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Donne di Cosa nostra. Alessandra Dino al liceo Cottini

"Lo spazio abitato dalle donne che appartengono al contesto mafioso è soggetto a continue tensioni, a continue lacerazioni"

di francoplat - mercoledì 22 aprile 2026 - 589 letture

«L’assurdo, appunto, è che figure marginali, per essere considerate normali, devono avere delle caratteristiche eccezionali». Questo solo apparente paradosso è un distillato efficace dell’immagine delle donne di mafia che la professoressa Alessandra Dino, terza relatrice al corso sulle mafie per docenti del Piemonte, ha restituito ai partecipanti all’incontro dello scorso venerdì 10 aprile, in streaming. L’ospite del Liceo Cottini è professoressa ordinaria di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale presso il Dipartimento “Culture e Società” dell’Università degli Studi di Palermo. È consulente della rivista “Global Crime”, componente, fra l’altro, del Comitato scientifico della rivista “Narcomafie”. Tra le sue molte pubblicazioni, si possono citare “A colloquio con Gaspare Spatuzza. Un racconto di vita, una storia di stragi” (Il Mulino 2016), e il recente “Lenire il dolore con la bellezza. Memorie e racconti delle stragi del 1993” (Navarra editore 2025).

È stato un intervento denso, lucido per impostazione e ricco di suggestioni problematiche, reso in una trattazione di circa due ore, che ha fornito un’immagine complessa e problematica delle figure femminili nella mafia, focalizzandosi sostanzialmente su Cosa nostra. In primo luogo, la relatrice ha definito l’approccio metodologico con il quale ha analizzato il tema in questione e dal quale sono emersi i risultati della sua analisi. Una metodologia che si incardina su un concetto chiave, ossia il posizionamento, la scelta del luogo da cui osservare il fenomeno: la relatrice, nello specifico, ha cercato di «assumere il punto di vista di queste donne», consapevole che lo sguardo interno o quello esterno al mondo analizzato conducono a prospettive differenti, a una verità relativa. Smitizzare il concetto di verità assoluta è, del resto, uno degli intenti del suo intervento, orientato, spesso, alla decostruzione di stereotipi e pregiudizi. «La verità della ricerca è verità nella ricerca», precisa l’accademica.

La prospettiva dalla quale guardare è affiancata poi, sul piano metodologico, da quella che Alessandra Dino chiama “ottica riflessiva”, che utilizza metodi suggeriti dal contesto di studio, e da un “approccio contaminato”, che rifiuta l’idea di una verità univoca e che integra strumenti di natura diversa, qualitativi e quantitativi, adottando un vertice di osservazione duplice, ossia la voce delle donne incrociata con quella del mondo mafioso maschile o, comunque, con quella esterna alle donne di mafia. Sempre sul piano della definizione della metodologia, un importante rilievo assume il tema del coinvolgimento emotivo della ricercatrice, che va tenuto ben distinto dalla dimensione analitica.

L’incontro diretto o meno con le donne di mafia, precisa ancora l’accademica, ha indotto in lei un «vero e proprio senso di vertigine» – espressione desunta dagli studi di Franz Fanon sui “terroristi” algerini che combattevano contro l’occupazione francese –, perché quell’incontro generava disorientamento, imponeva di mettere in discussione categorie consolidate, a partire dall’idea stessa della violenza. «Perché sappiamo che la violenza è comunque male, ma cerchiamo di comprendere le cause che la producono», senza che ciò voglia dire giustificarla. Comprendere senza giudicare, è l’approccio avalutativo, di ispirazione weberiana, seguito da Alessandra Dino.

È dentro questa cornice metodologica che matura il quadro di conoscenze sul tema in questione, volto a restituire la complessità e la soggettività delle donne nei contesti di mafia e a inserirle pienamente nella storia di Cosa nostra, restituendo loro responsabilità e ruoli che, stando al solo sguardo e al solo giudizio maschile, sarebbero di fatto marginali o appiattiti su una divisione rigida e netta: la rappresentazione della donna come vittima o, se coinvolta in reati, come demone. Una rappresentazione che è stata funzionale alla mafia siciliana, che «ha potuto beneficiare di questa presunta estraneità femminile, trovando nelle donne che sono state, invece, ampiamente coinvolte nella vita dell’organizzazione un territorio di sicura impunità». Per lungo tempo, ad esempio, le donne non venivano perquisite quando entravano in carcere per il colloquio con i loro congiunti ivi reclusi o vedevano derubricati i loro reati, che pertanto non venivano inclusi nelle statistiche giudiziarie.

Una “svista” o, meglio, una visione della donna che ha interessato e in parte ancora interessa, fra gli altri, gli stessi studiosi o le fiction o, ancora, l’ambito giudiziario e che ha necessitato, appunto, di un nuovo sguardo sulle donne per inquadrare più adeguatamente la loro storia dentro Cosa nostra. Per quanto si tratti di dati non propriamente sistematici e omogenei, quando alle donne si è «riconosciuto il diritto alla cattiveria», le statistiche hanno visto l’unica denuncia per 416 bis a una donna, nel 1991, passare a 89 denunce quattro anni dopo. Non erano cambiate le donne inserite nei contesti di mafia, ma la prospettiva attraverso la quale considerarle; e le donne erano, per così dire, affiorate dopo decenni di invisibilità, anche a causa di studi tardivi e frammentari sul tema. Una visione delle donne tipicamente maschile che, sempre in ambito giudiziario, si è tradotta in una forma di indulgenza originata dall’idea dell’infirmitas sexus – il pregiudizio in base al quale i crimini femminili venivano considerati frutto di debolezza psichica o di mancanza di autonomia decisionale –, tanto che nelle carceri, fino agli anni Settanta, le donne erano sorvegliate da suore anziché dai secondini

Dunque, chi sono le donne di mafia, cosa fanno? L’ospite del Cottini tiene a precisare che non esiste la categoria delle “donne di mafia”, che esistono, semmai, «comportamenti che vengono agiti con o contro la mafia, assunti più o meno consapevolmente dai vari soggetti». Singole storie, in sostanza, legate anche ai contesti di appartenenza, sociali o regionali, alle singole consorterie criminali, che danno vita a un universo femminile molto variegato, ma dal quale è possibile estrapolare dei tratti comuni. Le donne hanno avuto e hanno tuttora un ruolo strategico e operativo: gestiscono la latitanza dei loro uomini, assicurano il controllo simbolico del territorio, magari circolando in auto per segnalare che il boss è, di fatto, presente. Possono assumere la reggenza temporanea dei mandamenti, occupandosi della riscossione del pizzo, dello spaccio di droga e anche di omicidi; è il caso, fra gli altri, di Giusy Vitale a Partinico, arrestata alla fine degli anni Novanta per aver sostituito i fratelli Leonardo e Vito a capo del clan. Ancora: possono occuparsi della gestione finanziaria degli affari della “famiglia”, come attesta il caso di Nunzia Graviano, che faceva investimenti finanziari e in borsa in Francia, con grande competenza.

Non solo. Le donne sono anche i pilastri culturali e sociali del sistema mafioso, a partire dal rapporto con il sacro e con la Chiesa, mantenendo rapporti con la religione, dando all’organizzazione un’aura di rispettabilità borghese, normalizzando, in tal modo, la stessa fama violenta dei clan. Contribuiscono, inoltre, all’educazione dei figli – trasmettendo loro i valori e i saperi criminali del padre e garantendo la riproduzione del modello mafioso – e sono importantissime nelle strategie matrimoniali, volte a rinsaldare alleanze politiche e patti di sangue; uno dei casi più noti in tal senso è l’unione tra Totò Riina e la sorella di Leoluca Bagarella. A questa carrellata di mansioni, si aggiunge un’ulteriore funzione, stavolta simbolica, delle donne: «sono considerate delle vittime “appetibili” nelle vendette trasversali», come attesta il caso di Carmela Minniti, la moglie di Nitto Santapaola, uccisa nel ’95.

Una morte, questa, che porta al centro il tema della violenza contro le donne, al di là di quella esercitata dalle donne stesse. In quest’ultimo caso, l’ospite del Cottini osserva che le donne che hanno deciso di convivere con la mafia «incitano all’odio, alla vendetta, familiarizzano i figli con un orrore che diventa routine, che diventa normale, interloquiscono a letto con i mariti sulle vicende di mafia». Quanto alla violenza subita dalle donne inserite nel contesto mafioso, l’elenco di sopraffazioni che devono subire è ampio e, di per sé, rappresenta un’utile disconferma di uno stereotipo ricorrente nella storia delle mafie, ossia che le donne e i bambini non si toccano. Quella operata nei confronti della componente femminile è, invece, una «violenza quotidiana, continua», esercitata in tanti modi, a partire da quella sessuale, che, come è stato detto da un magistrato intervistato da Alessandra Dino, è «il pane quotidiano nei contesti di mafia».

Violenza sessuale, botte, sopraffazioni d’ogni tipo, una vera e propria signoria territoriale che si esercita sui corpi delle donne: corpi usati come merce di scambio, corpi assunti come simbolo del potere maschile temporaneamente assente, fino ad arrivare ai corpi martoriati dai femminicidi in Cosa nostra. In questo contesto si inserisce la vicenda umana di Vincenzina Marchese, moglie di Leoluca Bagarella, morta suicida in circostanze ancora non del tutto chiarite, il cui corpo, peraltro, non è mai stato ritrovato.

Un vissuto femminile complesso, spesso in bilico tra la fedeltà alla cosca e gli affetti personali, al punto da portare al «congelamento delle passioni». Dalla madre di Rita Atria, Giovanna Cannova, che non si reca al funerale della figlia e distrugge con un martello la foto della ragazza posta sulla sua tomba, ai sentimenti violenti contro i congiunti che hanno deciso di collaborare con la giustizia: «insulti e contumelie, che portano queste donne a ripudiare i loro mariti, a maledire i fratelli, e le madri a rinnegare con violenza la propria maternità». All’interno dell’organizzazione criminale, si finisce, spesso, per considerare tutto normale e per banalizzare il male, intiepidendo le responsabilità gravi dei familiari autori di violenze efferate, come nel caso di Totò Riina, la cui figlia, Maria Concetta auspica per sé e i suoi figli una vita “normale”, ridimensionando, di fronte al giornalista che la intervista, il peso degli orribili crimini commessi dal padre. Altro esempio luminoso, in tal senso, è la «costellazione di figure femminili che hanno fatto da protezione al potente capo mafia»; si parla di Matteo Messina Denaro, delle sue sorelle e delle sue amanti.

Fin dall’inizio, l’accademica ha sottolineato che la cornice dentro la quale si colloca la vicenda di queste donne è quella di organizzazioni criminali intese come soggettività politiche, sistemi criminali violenti in rapporto con la politica e il potere. In tal senso, dunque, appare chiaro che le donne di mafia vivono una condizione non unica, «poiché la sfera del potere e la sfera pubblica “normalmente” non lasciano grande spazio di espressione alle competenze o alle mansioni femminili anche nell’universo sociale più ampio». Certo, le donne di mafia «sperimentano una tripla assenza, una tripla emarginazione, intanto come donne in generale, poi come donne del Sud e, infine, come di donne di mafia». E a ciò si aggiunga, ancora, una terribile contraddizione che riguarda l’universo femminile analizzato dalla prof.ssa Dino, ossia il fatto che queste donne «devono essere forti, ma apparire deboli». Subalterne, ma fondamentali.

È in questi contesti aspri e contraddittori che le donne di mafia si muovono, talvolta, come si è detto, agendo a favore dell’organizzazione e, a volte, fuoriuscendone, non senza difficoltà, perché il distacco dal clan ha costi altissimi, «devono fare uno sforzo enorme per poterne venire fuori, sia per ragioni oggettive – perché potrebbero essere uccise – sia per ragioni psicologiche ed esistenziali, perché devono ricreare una nuova identità, completamente diversa da quella che conoscono». Tale fuoriuscita, sottolinea l’accademica, non sempre si traduce in una forma di emancipazione vera e propria, perché non si salda alla rivendicazione di diritti condivisi, o all’adesione a movimenti collettivi che si schierano apertamente contro la mafia. Si tratta spesso di decisioni singole, scaturite da ragioni personali, più che un vero e proprio processo di emancipazione ascrivibile a una piena consapevolezza.

Né, del resto, di emancipazione reale si può parlare a proposito delle donne che, invece, restano nella cosca, aspirando a ruoli più ambiziosi e importanti: «qualcuno ha erroneamente parlato di emancipazione quando le donne diventano cattive come gli uomini. Quel che accade, invece è che si omologano al modello maschile, rinunciando alla propria soggettività». Un prezzo alto da pagare per la donna, una violenza alla propria identità di genere, come ben attesta una dichiarazione di Giusy Vitale: «se loro vedevano che io era una donna significava che con loro non mi potevano più portare. E, allora, io facevo in tutti i modi per far sembrare che ero maschio, invece ero femmina, ma ero uguale a loro».

Un quadro tutt’altro che cristallino emerge dalle riflessioni dell’ospite del Cottini, un’analisi in grado di aggredire molti stereotipi e pregiudizi, come si è visto, scrostati proprio dal posizionamento assunto, ossia assumendo lo sguardo delle protagoniste femminili della vicenda mafiosa. Un quadro che le vede talvolta nel ruolo di vittime. Sebbene non siano vittime per definizione. Ci sono donne che volontariamente decidono di commettere dei crimini alla stregua degli uomini.

La prof.ssa Dino non manca, infine, di guardare allo scenario futuro, a una mafia siciliana più silente e meno stragista, più orientata ad attività economiche che prevedono l’impiego più ampio di donne, professioniste competenti e utili per le attività illecite. Ma a questo crescente impiego di donne – farmaciste, avvocate, commercialiste, medico ecc. – non corrisponde un analogo e proporzionale processo di riconoscimento della loro importanza in seno a Cosa nostra. E ciò, a detta, dell’accademica, potrebbe ingenerare un fenomeno interessante, perché il mancato riconoscimento del nuovo e più competente ruolo della donna potrebbe scatenare in queste ultime un conflitto e portarle fuori dal sodalizio e a rendersi autonome.

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