai secoué la sueur et le soleil. J’ai compris que j’avais détruit l’équilibre du jour, le silence exceptionnel d’une plage où j’avais été heureux» (“È stato allora che tutto ha vacillato. Mi è sembrato che il cielo s’aprisse in tutta la sua estensione per lasciar piovere del fuoco. Ho scosso il sudore e il sole. Compresi che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, l’eccezionale silenzio di una spiaggia dove ero stato felice”). Al presidente del tribunale che gli chiede se ha qualcosa da dire dopo la feroce requisitoria con la quale il pubblico ministero ha chiesto la sua condanna a morte, Meursault risponde infatti che lui non aveva alcuna intenzione di uccidere l’arabo e che questo è accaduto «à cause du soleil», suscitando le risa indignate del pubblico che assiste al processo.
Un momento intenso è, come accennato, il dialogo con il cappellano, al quale Mersault risponde «qu’il me restait peu de temps. Je ne voulais pas le perdre avec Dieu» (“mi restava poco tempo. Non volevo perderlo con Dio”).
Al di là della disperazione, della morte e del nulla, al di là dunque dei modi nei quali l’esistenza è gettata nel mondo, il libro di Camus si consuma e si chiude con un grido di poesia, di rivolta, di tenerezza e di gioia, nel quale l’ultima parola - odio - disegna in modo geometrico che cosa la vita sia, che cosa la vita meriti. È uno dei finali più potenti che conosca:
Comme si cette grande colère m’avait purgé du mal, vidé d’espoir, devant cette nuite chargée de signes et d’étoiles, je m’ouvrais pour la première fois à la tendre indifférence du monde. De l’éprouver si pareil à moi, si fraternel enfin, j’ai senti que j’avais été heureux, et qui je l’étais encore. Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu’il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu’ils m’accueillent avec des cris de haine.
Come se questa grande ira mi avesse purificato dal male, svuotato di speranza, davanti a questa notte carica di segni e di stelle, per la prima volta mi aprivo alla tenera indifferenza del mondo. Percependolo così simile a me, così fraterno infine, sentivo che ero stato felice, e che ancora lo ero. Affinché tutto fosse compiuto, affinché mi sentissi meno solo, mi rimaneva da desiderare che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che essi mi accogliessero con delle grida di odio.
Questo è anche il primo finale del film. Al quale segue una scena a me poco comprensibile, che mostra la sorella dell’uomo ucciso mentre visita la tomba del fratello vicino al mare. Mi sembra che l’invenzione di questa scena contribuisca a rendere il film meno denso della narrazione, meno coraggioso.
Mettere in scena Camus, in particolare Lo straniero, non è facile e nel complesso Ozon è riuscito nell’impresa. In ogni caso il mio consiglio è di leggere il romanzo. Si verrà in contatto con una scrittura sobria, saggia, inesorabile.
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Qual è l’immaginario, e quale mondo viene proposto nei micro drama di TikTok? Per quel che ho visto io, vi sono quattro filoni: fantascienza, mitologico greco, magicismo orientale, romantico. Caratteristiche comuni: è un mondo di ricchi, in cui il denaro è la cosa che desiderano di più i vari protagonisti (se non ne hanno). Quel che fa una certa impressione sono i comportamenti individuali, il “galateo” che viene trasmesso. Vi si individuano dei “superiori” (addio alla cultura egualistarista illuministica occidentale) cui bisogna letteralmente inchinarsi - la cosa avviene anche fisicamente, su un esemplare giapponesismo concettuale. Lo scontro avviene anche su base fisica. Dare un poderoso schiaffone, o bullizzare una persona indifesa - accentuando la sottolineatura della violenza con l’aggressione da parte della gang - è ripetuto. Nel filone romantico gli “eroi” sono giovani apparentemente fessacchiotti (alla Renzo Tramaglino) che invece rivelano doti “nascoste”: sono dei ricconi, oppure hanno poteri soprannaturali. Oppure sono ragazzine, in genere povere ma la cui unica aspirazione sembra essere la ricchezza e sposare un multimiliardario.
Nel filone fantascientifico, dominano le imprese della razza umana, finalmente unita ma esperiente di violenza e guerra, che mostra la propria “superiorità” razziale sulle altre specie senzienti dell’universo grazie alla “doti” di: astuzia, capacità guerriere non convenzionali, capacità di vendetta paziente coltivata nel tempo lungo. L’antagonista può essere un esercito di astronavi invasori (tipo USA), oppure un Governo intergalattico (tipo ONU) cui si aderisce ma da cui si viene bistrattati. In un sottogenere c’è l’umano che riesce a avere un rapporto di amicizia con una ferocissima specie aliena, tra la costernazione di tutti gli altri, grazie al fatto che questa specie ferocissima è in realtà l’equivalente di un gatto o di un cane.
Dal punto di vista tecnico, due grossi filoni: quello tradizionale che vede la recitazione di attori in carne e ossa: anglosassoni o cino-giapponesi; e le animazioni elettroniche che utilizzano l’AI per dare corpo a manga animati. Su quest’ultimo ho visto diversi peplum o drama ambientati nel mondo mitologico all’incirca antico-greco (con molte contaminazioni extra-greche). Le storie sono semplici, primordiali. Più vicine al teatro napoletano: i personaggi sono semplici maschere, stereotipi. Si infarcisce con umorismo e situazioni “comiche” anch’esse basilari e farsesche.
Le piccole sequenze vengono concatenate a comporre questi micro-drama, su TikTok con la tipica visione dello schermo “in lungo”. Nessuna profondità di campo, azioni abbastanza compresse. Effetti scenici sempre ridotti all’osso, di immediata comprensibilità e stereotipati a livello di emoticon. Tutto funziona attraverso storie basiche, elementi ripetuti, ripetizioni stereotipate. Il tutto per comporre in breve tempo una valanga di queste piccole opere, addormentare lo spettatore con la ripetizione programmatica e preordinata, rassicurarlo, farlo regredire all’adolescenza, imbottirlo di comportamenti rudimentali, un lavaggio del cervello che prospetta un mondo in cui essere ricchi (unica cosa che conta) significa avere comportamenti volgari e vestire abiti alla barbie e da machos mafiosi, indossare gioielli pacchiani, avere auto di pessimissimo gusto. Un mondo trumpiano (qualche anno fa avremmo detto: berlusconiano).
Leggo su Il Post:
"Lo scorso mese Amazon e Google hanno annunciato degli investimenti nel campo dei “microdrama”, serie brevi pensate per essere viste in formato verticale dallo smartphone, i cui episodi possono durare anche un solo minuto. Questo genere di contenuti è nato in Cina, che ancora oggi rappresenta l’83 per cento del mercato globale, ma negli ultimi anni, grazie al successo di app specializzate come ReelShort, si è diffuso in tutto il mondo, attirando investimenti non solo dalle grandi aziende tecnologiche ma anche da alcuni produttori storici di Hollywood" [1].
E su un altro articolo, sempre su Il Post:
"Il genere ha sfornato nel giro di pochi anni migliaia di prodotti, ha fatto nascere centinaia di aziende produttrici: ReelShort, DramaBox, ShortTV, SerialPlus, FlexTV ecc_: soprattutto in Cina, ma anche in Giappone, India e Stati Uniti" [2].
Dalla loro questi prodotti hanno la facilità d’uso, all’interno di un media consolidato come TikTok e gli smartphone. La brevità: consentono di essere visti nella corsa di un viaggio in metro, dal parrucchiere o in una pausa della vita metropolitana o del lavoro. La loro bruttezza è funzionale, la semplicità permette di essere fruibile da un pubblico sempre più marginalizzato e spinto nelle sacche di povertà dal sistema dominante.
Siamo curiosi di vedere cosa potrebbe nascere da questo microgenere.
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Siamo scesi in piazza il 17 marzo in occasione del vertice diplomatico sull’IMEC, costituendo il Comitato della Trieste che ancora resiste ai diktat dei potenti.
Il piano che l’imperialismo ha in mente per Trieste è ormai chiaro: trasformarci nel porto strategico di NATO e Israele e integrarci sempre di più nella filiera della Terza Guerra Mondiale, attraverso la rotta IMEC.
Organizziamo la resistenza popolare contro i loro piani infami!
No alla trasformazione del porto di Trieste in nodo strategico per NATO e Israele.
No a coinvolgere sempre più Trieste nella filiera della Terza Guerra Mondiale, attraverso la rotta IMEC.
Sì a Trieste città di Pace e per la Pace tra i popoli.
Il 18 aprile, alle ore 11:30, in Via Giulia 74/a, presenteremo il programma d’azione del Comitato No IMEC. Non mancare!
Comitato No IMEC
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Nella giornata del 14 aprile, a Piancaldoli (comune di Firenzuola, FI), una pala eolica di circa 3,5 metri si è staccata da una turbina; un grosso frammento è stato rinvenuto sulla strada statale. L’incidente fortunatamente è avvenuto senza coinvolgere persone o mezzi, tuttavia, data la pericolosità delle componenti delle resine epossidiche delle pale (bisfenolo A e PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni” banditi dall’UE fatte salve le componenti tecnologiche), l’area dovrà essere bonificata. L’impianto – di vecchia generazione e proporzioni limitate – si trova nelle vicinanze di un sito interessato da un nuovo progetto di mega eolico (“Monte La Fine e Monte Pratolungo”), sul quale si è recentemente espressa contrariamente la Regione Toscana.
L’episodio riporta con forza all’attenzione dell’opinione pubblica l’inadeguatezza della normativa italiana sulle distanze di sicurezza degli aerogeneratori, dimostrando quanto da tempo l’associazione Amici della Terra e studi legali dotati di tecnici esperti vanno affermando a proposito della necessità di riparametrare i calcoli su gittata e distanze e di monitorare la corretta applicazione delle Linee Guida per l’autorizzazione degli impianti FER (D.M. 10-9-2010). Da tempo Amici della Terra denuncia la carenza dei parametri di autorizzazione degli impianti eolici vigente in Italia, avvertendo dei gravi rischi per la sicurezza e l’incolumità delle persone. Si consideri che l’Italia è il paese europeo con la più bassa distanza minima delle turbine dalle case (Italia 200 m / media europea 900 m).
L’incidente inoltre attesta un punto di vulnerabilità: il controllo periodico sugli aerogeneratori. Non ci è noto se la turbina fosse adeguatamente monitorata; sono molti i soggetti preposti – il titolare dell’impianto e diversi enti pubblici. In ogni caso, che si tratti di una falla nel sistema dei controlli, di un errore o di incuria umana, o che l’incidente sia avvenuto nonostante tutti i controlli fossero stati eseguiti correttamente, l’evento dimostra che la presenza di aerogeneratori in prossimità di aree frequentate costituisce sempre una minaccia per la sicurezza e la salute dell’ambiente e delle persone.
Se non verranno corretti i parametri e rispettate le Linee Guida, neanche la più evoluta tecnologia eolica potrà tutelare dai rischi a cui ci espongono le suddette eventualità. Anzi, anche qualora le nuove turbine risultassero tecnicamente più affidabili, l’aumento esponenziale delle dimensioni, con pale che raggiungono gli 80–100 metri rispetto ai 3,5 metri del caso in esame, comporta un incremento proporzionale del danno potenziale in caso di incidente. E anche se, statisticamente il rischio appare basso (ma i rapporti dei Vigili del fuoco correggerebbero l’impressione), il suo potenziale è comunque letale.
Un’ultima considerazione:
Per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione si accetta la proliferazione di impianti industriali pur in presenza di gravi fattori di rischio. Tuttavia, le stesse Amministrazioni che sostengono questa scelta, da anni conducono campagne di abbattimento di alberature –anche sane – per il timore che possano arrecare danni a persone o cose, privando la collettività dei loro fondamentali benefici ecosistemici.
Non è una contraddizione?
Coalizione Ambientale TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione
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La povertà energetica riguarda circa 5,3 milioni di italiani, pari a 2,4 milioni di famiglie. Si tratta di nuclei che faticano a sostenere le spese essenziali per l’energia elettrica e il riscaldamento, senza considerare i costi delle famiglie per l’acquisto dei carburanti per auto e moto. E’ quanto evidenzia un recente report dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha elaborato dati di Istat e OIPE (Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica). In generale, si parla di povertà energetica anche quando il peso della spesa per l’energia sul reddito familiare supera livelli considerati normali. Le situazioni più difficili si concentrano soprattutto nel Sud, in particolare in Puglia. Qui sono oltre 302.500 le famiglie in difficoltà, per un totale di quasi 700.000 persone: significa che 18 famiglie su 100 vivono questa condizione. Subito dopo troviamo la Calabria, con più di 143.400 famiglie coinvolte (oltre 318.000 persone) e il Molise, dove le famiglie in difficoltà sono 22.650 (quasi 49.000 individui). Anche in queste regioni il fenomeno riguarda una quota molto rilevante dei nuclei familiari residenti, rispettivamente il 17,4 e il 17 per cento. Le situazioni meno gravi, invece, interessano le Marche, il Friuli Venezia Giulia e il Lazio. “I dati, sottolinea la CGIA, si riferiscono al 2024. Tuttavia, alla luce dei recenti rincari dei prezzi dell’energia elettrica e gas registrati negli ultimi 40 giorni dopo lo scoppio del conflitto in Iran, è molto probabile che la situazione sia destinata a peggiorare, con un aumento generalizzato della povertà energetica in tutto il Paese. Un andamento che potrebbe essersi già consolidato nel 2025: rispetto all’anno precedente, infatti, i prezzi del gas e dell’energia elettrica sono cresciuti rispettivamente del 6,3 e del 6,7 per cento”. Per quanto riguarda il gas naturale, lo scorso mese di marzo il prezzo di borsa medio si è attestato a 53 euro/MWh, in aumento rispetto ai 38,7 del 2025 e ai 36,3 del 2024. Sempre a marzo, anche il costo dell’energia elettrica ha registrato una media di 143 euro/MWh, contro i 116,1 del 2025 e i 108,3 del 2024. I livelli record raggiunti nelle settimane scorse sono legati alla crisi in Medio Oriente e potrebbero crescere ulteriormente se il conflitto dovesse protrarsi per molti mesi, con gravi ripercussioni negative soprattutto sui bilanci delle famiglie economicamente più fragili.
Come si diceva, secondo l’OIPE, una famiglia si trova in condizione di povertà energetica quando non riesce ad accedere a servizi energetici essenziali – come riscaldamento, raffrescamento, illuminazione e uso degli elettrodomestici – a un costo sostenibile rispetto al proprio reddito. Si tratta di un fenomeno complesso che emerge dall’interazione tra vulnerabilità economica, qualità dell’abitazione e livelli dei prezzi energetici. Un primo caso tipico riguarda le famiglie che sostengono una spesa energetica eccessivamente elevata rispetto al reddito disponibile. Ad esempio, nuclei a basso reddito che vivono in abitazioni poco efficienti possono arrivare a destinare una quota molto alta delle proprie entrate al pagamento delle bollette. In questi casi, l’elevato fabbisogno energetico è spesso legato a edifici mal isolati o a impianti obsoleti. Un secondo esempio è rappresentato dal cosiddetto sotto-consumo energetico. Alcune famiglie, pur di contenere la spesa, rinunciano a servizi essenziali: limitano l’uso del riscaldamento in inverno o evitano il raffrescamento durante l’estate. Questo comportamento, definito anche “deprivazione nascosta”, indica una condizione di disagio non sempre visibile nei dati di spesa. Un ulteriore segnale di povertà energetica è la difficoltà nel pagamento delle bollette, con ritardi, accumulo di arretrati o rischio di distacco delle forniture. A ciò si aggiunge l’incapacità di mantenere condizioni abitative adeguate, come temperature confortevoli o ambienti salubri, spesso compromessi da problemi di umidità o muffa. Infine, alcune categorie risultano particolarmente vulnerabili, tra cui anziani soli, famiglie numerose e nuclei con redditi instabili. In sintesi, la povertà energetica non è solo una questione di reddito, ma il risultato di molteplici fattori che incidono sulla qualità della vita delle famiglie.
L’Ufficio studi della CGIA di Mestre nella sua elaborazione prende in considerazione anche le difficoltà di artigiani e commercianti, anch’essi costretti a sostenere costi proibitivi. “Tenere accese le luci, riscaldare un laboratorio in inverno o raffrescare un negozio in estate, sottolinea la CGIA, sono necessità quotidiane, non rinviabili. Spese che, con l’aumento dei prezzi energetici, incidono sempre di più sui margini già ridotti di queste attività. Il risultato è una pressione economica crescente che mette in difficoltà molte microimprese, costrette spesso a ridurre i consumi o a rinunciare a investimenti, pur di riuscire a sostenere costi ormai diventati molto pesanti.
L’articolo di Giovanni Caprio è stato diffuso da Pressenza. In allegato, il pdf con il documento CGIA di Mestre.
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DISCLAIMER: per questo articolo siamo debitori dell’ottima ricostruzione di Orsetta Innocenti pubblicata su “laletteraturaenoi”, che vi invitiamo a leggere per approfondire aspetti che qui non toccheremo.
In Italia, per il prossimo anno scolastico, 1 studente su 3 ha scelto un istituto tecnico. La scuola che frequenterà, però, non sarà uguale a quella che gli è stata presentata durante gli Open Day, perché a iscrizioni concluse è stato pubblicato un Decreto Ministeriale che la cambia completamente.
Come documentato nell’articolo citato in testa e in molti altri siti, la cifra caratteristica dell’ennesima riforma scolastica è il taglio delle ore: universale, relativo sia alle materie di base che a quelle d’indirizzo, esercitato con particolare gravità e ferocia contro le discipline scientifiche (non c’è bisogno di sottolineare quanto sia paradossale, per dei tecnici) e la geografia (sulla cui riduzione molto ci sarebbe da riflettere).
La riforma dei tecnici arriva poco dopo la trasformazione dei percorsi quadriennali da sperimentali a ordinamentali, con l’ovvio raddoppio degli iscritti conseguente all’aumento dell’offerta (frutto di enormi pressioni politiche sui dirigenti scolastici, che spesso hanno ignorato deliberazioni collegiali di segno opposto).
Entrambe le riforme hanno un minimo comune denominatore: tagliare, brutalmente, cancellare ogni residua possibilità di istruzione e formazione non immediatamente legata al lavoro, “fondere” istruzione tecnica e professionale in un unico canale, alternativo ai licei. Questo non è altro che un enorme avviamento professionale, funzionale a non trascurabili esigenze di disciplinamento sociale nonché ai bisogni del tessuto imprenditoriale nazionale che, essendo tradizionalmente allergico a ricerca e sviluppo, non ha interesse ad avere lavoratrici e lavoratori con una solida formazione di base ma con un bagaglio minimo di “competenze” immediatamente spendibili, soprattutto facilmente sostituibili all’occorrenza.
I toni trionfalistici del Ministro, specialmente sul 4+2, impediscono, però, di vedere che, in questo, il Governo non ha fatto altro che eseguire quanto previsto e stabilito da maggioranze di diverso segno politico, partendo dal governo Renzi, almeno, arrivando a Draghi, ma passando per i “politici” Letta e Conte. L’articolo di Innocenti fornisce tutti i riferimenti normativi e di cronaca a riprova di questa continuità nascosta, si va dai decreti attuativi de “La buona scuola” fino al PNRR di Conte e Draghi. Insomma: maggioranza e opposizione condividono nella sostanza le trasformazioni di fondo della scuola italiana (al netto di orientamenti ideologici che non sottovalutiamo – basti pensare alle nuove Indicazioni Nazionali – ma che non riducono la consonanza su altri piani).
Il tema, infatti, non è la volontà politica, o un’idea di scuola differente tra i due schieramenti (la sinistra parlamentare non elabora una riflessione compiuta sulla scuola da Berlinguer, il che è tutto dire); il nodo è la trasformazione compiuta della scuola in quella che l’opportuno testo curato da Mimmo Cangiano definisce “neoliberale”. La scuola, da sempre apparato di riproduzione ideologica e di rapporto sociale ad uso della classe dominante, è stata realmente sussunta all’interno dei meccanismi di progettazione, governance, competizione, valutazione che regolano l’universo mondo neoliberale. E questo non è accaduto solo in Italia: basta confrontarsi, ad esempio, con le imprescindibili letture di Laval o di Hirtt per realizzare come, in tutta Europa, la direzione intrapresa dai sistemi scolastici, le linee di tendenza e le realizzazioni concrete dell’istruzione professionale, le condizioni materiali di lavoro delle e dei docenti, l’affanno complessivo in cui vive quotidianamente la scuola sono comuni.
Sarebbe un errore, quindi, innanzitutto leggere le riforme in corso separatamente; in secondo luogo attribuirle in esclusiva a questo governo, e quindi sperare che un cambio di maggioranza cancelli le brutture che stiamo vivendo e ci riporti verso un futuro radioso di magnifiche sorti e progressive per la scuola. Non è mai successo: volendo attestarci alla falsa contrapposizione tra schieramenti, nemmeno dopo la mannaia che fu la riforma Gelmini la cd. sinistra parlamentare ha posto rimedio. Mai sono state recuperate le ore tagliate; mai è stato affrontato seriamente il problema del precariato; mai è stato deciso un percorso chiaro e stabile di accesso alla professione docente; mai ci sono stati interventi reali per aumentare gli stipendi, che, con l’ultimo contratto, hanno certificato la perdita di circa il 10% del potere d’acquisto.
Quello che serve davvero è una rottura radicale, innanzitutto col modello ideologico della scuola neoliberale, che ha sfondato anche a sinistra. Basti pensare a come ormai sia sdoganato il falso mito dell’oggettività delle prove INVALSI; all’idea, che ancora culla i sonni di molte e molti, che ci sia stata un’autonomia “buona” delle origini e dei desideri contro un’autonomia “cattiva” della realtà presente; all’assorbimento della convinzione che possa esistere un’alternanza scuola lavoro “giusta”, e che in generale sia giusto che la scuola “produca” diplomati maggiormente connessi al mercato del lavoro. Sono tutti esempi di idee che ormai fanno senso comune e che sono proprio il prodotto della trasformazione neoliberale che abbiamo visto arrivare, abbiamo vissuto, accompagnato, anche contrastato in questo o quell’aspetto, ma che ormai, a quasi quarant’anni dall’introduzione della famigerata autonomia scolastica – che può essere considerata una sorta di terminus post quem – si mostra in tutta la sua completezza, pervasività e pericolosità.
Una volta assunta questa consapevolezza, occorre resistere. Innanzitutto assumendo che è possibile e necessario: la scuola non è (ancora) un’azienda sul piano organizzativo, e gli spazi di libertà, di critica e di disobbedienza che le ed i docenti hanno ancora sono qualcosa di inimmaginabile altrove. Esistono solo sulla carta? Dipende da noi far prendere loro vita, e dipende dalle lotte che si sviluppano nella società e che investono anche la scuola. Ne è stato un esempio la mobilitazione sulla Palestina, che ha “liberato” energie e desideri sopiti tra le mura degli edifici scolastici. Possiamo dire NO e lo abbiamo fatto con milioni di italiane e italiani, specialmente giovani, a difesa della Costituzione di cui la scuola pubblica è uno dei pilastri. Possiamo farlo insieme a chi lo fa fuori dalla scuola, ma possiamo (ancora) farlo dentro, anche da soli, anche semplicemente rifiutando una visione della scuola e dell’insegnamento basata sulla performance, sulla competizione, sul risultato, sul matching con le esigenze del mercato. Possiamo e dobbiamo resistere a chi vuole trasformare l’istruzione, specialmente quella tecnica e professionale, in un “servizio” alle imprese. Possiamo e dobbiamo resistere a chi vuole, e sta, militarizzando le aule scolastiche. Abbiamo gli strumenti normativi, culturali, professionali, politici per farlo. Non lo farà qualcun altro al posto nostro. Nessuno verrà a salvarci se non lo facciamo noi.
Fonte: Potere al popolo.
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I. La guerra è già qui
L’aggressione militare all’Iran (e al Libano) da parte dell’asse statunitense-israeliano, lungi dal risolversi in uno scenario venezuelano – ossia con una capitolazione dei pasdaran e un rapido accordo a favore delle corporation del Big Oil statunitense – sta diventando una guerra di logoramento. Al centro di questo scontro ci sono ora i “choke points”, i colli di bottiglia del commercio mondiale: lo stretto di Hormuz che è la porta d’ingresso del Golfo Persico, e potenzialmente anche quello di Bab el-Mandeb, alle porte del Mar Rosso, nonché il controllo dell’infrastruttura di estrazione, raffinazione, stoccaggio e distribuzione di petrolio e gas del Golfo persico.
Abbiamo condannato senza esitazione questa guerra, nonché la complicità del Governo italiano, che consente agli USA l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, si rifiuta di condannare l’ennesima aggressione imperialista e il proseguio dell’occupazione di Gaza, della Cisgiordania e ora anche del Libano da parte di Israele. Condanniamo non solo per senso di umanità (mentre scriviamo, sono oltre 1800 i morti in Libano e oltre 3600 i morti in Iran) né solo perché l’imperialismo Usa e quello israeliano sono attualmente uno dei principali ostacoli alla pace in Medio Oriente e nel mondo, ma anche perché tra le vittime indirette di questa guerra ci siamo anche noi, le lavoratrici e i lavoratori italiani.
II. La dipendenza italiana
Considerata l’economia italiana nel suo complesso, l’Italia è un paese fortemente dipendente dalle importazioni di energia e in particolare dagli idrocarburi. Se guardiamo al mix energetico nazionale, nel 2023 il 41% del consumo energetico nazionale proveniva da petrolio e il 35% dal gas, da cui siamo sempre più dipendenti. Se consideriamo la produzione di elettricità, quasi il 50% dell’energia elettrica è stata prodotta bruciando gas. La guerra in Ucraina ha poi reso l’economia italiana, in seguito alle sanzioni e alla rinuncia al gas russo, molto più dipendente dal più costoso Gnl proveniente principalmente dagli Usa e dal Qatar. Per questo la guerra in Iran, con i danni agli impianti di distribuzione e liquefazione in Qatar e il blocco dello stretto di Hormuz, potrebbe impattare in maniera consistente sull’approvvigionamento di gas e, soprattutto, sta già avendo conseguenze importanti sui prezzi. Sebbene, infatti, considerando sia le riserve private, sia quelle pubbliche, l’Italia possegga scorte di gas pari a 44 giorni di consumo medio, il prezzo di vendita è già in rapido aumento. Il prezzo finale di vendita del petrolio e del gas non dipende infatti solo dai costi di estrazione, ma è il frutto delle fluttuazioni di borsa (degli indici petroliferi e del famigerato TTF di Amsterdam per il gas), cosicché ogni minima tensione nel Golfo Persico si traduce in un rincaro immediato in bolletta e alla pompa di benzina.
III. Non siamo tutti nella stessa barca
L’Italia dunque, con la sua dipendenza dal gas importato sia per i consumi diretti di famiglie e imprese, sia per la produzione di energia elettrica, è particolarmente esposta ai rincari dell’energia e si trova in una situazione di svantaggio. Tuttavia questo svantaggio non vale per tutti: negli stessi giorni in cui si annunciavano rincari dei prezzi in bolletta, benzina e diesel crescevano vertiginosamente, l’amministratore delegato di ENI Descalzi dichiarava: “per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati, prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario”. Ciò vuol dire che prezzi più alti si traducono immediatamente in più guadagni per alcune grandi imprese del settore energetico, non solo italiane, come ENI. D’altronde anche la guerra, se è un salasso per alcuni, è un’occasione di profitto gli azionisti di Leonardo e delle altre aziende produttrici di armi, nonché per la loro catena di subforniture. E d’altronde, se la BCE dovesse rialzare i tassi di interesse, a fronte di maggiori difficoltà di finanziamento di prestiti e mutui, a fare enormi profitti sarebbero gli azionisti dei gruppi bancari italiani. È una dinamica che abbiamo già visto in atto dopo la guerra in Ucraina: si stima che nel solo 2022, gli extraprofitti delle multinazionali dell’energia abbiano oltrepassato i 200 miliardi di euro, con le corporation USA a fare la parte del leone, seguite da quelle europee. Tra queste ultime, l’italiana ENI ha fatto 20,4 miliardi di extraprofitti. D’altra parte, i prezzi dell’energia in bolletta degli ultimi anni sono letteralmente raddoppiati, spalmandosi anche sui costi di produzione dei beni di consumo, cosicché secondo l’OCSE nel 2025 la media dei salari reali italiani era più bassa dell’8% rispetto al 2021. Un trasferimento netto di ricchezza dai salari di molti ai profitti di pochi.
IV. Chi sta tutelando il Governo italiano
Di fronte a questa situazione, il Governo Meloni ha reagito con il famigerato taglio delle accise introdotto il 18 marzo e prorogato fino al 1 maggio, per una spesa complessiva di poco meno di 1 miliardo di euro, ottenendo per ora scarsi risultati, essendo il prezzo del gasolio costantemente al di sopra dei 2 euro al litro. Le risorse per finanziare questa misura sono state ricavate attraverso tagli ai ministeri, tra cui 82 milioni di euro di tagli alla sanità pubblica. Ulteriori fondi provengono dai proventi della vendita degli Ets, che avrebbero dovuto essere reinvestiti nella tutela ambientale e in fondi rinnovabili. Il taglio delle accise però non interviene sulla quota del prezzo di vendita del diesel o della benzina che finisce in tasca alle aziende dell’energia, ma solo sulle tasse che vengono aggiunte a quel prezzo di vendita, e che contribuiscono a formare il prezzo finale alla pompa di benzina. Ciò vuol dire che intervenendo – temporaneamente e in maniera insufficiente – sulle accise, il Governo sta permettendo ai giganti dell’energia di mantenere i prezzi alti, determinando un trasferimento di ricchezza dal welfare dei lavoratori e delle lavoratrici alle loro tasche.
Un’altra misura annunciata è la riapertura delle centrali a carbone, che sarebbe un disastro per gli obiettivi di decarbonizzazione. E rimangono per ora inascoltate le richieste che il Ministro dell’economia Giorgetti – rappresentante della voce degli industriali nel Governo – intende portare al prossimo Consiglio Europeo: la possibilità di derogare al Patto di stabilità sottoscritto dal suo stesso Governo, sforando così il 3% del rapporto deficit/PIL, e una tassa europea sugli extraprofitti delle compagnie energetiche, proposte sulle quali la Commissione Europea ha già detto che darà parere negativo.
D’altronde che la classe dirigente italiana e in particolare questo governo siano particolarmente timidi e accondiscendenti con le richieste delle grandi multinazionali degli idrocarburi non è una novità: nella vicina Spagna l’energia prodotta da rinnovabili sfiora ormai il 60% dell’energia complessivamente prodotta in patria. Ciò vuol dire che sempre meno il prezzo finale pagato dagli utenti spagnoli dipende dal prezzo del gas, che è molto più alto rispetto al prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Il Governo Meloni, come e più dei Governi precedenti, si rivela sovranista solo a parole, ma è schiavo delle multinazionali degli idrocarburi nei fatti.
V. Quattro mosse per non pagare questa crisi
Di fronte all’aumento dei prezzi e delle bollette, l’opposizione del Campo Largo riesce solo a balbettare “fare come in Spagna”, ossia favorire investimenti del settore dell’energia rinnovabile. Si tratta ovviamente di misure condivisibili e necessarie, su cui però che il centrosinistra liberale ha già dimostrato, nei suoi 11 anni di Governo diretto del paese e nei quasi 6 anni di sostegno a governi tecnici, timidezza se non proprio mancanza di volontà politica. Noi di Potere al Popolo siamo coerentemente per la nazionalizzazione delle imprese dell’energia e dell’automotive, per investimenti pubblici nella transizione ecologica e nel trasporto pubblico e sostenibile finanziati da una billionaire tax sui grandi patrimoni. Si tratta di interventi necessari per costruire l’avvenire senza gravare sulle tasche di lavoratori e delle lavoratrici, ma che non forniscono le risposte di cui lavoratori e lavoratrici hanno bisogno ora, e non domani.
Di fronte alla morsa inflattiva e alla “patrimoniale al contrario” – ossia all’odioso trasferimento di risorse dalle tasche di chi sta in basso alle tasche di chi sta in alto – occorrono infatti interventi coraggiosi e immediati.
Prima mossa. Approvazione rapida della legge sul salario minimo. Non quello delle opposizioni, ma quello da noi proposto nel 2022, ossia un salario minimo agganciato all’inflazione, che permetta a milioni di lavoratori e lavoratrici povere di avere un ritorno immediato in busta paga e di reggere di fronte a misure inflattive.
Seconda mossa. Tetto al prezzo del carburante e dell’energia. Prezzo su cui stanno già speculando – dalle raffinerie e dagli hub di rigassificazione fino ai centri di distribuzione – le grandi multinazionali. Come nel 2020 – durante l’emergenza Covid – il Governo impose un calmiere al prezzo delle mascherine, così oggi dobbiamo lottare per imporre un tetto al prezzo del carburante.
Terza mossa. Per fermare la guerra, serve un segnale immediato: rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato genocida e di apartheid di Israele. Sanzioni commerciali, a partire dallo stop all’import-export di armi. Esclusione totale della possibilità per gli USA di utilizzare il suolo italiano, per qualsiasi tipo di operazione connessa con la guerra in Iran e in Libano. Senza mettere in discussione la Nato e la sottomissione all’imperialismo USA di cui è strumento, non potremo mai realmente opporci alla guerra e alle sue conseguenze.
Quarta mossa. Una tassa sugli extraprofitti, che garantisca allo Stato un extragettito in grado di finanziare misure contro il carovita – come la riduzione delle accise, ma anche la gratuità del trasporto pubblico urbano e il finanziamento di supermercati pubblici che distribuiscano beni di prima necessità a prezzo di costo –, senza gravare sulla sanità e sul welfare di lavoratrici e lavoratori.
Si tratta di misure che il Governo e il Parlamento potrebbero introdurre domani e che darebbero respiro a milioni di persone nel nostro paese, evitando un enorme trasferimento di ricchezza ai danni della maggioranza e il calo drastico dei salari reali a cui abbiamo già assistito con la Guerra in Ucraina nel 2022.
È evidente però che il Governo Meloni sta tutelando gli interessi di una minoranza, esattamente come il Governo Draghi durante la guerra in Ucraina. Non ci faremo prendere in giro una seconda volta: siamo pronte e pronti a mobilitarci per evitare che questa guerra criminale ci travolga tutte e tutti.
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Dov’era il NO faremo il SÌ! Comunicato del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo
L’11 e il 12 aprile si è tenuto il primo incontro del nuovo Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, eletto nelle settimane passate dalla base del movimento. Sono arrivati a Roma delegate e delegati da tutta Italia, da Trieste a Palermo, per confrontarsi e condividere esperienze, in una due giorni fitta di interventi, impreziosita dalla grande manifestazione di sabato in solidarietà con Cuba.
Nelle prossime righe troverete una sintesi dei tanti ragionamenti emersi, la programmazione del lavoro e i prossimi appuntamenti. Invitiamo a girare questo testo a tutte e tutti gli iscritti, ma anche a chi guarda a noi con simpatia, ai giovani che si sono mobilitati, a chi è in cerca di un’organizzazione seria, che possa cambiare davvero le cose. Come Coordinamento Nazionale sentiamo l’importanza di questa sfida, l’orgoglio di rappresentare una comunità in crescita, e promettiamo di impegnarci nei prossimi tre anni del nostro mandato per rendere Potere al Popolo uno strumento sempre più utile a questo scopo.
1. Iran, Palestina, Cuba… e troppi altri! L’offensiva di USA e Israele e la nostra risposta
Abbiamo scelto di aprire la due giorni con l’analisi della dimensione internazionale non solo perché quello che accade in paesi lontani forma ormai parte della nostra attualità, ma perché in questo momento determina direttamente anche la dimensione politica nazionale. Al punto che è quasi impossibile separarle: non si può essere radicali in politica interna, magari agitando qualche misura sociale, e poi non essere radicali nelle scelte di politica estera. È sempre stato vero – soprattutto in Italia, che dalla Seconda Guerra Mondiale è occupata da basi USA e NATO, che hanno costantemente influenzato la nostra vita politica – ma oggi è sotto gli occhi di tutti…
Ora, è chiaro che proprio gli USA hanno lanciato con Trump una sanguinaria controffensiva imperialista, che reagisce all’emergere di nuove potenze a livello mondiale, e mira a controllare, anche ricorrendo alla rapina, le nuove modalità dell’accumulazione capitalistica e le catene del valore. Impossibile dire se questa scommessa degli USA di Trump – che non è un “re impazzito” ma l’interprete di una necessità strutturale dell’imperialismo – otterrà il risultato. La situazione è complessa e aperta a diverse evoluzioni, e dobbiamo sempre rifuggire dalle semplificazioni, che siano quelle di chi vede solo i leader e non i gruppi sociali e gli interessi di cui sono espressione, o quelle di chi vede solo gli Stati come se fossero entità compatte, facendo così sparire le classi e la loro lotta come motore della storia. Come Potere al Popolo l’unico schieramento che possiamo concepire è dal lato delle classi popolari, che ogni volta pagano il prezzo di guerre che non hanno scatenato.
In ogni caso la situazione mondiale, pur essendo imprevedibile nel suo svolgimento tattico, è molto chiara nel suo disegno strategico. Se gli USA devono mantenere il loro predominio, se Israele vede l’opportunità storica di ridisegnare il Medio Oriente, estendendo il suo colonialismo non solo a tutta la Palestina ma anche a parte di Siria e Libano, se per fare questo sono disposti – come mai in passato – anche ad attaccare i propri “alleati” dell’Unione Europea, allora non c’è da attendersi a breve la fine di questa ostilità generalizzata. Aggressioni dirette, come in Sudamerica con Cuba e Venezuela, corsa agli armamenti, economia di guerra, pressione sui paesi NATO per adeguarsi ancor di più ai voleri dell’imperialismo yankee: tutto questo è entrato ormai nella nostra quotidianità, e solo la mobilitazione delle classi popolari, anche nel “ventre della Bestia”, può impedire il peggio.
Cosa possiamo fare noi? Innanzitutto rifiutare la passività e l’idea che non si possa far nulla. Questo autunno di mobilitazione ci ha insegnato la nostra potenza: dobbiamo trasformarla pienamente in atto. Come Potere al Popolo continueremo dunque a fare movimento, innanzitutto animando su tutti i territori in cui siamo la mobilitazione per la Palestina, appoggiando le nuove partenze della Flotilla, sostenendo la campagna nazionale a favore dei prigionieri palestinesi e rivendicando (a differenza di altre forze di sinistra che sono state pronte a dissociarsi), la nostra solidarietà ad Mohammad Hannoun e altri palestinesi ingiustamente repressi dalle nostre istituzioni, così solerti se si parla di Israele. Ma continueremo anche le campagne di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni, perché fanno male a Israele, che ha bisogno dei soldi, delle relazioni commerciali, del know-how di USA e Unione Europea per continuare il genocidio.
Per lo stesso motivo, intendiamo portare avanti la campagna per Cuba, e far capire che Cuba e Palestina sono due facce della stessa medaglia. Chi si è mobilitato per Gaza non può rimanere insensibile di fronte a 67 anni di embargo e all’ultimo strangolamento messo in atto dagli USA di Trump. Dopo essere stati di persona a L’Avana con le brigate internazionali, porteremo avanti la campagna “Let Cuba Breath!”, con la raccolta di medicinali, pannelli solari e materiali essenziali per garantire ai cubani la sopravvivenza e, in prospettiva, l’indipendenza energetica. Noi non dimentichiamo di essere debitori verso Cuba, non solo verso i suoi medici che durante e dopo il Covid hanno fatto fronte alle esigenze del nostro carente servizio nazionale, ma verso quest’esempio di dignità, di creatività popolare, di contropotere all’ordine globale.
Mentre portiamo avanti queste compagne, dobbiamo però tenerci pronti a una nuova escalation militare contro l’Iran, vista la sospensione delle trattative e le continue minacce di USA e Israele, e dunque a una necessaria mobilitazione, quanto più larga possibile, per fermare questa guerra e soprattutto impedire che l’Italia diventi sempre di più il retroterra logistico delle operazioni militari.
2. Le ricadute sull’Italia e la fragilità del Governo
Per fermare la guerra dobbiamo opporci con decisione al Governo Meloni, uno dei migliori alleati di Trump in Europa. Da questo punto di vista ci sono dei segnali interessanti. Il Governo Meloni è infatti molto più debole di come è stato spesso rappresentato. Non solo Meloni è debole come consenso sociale – nel 2022 vinse le elezioni con i voti assoluti più bassi di sempre nel blocco di centrodestra – ma è debole soprattutto perché non ha un progetto che non sia barcamenarsi. Il suo potere si fonda su un blocco sociale reazionario che non ha un’idea di paese, una proposta di modernizzazione, che è destinato a frammentarsi ancora di più di fronte a contraddizioni epocali.
È un Governo di incapaci messo in crisi da scandali e corruzioni. E dall’esito del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Un esito spettacolare e imprevisto nella sua portata. A questo proposito il coordinamento giudica molto positivo il ruolo che abbiamo giocato come PaP insieme alle altre forze che hanno animato il “Comitato per il No sociale”. La manifestazione a Roma del 14 marzo, la sua radicalità, hanno spinto molti a interrogarsi, a parlare del tema. Abbiamo dato il nostro piccolo contributo per dimostrare che si può vincere, che non è vero che le politiche autoritarie sono imbattibili.
Ma il Governo Meloni è reso ancora più fragile dalla guerra scatenata dal suo padrone Trump, che non piace nemmeno a molti elettori di destra, che vedono peraltro le forze dell’esercito italiano, presenti in Libano sotto le insegne ONU, costantemente attaccate e umiliate da Israele, senza che l’ex “sovranista” Meloni prenda una posizione o abbia un sussulto di dignità “patriottica”. Come Potere al Popolo intendiamo battere sulle sue contraddizioni. Come intendiamo sottolineare che il rifiuto del Governo Meloni verso la “transizione ecologica”, che ora ci permetterebbe di avere maggiore indipendenza energetica, è tra i fattori responsabili dell’aumento dei prezzi. Un aumento di benzina, merci, bollette, che pesa e peserà sulle tasche dei cittadini comuni. Il nostro compito è spiegare che questo aumento non è un “evento naturale”, ma il frutto di precise scelte economiche e politiche. E che si può contrastare con misure di rottura in campo economico e politico, come abbiamo già spiegato.
Al momento il Governo sa rispondere all’insoddisfazione crescente solo con la repressione, con un aumento di multe e denunce contro chi si è mobilitato in autunno, o indurendo la situazione nelle carceri – situazione che come Potere al Popolo non smettiamo di rilevare e che ha tutta la nostra attenzione e impegno. Ma ben presto queste risposte non basteranno e ci saranno nuove ondate di malcontento popolare.
Il punto, però, è che non si tratta di contrastare solo Meloni, ma le politiche di cui è espressione. Invece lo scenario verso le elezioni del 2027 sta prendendo la forma di uno scontro tra Meloni e gli anti-Meloni. Una rappresentazione in cui spariscono i temi reali, in cui, come all’epoca di Berlusconi, spariscono l’alto e il basso, e tutto viene piegato a questa falsa opposizione utile sia alla destra, che può mobilitare i suoi contro i “comunisti”, e al centrosinistra, che può giustificare l’ingiustificabile e mettere di lato le sue mille contraddizioni, perché c’è da combattere i “fascisti”.
Noi invece, avendo già visto tutto questo film 20 anni fa, proponiamo una visione completamente diversa. Per noi bisogna trasformare l’ondata di NO al Governo Meloni in un SÌ a una reale alternativa, fatta di aumento dei salari, di lavoro a tempo indeterminato, di possibilità di pagare un affitto o comprare una casa per vivere, un sì alla sanità, alla scuola, alla ricerca pubbliche, ad asili nido e servizi per infanzia, a una pubblica amministrazione che funzioni, a una tassazione sui patrimoni milionari e sulle multinazionali. Un sì a città vivibili e al trasporto pubblico, un sì alla cura del paesaggio e all’ecologia, un sì a una diversa collocazione internazionale dell’Italia, perché oggi una diversa politica economica sociale richiede anche una diversa alleanza militare o politica.
Conosciamo la potenza dei media, che sono in grado di nascondere questi temi e convincere anche molti di noi a votare per i nostri oppressori, così come il fatto che molte realtà di sinistra abbiano deciso – in contraddizione con quello che hanno sempre sostenuto – di saltare con il centrosinistra a fianco di Renzi o altri nostri nemici. Ci basta vedere cosa fanno molte amministrazioni cittadine e regionali a guida PD-5 Stelle in termini di speculazione ambientale (pensiamo a Napoli con Bagnoli), in termini di “zone rosse” e politiche securitarie nelle città, di appoggio alla sanità privata e a imprenditori e palazzinari per capire che il problema non è solo il nome del leader dell’opposizione. Si può battere Meloni, come si è battuto in passato Berlusconi, ma poi, come abbiamo già visto, mettere su dei Governi che nella sostanza ne continuano le politiche, precarizzando, privatizzando, partecipando alle guerre, andando contro i migranti, sostenendo contratti da fame…
Sappiamo che la nostra posizione è difficile da sostenere, e che non porta voti. Ma Potere al Popolo è nato per introdurre nella politica italiana quello che la politica normalmente cancella. Siamo nati per funzionare da stimolo, per aprire dibattiti, per far sentire la voce di chi da questo giochino è tagliato fuori e spesso non va a votare. Pensiamo che sia essenziale che la Generazione Gaza che si è mobilitata in questi mesi, non venga risucchiata da un lato verso l’opportunismo e le compatibilità con il sistema, da un lato verso la dispersione o la chiusura in piccoli circuiti.
Pensiamo che si debba avere il coraggio di osare. In questo paese non ci sono astratte alleanze elettoralistiche da fare ma mentalità e rapporti di forza da cambiare. Già il 25 ottobre, dopo le grandi giornate di solidarietà con la Palestina, abbiamo chiamato a raccolta tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa indipendente per le classi popolari di questo paese. Ora, nel contesto post-referendum, vogliamo lanciare un nuovo momento di incontro nazionale di tutte queste forze indipendenti per il mese di giugno.
A differenza di altri che si presentano in un modo radicale ma intanto stringono già accordi per le candidature con il centrosinistra, noi dichiariamo apertamente quello che vogliamo fare. Dopo aver costruito un blocco politico e sociale insieme al sindacato conflittuale, alle organizzazioni giovanili e studentesche, a tanti comitati sociali, vogliamo costruire alle elezioni del 2027 una rappresentanza autonoma di tutti quelli che non sono inclusi nella politica di oggi, e che non vogliono farsi strumentalizzare. Siamo sicuri che anche la nostra semplice presenza alle elezioni possa servire a spostare l’asse del discorso pubblico, a stanare contraddizioni in chi pretende governare, a costruire uno spazio di lotta per chi il giorno dopo le elezioni vedrà un nuovo Governo continuare ad attaccarci.
Anche per questo ci stiamo da subito preparando al primo grosso sbarramento da affrontare che sono la quantità delle firme da raccogliere, organizzando sin da ora la raccolta circoscrizione per circoscrizione. Su questo, chiunque ci voglia dare una mano, ci contatti da subito!
Nel frattempo però non intendiamo abbandonare il terreno di scontro sociale. Lo stesso carovita e l’aumento delle bollette e dell’inflazione non ce lo consente. Per questo sabato 23 maggio rispondiamo presente alla chiamata dell’USB che sta costruendo una manifestazione nazionale a Roma, portando in piazza tutte le categorie sociali, tra cui operai di fabbrica, portuali e i settori della logistica, che un ruolo così importante hanno avuto nella mobilitazione contro la guerra e per la Palestina.
3. C’è bisogno di una spinta organizzativa!
La risposta organizzata alle sfide presenti passa necessariamente per il rafforzamento militante e l’allargamento del nostro progetto alle tante persone che incrociamo nelle mobilitazioni e nelle lotte, e che come noi osano immaginare un futuro diverso. Ecco i passaggi che il Coordinamento Nazionale ha immaginato:
Per intrecciare nuovi percorsi collettivi, Potere al Popolo lancia sua la campagna di tesseramento 2026 a partire dal 25 aprile, data simbolo di una liberazione collettiva. La resistenza alle barbarie del presente, all’aggressività dell’imperialismo, a un modello sociale in cui i potenti alimentano le disuguaglianze preparando il terreno alle nuove destre che soffiano sul fuoco della guerra tra gli ultimi, sono le ragioni che ci richiamano alla responsabilità di confermare i legami organizzativi già instaurati in questi anni, che meritano una cura costante. Dobbiamo costruire nuove strade condivise di fronte al moto di indignazione, malcontento e speranza che dopo tanto tempo sta tornando a farsi sentire nelle nostre città. Sarà possibile aderire online sul sito di Potere al Popolo, anche con lo strumento del “rinnovo automatico annuale” già avviato l’anno scorso, così come sarà possibile aderire tramite compilazione di modulistica cartacea nelle nostre Case del Popolo e nelle nostre sedi, per coloro che sono maggiormente in difficoltà con le tecnologie digitali.
All’insegna del consolidamento della nostra organizzazione e della nostra comunità, siamo già al lavoro per preparare la nuova edizione del PaP Camp, dal 26 al 30 agosto presso il Camping La Giara di Paestum (SA), come ormai tradizione. Incontri di formazione, dibattiti, approfondimenti, senza dimenticare l’importanza dei momenti di socialità, per serrare le fila e oliare gli ingranaggi. Un appuntamento fondamentale per ripartire alla carica in vista di un autunno che, dopo i mesi difficili che già si stanno prospettando davanti al Paese, ci vedrà alle prese con uno scenario internazionale instabile, una finanziaria che già si preannuncia di guerra, e un clima elettorale ormai conclamato.
Proprio per prepararci al meglio nello scontro della fase elettorale, all’inizio dell’autunno terremo poi l’assemblea nazionale annuale di tutte le iscritte e di tutti gli iscritti di PaP. Discuteremo il documento politico nazionale e presenteremo il programma con cui, assieme alle forze indipendenti con cui ci stiamo confrontando, vogliamo sfidare l’asfissiante cappa del bipolarismo, tanto alle elezioni nazionali tanto in vista delle elezioni amministrative che si terranno nei Comuni delle più grandi città metropolitane italiane.
Al lavoro e alla lotta, dunque!
Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo
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Dall’8 giugno e fino al 23, a Ortigia (Siracusa) in via Roma 30 - da Spazio30 Ortigia - collettiva di Bertrand/ Lasagna/Mirabile

Una collettiva di pittura , che spazia dal figurativo all’astrazione, il titolo prende spunto da una citazione del libro di Francesco Antonio Lepore (la bestemmia del silenzio), a proposito di un libro di Milan Kundera (la vita è altrove) dove si parla di silenzio assordante ”solo il vero poeta sa che cosa sia l’immenso desiderio di non essere poeta, il desiderio di abbandonare la casa degli specchi, in cui regna un silenzio assordante”
In expo:
Bertrand / Lasagna / Mrabile
Spazio 30, Via Roma 30, Siracusa. Dall’8 Giugno 2012
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A Niscemi la Carovana antimafie e No MUOS
La Carovana contro tutte le mafie alza il tiro contro il dilagante processo di militarizzazione del Mezzogiorno. Lunedì 4 giugno, Niscemi ospiterà la tappa chiave siciliana dell’evento internazionale promosso da Arci, Libera e Avviso Pubblico con la collaborazione di Cgil, Cisl, Uil, Banca Etica, Ligue de L’Enseignement e Ucca. L’appuntamento è per le ore 17 per un giro di conoscenza della “Sughereta”, la riserva naturale in contrada Ulmo sono in corso i devastanti lavori di realizzazione di uno dei quattro terminali terrestri del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate Usa. Alle 18, proprio di fronte ai cantieri i quella che nelle logiche dei Signori di Morte darà l’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo, Comitati No MUOS, giornalisti, ricercatori ed esponenti del volontariato denunceranno in diretta streaming la rilevanza criminale e criminogena dello strumento militare. Poi, alle 20, tutti in piazza per un happening di parole, suoni e immagini per ribadire il No al MUOS e per un Mediterraneo di pace, con un legame ideale con la straordinaria stagione di manifestazioni, 30 anni fa, contro i missili nucleari Cruise di Comiso.
Saranno in tanti a giungere a Niscemi per testimoniare la centralità della lotta contro le disumanizzanti tecnologie di guerra che Usa e Nato puntano a installare in Sicilia (oltre al MUOS, gli aerei senza pilota Global Hawk e Predator). Da Paolo Beni (presidente nazionale Arci) ad Alessandro Cobianchi (responsabile nazionale Carovane antimafie), da Luigi Ciotti (presidente Libera) a Giovanni Di Martino (vicepresidente di Avviso Pubblico) e Antonio Riolo (segreteria regionale Cgil). E i giornalisti Nino Amadore, Oliviero Beha, Attilio Bolzoni e Riccardo Orioles con i musicisti Toti Poeta e Cisco dei Modena City Ramblers. Ma saranno soprattutto le ragazze e i ragazzi dei Comitati No MUOS sorti in Sicilia ad animare l’evento e raccontare la loro voglia di vivere liberi dall’orrore delle guerre e dalle micidiali microonde elettromagnetiche. “Il 4 giugno, così come è stato lo scorso 4 aprile a Comiso e il 19 maggio a Vittoria, ricorderemo attivamente il sacrificio di Pio la Torre e Rosario Di Salvo, vittime del connubio mafia-militarizzazione”, spiega Irene C. del Movimento No MUOS di Niscemi. “Dalla realizzazione della base nucleare di Comiso all’espansione dello scalo di Sigonella, l’infiltrazione nei lavori delle grandi organizzazioni criminali è stata una costante. Ciò sta avvenendo nella più totale impunità pure per i lavori di realizzazione del sistema satellitare di Niscemi”. Le basi in cemento armato su cui stanno per essere montate le maxiantenne del MUOS portano la firma della Calcestruzzi Piazza Srl, un’azienda locale che a fine 2011 è stata esclusa dall’albo dei fornitori di fiducia dell’amministrazione provinciale di Caltanissetta e del Comune di Niscemi. I provvedimenti sono stati decisi dopo che la Prefettura, il 7 novembre, aveva reso noto che a seguito delle verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia erano “emersi elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società”. Secondo quando evidenziato dal sen. Giuseppe Lumia (Pd), il titolare de facto, Vincenzo Piazza, apparirebbe infatti “fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”. Ciononostante, le forze armate italiane e statunitensi non hanno ritenuto di dover intervenire per revocare il subappalto alla Calcestruzzi Piazza. L’1 aprile 2012, i titolari dell’azienda hanno deciso di rispondere ai presunti “detrattori”. Con un colpo ad effetto, hanno annunciato la chiusura dell’azienda e il licenziamento degli otto dipendenti con contratto a tempo indeterminato. “Dobbiamo interrompere il rapporto di lavoro a causa dei gravi problemi economici che attraversa l’azienda per la mancanza di commesse”, ha spiegato uno dei titolari. I responsabili? “Alcuni giornalisti e i soliti professionisti antimafia che infangano il nostro buon nome”. Lunedì 7 maggio, mentre a Niscemi erano ancora aperte le urne per il rinnovo del consiglio comunale, uno dei Piazza ha minacciato in piazza di darsi fuoco con la benzina. Al centro delle invettive, sempre gli stessi cronisti “calunniatori” e gli “invidiosi” per la commessa militare.
Da quando No MUOS significa No Mafia, il clima in città è tornato a farsi pesante. E la Carovana assume il compito di portare solidarietà a tutti quei giovani che sognano ancora una Niscemi libera dalle basi di guerra e dalla criminalità.
Antonio Mazzeo
CG
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Catania: i film di Giugno all’Arena Argentina
http://www.cinestudio.eu/arena-argentina-programma-giugno/
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“Non si svolgerà la parata militare del 2 giugno Roma. La parata militare del 2 giugno, quest’anno, non si svolgerà. Lo ha comunicato il ministro della difesa Forlani, con una nota ufficiale. La decisione è stata presa a seguito della grave sciagura del Friuli e per far si che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.” 11 maggio 1976
Via: http://3nding.tumblr.com/
Vedi online: 3nding.tumblr.com
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Si è tenuta ieri mattina la conferenza stampa del circolo Città Futura PRC – FdS sulla questione della mancata restituzione agli utenti Sidra del canone « fognature e depurazione ». Maria Merlini, segretaria del circolo, ha brevemente ripreso le varie tappe della vicenda: questo canone – riscosso dalla Sidra dal 2006 al 2008, raddoppiando le bollette – è stato dichiarato illegittimo dalla sentenza n.335/2008 della Corte Costituzionale nel caso di abitazioni la cui rete fognaria non sia collegata ad un depuratore, cioè – per quanto riguarda Catania – per l’80% degli utenti. Già all’indomani della sentenza il circolo Città Futura, che fin dall’inizio aveva denunciato l’iniquità della riscossione di questo canone, si era subito attivato per permettere ai cittadini di chiedere alla Sidra il rimborso delle somme riscosse illegittimamente, consegnando moltissime richieste formali di rimborso agli uffici della società. Un provvedimento normativo del 2009 ha imposto la restituzione del canone entro il 2013, previa autorizzazione degli ATO. Ma nonostante l’ATO competente abbia deliberato già nel 2010 la restituzione del canone, quantificandone l’ammontare complessivo in quasi 2 milioni e mezzo di euro, la Sidra non ha ancora restituito nulla agli utenti, nascondendosi dietro un ipotetico conflitto di attribuzione tra l’ATO, la Sidra ed il Comune di Catania, che della Sidra è unico azionista. Per questa ragione il circolo Città Futura nei giorni scorsi ha incontrato il Prefetto di Catania, che ha dichiarato che si attiverà immediatamente contattando i tre soggetti interessati, affinchè venga fatta chiarezza sulla vicenda e vengano finalmente restituite ai cittadini le somme illegittimamente loro imposte. A conclusione della conferenza stampa, Luca Cangemi – del coordinamento nazionale della Federazione della Sinistra – ha denunciato come l’atteggiamento della Sidra sia ancor più inaccettabile in un contesto di grave crisi economica ed occupazionale, in cui la restituzione di queste somme indebitamente riscosse potrebbe dare un pur piccolo sollievo ai cittadini, già alle prese con l’aumento di altre tasse e servizi come la TARSU e l’IMU, annunciando che in mancanza di una rapida soluzione della vicenda il circolo Città Futura organizzerà un’azione legale degli utenti per pretendere dalla Sidra quanto dovuto.
http://circolocittafutura.blogspot.it/2012/05/sidra-la-vertenza-continua.html
Vedi online: http://circolocittafutura.blogspot....
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giovedì 31 maggio, dalle ore 19,30, al circolo città futura, via Gargano 37 Catania inaugurazione della mostra, a cura del collettivo LGBTQ IbrideVoci, ORGOGLIOSE R/ESISTENZE: 18 anni di movimento gay/lesbo/trans/queer a Catania videoproiezione "Orgogliosa Resistenza: volti e corpi del Pride", foto di Alberta Dionisi AperiCena... una serata di incontro e socialità con bar e buffet a volontà a prezzi anticrisi
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ATTACCO AL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO E DISTRUZIONE DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA
Seminario di approfondimento
martedì 29 maggio ore 19 via Gargano 37
Coordina:
Luca Cangemi (segretario circolo PRC Olga Benario)
Intervengono:
Giuliana Barbarino (collettivo Gatti Fisici);
Nunzio Famoso (già preside Facoltà di Lingue);
Felice Rappazzo (docente Università di Catania);
Chiara Rizzica (coordinamento precari della ricerca)
Circolo Olga Benario
Rifondazione Comunista – FdS
Via Gargano, 37 Catania
Fb: PRC Catania Olga Benario - circolo.olgabenario@libero.it
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la Feltrinelli Libri e Musica
Giovedi’ 24 Maggio
alle ore 18
presso il bistrot de la Feltrinelli Libri e Musica
di via Etnea 285 a Catania
PAOLO MONDANI
e
ARMANDO SORRENTINO
presentano
CHI HA UCCISO
PIO LA TORRE?
Omicidio di mafia o politico?
La verità sulla morte
del più importante dirigente comunista assassinato in Italia
CASTELVECCHI
intervengono
ADRIANA LAUDANI
e
PINELLA LEOCATA
inoltre ha assicurato la sua presenza
il Procuratore della Repubblica di Catania
GIOVANNI SALVI
Pio La Torre viene ucciso il 30 aprile 1982. Indagini farraginose e un lunghissimo processo indicheranno come movente dell’omicidio la proposta di legge sulla confisca dei patrimoni mafiosi, di cui era stato il più deciso sostenitore. Esecutore: Cosa Nostra. Un movente tranquillizzante. Un mandante rimasto nell’ombra. In realtà, con la morte di La Torre si compie un ciclo di grandi omicidi politici iniziati con l’uccisione, nel 1978, di Aldo Moro e proseguito, nel 1980, con la soppressione di Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicilia. Uomini che volevano un’Italia libera dal peso della mafia politica e dall’influenza delle superpotenze. Dalle carte dei servizi segreti risulta che La Torre viene pedinato fino a una settimana prima della morte. Nel 1976, la sua relazione di minoranza alla Commissione parlamentare Antimafia passerà alla storia come il primo atto di accusa contro la Dc di Lima, Gioia, Ciancimino e la mafia finanziaria. Nel 1980, in Parlamento non teme di “spiegare” l’omicidio Mattarella con il caso Sindona e con la riscoperta di una vocazione americana della mafia siciliana. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; a comprendere il peso della P2; a intuire la posta in gioco con l’installazione della base missilistica Usa a Comiso; a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio. Raccoglie e riceve documenti riservati, appunta tutto in una grande agenda: di questo non si troverà nulla. Nei mesi che precedono il suo assassinio, La Torre torna in Sicilia a guidare il Pci fuori dalle secche del consociativismo, nel tormentato tentativo di ridare smalto a un partito spento. Trent’anni dopo l’omicidio, l’esperienza complessa e straordinaria di La Torre spiega molto delle sorti attuali della sinistra e della democrazia nel nostro Paese. E, per la prima volta, si cerca di leggere in controluce un delitto colmo di episodi per troppo tempo tenuti all’oscuro.
Paolo Mondani è giornalista d’inchiesta. Nel 1997 ha collaborato agli Speciali di Raidue. Sempre per la Rai ha lavorato come inviato per Circus, Raggio Verde, Sciuscià, ed Emergenza Guerra. Nel 2003 è stato coautore di Report insieme a Milena Gabanelli. Nel 2006 è stato a fianco di Michele Santoro in AnnoZero. Dal 2007 è di nuovo firma di punta di Report su Raitre. Tra le suo pubblicazioni «Soldi di famiglia» (Rizzoli).
Armando Sorrentino è avvocato. E’ stato il legale della parte civile Pci-Pds nel processo per l’uccisione di Pio La Torre e di Rosario Salvo. Ha rappresentato la parte civile nei processi per la Strage di Capaci e nel «Borsellino ter». Inizia l’attività negli uffici legali della Cgil, a lungo militante e dirigente locale del Pci-Prs, oggi è impegnato nell’Anpi e con l’Associazione dei Giuristi Democratici.
Grazie e a ritrovarci
Sonia Patanìa
Sonia Patanìa
Responsabile Comunicazione e Eventi
La Feltrinelli Libri e Musica
via Etnea 285, Catania
eventi.catania@lafeltrinelli.it
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Comunicato stampa
19 maggio 2012 – Italia Scuola Morvillo-Falcone
Un sabato mattina di primavera: attentato in istituto professionale di Brindisi - Una morta, un’altra in pericolo di vita, altre ferite e feriti.
Un tentativo di strage …
Una strage di giovani che andavano a imparare in un istituto professionale di tecnica, di moda.
Un istituto frequentato prevalentemente da giovani donne.
Altissimo è il valore simbolico della scelta del luogo, una scuola dove le giovani vanno ad apprendere conoscenze e costruire saperi per lavorare e costruirsi una vita libera e migliore. Significa tante cose la scelta del luogo, basta volerli vedere tutti questi significati, come li ha visti chi ha preparato l’attentato.
Qualunque sia la matrice, qualsiasi possa essere la valenza politica sia di attacco alle istituzioni, o terrorismo di vario stampo, una cosa è certa, che la conta delle morti violente di giovani donne subisce un aumento repentino nel panorama miserevole dei femminicidi quasi quotidiani in ogni parte d’Italia. Che la violenza spietata e disumana, singola o collettiva che sia, si manifesta ancora una volta.
Comunque la si voglia chiamare, questa è la cronaca della arretratezza di un paese che si annovera fra le potenze economiche mondiali, e che si ammanta di una democrazia di cui le donne non possono usufruire né in casa né fuori casa.
Quante sono le morti violente delle donne ogni anno? Nel 2012 in aumento progressivo e, nell’insieme, ogni anno centinaia, una strage che è solo la punta dell’iceberg della violenza maschile. Violenza a cui si aggiunge questa che crea lutto, dolore e terrore in tutto il paese. Paura che entra nelle coscienze perché abbatte uno degli ultimi luoghi, la scuola, considerati generalmente sicuri. Bisogna fermare questa violenza singola e collettiva.
Bisogna porre argine in ogni modo alla strage, prima, durante e dopo qualsiasi indagine o summit.
Non è più tempo di parole e di opinioni, è tempo di scelte, rimedi e di coscienza civile.
Un intero anno abbiamo passato con l’UDI, in tante e tante in tutta Italia con la Staffetta di donne contro la violenza sulle donne, da 25 novembre 2008 al 25 novembre 2009. Su, su dalla Sicilia alla Lombardia.
Fino all’ONU, a New York siamo andate. E ancora siamo qui a fare la conta delle morte e ferite, senza una legge, senza un allarme, senza prevenzione, senza contrasto, senza nessun tentativo di modificare seriamente la cultura della violenza individuandone le radici storiche e politiche.
In poche parole senza alcun intervento adeguato di chi ci rappresenta, amministra ed emana leggi.
Le nostre istituzioni dovrebbero condividere con noi il nostro perenne lutto, e devono riconoscere la nostra grande generosità di donne che sempre collaborano e sopportano nella speranza di una pace meritata. Devono riconoscere l’ingiustizia della condizione di terrore quotidiano in cui siamo costrette a vivere, e devono trovare sempre i colpevoli e garantire una pena certa, devono adoperarsi a promulgare leggi di contrasto e prevenzione alla violenza, di qualsiasi forma e tipo. Perché è un guadagno per tutte e tutti.
Quante volte ancora dovremo piangere vite di donne spezzate per capriccio o per esercizio arbitrario di un potere personale o collettivo, che in Italia purtroppo è ancora monopolio del genere maschile?
Il dolore per Melissa e le altre ragazze e ragazzi è indicibile e può essere espresso solo in parte con la condivisione del terribile dolore dei loro genitori, degli insegnanti e di tutti coloro che riconoscono il valore della vita umana.
UDI Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale Via dell’Arco di Parma 15 - 00186 Roma Tel 06 6865884 Fax 06 68807103 udinazionale@gmail.com www.udinazionale.org
“Io non compro Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa fino a quando tutte le operaie OMSA - Faenza non verranno riassunte”
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“L’Italia che non si vede” Rassegna di cinema del reale
Un mito antropologico televisivo, di Maria Helene Bertino, Dario Castelli e Alessandro Gagliardo Catania, mercoledì 9 maggio 2012, ore 21 ZO centro culture contemporanee
Martedì 22 maggio, alle ore 21, presso il centro culture contemporanee ZO, quinto e ultimo appuntamento con “L’Italia che non si vede”, rassegna nazionale di cinema del reale promossa a Catania dall’officina culturale South Media (circolo UCCA). In programma, per la sezione “Le immagini perdute”, “Un mito antropologico televisivo”, un film nato attraverso il lavoro e la ricerca di malastradafilm film, pensato, discusso e montato da Helene Bertino, Dario Castelli e Alessandro Gagliardo.
Presentato con successo all’ultima edizione del Torino Film Festival, nella sezione Italiana.doc, Menzione Speciale “Premio UCCA Venticittà”, Un mito antropologico televisivo è un film pretesto pensato per introdurre nel dibattito culturale l’idea di antropologia televisiva, intesa come chiave di lettura di un racconto popolare non ancora affrontato dalla storiografia, nonché strumento di ricostituzione di comunità attraverso la visione della televisione come soggetto di narrazione. In mezzo un patrimonio enorme custodito da centinaia di piccole emittenti che passo dopo passo gli autori stanno cercando di recuperare, conservare e pubblicare.
Attraverso l’uso di riprese video realizzate tra il 1992 e il 1994 (periodo chiave per la storia siciliana e italiana) e provenienti da una televisione locale della provincia di Catania il racconto televisivo penetra nella storia popolare di una nazione per comporre così il quadro delle sue difficoltà, descrivendone la sua natura più profonda. La telecamera coglie frammenti di quotidiano e li restituisce dopo anni ancora carichi della loro capacità di descrivere la nostra società, invitandoci a mettere in atto una lettura antropologica della narrazione televisiva.
Ufficio stampa: info@southmedia.it 349 1549450 www.southmedia.it
CG
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