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Il dolore e l’impegno civile: intervista a Margherita Asta

"Io non smetterò mai di chiedere giustizia e verità per la strage di Pizzolungo, non perché mia madre e i miei fratelli tornino, ma perché è importante conoscere la storia del nostro Paese"

di francoplat - mercoledì 24 giugno 2026 - 628 letture

Aveva dieci anni quando, il 2 aprile 1985, un’autobomba uccise, avendo quale obiettivo il magistrato Carlo Palermo, sua mamma, Barbara Rizzo, e i suoi fratellini, i gemelli Giuseppe e Salvatore, di soli sei anni. Sono le vittime della strage di Pizzolungo, in provincia di Trapani, realtà che aveva già visto, fra gli altri, l’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto (25 gennaio 1983) e avrebbe visto, pochi anni dopo, l’assassinio del giornalista Mauro Rostagno (26 settembre 1988). Aveva dieci anni, Margherita Asta, salvatasi dall’attentato perché aveva scelto di andare a scuola con una sua amica.

Dalla chiacchierata in streaming, il 25 maggio di quest’anno, affiora una personalità sfumata e dignitosa, come si avrà modo di leggere nell’intervista integrale qui allegata. Una donna che è stata, come asserisce lei stessa, catapultata nell’età adulta ancora giovane, che ha dovuto fare fronte a un dolore che non passa, nonostante gli anni, che ha costruito, pezzo dopo pezzo, la propria vita orientandola verso un impegno civile che va al di là della legittima necessità di tenere vivo solo il ricordo dei suoi cari. Una donna che, grazie anche all’insegnamento del padre – scomparso alcuni anni dopo la strage –, ha saputo evitare di restare intrappolata in «quell’ergastolo del dolore e della rabbia»; rabbia verso chi l’ha privata della madre e dei fratelli. Una donna che ha cercato e cerca, con fermezza e grande consapevolezza, di ottenere verità e giustizia.

Fermezza e consapevolezza. Sono passati quarantuno anni da quella vicenda drammatica e Margherita non ha smesso di cercare, di chiedere che, alle verità acclarate sul piano giudiziario – ossia i nomi dei mandanti mafiosi della strage –, si affianchino altre verità, quelle messe nero su bianche dagli stessi magistrati che, in uno dei tanti processi che hanno provato a far luce sulla strage, hanno parlato di «strutturale collusione della mafia con settori importanti dello Stato». E Margherita continua a rivendicare che quelle collusioni vengano individuate. Lo fa con dignità, cercando di non sparare a zero sui giudici, sulla magistratura, riconoscente verso coloro i quali hanno cercato di rovistare in quella materia torbida che sono le morti per mafia, e non solo, nel nostro Paese.

Dignità anche dinanzi a un meccanismo tipico della vicenda stragista, ossia il graduale sbiadire della memoria e del ricordo, se non nella mente e nell’animo di chi, in quella vicenda, ha perso i propri cari. Una strage che, passata l’emozione immediata, rischiava di essere dimenticata, messa da parte, anche perché – questo Margherita lo dice con grande rispetto – l’esplosione aveva toccato cittadini comuni e non il magistrato. Proprio nei confronti di Palermo, la mia interlocutrice dimostra tutta l’umanità che gli anni le hanno donato: un uomo che Margherita rappresenta in una continua elaborazione del senso di colpa per la vicenda che lo ha visto graziato perché, al suo posto, hanno perso la vita Barbara, Giuseppe e Salvatore; un uomo distrutto sul piano umano e professionale da quel 2 aprile lontano.

La tragedia ha orientato Margherita verso una forma di impegno civile che ha trovato in Libera un’interlocutrice fondamentale, un supporto e un canale attraverso il quale dare voce a chi quella voce l’ha persa per sempre. Grazie a Libera, ha potuto parlare, narrare, raccontare in pubblico un dolore che, a lungo, è rimasto confinato nel privato della sua coscienza, silenziato dall’età e dallo stesso scolorire della strage nella percezione della società civile.

Di quest’ultima si è ancora ragionato insieme. Una società civile che, nelle parole di Margherita, appare oggi più consapevole di quanto non fosse un tempo, sia per la maggior attenzione al fenomeno mafioso nelle scuole sia per il costante impegno di Libera e dei suoi volontari. Ma – questa è la nota critica avanzata dalla mia interlocutrice – una società civile che, non sempre, accompagna alla consapevolezza un proporzionale atteggiamento legalitario. La ricerca delle scorciatoie, l’allettante prospettiva del guadagno, il prevalere dell’egoismo sulla solidarietà comunitaria, tendono, a volte, a dar vita a comportamenti collusivi, complici con le mafie, impedendo di sgonfiare quel consenso attivo in grado di alimentarne la storia e la forza.

E ciò vale anche per le istituzioni. A dispetto degli anni, osserva Margherita, ancora oggi, al Sud come al Nord dove vive (a Parma), alcuni pubblici amministratori o funzionari dello Stato non esitano a minimizzare, se non a negare, la presenza mafiosa, esattamente come quarant’anni fa, quando l’allora sindaco di Trapani asserì, dopo l’assassinio di Ciaccio Montalto, che la mafia non esisteva, meritando una corrosiva vignetta di Forattini.

Luci e ombre, come sempre. Margherita oscilla, nella conversazione, tra il riconoscimento dei grandi passi avanti compiuti sul piano giudiziario e l’amarezza per quelli ancora da compiere, tra la consapevolezza di un percorso umano in grado di aver evitato le trappole del dolore rancoroso e rabbioso e la percezione di quel dolore come di un compagno inevitabile e persistente, tra il disappunto per una società civile ancora, in parte, impantanata nelle sabbie mobili di un opportunismo privo di empatia e il riconoscimento di un’altra società, quella che si sforza di rendere il proprio operato conforme alle leggi, che non vuole desistere e rinunciare all’idea di una comunità fatta di diritti e non di privilegi ottenuti con la violenza. Margherita dimidiata, dunque, che ricompatta sé stessa nel dialogo mai dismesso con la mamma e con i fratelli: «ora che vivo a Parma, so che sono qui con me, parlo con loro, li sento vivi qui».

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