“Prima lezione di sociologia delle mafie”: Rocco Sciarrone incontra i docenti
"La grande scommessa è come i fenomeni mafiosi si collocano nella storia d’Italia, non in modo episodico, non in modo occasionale, ma in modo strutturale"
Mentre lo spoglio referendario, lunedì 23 marzo, decretava la vittoria del “no” sul tema della separazione delle carriere dei magistrati, il prof. Rocco Sciarrone, nelle stesse ore pomeridiane, dialogava con i docenti di alcune scuole del Piemonte, in streaming, al fine di presentare la sua ultima pubblicazione, “Prima lezione di sociologia delle mafie” (Laterza 2025). Un volume uscito all’interno di una collana prestigiosa, quella delle “prime lezioni”, affidate a un autore di vaglia e volte a introdurre un tema, una disciplina. In questo caso, oggetto della trattazione è il fenomeno mafioso.
L’ospite è docente ordinario di Sociologia economica all’Università di Torino, dirige il Laboratorio di Analisi e Ricerca sulla Criminalità Organizzata (LARCO) ed è presidente della Sisma, la Società Scientifica Italiana di Studi sulle Mafie e sull’Antimafia. Tra le sue altre pubblicazioni, si possono citare: “Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali” (Donzelli 2014) e “Il gioco d’azzardo, lo Stato e le mafie”, con Federico Esposito e Lorenzo Picarella (Donzelli 2023).
Il volume di Sciarrone è il prodotto di oltre trent’anni di studi sulle mafie, una messa a punto – come dice l’autore – delle sue passioni, dei suoi interessi peculiari, dei suoi percorsi di ricerca, un lavoro “autoriale”, nella misura in cui le scelte e gli approcci risentono della prospettiva disciplinare dell’accademico, la sociologia, e di una selezione fondata, appunto, sulle “ossessioni” del ricercatore. Un libro in cui, però, la sociologia dialoga con altre discipline – dalla storia all’antropologia, dal diritto all’economia alla scienza politica –, stante la consapevolezza che la complessità del fenomeno mafie non possa essere affrontata da un solo punto di vista, ma attraverso un confronto ampio e diversificato tra saperi, capace di non diluire le diverse discipline in un unico, indistinto calderone e di valorizzare metodi, categorie concettuali e schemi cognitivi di ogni ambito accademico. Un dialogo corale, distante dall’adesione a una scienza delle mafie – la “mafiologia” – come precisa l’autore.
In estrema sintesi, l’indagine pluridecennale di Sciarrone è volta a comprendere «come le mafie si riproducono nel tempo e nello spazio», in che modo questo fenomeno si è protratto in un arco di tempo di due secoli circa e in che modo si è replicato geograficamente, nelle aree di insediamento tradizionale e in arre diverse da quelle di origine. A partire da questi interrogativi e da un metodo di lavoro interdisciplinare, ferma restando la “cassetta degli attrezzi” sociologica, il volume si muove su temi e questioni ricorrenti e discriminanti per la conoscenza del fenomeno. Intanto, il problema del riconoscimento delle mafie, questione tutt’altro che epidermica, data l’opacità dell’oggetto di studio e data la confusione, non priva di conseguenza, tra fenomeno, concetto e reato.
Cos’è la mafia? Riconoscerla, ammette Sciarrone, è un problema di non facile soluzione, perché le definizioni si addensano e sovrappongono, proponendo, già agli esordi delle consorterie criminali, un’idea “culturalista” del fenomeno – mafia come atteggiamento mentale, di vigoroso senso dell’io, in grado di ribellarsi ai torti subiti senza rivolgersi alle autorità – e un’idea volta a indicare la mafia, invece, come organizzazione, dotata di gerarchie e di una struttura definita. Nel dibattito pubblico contemporaneo, la fattispecie di reato, così come definita dalla legge Rognoni-La Torre, sovrasta altre possibili idee della mafia, a partire da quelle elaborate dalle scienze sociali, attente a cogliere le caratteristiche culturali, sociali, economiche e politiche del fenomeno.
L’analisi del fenomeno mafioso, precisa l’autore, non può che essere affrontata tramite un’ottica multidimensionale, relazionale e processuale: multidimensionale proprio per via degli ambiti interessati alla questione – economico, politico, sociale, culturale –, relazionale in quanto centrale è il tema degli scambi, delle relazioni, degli intrecci interni ed esterni all’organizzazione criminale e processuale perché bisogna tenere conto del fenomeno nella sua dimensione storica, collocata nel tempo e nello spazio, tra continuità e discontinuità.
In più di un’occasione durante la chiacchierata con i docenti, Sciarrone ribadisce che la mafia non può essere considerata un fenomeno puramente criminale, ma una vera e propria questione politica, a partire dal fatto che la vicenda che la riguarda è inserita in modo strutturale, e non episodico, nella storia d’Italia, rendendo, in tal modo, difficile poter considerare Cosa nostra e C. alla stregua di un anti-Stato. «L’aspetto criminale è importante, ma non è il punto più saliente. Se dovessi dirlo in termini sintetici, direi che il problema della mafia è un problema della politica. È una questione politica. E oggi, questo, viene messo in secondo piano».
La prospettiva attraverso la quale guardare alle mafie si nutre ancora di una convinzione dell’autore, ossia l’idea che vadano respinte e ribaltate le visioni “mafiocentriche”, quelle per le quali «tutto è mafia, dunque niente è mafia»: quelle visioni delegano tutto alla mafia, trasformando una variabile dipendente, da indagare sulla base delle variabili indipendenti che la spiegano, nella spiegazione stessa. Un esempio è quello che vuole che la sanità in Calabria sia mal ridotta a causa della ‘ndrangheta; Sciarrone, semplificando, spiega che la sanità regionale non funziona, perché è stata amministrata male e questo ha anche comportato l’ingresso della mafia in quel comparto, aggravandone le criticità.
Una prospettiva, dunque, che ribalta un certo approccio, il cui approdo, in termini esplicativi, è sempre la mafia. In tal senso, affine a questo problema analitico, è la questione delle mafie quali virus che infettano un tessuto sano, cancri che creano metastasi negli spazi che vanno a occupare attraverso un’espansione irresistibile, in territori incontaminati e incorrotti. Pure in questo caso, l’autore sottolinea come il paradigma dell’alterità – i mafiosi sono entità aliene, diverse da noi – occulti la complessità dei fenomeni, assolvendo le responsabilità delle comunità in cui le cosche si espandono, impedendo una più raffinata indagine delle dinamiche relazionali tra mafiosi e altri attori sociali locali.
È in questa cornice che Sciarrone spiega la recente “disavventura” con il sindaco di Imperia e presidente della Provincia di Imperia, Claudio Scajola, già ministro nei governi Berlusconi. Invitato agli inizi di febbraio a dialogare con gli studenti di alcuni licei liguri, fra i quali Sanremo e, appunto, Imperia, Sciarrone si è trovato dinanzi a giovani preparati sul suo volume, che lo hanno, per così dire, interrogato, ponendogli alcune domande. Le sue risposte, legate proprio ai processi espansivi della ‘ndrangheta sul territorio, miravano a decostruire l’idea di una mafia potente, in avanzata irresistibile davanti a comunità inerti e incolpevoli. «Hanno trovato un ambiente accogliente e ospitale» è una delle frasi incriminate, riferita a segmenti dell’economia, della politica, delle istituzioni che, nei decenni – quella di Imperia è «una delle zone in cui abbiamo storicamente certificata la presenza di più lunga data della ‘ndrangheta» –, hanno consentito ai mafiosi di trovare «delle porte aperte», altra frase dell’accademico che ha stizzito Scajola.
Ma, aggiunge Sciarrone, il passaggio più forte della sua chiacchierata con i discenti è la risposta a una domanda di uno di loro, che chiedeva perché la ‘ndrangheta avesse scelto proprio la provincia di Imperia: «ti rispondo provocatoriamente, siamo sicuri che la domanda giusta sia questa o non dobbiamo forse ribaltarla. Forse dovremmo chiederci se non sia stata la provincia di Imperia ad aver scelto la ‘ndrangheta». Provocazione che l’autore ha spiegato agli studenti, ma che ha suscitato l’ira di Scajola, il quale ha tuonato dai media, minacciando querele e convocando il sociologo in Comune. Una vicenda che richiama alla mente situazioni della Calabria o della Sicilia di decenni e decenni fa.
La vicenda Scajola, il tema di un certo negazionismo servono all’accademico per ribadire la necessità di alzare il livello qualitativo del dibattito pubblico in Italia sulle mafie; livello basso, osserva, non tanto e non solo perché si parla poco di mafie, ma perché, soprattutto, se ne parla male. Il suo volume, precisa, tende anche a questo fine, vorrebbe fornire uno strumento di comprensione più equilibrato e competente del fenomeno, adeguato alla complessità del tema. Tornando al libro, Sciarrone, in una carrellata di sintesi, enuclea altri contenuti, accanto a quello del riconoscimento delle mafie e delle loro origini. Ad esempio, la questione della narrazione sulle mafie, il modo di raccontarle, che nutre, spesso deformandola, la conoscenza di quella realtà.
Altro tema, collocato in posizione forte, non così intuitiva, immediatamente dopo il problema di cosa sono le mafie, è quello dell’antimafia. Tema che l’autore tratta, da un lato, sottolineando la necessità di passare da una logica emergenziale a una logica ordinaria, strutturale, continuativa e, dall’altro, precisando come il pur fondamentale sviluppo dell’idea di mafia come “male pubblico”, in grado di creare una drammaturgia fatta di celebrazioni e ricorrenze in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica, possa contribuire a depoliticizzare la questione mafiosa, attraverso un “unanimismo” fondato, come si è detto, sulla natura criminale del fenomeno e meno sensibile al problema delle mafie nelle loro relazioni con altri “mondi”.
Qui si colloca il richiamo al tema dell’area grigia, centrale nell’analisi dell’autore, una vera e propria «ossessione» del suo lavoro d’indagine. Area grigia non solo come spazio di contatto, ma come «campo organizzativo» in cui attori eterogenei – mafiosi e colletti bianchi – interagiscono in modo stabile, grazie a una delle risorse fondamentali delle cosche, ossia il capitale sociale, la capacità di creare relazioni esterne, punti di contatto. Area grigia che fruisce della permeabilità del confine fra lecito e illecito, della difficoltà di distinguere l’imprenditore onesto da quello disonesto, di identificare il corrotto e il corruttore, e che rappresenta uno dei fronti più avanzati e difficili nella lotta alle mafie.
Anche in questa cornice si colloca il tema dell’espansione al Nord delle mafie, capitolo finale di un lavoro denso, che consente, fra le altre cose, di decostruire molti stereotipi che incrostano la nostra conoscenza delle consorterie criminali. Dal già richiamato tema delle mafie come virus alla questione del soggiorno obbligato e delle migrazioni interne quali fattori causali dell’insediamento dei boss fuori dalle terre di origine, dal tema del minor numero di collaboratori di giustizia nella ‘ndrangheta alla centralizzazione dei profitti derivanti alle mafie dalle attività illecite.
L’autore disarticola una certa visione delle mafie, della loro storia, non dimenticandosi, però, che alla decostruzione va fatta seguire la ricostruzione – giusta l’osservazione di un sociologo, Franco Cassano, riportata nel suo volume –, che la critica fine a sé stessa non può bastare. In special modo, precisa Sciarrone, dinanzi a degli studenti. Per questo, l’accademico suggerisce ai suoi interlocutori una serie di indicazioni metodologiche su come affrontare in classe il tema delle mafie. Per ragioni di spazio, se ne sintetizzano i passaggi principali, che hanno rappresentato lo spunto per alcune delle domande dei docenti nella seconda parte dell’incontro. Il modo di approcciarsi all’insegnamento del tema, ossia il giusto rapporto tra coinvolgimento e distacco; la distinzione tra fenomeno, concetto e reato; la dialettica fra fenomeno e contesto, che chiama in campo la storicizzazione del fenomeno, la sua adeguata collocazione nel tempo e nello spazio, per evitare cortocircuiti analitici – i siciliani come mafiosi e la mafia come peculiarità siciliana –; l’adeguata collocazione del tema nella storia d’Italia, dalla quale è inespungibile; la corretta attenzione alla questione delle continuità e delle discontinuità, per evitare una lettura del fenomeno come sempre eguale a sé stesso; i modi di raccontare le mafie, con quale registro, con quali modalità; la consapevolezza dell’approccio adottato; decostruzione e, appunto, ricostruzione.
Per ultimo, il messaggio pedagogico, didattico. Cosa insegnare attraverso il tema delle mafie? Quali obiettivi pedagogici, quali finalità? Gli effetti negativi delle consorterie criminali potrebbero essere letti attraverso un richiamo al piano dei diritti, alla Costituzione. È questo un aspetto che ritorna nella conversazione con i docenti, l’urgenza di riportare al centro del dibattito il tema delle responsabilità politiche, al di là di quelle giudiziarie, al fine di ripristinare fiducia nelle istituzioni, senza nascondere quei fenomeni di coabitazione tra amministratori e criminali che quella fiducia la incrinano, ma senza generalizzare i comportamenti e invitando i discenti a cogliere, accanto a certe saldature tra lo Stato e la mafia, anche gli importanti punti di contrasto alle consorterie criminali. Un richiamo alla democrazia, in tempi bui, alla fiducia, in tempi in cui l’ottimismo è incrinato da enormi e complessi processi geo-politici. Processi che non sono slegati dal discorso sulle mafie, precisa Sciarrone: «le mafie proliferano sulla logica del più forte». Il ripristino di una concezione più salda e profonda del diritto e potenti iniezioni di fiducia ai più giovani sono aspetti problematici, rispetto ai quali l’autore confessa di essere un po’ pessimista, ma che invita a perseguire come obiettivi fondamentali del discorso didattico.
Ma non è con tono rassegnato che l’accademico racconta il proprio libro e la propria attività intellettuale e si presta alle domande dei docenti. Fuori da ogni autocelebrazione, il sociologo rivendica l’utilità di un sapere esperto, di una conoscenza competente delle mafie. E non per spirito di accademia. Perché riconoscere un fenomeno – si torna a questo problema – significa affrontarlo di conseguenza: «se la mafia è solo un problema di ordine pubblico, allora va bene il diritto penale […]. Se, invece, il problema della mafia è un problema che interroga l’economia, il suo funzionamento, il funzionamento della politica, allora dobbiamo andare alla ricerca di altre soluzioni. E, su questo, gli studiosi hanno molto da dire».
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