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Altri passi ancora: un saluto a Salvo Vitale

Se n’è andato ieri, martedì 19 agosto 2025, a pochi giorni dal suo ottantaduesimo compleanno, Salvo Vitale: lottò tutta la vita per tenere alta la memoria di Peppino Impastato.

di francoplat - mercoledì 20 agosto 2025 - 743 letture

Non conoscevo Salvo Vitale. Ma quando, lo scorso aprile, gli chiesi se fosse disponibile per un’intervista, disse subito di sì. Preferì rispondere per iscritto, lo fece e consegnò un documento nel quale gli anni che lo separavano dalle sue prime esperienze politiche, dal suo impegno civile, dalla sua militanza attiva dalla parte di chi il potere lo subiva, anziché gestirlo; quegli anni, nulla avevano sottratto all’indignazione cristallina contro le offese dell’uomo all’uomo.

Se n’è andato ieri, martedì 19 agosto, a pochi giorni dal suo ottantaduesimo compleanno. In poche ore, la sua storia, inscindibile da quella dell’amico Peppino Impastato, è diventata oggetto di mille riflessioni, del ricordo di molti cronisti e amici che ne avevano accompagnato o seguito la parabola esistenziale e l’impegno. Dalle parole del fratello di Peppino Impastato, Giovanni, che sottolinea la lunga, tenace lotta di Salvo Vitale per tenere viva la memoria dell’amico storico (“Fanpage.it, “È morto Salvo Vitale, fondatore di Radio Aut con Peppino Impastato”, 19 agosto 2025) a quelle di Rino Giacalone, su “Alqamah.it”, che ne tratteggia un ricordo commosso e affettuoso, mettendo in evidenza, da un lato, la volontà di Salvo di tenersi lontano dai riflettori e restare tra i giovani e, dall’altro, la pedagogia attiva di un grande protagonista dell’antimafia, ossia aver insegnato «ogni giorno a non arrendersi mai» (“L’impegno e la testimonianza. I cento passi di Salvo Vitale”, 20 agosto 2025).

I giovani li conosceva bene. Ne aveva educati, formati alla coscienza civile tantissimi. Sino al 2003, aveva insegnato storia e filosofia nei licei, ma il suo eclettismo culturale, che diventava denuncia, lo aveva portato, inoltre, a proseguire l’attività giornalistica iniziata decenni fa; è sempre Giacalone a ricordare che, nel 1966, a Cinisi comparve un giornale “L’idea”, il cui primo titolo stampato è destinato a rimanere nella memoria collettiva: “La mafia è una montagna di merda”. E, poi, la televisione – era redattore capo dell’emittente televisiva Telejato –, ma anche un sito personale, www.ilcompagno.it, e la produzione culturale, libraria.

A un suo libro del 1996, “Nel cuore dei coralli”, si è ispirata la sceneggiatura de “I cento passi”, che lo vede tra i protagonisti, interpretato mirabilmente da Claudio Gioé; Gioé-Vitale, nella finzione come nella realtà, annunciò la morte di Peppino il 9 maggio del 1978 dalle frequenze di “Radio Aut”. Si è occupato anche di ricerche storiche, antropologiche, sociologiche, ha pubblicato libri di poesia, fra i quali: “Arrangiamenti. Rabbia in versi” (Navarra editore 2011), una raccolta nella quale la “rabbia” si rivolge contro un Paese degradato nel suo ceto politico e anestetizzato nella sua opinione pubblica.

Era burbero, ma autoironico, ricorda ancora Giovanni Impastato. Era indignato, consapevole che fosse necessario non smettere di contare i passi, perché la mafia era tutt’altro che debellata. Nell’intervista a cui si è fatto riferimento sopra, questa consapevolezza si univa a un altro convincimento, proprio della sua visione del mondo, ossia che la mafia permeasse di sé il sistema di potere di ogni singolo Stato, a partire da quello statunitense, retto da Trump, «che è un mafioso a tutti gli effetti». Ma la politica non era, nel suo intendimento, che uno strumento, una manifestazione di potere normativo che consentiva, appunto, di “normalizzare” e rendere lecito «tutto il marciume di cui il capitalismo è capace», dalla tratta degli uomini a quella degli organi, dal traffico d’armi a quello degli stupefacenti.

Non era affatto domo, continuava con lucidità a guardare a quel fenomeno mafioso che non isolava mai dal contesto in cui si era affermato e in cui continuava a prosperare, adattandosi, in modo camaleontico, ai tempi. Sempre nella stessa intervista, a proposito delle metamorfosi mafiose, aveva scritto: «questo riciclarsi della mafia in garibaldina, savoiarda, liberale, fascista, democristiana, socialista, comunista (nelle regioni rosse) e, diremmo oggi, berlusconiana o forzista, pentastellata, leghista e fratelliditalianista».

Non faceva sconti a nessuno, l’intero processo storico-politico italiano era oggetto di critica, dura, ferma; l’intera struttura di potere. Ma, per certo, sapeva anche che la condanna ferma del potere non poteva essere disgiunta dal ghigno giullaresco di chi ai potenti non s’inchina per piaggeria o convenienza. Per certo, per sua stessa ammissione, del suo amico lontano e sempre presente, di Peppino Impastato, gli mancava una cosa. «Cosa le manca del suo amico di un tempo, dottor Vitale?»; risposta: «la sua risata irriverente contro ogni forma di potere», oltre che la sua capacità di analisi degli eventi giornalieri.

Così chiudeva l’intervista l’uomo che visse due vite e due vite portò avanti, la propria e quella dell’amico Peppino, in nome della difesa di quella dignità umana che Salvo Vitale vedeva cancellata dal progredire dei tempi. «L’altro – scriveva – non è considerato un tuo compagno di viaggio, un tuo simile, ma il diversa da te, che puoi “fottere” ove servisse ad aumentare la tua potenza, o che puoi umiliare se torna a tuo vantaggio».


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