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Le tante vite in una di Mauro Rostagno: intervista alla sorella Carla

"Quella di Mauro è un’immagine complessa, perché era imprevedibile, fuori dagli schemi; i suoi cambiamenti, le sue tante vite altro non sono stati che la ricerca continua del senso della vita e la sperimentazione di strade possibili per una convivenza pacifica"

di francoplat - mercoledì 8 luglio 2026 - 544 letture

Basterebbe una sola frase per spiegare quale immagine restituisce di Mauro Rostagno la sorella Carla nell’intervista riprodotta integralmente nel documento allegato. Citando l’arringa finale di un pubblico ministero, la mia interlocutrice evoca, infatti, lo «splendore umano e intellettuale di Mauro Rostagno».

Mauro, sociologo, giornalista, attivista politico, terapeuta, l’uomo dalle tante vite che Carla racconta, tra crisi e risalite, spinto da una curiosa volontà di sperimentare le tante forme dell’esistenza, di esaurirne la vitalità per ripartire, sempre, però, restando fedele a un principio: la lotta in favore di chi soffre, il rifiuto della violenza, l’attenzione agli emarginati. Ovunque, da Palermo, accanto agli abitanti del quartiere Zen, alla comunità Saman, creata, con Francesco Cardella e la compagna Chicca Roveri dopo il suo rientro da Pune, in India, dove si era recato anche a seguito delle delusioni e delle ferite di una delle tante vite precedenti e da cui era tornato «rifiorito», pronto a sostenere in quel centro i tossicodipendenti in cerca di un riscatto, della loro stessa rinascita.

Mauro, l’affabulatore, il coniatore di slogan icastici, il comunicatore diretto e senza infingimenti, il lettore vorace; Mauro che cerca, sempre, di superare le ingessature formali della società e delle relazioni, che mal si adatta al pregiudizio e allo stereotipo di una certa banalità, che trova nella provincia di Trapani il suo ultimo approdo, in quella provincia malata di mafia e dei tanti addentellati della consorteria criminale con mondi leciti e meno leciti, dalla politica all’imprenditoria alla massoneria ai servizi segreti deviati. Mauro che, a detta figlia Maddalena, non intende solo guarire i tossicodipendenti, ma che intende aiutare un’intera società “drogata” dalla sopraffazione di quei poteri. Mauro che incolla, all’ora del telegiornale di Radio Tele Cine, gli spettatori dinanzi al televisore, che finisce per diventare il collettore delle istanze di una parte di quella società civile, che denuncia soprusi e inadempienze amministrative e che finisce per allertare le orecchie sensibili di chi quella voce la considera – è Francesco Messina Denaro, il padre di Matteo a parlare – una «gran camurrìa».

Troppo diretto, troppo efficace nella sua comunicazione, troppo curioso. Mauro che, pochi mesi prima di essere ucciso, va a colloquio con Giovanni Falcone, che indaga sulla complessa e nebulosa realtà di quella provincia, a partire dall’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, nel gennaio 1983. La provincia della strage di Pizzolungo, attentato destinato a un altro magistrato, Carlo Palermo, che costa, invece, la vita a una donna, Barbara Rizzo, e ai suoi piccoli, i gemelli di sei anni Giuseppe e Salvatore. Mauro che si espone, che sente gradualmente avvicinarsi il momento fatale, che conosce dissapori interni a Saman e una sovraesposizione che, il 26 settembre 1988, gli sarà fatale.

Carla racconta tutto questo con un inesaurito sentimento d’amore per il fratello, a tratti con voce incrinata dall’emozione del ricordo. Racconta della graduale apprensione, negli ultimi mesi di vita di Mauro, per l’incolumità di quest’ultimo, della percezione di un pericolo incombente, dell’incredulo dolore dinanzi a quella scomparsa tragica, del progressivo suo interessamento per una vicenda giudiziaria che aveva imboccato, all’inizio, strade molto distanti da quella mafiosa. Racconta, Carla, della sua discesa in Sicilia, delle sue personali indagini, dei contatti con persone che erano state vicino al fratello, con persone importanti, come la donna che lo aveva accompagnato a colloquio con Falcone. Racconta delle tensioni tra quanti erano vicini a Mauro, della sua solitudine, dell’affiorare di una lenta consapevolezza, ossia del fatto che Mauro aveva toccato fili scoperti. Non è un caso che, anche in questo come in altri omicidi eccellenti (il generale dalla Chiesa, Falcone, Borsellino ecc.), del materiale raccolto dal sociologo torinese sia stato trafugato e mai più ritrovato.

Carla racconta della complessa, lunghissima vicenda giudiziaria che ha riguardato il caso Rostagno, una vicenda lunga decenni, sciolta soltanto pochi anni fa con la conferma, in Cassazione, dell’ergastolo a Vincenzo Virga quale mandante, dietro ordine giunto, appunto, da Francesco Messina Denaro. Una vicenda conclusa? Non reclama contro la giustizia, la mia interlocutrice, che, anzi, si dice grata alla Corte d’Appello trapanese che, dopo molti anni, ha cercato ancora la verità, a dispetto del tempo che giocava più a favore degli assassini che degli inquirenti. Di una cosa, però, è sicura: «mafia sì, ma non solo mafia. C’erano interessi che vedevano stretti insieme tanti gruppi diversi; quelli criminali, quelli finanziari, quelli politici».

Come in altri casi, l’esito giudiziario, per quanto completo o incompiuto, non potrà mai rendere la vita chi l’ha persa. E non potrà mai restituire a Carla la risata coinvolgente di Mauro, la sua profonda tenerezza, il suo sguardo sul mondo, la sua intelligenza vivace e creativa. Ma cosa le manca di Mauro? «Di Mauro, mi manca Mauro. Mi manca lui, mi manca tutto di lui».

Già. Ma, scomparendo, Mauro ha lasciato un dono alla sorella: le ha regalato – il verbo è suo – sé stessa, la scoperta di una determinazione, di una forza e di un coraggio che erano sopiti fino a che, come tanti altri familiari delle vittime innocenti delle mafie, non ha dovuto rompere con la vita precedente e incamminarsi su un terreno sconosciuto, torbido, alla ricerca di una verità, di giustizia e dell’ultima delle tante vite in una di un fratello.


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