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Donne e ‘ndrangheta: Sabrina Garofalo al Liceo Cottini di Torino

"I corpi vengono distrutti proprio perché deve essere distrutta la storia di queste donne, deve essere distrutta la loro dignità, deve essere distrutta, di conseguenza, la loro memoria"

di francoplat - mercoledì 18 febbraio 2026 - 752 letture

Riparte, per la quinta edizione, il corso sulle mafie per docenti del Piemonte, organizzato dal torinese liceo Cottini e dalla sezione locale delle Agende rosse. Se lo scorso anno è stata la professione dei relatori – giornalisti – il tratto unificante, in questa nuova edizione si è scelta una tematica comune alle quattro studiose che interverranno in streaming: donne e mafie, questione complessa, che le relatrici presenteranno tenendo conto dei rispettivi filoni di studi, focalizzando l’attenzione ora su una e ora sull’altra delle organizzazioni mafiose tradizionali.

Ha dato il via al corso la dott.ssa Sabrina Garofalo, ricercatrice presso l’Università della Tuscia, dove si occupa di studi di genere, di sociologia delle migrazioni, di analisi sulla criminalità organizzata, autrice di un lavoro con Ludovica Ioppolo dal titolo “Onore e dignitudine. Storie di donne e uomini in terra di ‘ndrangheta” (Falco Editore 2015) e di un volume più recente, per le edizioni Novalogos: “Donne, violenza e ‘ndrangheta. Metodi, storie e politiche” (2023).

L’intervento della dott.ssa Garofalo – “Percorsi di riconoscimento delle donne nei contesti di ‘ndrangheta” – parte dalla cornice teorica di riferimento, quella della sociologia critica, e si muove lungo una trattazione finalizzata, appunto, al riconoscimento delle storie di singole donne inserite, a vario titolo, nei contesti di ‘ndrangheta. Riconoscimento che, prima di ogni altra cosa, significa restituire identità, spessore, memoria alle storie di queste donne, significa porsi in ascolto, accordare valore a una componente, quella femminile, subalterna al racconto dominante, subalterna alle dinamiche di potere interne alla mafia calabrese, significa correggere alcuni stereotipi e pregiudizi che persistono a vari livelli del racconto della ‘ndrangheta. In sostanza, il processo di riconoscimento dovrebbe trasformare le donne da “oggetti” della narrazione e/o strumenti dell’organizzazione mafiosa in persone dotate di voce e di capacità di autodeterminazione, scardinando, così, i pilastri culturali su cui si fonda il potere mafioso ed eliminando le incrostazioni narrative che impediscono di cogliere la complessità di quelle storie e di quelle vite.

Un silenzio, quello relativo al mondo delle donne, che la relatrice intende scalfire fin dall’inizio, mostrando la foto di Angela Montagna – la mamma di quel Cesare Casella rapito dalla ‘ndrangheta nell’88 e tenuto prigioniero per circa due anni – che si incatenò nella piazza di alcune cittadine della Locride per chiedere la liberazione del figlio. “Mamma coraggio”, come venne soprannominata dai media Angela Montagna, fu importante per l’attivazione del movimento anti-‘ndrangheta, sottolinea la relatrice, al quale, però, manca una narrazione, è rimasto sottaciuto, silente tanto quanto silente è la mafia calabrese.

E su quest’ultima, dopo le precisazioni teoriche e metodologiche, Garofalo punta la propria attenzione, precisando la natura totalitaria del potere ‘ndranghetista, i suoi interessi transnazionali, la sua dialettica tra innovazione e tradizione, la sua potente presa sul territorio e sui corpi. È questo controllo dello spazio e dei corpi una componente centrale del fenomeno mafioso in Calabria, incardinato su una struttura di tipo familiare, sull’appartenenza – di sangue o di comparaggio – e su una natura dichiaratamente maschile del potere. «È un fenomeno che esclude le donne, le quali sono escluse dai riti di iniziazione». Quella ‘ndranghetista è una realtà maschile, in cui le donne hanno un ruolo fondamentale, ma nel quale le donne che gestiscono ruoli decisionali passano necessariamente attraverso la legittimazione di un componente uomo della famiglia.

All’interno di questo contesto, la presenza femminile, avverte la relatrice, non può essere letta attraverso una dicotomia rigida, per quanto esistente, tra la «donna vittima, magari vestita di nero e silenziosa» e la donna-boss, pienamente integrata nelle dinamiche del potere. Questo è un portato, fra gli altri, della rappresentazione mediatica del mondo femminile nella ‘ndrangheta, frutto di un interessante produzione cinematografica e televisiva che, negli ultimi anni, ha insistito sul racconto della mafia calabrese, generando, però, un immaginario collettivo denso di stereotipi, di racconti fuorvianti. La dottoressa enumera alcune rappresentazioni – da “Anime nere”, film di Francesco Munzi a “Lea” di Marco Tullio Giordana, da “Una femmina” di Francesco Costabile alla serie “The Good Mothers” – che, pur in modo diverso, hanno contribuito a fornire un’immagine arcaica e arretrata della realtà calabrese. Dall’enfasi posta su aspetti eccessivamente folkloristici (musica, cibo, tradizioni) alla latitanza di elementi tipici della modernità e della realtà, quali la scuola o l’uso dei social network da parte delle giovani donne, all’assenza dei panorami urbani, quasi come se la Calabria non possa che essere rappresentata nella sua dimensione d’immobilismo rurale.

Le deformazioni del racconto pubblico sulla ‘ndrangheta e sulla donna in quel contesto, avverte ancora Garofalo, riguardano altri ambiti, a partire dalla tendenza a presentare le donne coinvolte in inchieste giudiziarie come un caso inedito – “la prima donna condannata”, la “prima boss” – che non tiene conto del fatto che le donne hanno sempre ricoperto ruoli importanti all’interno dell’organizzazione mafiosa, per quanto con modalità e ruoli diversi da quelli maschili. E giova anche alla cristallizzazione di un certo immaginario attorno alla ‘ndrangheta un ulteriore stereotipo, ossia il fatto che «donne e bambini non si toccano». Un pilastro mafioso continuamente smentito dalle cronache, che registra, invece, numerosi casi di donne – a partire da alcune delle protagoniste delle vicende narrate in seguito, da Maria Concetta Cacciola a Lea Garofalo a Tita Buccafusca – e di minori uccisi o fatti sparire dai mafiosi.

Vi è un ultimo elemento della narrazione dominante attorno alla donna nel contesto di ‘ndrangheta che passa al vaglio del discorso dell’ospite del Cottini: l’idea che la scelta della collaborazione di giustizia, ad esempio, sia giustificata dal fatto che «lo fanno per amore dei figli». Senza negare affatto il sentimento reale di maternità, la relatrice osserva che una narrazione di questo tipo ripropone la visione della donna esclusivamente come madre – valore centrale per la stessa ‘ndrangheta per garantire la riproduzione dei codici mafiosi alla prole – e finisce per occultare il desiderio di autodeterminazione e di libertà individuale delle donne, indipendentemente dal loro ruolo genitoriale. Senza contare che il costante richiamo al ruolo materno è fondato su una sostanziale ipocrisia, ossia l’impossibilità per queste donne di educare i figli secondo prospettive differenti dalla griglia precostituita del sistema di appartenenza.

Quest’ultimo aspetto emerge chiaramente dall’analisi delle storie delle donne evocate da Garofalo, con una premessa. Così come nel caso di Angela Campagna, la relatrice spiega che le biografie ripercorse attraverso precise categorie sono accompagnate dalle fotografie di queste donne: una scelta, tiene a precisare, che è un «atto politico», perché «l’intento della ‘ndrangheta è quello di annullare completamente questi volti, annullare completamente queste donne, proprio perché devono sparire», sia in senso materiale sia in senso simbolico, visto che dev’essere «distrutta la loro storia, la loro dignità e, di conseguenza, la loro memoria». Per questo, raccontare le loro biografie richiede che debbano tornare simbolicamente dei corpi, dei volti.

E Garofalo entra, quindi, nel racconto di quelle singole vicende, intrecciandole tra loro, evidenziandone gli elementi comuni, a partire dalla condizione di controllo e di asservimento dei corpi da parte delle famiglie mafiose o delle famiglie d’origine. Non di rado, l’uscita dal nucleo familiare originario è legata alla necessità di uscire da un controllo soffocante, che diventa ancora più stringente quando si entra, da moglie, nel nuovo contesto familiare. Così raccontano le vicende di Maria Concetta Cacciola – «a 13 anni mi sono sposata per avere un po’ di libertà» –, di Giuseppina Pesce, di Lea Garofalo, di Tita Buccafusca, spose e madri giovanissime, a cui il matrimonio precoce non porta il superamento della morsa stringente, «perché non è mai una buona idea lasciare un padrone per un altro», come afferma il giudice Roberto Di Bella a proposito della vicenda della Cacciola.

Il controllo è solido, continuo, contiguo; in quest’ultimo caso, è un controllo che raddoppia, che trova concordi, senza fratture, la famiglia originaria e quella matrimoniale, che non consente alle donne ripensamenti, passi indietro, neanche dinanzi alle tante espressioni della violenza che queste ragazze-donne subiscono nel nuovo nucleo familiare: violenza fisica, psicologica, economica, sessuale. Ciò che impasta tra loro le fonti del controllo – vecchia e nuova famiglia – è il senso dell’onore, che ha un carattere sacrale, tanto che, davanti al racconto di Maria Concetta Cacciola che gli rivela che il marito le ha puntato contro una pistola dopo un litigio per futili motivi, il padre dice seccamente alla figlia: «questo è il matrimonio e te lo tieni per tutta la vita».

I corpi sono vigilati, scrutati, con grande attenzione, per coglierne cambiamenti e segnali di potenziali deviazioni dal corso “naturale” delle cose, un taglio di capelli, il rossetto, possono indicare dei pericoli. Né la sorveglianza attiene solo alle famiglie, perché si allarga all’intero contesto sociale, perché il contesto che circonda i nuclei familiari osserva, si ha paura che la gente parli. Ciò soffoca la vita di queste donne, le imprigiona, tanto più se sono “straniere”, estranee a quei contesti, come la polacca Ewelina Pitlarz, cognata di Tita Buccafusca, andata in sposa a uno dei fratelli Mancuso e, in seguito, divenuta testimone di giustizia. Ewelina era «costretta a orari di lavoro massacranti, parliamo di un inizio dell’attività lavorativa alle 3 di notte, per poi lavorare sino a sera, con un vero e proprio sfruttamento accompagnato da atti di violenza di ogni tipo».

Sfruttate, tacitate nelle loro aspirazioni, relegate in un ambiguo ruolo materno, non è un caso che alcune di queste donne abbiano cercato di uscire dalla gabbia familiare. Magari, con l’ausilio dei social network, attraverso contatti con altri uomini, su piattaforme nelle quali costruivano una nuova identità, una nuova soggettività, scoprendo, in qualche caso, l’esistenza della gentilezza, di un rapporto non fondato sulla violenza virile e sullo sfruttamento, scoprendo di potersi percepire come corpi femminili desiderati. Così, Giuseppina Pesce, parlando di un uomo che aveva conosciuto sui social, afferma: «è la prima persona che si occupava dei miei figli, che mi rispettava come donna e mi voleva bene». «Per la prima volta sono corteggiata» è, invece, l’ammissione di Maria Concetta Cacciola. Ad Annunziata Pesce, la relazione con un altro uomo, appartenente alle forze dell’ordine, costa la vita. Era il 1981.

E il bisogno di riconoscimento nella sfera dell’affettività è importante anche per spiegare i percorsi di fuoriuscita di queste donne, l’essere riconosciute come soggetti autonomi, rispetto ai contesti di appartenenza, è uno degli elementi rappresentativi di questa possibilità di fuoriuscita. Una fuoriuscita da quei contesti, sottolinea con estrema determinazione Garofalo, è, però, tutt’altro che istantaneo, semplice. Troppe volte, si semplifica questo passaggio, lo si banalizza, dimenticando i legami profondi di appartenenza con le persone, le cose, i territori. Si semplifica un percorso doloroso, fatto di sensi di colpa, costruiti ad hoc, dalle famiglie dalle quali si tenta di scappare, da famiglie il cui onore è leso, se una donna – Cacciola, Buccafusca, Pesce – cerca un’interlocuzione con la giustizia. E la vendetta, che ha valore esemplare – per altre donne che volessero tentare la stessa strada – e simbolico, è spietata: l’acido muriatico, per la Cacciola e Tita Buccafusca, usato simbolicamente, appunto, perché corrode gli organi della parola, la lingua e la gola; un suicidio impossibile, perché è innaturale ingerire volontariamente una tale quantità di acido.

Il corpo viene oltraggiato. O scompare, come nel caso di Maria Chindamo, donna libera, che paga la propria volontà di autodeterminazione – è iscritta all’università – e il rifiuto di cedere delle terre a chi le pretende, in una regione in cui la terra è un elemento fondativo del potere mafioso. O come nel caso di Barbara Corvi, una donna umbra, di Amelia (TN), sposata a uno ‘ndranghetista della famiglia Lo Giudice, scomparsa il 27 ottobre del 2009, anche lei soggetta allo stesso clima di violenza di altre storie di donne evocate dalla relatrice.

È una trattazione ricca, quella dell’ospite del Cottini, che cerca di sfuggire alle conclusioni facili, al rischio della banalizzazione dei temi importanti che tratta. Il suo è un pressante invito a non cadere nei manicheismi di comodo, a sottrarre dal silenzio questioni di grande rilevanza, come, ad esempio, la storia dell’antimafia calabrese, non riconducibile a quella siciliana, e caratterizzata da sforzi e impegno che non hanno trovato ancora una voce pubblica adeguata. Così come invita, prestandosi alle domande dei docenti, a non dimenticare che l’emancipazione della donna, anche nei contesti mafiosi, non può essere lasciata sulle spalle delle donne, c’è bisogno di un processo di maggior respiro, che veda impegnate le istituzioni, la società civile tutta. E, ancora, è un invito forte a sottrarre fascino al mito della ‘ndrangheta, a demitizzare la fascinazione della violenza mafiosa, ancora perdurante in alcune produzioni mediatiche. Soprattutto, ribadisce la necessità che alle donne in quei contesti si restituisca dignità, ascolto, supporto, sganciandole dalle categorie, spesso comode e pigre, di eroine o di vittime, lasciando affiorare dalle loro singole avventure umane tutta la complessità dei mondi interiori che tali esperienze edificano. Ricordando che sono donne, non sante o eroine, come vorrebbe la nostra pigra tendenza a lasciare ad altri il compito di liberarci dai cattivi.

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