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Rubrica : {Girodivite 2019}

n. 824 - "A vecchia si futti ’na vota" (23 gennaio 2019)

Il mercoledì 23 gennaio 2019 di Redazione

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Rubrica : {Comunicazione}

#3annisenzaGiulio

Il mercoledì 23 gennaio 2019 di Redazione

Pochi giorni dopo, il 3 febbraio, il nome del ricercatore italiano si aggiungeva al lungo elenco delle persone torturate a morte in Egitto.

Siamo qui ad organizzare il terzo, e speriamo ultimo, anniversario della scomparsa di Giulio in assenza della verità, ma allo stesso tempo siamo in attesa dei famosi “passi in avanti” annunciati dal governo italiano in diverse occasioni. Per ora l’unica cosa che vediamo è la promozione del turismo in Egitto, il nostro paese amico, e l’intensificarsi di scambi commerciali e diplomatici.

“Noi proseguiamo a coltivare una speranza: che quell’insistere giorno dopo giorno a chiedere la verità, quelle iniziative che quotidianamente si svolgono in Italia e non solo producano il risultato che attendiamo: l’accertamento delle responsabilità per la sparizione, la tortura e l’uccisione di Giulio. Quella verità la deve fornire il governo egiziano e deve chiederla con forza quello italiano” – ha dichiarato in una nota ufficiale Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

#3annisenzaGiulio: unisciti a noi

Alle 19.41 del 25 gennaio in oltre 100 piazze italiane mille luci saranno pronte ad accendersi per ricordare la sparizione di Giulio Regeni. A Roma l’evento si svolgerà in piazza di Montecitorio.

Tutti possono partecipare alle iniziative organizzate per il 25 gennaio: scuole, associazioni, istituzioni, università, singole persone!

FIRMA L’APPELLO

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3 anni senza Giulio

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Rubrica : {Lavoro}

Quota 100

Il mercoledì 23 gennaio 2019 di Redazione Lavoro

Nonostante l’asfissiante campagna di pubblicità ingannevole, non solo la famigerata legge Fornero varata dal governo Monti non è stata "smontata", ma risulta essere ulteriormente peggiorata. A fronte di una riduzione dell’età pensionabile si realizza una riduzione dell’assegno pensionistico con la conseguente riduzione della spesa pensionistica in termini reali. Tutte le opportunità per accedere alla pensione prevedono un ulteriore riduzione dell’assegno pensionistico da erogare. Tutto questi in linea con le raccomandazioni della Commissione UE, FMI e così via.

QUOTA 100 non è altro che un pensionamento anticipato con parametri tra l’altro rigidi per cui in assenza di uno dei due requisiti (38 anni di contributi e 62 anni di età) e nonostante il raggiungimento della quota 100 (37 anni contributi e 63 anni di età) non si potrà accedere alla pensione. L’anticipo pensionistico comporta una decurtazione del 25% della pensione che si maturerebbe a 67 anni dovuta alla riduzione degli anni di lavoro e ai coefficienti di trasformazione applicati. Il mantenimento del calcolo contributivo a scapito di quello retributivo, il cui ripristino avrebbe senso come riforma reale, determina una pensione decurtata. Il divieto di cumulo appare sicuramente propagandistico nella misura in cui prevede deroghe per il lavoro autonomo occasionale, vale a dire con un reddito da lavoro pari a 5000 euro annui non dichiarabili. Chiaramente una misura costruita per favorire il pensionamento di lavoratori anziani ai quali viene consentito di proseguire il lavoro, a questo punto in nero, come compensazione per la riduzione della pensione e abbassamento del costo del lavoro per le imprese che potranno utilizzare i neopensionati senza impegno di assunzione. Il tutto per una sperimentazione triennale subordinata alla compatibilità finanziaria del bilancio statale e in caso di insufficienti risorse, l’esperimento si riduce o addirittura si sospende. Giusto il tempo per permettere alle imprese di liberarsi di forza lavoro che potrà essere in realtà riutilizzata come lavoro autonomo occasionale.

Alla fine della sperimentazione, se andrà in porto, viene promesso l’accesso alle pensioni con 41 anni di contributi senza limiti di età. È la stessa motivazione che sta a monte dell’introduzione del calcolo contributivo, vale a dire siccome è prevedibile che, vista la frammentarietà lavorativa, l’incongruità dei contratti e l’inevitabile frammentarietà dei versamenti dei contributi previdenziali, la quota 41 potrà essere raggiunta solo ad un’età molto avanzata, lo spettro dei 70 anni per maturare la pensione è sempre più visibile. L’erogazione del TFS per i dipendenti pubblici diventa un ulteriore regalo alle banche sotto forma di interessi erogati a carico dello stato per il 95% della spesa e a carico del pensionato per il restante 5%. Dimenticando che stiamo parlando di erogazione di soldi del lavoratore accantonati negli anni e non di prestiti bancari. La decorrenza del mese di aprile per i dipendenti privati e del mese di agosto per i dipendenti pubblici è un semplice marchingegno per ridurre l’impatto della spesa sulla legge di bilancio, dimenticando che le pensioni sono erogate con i contributi dei lavoratori e sono indipendenti dalla spesa pubblica e dal bilancio statale.

Che cosa ci saremmo aspettati dopo tanto baccano? Una revisione strutturale della legge Fornero che abbassasse per tutti l’età pensionabile, la prosecuzione del calcolo retributivo in sostituzione di quello contributivo che falcidierà le pensioni dei giovani rapinate dalle modalità di calcolo e non dai pensionati in essere, una detassazione delle pensioni che sono tassate più dei redditi da lavoro equivalenti, la soluzione definitiva delle questioni "esodati", precoci usuranti, senza penalizzazioni monetarie, la compensazione delle pensioni minime e portate a livelli di dignità sociale a prescindere dai contributi versati e non versati, la maturazione del diritto alla pensione ad un età certa e minore di quella attualmente fissata, quindi la sospensione dell’aspettativa di vita senza sostituirla con le finestre che di fatto la reintroducono, la perequazione delle pensioni al costo della vita senza le ridicole decurtazioni che aggiunte a quelle passate determinano un furto di migliaia di euro per ogni pensionato,.

LA PENSIONE DI CITTADINANZA è l’estensione del reddito di cittadinanza ai pensionati in difficoltà economica. Come per il RDC anche in questo caso i requisiti richiesti sono tali e tanti da ridurre drasticamente la platea degli aventi diritto. L’utilizzo dell’ISEE familiare è lo strumento principe per la negazione delle prestazioni e dei diritti sociali per cui allo stato sociale si sostituisce l’obbligo del welfare familiare a prescindere dalle reali relazioni familiari e dal rispetto dei diritti individuali. Così come congegnata la misura si prefigge di raggiungere 500.000 pensionati poveri. La realtà sociale è ben più grave, il 44% dei pensionati vive sotto la soglia di povertà e il 70,8% di pensioni sono inferiori ai mille euro. Se a queste cifre si detraggono le spese per le utenze, le addizionali Irpef, le spese sanitarie, le tasse locali è facile capire che il bacino di povertà è ben più ampio. Oltretutto coloro che necessitano dell’assegno sociale devono maturare il requisito dei 67 anni di età, vale a dire a povertà consolidata. Grazie all’incremento del requisito dell’età di accesso per l’assegno sociale, nel 2018 quest’ultimo ha subito una riduzione del 79% delle erogazioni. Più che lotta alla povertà sembra una lotta contro i poveri ai quali la beneficienza pubblica concede l’opportunità di passare dalla povertà assoluta alla povertà relativa.

LE ALTRE FORME DI PENSIONAMENTO IN ANTICIPO prevedono comunque un taglio all’assegno previdenziale. Opzione donna può subire un taglio fino al 40%, APE volontaria prevede prestiti bancari e riduzione dell’assegno, pensioni di anzianità viene sostituita l’aspettativa di vita con le finestre di accesso e così via.

LA PACE CONTRIBUTIVA consente di rastrellare contributi dai lavoratori discontinui con il miraggio di raggiungere i requisiti minimi per la pensione futura. Nulla è previsto per il recupero dell’evasione contributiva. Il taglio alle pensioni d’oro che fa il paio con il blocco parziale dell’indicizzazione delle pensioni normali, dimostrano come la tentazione di mettere le mani non solo sulla spesa pensionistica futura, ma anche su quella in essere, è sempre viva.

LE FORME DI SOSTITUZIONE DELLA PREVIDENZA PUBBLICA vedono ampliarsi i propri compiti consentendo ai fondi di solidarietà di erogare l’assegno straordinario per il raggiungimento dei requisiti della quota 100. Se consideriamo l’Ape volontaria e quella sociale, le sospensioni o assegni di esodo e ora i fondi di solidarietà, aumentano i soggetti eroganti pensioni che sono diversi ed esterni al sistema previdenziale pubblico. Tra l’altro il messaggio che arriva è quello dell’impresa che erogherà la pensione, un’estensione del welfare aziendale che subentra a quello statale.

Che dire, siamo sicuramente di fronte ad un’operazione elettoralistica di propaganda vergognosa, ma non solo, ci sono elementi di taglio, riduzione e privatizzazione delle pensioni e del sistema previdenziale pubblico che diventa indispensabile contrastare. La lotta alla povertà non si fa rendendo poveri quelli che ancora non lo sono, ma entrando nei meccanismi fiscali del sistema previdenziale. La nostra campagna nazionale per la riduzione della pressione fiscale sulle pensioni e l’utilizzo del gettito fiscale residuo per l’incremento delle pensioni minime e la costruzione di percorsi certi per la pensione futura dei giovani a fronte di una riduzione dell’età pensionabile, dimostra che è possibile un sistema previdenziale pubblico equo e solidale. Le risorse ci sono e sono interne al sistema, prodotte dai contributi dei lavoratori senza alcun intervento dello Stato, la spesa pensionistica, oltre a consentire l’esercizio del diritto ad una pensione dignitosa, è totalmente nostra e dobbiamo difenderla.

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Rubrica : {Attualità e società}

Arriva il Reddito di Cittadinanza

Il mercoledì 23 gennaio 2019 di Redazione Lavoro

Alla fine il governo Conte, e in particolare la componente Cinque Stelle, è riuscito ad approvare il decreto che istituisce il Reddito di Cittadinanza (RdC). Nella prima stesura del contratto di governo tra Lega e M5S erano previsti 15 miliardi per il reddito, più 2 per rilanciare i Centri per l’Impiego: alla fine ne sono stati stanziati 6, molto meno del previsto ma certamente anche molto di più di quanto aveva stanziato il governo Gentiloni per il REI. La soglia dei 780 euro, che è la somma valutata da Eurostat come il limite di vivibilità individuale, è stata formalmente salvata. Nessuno dovrà vivere con meno di quella cifra, quando dal primo aprile scatterà la nuova misura.

Nel decreto però è stata inserita una norma che da sola è in grado di pregiudicarne tutto l’impianto quantitativo: in caso di esaurimento delle risorse disponibili, infatti, ci sarà una rimodulazione dell’ammontare del beneficio (art.12, c6). Quindi anche la soglia “simbolo” dei 780 euro sarà rivedibile al ribasso.

Il tema di quanti soldi siano dedicati al RdC è la prima questione che ha interessato tutte quelle forze, in primis le imprese, che ne hanno combattuto l’introduzione: lo scandalo, infatti, è che vengano stanziate risorse per la parte povera della popolazione, mentre il mantra dominante continua a recitare la nota regola che per rilanciare l’occupazione e creare lavoro occorra sostenere le imprese ed aumentare la flessibilità del lavoro. All’articolo 1 del decreto si stabilisce che il RdC è “misura unica di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale” e subito sotto si arriva a definirlo “livello essenziale delle prestazioni” facendo riferimento all’art. 117 della Costituzione che impegna lo Stato alla “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Nello stesso articolo 1 del decreto però si aggiunge “nei limiti delle risorse disponibili”. Quindi, per intenderci, lo Stato si impegna a dare a tutti il minimo, che è riconosciuto in 780 euro, ma se non ci sono soldi addio impegno.

La pressione esercitata dalle destre liberiste e dalle imprese, che al governo sono sempre più esplicitamente rappresentate dalla Lega, non ha portato soltanto al ridimensionamento delle risorse, ma ha finito per stravolgere completamente le caratteristiche del provvedimento. Non basta infatti certificare la propria condizione economica, reddituale e patrimoniale, per avere diritto al RdC, ma occorrerà rispettare un complesso sistema di obblighi e “condizionalità” per certificare la propria disponibilità quotidiana, e quella di tutti i componenti maggiorenni della famiglia, a mettersi alla ricerca di un lavoro. Questo sistema di obblighi trasforma di fatto la misura da strumento di sostegno al reddito di chi è in difficoltà a forma di pressione coatta ad accettare lavori a basso reddito anche a grande distanza dalla propria abitazione.

La filosofia delle imprese è entrata prepotentemente nel meccanismo di erogazione del RdC, rimodellandolo a proprio uso e consumo. Prima di tutto i beneficiari saranno obbligati ad accettare le proposte di lavoro in base ad un criterio molto ampio di congruità, estendendo i limiti introdotti dal Jobs Act; in secondo luogo, le aziende incamereranno la parte residua dei 18 mesi di RdC che spettavano al beneficiario (una nuova forma di bonus contributivo); e poi, è stato fortemente ridimensionato il peso dei Centri per l’Impiego nella gestione di tutto il processo, riconoscendo anche alle agenzie interinali, agli enti formativi, a quelli bilaterali e ai Caf una partecipazione alla gestione della misura. In sostanza, il RdC si è trasformato così da strumento di contrasto alla precarietà in meccanismo di irreggimentazione della forza lavoro più povera e in una ulteriore forma di sostegno alle imprese.

Il messaggio culturale che passa attraverso l’erogazione di questa misura è l’elemento più odioso di tutta la vicenda: i poveri diventano colpevoli della loro condizione e devono dimostrare continuamente di darsi da fare per giustificare il proprio diritto a ricevere il sussidio. Povero viene assimilato a nullafacente, sfaccendato, ozioso, che trascorre il proprio tempo sul divano e deve imparare a guadagnarsi la vita. Non c’è più una responsabilità del sistema economico e sociale ma una colpa individuale che può essere espiata solo accettando offerte di lavoro al ribasso. E viene introdotta una forma di selezione razziale tra i beneficiari poiché i dieci anni di residenza in Italia costituiscono una soglia che tiene fuori una enorme fetta di cittadini stranieri. Così come la gestione familiare della misura è destinata a confermare i vincoli oppressivi per le donne, che non troveranno nel RdC uno strumento per essere più libere ma un ulteriore fattore di condizionamento.

Questa lettura fortemente critica del RdC non può concedere niente a chi dice che il reddito è inutile perché non crea lavoro, che è il leitmotiv del Pd, dei sindacati confederali e di quanti in questi anni hanno sostenuto l’introduzione del REI, il reddito di inclusione Renzi-Gentiloni. Nell’attuale decreto assistiamo, in realtà, alla riproposizione di tutto l’impianto normativo del REI e del D.lgs. 150 del 2015, cioè del Jobs Act. Il governo giallo-verde cioè si è preoccupato di attualizzare e confermare il Jobs Act, aumentando l’ammontare del beneficio ma peggiorando pesantemente il sistema di accesso e le condizionalità.

Ora che il decreto è approvato comincia una nuova sfida. Innanzitutto il potenziamento dei Centri per l’Impiego. USB vuole da tempo che la gestione del mercato del lavoro torni pubblica e rivendica sia la stabilizzazione e l’internalizzazione di tutto il personale precario che ha mandato avanti il sistema in questi anni, che l’assunzione di migliaia di persone per rendere efficace l’azione di questi enti. Le 4mila assunzioni promesse sono molte meno di quelle che gli stessi dirigenti del settore reclamano da anni, dopo un ventennale blocco del turn over. In secondo luogo tutti gli aventi diritto dovranno ricevere il RdC, senza ripensamenti in corso d’opera, e le Regioni dovranno prevedere di aggiungere risorse per ampliare la platea che è stata ridotta proprio in seguito ai tagli che lo stanziamento della misura ha ricevuto in questi mesi. Inoltre la congruità delle proposte di lavoro dovrà essere discussa con le rappresentanze dei disoccupati e non oggetto di una odiosa imposizione da parte di tutor, navigator, ecc. Le 8 ore di lavoro gratuito settimanali, che si vuole che i beneficiari e i loro familiari prestino presso le amministrazioni locali, rappresenteranno la dimostrazione concreta del lavoro che manca e di cui le amministrazioni pubbliche hanno un grandissimo bisogno. La battaglia di massa per il reddito e per il lavoro è la sfida che abbiamo davanti.

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Rubrica : {Comunicazione}

“È successo tutto per una sigaretta”

Il mercoledì 23 gennaio 2019 di Redazione

“Dai, continua!”

Mentre osservo Muhamed muovere i suoi primi passi traballanti con la sua nuova protesi sulla moquette della training room del Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale, uno degli altri pazienti continua a spronarlo, poi si gira verso di me, mi guarda e dice: “È tutta una questione di testa, sai?”. Siamo seduti accanto. Sembriamo spettatori. Ma io le gambe ce le ho tutte e due.

No, in realtà non lo so a quale questione si leghi il perdere una gamba sopra una mina e dover reimparare a camminare da capo, come se tu non avessi quasi camminato mai. Ma oggi cerco di capirlo. Ecco cosa avrei voluto rispondere. So solo che Muhamed ha 17 anni, e abita a Mosul.

“È successo tutto per una sigaretta” – comincia a raccontarmi Muhamed, tenendo le braccia appoggiate alle stampelle. Nella training room del Centro ha trascorso una mattina intera. Avanti e indietro, prima lo sguardo basso a terra fissandosi i piedi, poi col mento ancora più su, fino a guadare sempre avanti. “La mia gamba l’ho persa otto mesi fa, a 500 metri da casa… Quel giorno avevo litigato con mio padre, perché aveva scoperto che fumavo. Dopo la nostra discussione, la prima cosa che ho fatto è stata andarmene da casa. Ero così arrabbiato con lui. Uscendo, ho deciso di raggiungere un mio amico. Continuavo ad andargli incontro, mentre lui cercava di dirmi qualcosa. C’era un ferro nel terreno e ci sono saltato sopra. Era una mina. Ecco cosa stava cercando di dirmi.Con la presa dell’ISIS, fumare a Mosul era illegale, soprattutto per strada. Un giorno sono stato trovato con la sigaretta in mano, e mi hanno punito con 35 schiaffi. Per strada c’ero anche quando hanno deciso di uccidere una persona, che ho visto morire coi miei occhi.”

Ed è sempre per le strade di Mosul che Muhamed ha conosciuto EMERGENCY. “Poco dopo l’amputazione, un passante si è fermato per chiedermi cosa mi fosse successo e se conoscevo il vostro Centro. Mi ha passato un numero di telefono, e oggi sono qui.” Grazie alla collaborazione con l’ong locale di Erbil EHAO (Emergency and Humanitarian Aid Organization) e al Centro di riabilitazione di Mosul, stiamo portando avanti un programma di trasferimento verso il nostro Centro di uomini e donne con mutilazioni, nella maggior parte dei casi vittime proprio delle mine, come Muhamed.

Durante il suo viaggio da Mosul a Sulaimaniya, gli occhi di Muhamed seguivano la strada, e raccontavano tutto quello che molti di noi forse non hanno mai visto. Sceso dal van utilizzato per il trasporto dei pazienti, Muhamed sembrava volesse prestarmi i suoi occhi per vedere, anche solo per un momento, tutto quello che il suo sguardo si portava dentro, e che aveva un solo nome: la guerra.

“Sono felice di essere qui, è la prima volta che qualcuno si prende cura di me – continua. Gli esercizi per la riabilitazione che ho imparato in questi giorni voglio continuare a farli anche a casa. Voglio migliorare, giorno dopo giorno. Le gambe sono la parte più importante dell’essere umano.”

A soli cinque giorni dal suo arrivo al Centro, mi sembra di riuscire a sostenere meglio il suo sguardo, non solo perché ce l’ho davanti. I suoi occhi mi sembrano di una tonalità più chiara. Riesco a distinguere le sue espressioni, a intercettare i piccoli sorrisi.

“Come lo vedi il tuo futuro?” – spero abbia voglia di parlarne. “Voglio trasferirmi da un’altra parte, con i miei genitori e i miei fratelli, il prima possibile. Presto andremo a Erbil. E poi vorrei viaggiare, creare una mia famiglia.”

Serbo ancora due domande, le ultime, poi lascio che torni nella guest house del Centro per togliersi il pigiama di degenza e prepararsi per tornare a casa. “Qual è la prima cosa che farai a Mosul?” “Prima di tutto voglio chiedere scusa a mio padre per tutto quello che gli ho fatto.” Lo vedo spostarsi nei corridoi del Centro, si è cambiato. Indosso adesso ha una tuta blu. Le stampelle non ce le ha più, cammina da solo, ma una mano resta comunque occupata. “Smetterai di fumare?”, l’ultima domanda che volevo fargli alla fine gliela faccio. “Credo proprio di no.”

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sigaretta

– Marta, dal Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale di Sulaimaniya, Iraq

Il Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale di EMERGENCY a Sulaimaniya, in Iraq, è finanziato da “Aiuti umanitari e protezione civile dell’Unione europea”.

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Rubrica : {Curiosità}

Eclissi di Luna

Il mercoledì 23 gennaio 2019 di Piero Buscemi

Era stata annunciata con largo anticipo nelle settimane scorse. Le emozioni regalate dal nostro satellite la scorsa estate, con l’eclissi passata alla Storia dell’astronomia come la più lunga del secolo, e ammirata da milioni di terrestri il 27 luglio, ha acceso la curiosità di coloro che avevano ancora quel ricordo vivo della Superluna. In quell’occasione, si fece accompagnare da un timido Marte passato quasi in secondo piano davanti alla maestosità della Luna che, enorme, rossa e suadente come non mai, aveva approfittato della serena nottata estiva di fine luglio, per dare il meglio di sé.

A questi fortunati spettatori estivi, si sono aggiunti molti che, quest’estate, si erano persi lo spettacolo. Certo, l’eclissi del 21 gennaio era sicuramente più impegnativa. Sia per la durata del fenomeno molto più ridotta, sia perché costringeva ad una levataccia mattutina, l’inizio era previsto alle 3,36, la notizia di questa nuova eclissi, proprio ad inizio del nuovo anno, aveva sì riacceso la curiosità di molti appassionati del cosmo, ma frenato gli entusiasmi di chi sarebbe dovuto svegliare così presto, in un giorno oltretutto, lavorativo.

Le condizioni meteo, poi, non promettevano nulla di buono. Tempo previsto nuvoloso e il rischio che il sacrificio di quella adunata all’alba, rischiava di trasformarsi in un’unitile perdita di sonno. Lo è stato in parte. Almeno per molti meridionali. Qualche velatura era presente già dalla serata precedente, ma la speranza che qualche sferzata di vento avrebbe pulito la scena, prima dell’ingresso della prima donna, era uno stimolo sufficiente per rischiare.

Così, armati di macchina fotografica, obiettivo spinto fino a 700mm di focale, il rigoroso treppiedi per scongiurare eccessivi movimenti della reflex e, per non peccare di presunzione, qualche piccolo ripasso delle nozioni basi per affrontare una situazione così estrema, ci siamo piazzati davanti alla Luna, in attesa che quel cono d’ombra cominciasse a nascondercela per trasformarla in una cromia di varianti tendenti al rosso, sempre più saturo, mano mano che l’eclissi si sviluppasse in tutta la sua interezza.

Il culmine era previsto alle 6,12 quando, l’intera superficie visibile del nostro satellite si sarebbe trovata coperta dalla prepotente ombra della nostra vecchia Terra. Poi, piano piano la Luna si sarebbe liberata di questa trappola di luce, per tornare a dormire nella sia pienezza. Non abbiamo avuto la possibilità di vedere il percorso inverso che, dall’eclissi, riportava la situazione alla normalità, perché nel frattempo è tornata più presente ed invadente che mai, quella fastidiosa velatura che, inevitabilmente ha coperto lo spettacolo, poco dopo l’avvenuta totalità dell’eclissi.

Arresi all’inevitabile imprevedibilità degli eventi atmosferici, ci siamo consolati riguardando gli scatti che siamo riusciti a documentare, dandoci, sin da adesso, appuntamento alla nostra fedele compagna che sarà pronta ad accoglierci nel 2028, quando potremo ammirare la prossima eclissi totale. Cediamo volentieri ai nostri lettori una piccola parte della nostra emozione provata lunedì mattina (da notare la coincidenza con il primo giorno della settimana dedicato proprio alla Luna), pubblicando la fase iniziale e di completamento di questa manifestazione di meraviglia del nostro universo.

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Rubrica : {Neuroni in fuga / di Adriano Todaro}

Vai avanti tu che mi vien da ridere

Il mercoledì 23 gennaio 2019 di Adriano Todaro

Meglio sciare ‒ In tanti si sono ritrovati, a Torino, alla seconda manifestazione a favore del buco Tav per le merci. Ma, come dice una signora rigorosamente bionda, “Peccato, oggi avremmo potuto essere molti di più. Ma, sai, tanti sono andati a sciare. è sabato poi…”. Coloro che hanno preferito l’impegno sociale allo sci hanno sfilato per Torino, uno a braccetto dell’altro: Confindustria, bottegai e un bel gruppetto di politici di destra e sinistra (sic!) come Sergio Chiamparino, il candidato segretario Maurizio Martina, l’ex senatore Stefano Esposito appena graziato dal Tribunale parlamentare grazie ai voti di Lega e Fi, il presidente della Liguria Giovanni Toti, la Stella Gelmini, Anna Maria Bernini. il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari. Una volta i leghisti erano contro il Tav. Lo era anche Matteo Renzi. Oggi sono d’accordo. D’altronde solo gli imbecilli non cambiano mai idea e questi mica lo sono. La manifestazione era organizzata, come l’altra volta, dalle cosiddette “madamine”, sette donnette che frequentano il Rotary e i caffè alla moda per tirare sera, che hanno pianto per la scomparsa del Gianni inteso Agnelli, che vanno nei mercatini ma solo quelli chic. Repubblica le intervista e loro si pavoneggiano aggiustandosi la fresca permanente. Racconta il giornale: “Poi sono arrivati i conteggi ufficiali dell’aumento del pedaggio approvato dal governo per l’autostrada Torino-Bardonecchia e le madamine hanno rotto gli indugi”. Ohibò! Occhio che queste sono un po’ come i gilet gialli francesi. Sono contro gli aumenti del pedaggio perché andare a sciare al Sestriere ora costa di più e, signoria mia, sa quante spese dobbiamo sostenere per avere una fulva criniera sempre a posto… Sono però anche molto religiose e amanti della natura. Una di loro, ad esempio ‒ una, naturalmente, dal doppio cognome – Giovanna Giordano Peretti – così ha scritto su Facebook: “Oggi sono stata molto religiosa. Fantastica giornata fuori pista in ottima compagnia”. La scritta appariva sotto una foto con la neve e la citazione di un esploratore norvegese. “È meglio andare a sciare e pensare a Dio piuttosto che andare in chiesa e pensare a sciare”. Pensiero profondo che solo gli esploratori norvegesi possono partorire. Poi Repubblica domanda: e se la manifestazione sarà un flop rispetto alla manifestazione dei No Tav? Nessuna paura come si addice a coloro che, pur di andare a sciare sono disposti a pagare l’aumento dell’autostrada. “Non temiamo alcun confronto fotografico, al massimo quello per qualche chilo messo su nelle abbuffate dei pranzi delle feste”. Una grassa risata.

Cesare Battisti ‒ Uno è stato un patriota socialista, impiccato dagli austriaci; l’altro, quello più moderno, ha ammazzato quattro persone. Diversi anni fa avevo scritto, su queste colonne, di Cesare Battisti. Al di là degli omicidi, mi domandavo: ma come fa a ridere sempre? Anche quando è arrivato all’aeroporto di Ciampino, sorrideva ilare. Quattro omicidi, d’altronde, cosa sono mai? Chi non ha ammazzato almeno per quattro volte? Chi non l’ha fatto per la rivoluzione? Una rivoluzione che ha portato ad accoglierlo, all’aeroporto, Matteo Salvini con la giacchetta della polizia. C’era, è vero, anche il ministro della Giustizia Bonafede e spiace averlo visto dietro il tavolino. Una scena ridicola, grottesca, proprio da scompisciarsi dalle risate. Siamo alle comiche, purtroppo non finali. Chissà come se la ridevano Antonio Santoro, Pierluigi Torreggiani, Lino Sabbadin, Andrea Campagna tutti ammazzati dal novello Cesare Battisti, scrittore di noir. Matteo II tronfio come Matteo I ai bei tempi, ha detto che è stato lui, praticamente, a riportarlo in Italia e a metterlo in galera a marcire. Lui e il nuovo corso brasiliano di destra di Bolsonaro. In realtà Battisti è stato beccato in Bolivia e averlo riportato in Italia è opera, soprattutto, del presidente Evo Morales che proprio di destra non è. Nessuno dei giornalisti presenti alla sceneggiata ha fatto notare ciò. Tutti allineati e coperti. Una risata vi seppellirà.

Tavolo per dieci ‒ Ho sempre trovato comica l’espressione, usata soprattutto durante le vertenze sindacali, “abbiamo chiesto un tavolo”, “apriamo un tavolo” e così via. E, invece, un tavolo l’hanno apparecchiato a Roma in un bellissimo posto, anzi, come si dice ora, in una location. E l’hanno aperto padroni e politici. E che padroni, cominciando dal presidente della Confindustria, uno dei più intelligenti e visionari fra i padroni nostrani. Il tutto è stato organizzato da Annalisa Chirico una che mica scrive su girodivite ma sul Foglio. Mica cazzi, eh! Ogni tavolo era apparecchiato per dieci persone e costava 6 mila euro, quindi 600 euro a posto. La frugale cena era per parlare di “Una nuova giustizia”, una cosetta leggera. Per fortuna c’erano presenti tanti simpaticoni che hanno portato alla serata momenti di gaiezza crescente. C’era Matteo Salvini, accompagnato dal familiare ministro Fontana e dalla garrula Giulietta Bongiorno, c’era Maria Elenuccia dai Boschi Fioriti accompagnata dall’ex fidanzatino Francesco Bonifazi, Giorgio Mulè senza Berlusconi, il ciuffettino di Luca Cordero di Montezemolo, il Tronchetto della felicità Proverà, il padrone del Corriere Cairo, Claudio Lotito, già arrestato, Flavio Briatore, già arrestato. Poi c’era la Mummia Letta che dovrebbe avere ormai 180 anni ma sempre azzimato e prostatico e un gruppetto di magistrati. Molti di loro, pur invitati, non hanno partecipato, facendo così la figura dei maleducati. Le cronache dicono che il tavolo di Salvini e quello di Elenuccia erano distanti. Si potevano però guardare. E già qualcosa per 600 euro. Alla fine Salvini ha detto la sua: “Dove c’è Renzi non ci sono io, e non sono certo qui per la Boschi, ma per ascoltare magistrati, avvocati e imprenditori”. Dopo questa dichiarazioni i commensali sono scoppiati a ridere e sono finiti sotto i tavoli. Tavoli da 6 mila euro. Risata omerica e costosa.

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Rubrica : {Flash}

il (secondo) “pizzino” di gennaio 2019 de Le Galline Felici

Il mercoledì 23 gennaio 2019 di Redazione

fausto coppi bartali
 Bartali e Coppi - Col du Galibier, Tour de France 1952

Chi dei due passò la borraccia all’altro? Saperlo non ci interessa veramente. Ciò che conta è il gesto umano di solidarietà verso chi corre insieme a te, uno che ti è avversario e che, forse, a questo giro arriverà per primo, ma non importa, perché, in fondo, la sua vita e la tua sono impastate della stessa materia, la sua fatica è la tua, le sue aspirazioni sono tue.

L’economia solidale è un’aspirazione.

Il modello di economia che insieme a voi, consumAttori, stiamo cercando di costruire non è certo cosa data. È davanti ai nostri occhi come nella realtà siamo immersi in tutt’altri valori, che plasmano silenziosamente anche la nostra cultura e le nostre azioni.

Creare un’economia - una cultura, una società - più giuste è l’ambizione di tutti noi, che con i nostri lavori e le nostre vite stiamo cercando di mostrare che un’altra via esiste e funziona (e bene!).

Ma il terreno sotto i nostri piedi è stato trattato a lungo con fertilizzanti chimici, crescere equilibrati è una sfida.

E allora capita che la scarsità di un bene (ad esempio gli avocado...) generi, anche nel nostro mondo, forme basse di CONCORRENZA, tra consumatori, tra commercianti, tra gruppi di produttori, per accaparrarselo.

E noi, che dichiariamo a gran voce di sostenere “la crescita della concorrenza perché per noi “concorrere” significa correre assieme”, abbiamo il dovere di cogliere queste occasioni per interrogarci sulle implicazioni profonde di questo termine.

Come con-correre, insieme, senza sgomitare per arrivare primi? Come rispondere alle pulsioni più basse che si insinuano anche nei nostri animi, che non ci fanno guardare in faccia nessuno pur di ottenere ciò che vogliamo? Come gestire queste pulsioni - umane ahinoi! - nel modo che più ci piace, senza generare vincitori e vinti?

Concorrere può significare, ed ha significato, dare la possibilità ad altri di percorrere le nuove strade che abbiamo faticosamente aperto, ma aperto per tutti, proprio con l’obiettivo che siano battute da più piedi possibili, che diventino la strada. E così sono nati i S.I.P. (gli Sbarchi In Piazza, qui un’introduzione e qui un video).

Concorrere può significare, ed ha significato, avere uno stimolo per una creatività positiva, che plasmi forme innovative di collaborazione tra tutti gli attori coinvolti per aumentare in modo sano la disponibilità di un bene scarso. E così sono nate le co-produzioni di avocadi (qui per approfondire).

Ma concorrere allo stesso tempo può significare pestare involontariamente i piedi a chi corre di fianco a noi, troppo presi dalla meta che vogliamo raggiungere, generando le medesime dinamiche dell’economia becera che stiamo cercando di combattere. Il bene scarso può essere motivo di scontro per chi corre, o vorrebbe correre, nella stessa direzione. Può capitare di coinvolgere nel nostro mercato produttori che altri vorrebbero a loro volta coinvolgere. Può capitare di scontrarsi, ma non è nostra intenzione dare il via a guerre di nessun genere.

E allora, come tendere la mano a chi si può sentire danneggiato dalla nostra attività? Come rispondere positivamente alle dinamiche di competizione che si vengono (inevitabilmente?) a creare? Come trasformare i conflitti (inevitabili, questi sì) in stimoli positivi, piuttosto che alimentare le pulsioni “egoiche-belliche” che si insinuano anche nei nostri cuori?

Questa questione, affrontata insieme, potrebbe forse contenere in sé la forza creatrice che ci permetterà di fare un ulteriore passo verso l’economia solidale…

E ancora di più. Il tema della concorrenza ci porta diretti a riflettere su un altro delicato tema, che costantemente riemerge nelle discussioni di chi si trova a dirigere o a relazionarsi con il Pollaio: la crescita.

Con la nostra esperienza abbiamo capito che sì, “piccolo è bello”, ma insieme è meglio! Tanti piccoli, solo insieme, possiamo pensare di far vacillare i “grandi” che non ci piacciono (la grande distribuzione organizzata, ad esempio). Tanti piccoli, insieme, possiamo considerare mete quelle che per i singoli erano solo utopie, possiamo osare, e progettare verso un’economia davvero circolare (pensiamo ad esempio al progetto SucCompost, che un’azienda sola non potrebbe permettersi di affrontare, ma, insieme, sta diventando realtà, o a FiCoS, che solo la forza del Consorzio ha potuto sostenere).

Ma allora dove trovare il limite alla crescita di questo organismo collettivo? Da un lato è sotto i nostri occhi che, seppur insieme, non siamo (ancora) grandi abbastanza per ferire il gigante, ma dall’altro lo siamo troppo per chi con-corre con noi e ci percepisce come il fantomatico pesce grosso-acchiappatutto. Come riuscire, se non ad allearci, quanto meno a smettere di farci la lotta tra piccoli che vanno nella stessa direzione??

È necessario per noi fare un passo indietro, anche a costo di tradire le aspettative delle famiglie coinvolte nella nostra attività? Dobbiamo rinunciare alla nostra posizione di privilegio, ottenuta con molto lavoro e con lunghi processi di conoscenza e fiducia reciproche? Dobbiamo chiudere le nostre porte ai produttori ancora neofiti dell’economia solidale che vedono nel Consorzio un mero sbocco commerciale?

O possiamo, forse, approfittare di questa posizione privilegiata per dare maggiore concretezza alla possibilità di espandere quei valori di cui ci sentiamo portatori? E, se sì, come? Crescendo noi? Dando supporto ad altri, affinché crescano nel rispetto reciproco? Ma come mantenere, o costruire, in questo caso, la stessa fiducia?

Cosa non ha funzionato in Siqillyàh (per chi non ne sapesse nulla, date un’occhiata a questo video, dal minuto 2:26)? E in RESSUD (qui, qui o qui qualche cenno)? Come possiamo riprovare a costruire quel tanto agognato NOI più grande che permetta a realtà simili di allearsi invece che farsi guerra?

È una storia vecchia, ma ancora non abbiamo trovato la quadra.

Ci piacerebbe (ri)provare a trovare risposte a queste domande ricorrenti insieme a voi, client-amici e “con-correnti”, per capire insieme quali potranno essere i prossimi passi per superarci, ed affinare ulteriormente il modello dell’economia (della cultura, della società) che vogliamo.

L’economia solidale è un’aspirazione e come tale non è (ancora) raggiunta.

Ma l’utopia di molti, insieme, può diventare meta.

E la meta si può raggiungere.

Nota:

Questo pizzino nasce da un’intensa riflessione interna stimolata da un "boatos" esterno

Un piccolo "incidente" che si trasforma in un’occasione di crescita collettiva: una partita di avogados venduta a noi, anziché ad un gruppo d’offerta che forse avrebbe potuto comprarla, da parte di un produttore calabrese non legato associativamente o commercialmente né a noi né a quel gruppo d’offerta.

Poiché non ci piace, né ci è mai piaciuto, che i sussurri s’ingigantiscano passando da orecchio ad orecchio, e contribuiscano ad alimentare il già troppo rumore di fondo, cogliamo questa occasione per invitarvi, tutti, ad una riflessione collettiva.

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Rubrica : {Flash}

Liberi e uguali Roma 7 lancia il comitato ecosocialista

Il lunedì 21 gennaio 2019 di Redazione

Care compagne, cari compagni di seguito il documento approvato venerdì 18 gennaio 2019 dall’assemblea di Liberi e Uguali del VII Municipio di Roma con un voto contrario. Nei prossimi giorni, come da deliberato partiremo con le iniziative per la costituzione del "Comitato ecosocialista Roma 7".


Dopo quasi un anno di agonia è ormai chiaro il fallimento del progetto di Liberi e Uguali. Non stiamo qui ad attribuire responsabilità o a cercare colpevoli. Ma di certo i gruppi dirigenti delle formazioni della sinistra italiana hanno dimostrato, nel loro complesso, una notevole dote di miopia. Si è preferito coltivare orti ormai aridi piuttosto che cercare nuovi terreni ancora da esplorare.

Noi, che siamo tra quelli che fin dall’inizio avevano aderito con entusiasmo a Leu, non possiamo che prenderne atto con rammarico, ma adesso è il momento di andare avanti, altrimenti si rischia di essere come gli ultimi giapponesi asserragliati su un isolotto sperduto.

Al contrario, c’è bisogno di stare in campo, di uscire dall’equivoco di una sinistra del tutto autoreferenziale che pur capendo che bisogna uscire dalla trappola del neoliberismo stenta a tornare nel suo campo di azione naturale. Quello dei diritti sociali, della di difesa della Sanità pubblica, della scuola. Quello del lavoro. In una parola, il campo socialista.

Questa è la necessità che fin dall’inizio abbiamo evidenziato: non un mero raggruppamento elettorale, ma neanche una forza che si dice genericamente di sinistra. Gli elettori, ormai è dimostrato ampiamente dai fatti, non gradiscono formazioni politiche che si danno come unico orizzonte quello delle prossime elezioni. Ci permettiamo di segnalare come la stessa parola sinistra, nelle coscienze degli italiani, si sia consumata. Non rappresenta più quella speranza, quella voglia di riscatto, su cui per decenni abbiamo contato. Una sorta di rendita di posizione che ci arrivava dal secolo scorso ma che abbiamo speso nella vana rincorsa di una globalizzazione che in gran parte del mondo ha portato i ricchi a esserlo ancora di più, i deboli a perdere anche quelle tutele che avevano conquistato con le lotte del ‘900.

Le nuove generazioni, in Italia ma anche in buona parte dell’Europa, non riconoscono più le nostre bandiere. E’ ora che ridiventino “stracci” in mano ai deboli, non vessilli lucidi appesi soltanto in qualche sede istituzionale. E’ ora che tornino in campo le idee del socialismo che sono forse ancora più attuali che in passato se le aggiorniamo con le nuove sfide ecologiste e le battaglie delle donne.

Sogniamo ancora e forse più di prima una società differente, che superi il modello di produzione capitalista. Un modello di produzione che non soltanto rappresenta lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma che, drammaticamente, sta diventando addirittura incompatibile con la sopravvivenza stessa della nostra specie. E quindi socialisti ed ecologisti. Un binomio che non possiamo più scindere.

Al tempo stesso la società che vogliamo non può che ripartire dalle lotte delle donne. Perché spesso ci hanno indicato con largo anticipo la strada da seguire. E se non combattiamo la violenza e lo sfruttamento di genere non saremo in grado di costruire quel mondo solidale che immaginiamo. Abbiamo seguito con attenzione tutti i vari tentativi in atto di ricostruire una casa della sinistra. E francamente percepiamo la debolezza di ognuno. Pensavamo che da tante debolezze potesse nascere una forza, ci eravamo illusi. Ma non vogliamo arrenderci. Per questo porteremo la nostra passione e le nostre idee nella forza ecosocialista lanciata lo scorso 16 dicembre con l’assemblea “Ricostruzione”. Perché, pur con limiti e ritardi evidenti, si tratta dell’unico progetto che racchiude in sé i valori e le battaglie che immaginiamo necessarie.

La nostra passione, dicevamo, ma anche le nostre idee, i temi su cui abbiamo ragionato in questi mesi. E allora nel nuovo partito porteremo la necessità di costruire una forza autonoma, in grado di dare rappresentanza ai lavoratori, aperta al confronto con la società. Una forza che non si impicchi al prossimo appuntamento elettorale, non aderisca acriticamente a un contenitore informe come quelli che si stanno delineando per le prossime elezioni europee. Serve una proposta per battere la destra. E questa proposta non può che essere quella dei socialisti. Una proposta al tempo stesso radicale e di governo. Per superare l’Europa delle oligarchie e costruire l’Europa dei popoli.

E così allo stesso modo, vogliamo costruire un partito che sia anche ”fisicamente” nelle città, con le sue sedi e una presenza costante in tutti i luoghi del conflitto. Un partito che sta pienamente dentro la rivoluzione della comunicazione, ma non la sostituisce al confronto reale. Un partito che sia social senza che ne diventi dipendente.

Per questo costituiamo fin da ora il “Comitato ecosocialista Roma 7”, con un coordinamento provvisorio votato dall’assemblea di tutti gli aderenti, per avviare da subito l’iniziativa politica su temi sia locali che nazionale e il confronto con sindacati e associazioni locali.

Crediamo che questo processo debba avvenire in tutti i territori, in maniera che, per una volta, la spinta “dal basso” vada nello stesso senso delle indicazioni del gruppo dirigente. Perché se è vero che i partiti non si creano soltanto a partire dal basso, è anche vero che senza una condivisione e una partecipazione diffusa non si va da nessuna parte. I soldati avranno anche bisogno di generali, ma i generali senza esercito sono davvero poca cosa.


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Rubrica : {Eventi in giro}

Lentini - primo incontro del Comitato Unitario, del Tribunale dei Diritti del Malato

Il lunedì 21 gennaio 2019 di Giuseppe Castiglia

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Lunedì 21 Gennaio alle ore 17 presso i locali della Camera del Lavoro primo incontro del Comitato Unitario, del Tribunale dei Diritti del Malato insieme a tutte le altre Associazioni del Volontariato laico e cattolico per concordare modalità e tempi di ripresa della mobilitazione unitaria per la Sanità pubblica e il salto di qualità del nuovo Ospedale.

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Rubrica : {Potere al Popolo}

Quattro punti per affrontare le elezioni europee

Il lunedì 21 gennaio 2019 di Potere al Popolo

Ieri si è chiusa la consultazione delle aderenti e degli aderenti di Potere al Popolo! in merito alla prossima tornata delle Europee. La grande maggioranza dei votanti (73%) si è espressa per partecipare alla competizione. Dunque Potere al Popolo sarà presente alle elezioni.

In merito al come partecipare, due sono state le opzioni maggiormente votate. La prima è risultata essere “Andare alle elezioni con il proprio simbolo e programma” (55%), la seconda invece “Verificare se sui contenuti sono possibili convergenze con altre forze sociali e politiche (collettivi, associazioni, movimenti, partiti)” (48%).

Nessuna delle due opzioni ha raggiunto la maggioranza necessaria del 66% per essere approvata in prima battuta. È quindi prevista una nuova consultazione sulla piattaforma online entro due settimane. Nel frattempo, per verificare la fattibilità della seconda opzione, proponiamo un confronto pubblico a tutte le forze che possono essere interessate a questi punti di merito e di metodo:

1. Crediamo che in questi anni – si pensi alla vicenda greca o alla recente umiliazione del Governo Lega/5 Stelle sulla manovra di bilancio – sia diventato evidente che l’Unione Europea, con i suoi Trattati e il suo sistema di poteri, è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di controllo democratico sul mercato e sulla finanza.

I Trattati sono stati costruiti su principi in totale contrasto con i valori della Costituzione del 1948. Inoltre bisogna ricordare come il popolo italiano non abbia mai votato questi Trattati, che oggi sono prevalenti sulla nostra Costituzione e la stanno distruggendo.

La rottura dei Trattati non è dunque una questione ideologica, ma serve a realizzare quello che da anni chiedono le classi popolari europee e movimenti come quello dei Gilet Gialli. Per redistribuire la ricchezza, per fare politiche di piena occupazione, per nazionalizzare i settori strategici e le aziende che chiudono o delocalizzano, serve disobbedire da subito ai vincoli che ci vengono imposti dall’UE. Gli stessi vincoli che non consentono di procedere con un piano di investimenti alternativo alle Grandi Opere che possa mettere fine alla devastazione ambientale e realizzare una vera transizione ecologica.

Così come è impossibile, stretti in questa morsa, garantire effettivamente il diritto alla casa, all’istruzione, alla salute, e servizi sociali efficienti per la maggioranza delle persone.

2. Per realizzare un programma del genere non si possono inoltre non rivedere radicalmente le spese e le servitù militari, la nostra adesione alla NATO, la collocazione internazionale del nostro paese. Servono processi di cooperazione reale e non di rapina con i paesi africani e del Medioriente, non possiamo essere indifferenti ai disastri umani e ambientali che le multinazionali compiono sull’altra sponda del Mediterraneo. Chi scappa da guerre e miseria è un oppresso come noi. Anche per questo bisogna praticare politiche di accoglienza e integrazione sul modello di Riace.

3. Bisogna dire basta alla falsa alternativa tra l’europeismo liberista della “sinistra” e il nazionalismo liberista della destra, a cui oggi sembra ridursi ogni opzione. Per farlo, bisogna essere coerenti: non si possono cavalcare sentimenti umanitari in difesa dei migranti e poi essere in piazza con i SI TAV o al governo con chi mette in pratica politiche che impoveriscono la maggioranza. È una questione di credibilità: non si può stare con chi si allea con il PD. L’unità è certo un valore, ma non si fa cucendo un vestito da Arlecchino, dove sta insieme tutto e il contrario di tutto. L’unità si deve fare innanzitutto con il nostro blocco sociale, su questioni concrete, su contenuti chiari: deve servire alle persone per essere più forti, non a residuali gruppi dirigenti per sopravvivere.

4. Infine pensiamo che un movimento di trasformazione della società non possa prescindere da una forte caratterizzazione rispetto alle questioni di genere, nel programma, nell’organizzazione interna, nella comunicazione.

Come ci insegnano movimenti come Non Una di Meno, non a caso protagonisti delle lotte di questi anni, il femminismo non è un orpello o una questione settoriale, ma un elemento costitutivo del nostro pensiero e della nostra azione.

Entro le prossime due settimane ci confronteremo pubblicamente con chiunque condivida questi punti, per poi rimettere la decisione nelle mani delle aderenti e degli aderenti di Potere al Popolo.


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Rubrica : {L’Uomo Malpensante}

AA.VV. "Carthage, Maîtresse de la Méditerranée, Capitale de l’Afrique" (Institut National du Patrimoine/Saic/Agence de Mise en valeur du Patrimoine et de la Promotion Culturelle)

Il domenica 20 gennaio 2019 di Emanuele G.

Sono venuto a conoscenza della pubblicazione di "Carthage, Maîtresse de la Méditerranée, Capitale de l’Afrique" consultando la pagina Facebook della Scuola Archeologica Italiana di Cartagine (in sigla: SAIC) e per me è stato un colpo di fulmine. Si un vero e proprio colpo di fulmine in quanto da sempre sono amante della storia del Mediterraneo. E Cartagine di questa storia ne è stata protagonista assoluta. Anzi la città faro. Non per nulla il libro utilizza due termini per definirla (intendo dire Cartagine): "Maîtresse" e "Capitale". "Maestra" del Mediterraneo e "Capitale" dell’Africa. Sans va sans dire che i due topoi di riferimento per la millenaria storia di Cartagine sono rappresentati per l’appunto dal Mediterraneo e dall’Africa. Entità geografiche che hanno costruito il DNA su sui si è evoluta la sequela storica della città situata nell’odierna Tunisia.

Il libro nasce da un accordo fra enti di studio e ricerca sulla storia e la valorizzazione del patrimonio della Tunisia nonché sull’archeologia cartaginese quali l’Institut National du Patrimoine, la già citata Saic e l’Agence de Mise en valeur du Patrimoine et de la Promotion Culturelle. Il pool di ricercatori è stato coordinato dai professori Samir Aounallah e Attilio Mastino, mentre l’adattazione è opera dei professori Francois Baratte e Louis Maurin. Il voluminoso volume - è proprio il caso di dirlo! - è stato pubblicato a gennaio dell’anno scorso e consta di oltre 400 pagine.

"Carthage, Maîtresse de la Méditerranée, Capitale de l’Afrique" è un’opera monumentale in quanto per la prima volta si opera una sintesi approfondita e puntuale sulla città di Cartagine. Fino ad oggi erano sì stati pubblicati libri su tale illustrissima città. Tuttavia erano parziali e non onnicomprensivi. Per la prima volta, dunque, Cartagine è oggetto di uno straordinario lavoro di analisi, sintesi e studio a 360° gradi che comprende tutti gli aspetti atti a conoscere a fondo l’identità della "Città Nuova". In fenicio Cartagine significa "Città Nuova" in quanto furono proprio i fenici provenienti da Tiro a fondarla nel IX° secolo avanti Cristo.

Tale meraviglioso volume diventerà certamente un c.d. "livre de chevet" perché finalmente contribuisce in maniera decisiva e puntuale a delucidare sui mille aspetti della storia di codesta sublime città. Un esempio su tutti. Si crede che la storia di Cartagine finisca con la III^ Guerra Punica. Niente di più sbagliato. Cartagine ha continuato ad avere un’importante e splendida funzione storica fino alla dominazione araba. E’ con gli arabi che Cartagine termina la sua sequela storica. Fra la sua fondazione e la sua fine, Cartagine ha svolto un ruolo di primaria importanza - come pochi - nella storia del "Mare Nostrum". Aspetto che dovrebbe essere meglio evidenziato dall’insegnamento della storia nelle scuole italiane. Un insegnamento spesso lacunoso e superficiale.

Il libro è una caterva di informazioni, annotazioni, riflessioni e puntualizzazioni da lasciare davvero sorpresi. Piacevolmente sorpresi. "Carthage, Maîtresse de la Méditerranée, Capitale de l’Afrique" non è un semplice libro di storia. Tengo a precisare tale concetto. Si affronta la complessa e maestosa materia operando mediante un lavoro memorabile di sintesi fra un’infinità di elementi. Abbiamo la storia tout court. Abbiamo l’epigrafia. Abbiamo l’archeologia. Abbiamo l’economia. Abbiamo le arti. Abbiamo la geografia. Abbiamo la linguistica. Abbiamo la religione. Abbiamo la geopolitica. Abbiamo la sociologia.

Insomma, Cartagine viene analizzata sotto ogni aspetto. Senza risparmiare sforzi e lavoro. Quando si giunge alla fine del volume si ha la sensazione di una profonda soddisfazione da parte di chi ha letto "Carthage, Maîtresse de la Méditerranée, Capitale de l’Afrique". E’ il piacere, cioé, di essere riusciti ad entrare in perfetta sintonia con lo spirito più autentico e possente della millenaria storia di Cartagine. "Carthage, Maîtresse de la Méditerranée, Capitale de l’Afrique" è una meravigliosa opera culturale perché soddisfa in pieno l’obiettivo di qualsiasi iniziativa culturale: ossia la voglia di sapere. Mi sono fatto un bel regalo davvero volendo abbracciare questo volume che ha fin da ora un posto di preminenza nella mia personale biblioteca.

E visto quanto sta accadendo nel Mediterraneo una maggiore attenzione alla sua storia - storia facondissima di cui Cartagine è una pietra preziosa senza pari - non sarebbe atto inverecondo e avventanto. Anzi...

- Photo credits:

La foto di copertina ci è stata fornita dalla casa editrice del libro

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Ultime brevi

Rubrica : {Eventi in giro}

Assordanti silenzi

Il mercoledì 6 giugno 2012

Dall’8 giugno e fino al 23, a Ortigia (Siracusa) in via Roma 30 - da Spazio30 Ortigia - collettiva di Bertrand/ Lasagna/Mirabile

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Una collettiva di pittura , che spazia dal figurativo all’astrazione, il titolo prende spunto da una citazione del libro di Francesco Antonio Lepore (la bestemmia del silenzio), a proposito di un libro di Milan Kundera (la vita è altrove) dove si parla di silenzio assordante ”solo il vero poeta sa che cosa sia l’immenso desiderio di non essere poeta, il desiderio di abbandonare la casa degli specchi, in cui regna un silenzio assordante”

In expo:

Bertrand / Lasagna / Mrabile

Spazio 30, Via Roma 30, Siracusa. Dall’8 Giugno 2012

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Rubrica : {Eventi in giro}

A Niscemi la Carovana antimafie e No MUOS

Il domenica 3 giugno 2012

A Niscemi la Carovana antimafie e No MUOS

La Carovana contro tutte le mafie alza il tiro contro il dilagante processo di militarizzazione del Mezzogiorno. Lunedì 4 giugno, Niscemi ospiterà la tappa chiave siciliana dell’evento internazionale promosso da Arci, Libera e Avviso Pubblico con la collaborazione di Cgil, Cisl, Uil, Banca Etica, Ligue de L’Enseignement e Ucca. L’appuntamento è per le ore 17 per un giro di conoscenza della “Sughereta”, la riserva naturale in contrada Ulmo sono in corso i devastanti lavori di realizzazione di uno dei quattro terminali terrestri del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate Usa. Alle 18, proprio di fronte ai cantieri i quella che nelle logiche dei Signori di Morte darà l’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo, Comitati No MUOS, giornalisti, ricercatori ed esponenti del volontariato denunceranno in diretta streaming la rilevanza criminale e criminogena dello strumento militare. Poi, alle 20, tutti in piazza per un happening di parole, suoni e immagini per ribadire il No al MUOS e per un Mediterraneo di pace, con un legame ideale con la straordinaria stagione di manifestazioni, 30 anni fa, contro i missili nucleari Cruise di Comiso.

Saranno in tanti a giungere a Niscemi per testimoniare la centralità della lotta contro le disumanizzanti tecnologie di guerra che Usa e Nato puntano a installare in Sicilia (oltre al MUOS, gli aerei senza pilota Global Hawk e Predator). Da Paolo Beni (presidente nazionale Arci) ad Alessandro Cobianchi (responsabile nazionale Carovane antimafie), da Luigi Ciotti (presidente Libera) a Giovanni Di Martino (vicepresidente di Avviso Pubblico) e Antonio Riolo (segreteria regionale Cgil). E i giornalisti Nino Amadore, Oliviero Beha, Attilio Bolzoni e Riccardo Orioles con i musicisti Toti Poeta e Cisco dei Modena City Ramblers. Ma saranno soprattutto le ragazze e i ragazzi dei Comitati No MUOS sorti in Sicilia ad animare l’evento e raccontare la loro voglia di vivere liberi dall’orrore delle guerre e dalle micidiali microonde elettromagnetiche. “Il 4 giugno, così come è stato lo scorso 4 aprile a Comiso e il 19 maggio a Vittoria, ricorderemo attivamente il sacrificio di Pio la Torre e Rosario Di Salvo, vittime del connubio mafia-militarizzazione”, spiega Irene C. del Movimento No MUOS di Niscemi. “Dalla realizzazione della base nucleare di Comiso all’espansione dello scalo di Sigonella, l’infiltrazione nei lavori delle grandi organizzazioni criminali è stata una costante. Ciò sta avvenendo nella più totale impunità pure per i lavori di realizzazione del sistema satellitare di Niscemi”. Le basi in cemento armato su cui stanno per essere montate le maxiantenne del MUOS portano la firma della Calcestruzzi Piazza Srl, un’azienda locale che a fine 2011 è stata esclusa dall’albo dei fornitori di fiducia dell’amministrazione provinciale di Caltanissetta e del Comune di Niscemi. I provvedimenti sono stati decisi dopo che la Prefettura, il 7 novembre, aveva reso noto che a seguito delle verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia erano “emersi elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società”. Secondo quando evidenziato dal sen. Giuseppe Lumia (Pd), il titolare de facto, Vincenzo Piazza, apparirebbe infatti “fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”. Ciononostante, le forze armate italiane e statunitensi non hanno ritenuto di dover intervenire per revocare il subappalto alla Calcestruzzi Piazza. L’1 aprile 2012, i titolari dell’azienda hanno deciso di rispondere ai presunti “detrattori”. Con un colpo ad effetto, hanno annunciato la chiusura dell’azienda e il licenziamento degli otto dipendenti con contratto a tempo indeterminato. “Dobbiamo interrompere il rapporto di lavoro a causa dei gravi problemi economici che attraversa l’azienda per la mancanza di commesse”, ha spiegato uno dei titolari. I responsabili? “Alcuni giornalisti e i soliti professionisti antimafia che infangano il nostro buon nome”. Lunedì 7 maggio, mentre a Niscemi erano ancora aperte le urne per il rinnovo del consiglio comunale, uno dei Piazza ha minacciato in piazza di darsi fuoco con la benzina. Al centro delle invettive, sempre gli stessi cronisti “calunniatori” e gli “invidiosi” per la commessa militare.

Da quando No MUOS significa No Mafia, il clima in città è tornato a farsi pesante. E la Carovana assume il compito di portare solidarietà a tutti quei giovani che sognano ancora una Niscemi libera dalle basi di guerra e dalla criminalità.

Antonio Mazzeo

CG

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Rubrica : {Eventi in giro}

Catania: i film di Giugno all’Arena Argentina

Il venerdì 1 giugno 2012

Catania: i film di Giugno all’Arena Argentina

http://www.cinestudio.eu/arena-argentina-programma-giugno/

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Rubrica : {Flash}

“Non si svolgerà la parata militare del 2 giugno"

Il mercoledì 30 maggio 2012

“Non si svolgerà la parata militare del 2 giugno Roma. La parata militare del 2 giugno, quest’anno, non si svolgerà. Lo ha comunicato il ministro della difesa Forlani, con una nota ufficiale. La decisione è stata presa a seguito della grave sciagura del Friuli e per far si che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.” 11 maggio 1976

Via: http://3nding.tumblr.com/

Vedi online: 3nding.tumblr.com

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Rubrica : {Flash}

Sidra, la vertenza continua

Il domenica 27 maggio 2012

Si è tenuta ieri mattina la conferenza stampa del circolo Città Futura PRC – FdS sulla questione della mancata restituzione agli utenti Sidra del canone « fognature e depurazione ». Maria Merlini, segretaria del circolo, ha brevemente ripreso le varie tappe della vicenda: questo canone – riscosso dalla Sidra dal 2006 al 2008, raddoppiando le bollette – è stato dichiarato illegittimo dalla sentenza n.335/2008 della Corte Costituzionale nel caso di abitazioni la cui rete fognaria non sia collegata ad un depuratore, cioè – per quanto riguarda Catania – per l’80% degli utenti. Già all’indomani della sentenza il circolo Città Futura, che fin dall’inizio aveva denunciato l’iniquità della riscossione di questo canone, si era subito attivato per permettere ai cittadini di chiedere alla Sidra il rimborso delle somme riscosse illegittimamente, consegnando moltissime richieste formali di rimborso agli uffici della società. Un provvedimento normativo del 2009 ha imposto la restituzione del canone entro il 2013, previa autorizzazione degli ATO. Ma nonostante l’ATO competente abbia deliberato già nel 2010 la restituzione del canone, quantificandone l’ammontare complessivo in quasi 2 milioni e mezzo di euro, la Sidra non ha ancora restituito nulla agli utenti, nascondendosi dietro un ipotetico conflitto di attribuzione tra l’ATO, la Sidra ed il Comune di Catania, che della Sidra è unico azionista. Per questa ragione il circolo Città Futura nei giorni scorsi ha incontrato il Prefetto di Catania, che ha dichiarato che si attiverà immediatamente contattando i tre soggetti interessati, affinchè venga fatta chiarezza sulla vicenda e vengano finalmente restituite ai cittadini le somme illegittimamente loro imposte. A conclusione della conferenza stampa, Luca Cangemi – del coordinamento nazionale della Federazione della Sinistra – ha denunciato come l’atteggiamento della Sidra sia ancor più inaccettabile in un contesto di grave crisi economica ed occupazionale, in cui la restituzione di queste somme indebitamente riscosse potrebbe dare un pur piccolo sollievo ai cittadini, già alle prese con l’aumento di altre tasse e servizi come la TARSU e l’IMU, annunciando che in mancanza di una rapida soluzione della vicenda il circolo Città Futura organizzerà un’azione legale degli utenti per pretendere dalla Sidra quanto dovuto.

http://circolocittafutura.blogspot.it/2012/05/sidra-la-vertenza-continua.html

Vedi online: http://circolocittafutura.blogspot....

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Rubrica : {Eventi in giro}

31 maggio Catania circolo città futura ore 19,30: inaugurazione mostra ORGOGLIOSE R/ESISTENZE

Il venerdì 25 maggio 2012

giovedì 31 maggio, dalle ore 19,30, al circolo città futura, via Gargano 37 Catania inaugurazione della mostra, a cura del collettivo LGBTQ IbrideVoci, ORGOGLIOSE R/ESISTENZE: 18 anni di movimento gay/lesbo/trans/queer a Catania videoproiezione "Orgogliosa Resistenza: volti e corpi del Pride", foto di Alberta Dionisi AperiCena... una serata di incontro e socialità con bar e buffet a volontà a prezzi anticrisi

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Rubrica : {Eventi in giro}

martedì 29 maggio ore 19 seminario su "Attacco al valore legale del titolo di studio e distruzione dell’università pubblica"

Il venerdì 25 maggio 2012

ATTACCO AL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO E DISTRUZIONE DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA

Seminario di approfondimento

martedì 29 maggio ore 19 via Gargano 37

Coordina:

Luca Cangemi (segretario circolo PRC Olga Benario)

Intervengono:

Giuliana Barbarino (collettivo Gatti Fisici);

Nunzio Famoso (già preside Facoltà di Lingue);

Felice Rappazzo (docente Università di Catania);

Chiara Rizzica (coordinamento precari della ricerca)

Circolo Olga Benario

Rifondazione Comunista – FdS

Via Gargano, 37 Catania

Fb: PRC Catania Olga Benario - circolo.olgabenario@libero.it

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Rubrica : {Eventi in giro}

Giovedi’ 24 Maggio ore 18:30, Catania, la Feltrinelli presenta: Chi ha ucciso Pio La Torre?

Il mercoledì 23 maggio 2012

la Feltrinelli Libri e Musica

Giovedi’ 24 Maggio

alle ore 18

presso il bistrot de la Feltrinelli Libri e Musica

di via Etnea 285 a Catania

PAOLO MONDANI

e

ARMANDO SORRENTINO

presentano

CHI HA UCCISO

PIO LA TORRE?

Omicidio di mafia o politico?

La verità sulla morte

del più importante dirigente comunista assassinato in Italia

CASTELVECCHI

intervengono

ADRIANA LAUDANI

e

PINELLA LEOCATA

inoltre ha assicurato la sua presenza

il Procuratore della Repubblica di Catania

GIOVANNI SALVI

Pio La Torre viene ucciso il 30 aprile 1982. Indagini farraginose e un lunghissimo processo indicheranno come movente dell’omicidio la proposta di legge sulla confisca dei patrimoni mafiosi, di cui era stato il più deciso sostenitore. Esecutore: Cosa Nostra. Un movente tranquillizzante. Un mandante rimasto nell’ombra. In realtà, con la morte di La Torre si compie un ciclo di grandi omicidi politici iniziati con l’uccisione, nel 1978, di Aldo Moro e proseguito, nel 1980, con la soppressione di Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicilia. Uomini che volevano un’Italia libera dal peso della mafia politica e dall’influenza delle superpotenze. Dalle carte dei servizi segreti risulta che La Torre viene pedinato fino a una settimana prima della morte. Nel 1976, la sua relazione di minoranza alla Commissione parlamentare Antimafia passerà alla storia come il primo atto di accusa contro la Dc di Lima, Gioia, Ciancimino e la mafia finanziaria. Nel 1980, in Parlamento non teme di “spiegare” l’omicidio Mattarella con il caso Sindona e con la riscoperta di una vocazione americana della mafia siciliana. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; a comprendere il peso della P2; a intuire la posta in gioco con l’installazione della base missilistica Usa a Comiso; a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio. Raccoglie e riceve documenti riservati, appunta tutto in una grande agenda: di questo non si troverà nulla. Nei mesi che precedono il suo assassinio, La Torre torna in Sicilia a guidare il Pci fuori dalle secche del consociativismo, nel tormentato tentativo di ridare smalto a un partito spento. Trent’anni dopo l’omicidio, l’esperienza complessa e straordinaria di La Torre spiega molto delle sorti attuali della sinistra e della democrazia nel nostro Paese. E, per la prima volta, si cerca di leggere in controluce un delitto colmo di episodi per troppo tempo tenuti all’oscuro.

Paolo Mondani è giornalista d’inchiesta. Nel 1997 ha collaborato agli Speciali di Raidue. Sempre per la Rai ha lavorato come inviato per Circus, Raggio Verde, Sciuscià, ed Emergenza Guerra. Nel 2003 è stato coautore di Report insieme a Milena Gabanelli. Nel 2006 è stato a fianco di Michele Santoro in AnnoZero. Dal 2007 è di nuovo firma di punta di Report su Raitre. Tra le suo pubblicazioni «Soldi di famiglia» (Rizzoli).

Armando Sorrentino è avvocato. E’ stato il legale della parte civile Pci-Pds nel processo per l’uccisione di Pio La Torre e di Rosario Salvo. Ha rappresentato la parte civile nei processi per la Strage di Capaci e nel «Borsellino ter». Inizia l’attività negli uffici legali della Cgil, a lungo militante e dirigente locale del Pci-Prs, oggi è impegnato nell’Anpi e con l’Associazione dei Giuristi Democratici.

Grazie e a ritrovarci

Sonia Patanìa

Sonia Patanìa
 Responsabile Comunicazione e Eventi
 La Feltrinelli Libri e Musica
 via Etnea 285, Catania
 eventi.catania@lafeltrinelli.it

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Rubrica : {Flash}

Un tentativo di strage: comunicato stampa UDI

Il martedì 22 maggio 2012

Comunicato stampa

19 maggio 2012 – Italia Scuola Morvillo-Falcone

Un sabato mattina di primavera: attentato in istituto professionale di Brindisi - Una morta, un’altra in pericolo di vita, altre ferite e feriti.

Un tentativo di strage …

Una strage di giovani che andavano a imparare in un istituto professionale di tecnica, di moda.

Un istituto frequentato prevalentemente da giovani donne.

Altissimo è il valore simbolico della scelta del luogo, una scuola dove le giovani vanno ad apprendere conoscenze e costruire saperi per lavorare e costruirsi una vita libera e migliore. Significa tante cose la scelta del luogo, basta volerli vedere tutti questi significati, come li ha visti chi ha preparato l’attentato.

Qualunque sia la matrice, qualsiasi possa essere la valenza politica sia di attacco alle istituzioni, o terrorismo di vario stampo, una cosa è certa, che la conta delle morti violente di giovani donne subisce un aumento repentino nel panorama miserevole dei femminicidi quasi quotidiani in ogni parte d’Italia. Che la violenza spietata e disumana, singola o collettiva che sia, si manifesta ancora una volta.

Comunque la si voglia chiamare, questa è la cronaca della arretratezza di un paese che si annovera fra le potenze economiche mondiali, e che si ammanta di una democrazia di cui le donne non possono usufruire né in casa né fuori casa.

Quante sono le morti violente delle donne ogni anno? Nel 2012 in aumento progressivo e, nell’insieme, ogni anno centinaia, una strage che è solo la punta dell’iceberg della violenza maschile. Violenza a cui si aggiunge questa che crea lutto, dolore e terrore in tutto il paese. Paura che entra nelle coscienze perché abbatte uno degli ultimi luoghi, la scuola, considerati generalmente sicuri. Bisogna fermare questa violenza singola e collettiva.

Bisogna porre argine in ogni modo alla strage, prima, durante e dopo qualsiasi indagine o summit.

Non è più tempo di parole e di opinioni, è tempo di scelte, rimedi e di coscienza civile.

Un intero anno abbiamo passato con l’UDI, in tante e tante in tutta Italia con la Staffetta di donne contro la violenza sulle donne, da 25 novembre 2008 al 25 novembre 2009. Su, su dalla Sicilia alla Lombardia.

Fino all’ONU, a New York siamo andate. E ancora siamo qui a fare la conta delle morte e ferite, senza una legge, senza un allarme, senza prevenzione, senza contrasto, senza nessun tentativo di modificare seriamente la cultura della violenza individuandone le radici storiche e politiche.

In poche parole senza alcun intervento adeguato di chi ci rappresenta, amministra ed emana leggi.

Le nostre istituzioni dovrebbero condividere con noi il nostro perenne lutto, e devono riconoscere la nostra grande generosità di donne che sempre collaborano e sopportano nella speranza di una pace meritata. Devono riconoscere l’ingiustizia della condizione di terrore quotidiano in cui siamo costrette a vivere, e devono trovare sempre i colpevoli e garantire una pena certa, devono adoperarsi a promulgare leggi di contrasto e prevenzione alla violenza, di qualsiasi forma e tipo. Perché è un guadagno per tutte e tutti.

Quante volte ancora dovremo piangere vite di donne spezzate per capriccio o per esercizio arbitrario di un potere personale o collettivo, che in Italia purtroppo è ancora monopolio del genere maschile?

Il dolore per Melissa e le altre ragazze e ragazzi è indicibile e può essere espresso solo in parte con la condivisione del terribile dolore dei loro genitori, degli insegnanti e di tutti coloro che riconoscono il valore della vita umana.

UDI Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centrale Via dell’Arco di Parma 15 - 00186 Roma Tel 06 6865884 Fax 06 68807103 udinazionale@gmail.com www.udinazionale.org

“Io non compro Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa fino a quando tutte le operaie OMSA - Faenza non verranno riassunte”

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Rubrica : {Eventi in giro}

Un mito antropologico televisivo, di Maria Helene Bertino, Dario Castelli e Alessandro Gagliardo Catania, mercoledì 9 maggio 2012, ore 21 ZO centro culture contemporanee

Il lunedì 21 maggio 2012

“L’Italia che non si vede” Rassegna di cinema del reale

Un mito antropologico televisivo, di Maria Helene Bertino, Dario Castelli e Alessandro Gagliardo Catania, mercoledì 9 maggio 2012, ore 21 ZO centro culture contemporanee

Martedì 22 maggio, alle ore 21, presso il centro culture contemporanee ZO, quinto e ultimo appuntamento con “L’Italia che non si vede”, rassegna nazionale di cinema del reale promossa a Catania dall’officina culturale South Media (circolo UCCA). In programma, per la sezione “Le immagini perdute”, “Un mito antropologico televisivo”, un film nato attraverso il lavoro e la ricerca di malastradafilm film, pensato, discusso e montato da Helene Bertino, Dario Castelli e Alessandro Gagliardo.

Presentato con successo all’ultima edizione del Torino Film Festival, nella sezione Italiana.doc, Menzione Speciale “Premio UCCA Venticittà”, Un mito antropologico televisivo è un film pretesto pensato per introdurre nel dibattito culturale l’idea di antropologia televisiva, intesa come chiave di lettura di un racconto popolare non ancora affrontato dalla storiografia, nonché strumento di ricostituzione di comunità attraverso la visione della televisione come soggetto di narrazione. In mezzo un patrimonio enorme custodito da centinaia di piccole emittenti che passo dopo passo gli autori stanno cercando di recuperare, conservare e pubblicare.

Attraverso l’uso di riprese video realizzate tra il 1992 e il 1994 (periodo chiave per la storia siciliana e italiana) e provenienti da una televisione locale della provincia di Catania il racconto televisivo penetra nella storia popolare di una nazione per comporre così il quadro delle sue difficoltà, descrivendone la sua natura più profonda. La telecamera coglie frammenti di quotidiano e li restituisce dopo anni ancora carichi della loro capacità di descrivere la nostra società, invitandoci a mettere in atto una lettura antropologica della narrazione televisiva.

Ufficio stampa: info@southmedia.it 349 1549450 www.southmedia.it

CG

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