Mafia, antimafia e democrazia. Intervista a Nadia Furnari
"A me piace parlare di lotta alle mafie proprio nell’idea di Rita Atria, in base alla quale la lotta deve partire da noi, dal nostro modo di vivere"
Non è una personalità comoda, Nadia Furnari. Ha un piglio combattivo, critico, una vis polemica che esercita con tanti toni, dall’ironia all’indignazione, e che allarga a ogni ambito sul quale è invitata a esercitare il suo parere. Una cosa è certa, indipendentemente o meno dal fatto di essere d’accordo con le sue opinioni: il pregio delle sue riflessioni origina da un metodo di analisi mai pigro, indolente, mai appiattito sulle convinzioni più rassicuranti. Quale metodo? Rifiutare di dare per buona qualsiasi ipotesi, a maggior ragione se proveniente da fonti “amiche”, prima di averla sottoposta a verifica, documentarsi senza pregiudizi, leggere e visionare anche la prospettiva meno conciliante con la propria versione dei fatti, indagare a 360°, percorrendo tutte le piste, nessuna esclusa, ascoltare tutti, indipendentemente dalle loro etichette politiche di appartenenza.
È questo ciò che si coglie nell’interlocuzione con lei. Abbiamo chiacchierato, in streaming, alla fine di novembre dell’anno scorso, della sua militanza civile, del suo impegno antimafia – ha fondato con Santina Latella, nel 1994, l’Associazione “Rita Atria”, di cui, oggi, è vice-presidente –, delle sue indagini sul caso di Rita Atria, raccolte in un volume del 2022 – “Io sono Rita. Rita Atria: la settima vittima di via D’Amelio” [Marotta e Cafiero editore, con Giovanna Cucé e Graziella Proto] – e presto riedite in un nuovo volume per Mesogea, pubblicato insieme a Giovanna Cucé.
Più si parla di mafia con lei, più si parla d’altro. Non perché voglia evadere il discorso, minimizzare le responsabilità criminali e il peso di Cosa nostra & C. sull’assetto socio-economico del nostro Paese, ma perché intende sfuggire al rischio di una lettura meramente giudiziaria del fenomeno. Alla pari di altri commentatori che si sono alternati in questo ciclo di interviste, Nadia ha ben chiaro che, «se le mafie fossero isolate, non avrebbero dove andare». E chiama in causa, sul piano delle responsabilità nel consolidamento delle cosche, altri attori: imprenditori e politici dall’etica traballante.
Al di là dei singoli comportamenti, solleva un’altra questione, che allarga il quadro dai condizionamenti dati dalla presa mafiosa sui territori a quelli derivanti dalle decisioni delle istituzioni: «il controllo del territorio, ad esempio, non è solamente se tu paghi il pizzo, perché il pizzo lo paghi anche in termini di scelte sociali e politiche, ossia quando la tua vita è, in qualche modo, condizionata da scelte politiche, economiche e sociali e la orienta».
Un indirizzo di governo che, a suo parere, si è rivelato particolarmente deleterio sul piano educativo, culturale. La società civile non è stata allenata a pensare, a liberarsi dalla partigianeria, dalla tifoseria preconcetta, la società civile è stata costruita – senza rilevanti eccezioni politiche – dentro un modello scolastico aziendalista, volto a produrre persone dedite alla ricerca di un lavoro, non in grado di smontare, pezzo a pezzo, determinate narrazioni. «Se tu svuoti il tessuto sociale, il tessuto culturale, il tessuto dell’istruzione, quali strumenti hanno le persone per valutare»? In questo clima, deteriorato sul piano economico – le famiglie faticano «ad arrivare alla fine del mese» –, deprivato su quello etico – «siamo diventati dei mostri», mangiamo mentre sfilano, davanti ai nostri occhi, le immagini di persone affogate in mare – e su quello culturale – «abbiamo un elevatissimo livello di analfabetismo funzionale» –, non è difficile che la gente ricominci a dire che la mafia è meglio dello Stato.
In tutto questo, l’antimafia che ruolo ha svolto e svolge? La lotta alle mafie, ribadisce in più di un’occasione Nadia, è, prima di tutto, lotta contro sé stessi, contro la mafia che è in noi, giusta la lezione di Rita Atria, figura che evoca con passione, per riscattarne l’immagine cristallizzata in quella della picciridda, lacrimata e pianta, ma strumentalizzata e, in fondo, non adeguatamente compresa e valorizzata. L’antimafia è un arcipelago vasto e non privo di contraddizioni e di limiti: c’è un contrasto alle mafie di facciata, un antimafia che ha saldato rapporti con la politica, rischiando di perdere o perdendo la propria voce critica, l’antimafia dei “dipende”, del “non è opportuno”, un antimafia che non critica il giornalista o il magistrato amico, che perpetua narrazioni consolatorie o largamente condivise, un’antimafia che fa cadere il silenzio sul caso Montante. Il quale ultimo è libero grazie a un accordo di concordato in appello. Ha patteggiato una pena di 5 anni e 10 mesi, inferiore ai 4 anni necessari per l’accesso alle misure alternative alla detenzione, considerando il periodo già scontato in custodia cautelare.
Accanto a quella strutturata, codificata, c’è, poi, un’antimafia diversa, che non applica a sé stessa quell’etichetta: è l’antimafia dei comportamenti, dalla preside di un istituto comprensivo di Brancaccio, che ha contribuito, con l’aiuto dei suoi collaboratori, ad abbattere il livello di dispersione scolastica dei giovani abitanti del quartiere, a don Puglisi, che operava nello stesso territorio e che, forse, non avrebbe chiamato “antimafia” il suo apostolato. «È l’antimafia reale che si occupa di chi non ha altre possibilità, di chi si trova a vivere in una società tecnologica che ha alzato il livello di professionalità richieste».
Poi, antimafia, nella lettura critica di Nadia, è Rita. Perché Rita quella lotta contro sé stessa l’aveva combattuta, non rinunciando al diritto di amare il padre e il fratello, ma giudicandoli e prendendo le distanze da loro. Perché Rita, se non fosse morta, sarebbe, agli occhi di chi non concede alle persone di essere valutate per ciò che sono, la figlia di un mafioso. Perché Rita è stata abbandonata dalle persone alle quali si era affidata: «Rita ha creduto nella giustizia, ma è la giustizia che l’ha scaricata».
Questo è quanto comparirà nel libro di prossima pubblicazione a cui si è già fatto riferimento. Un’edizione rinnovata, che insiste sulla necessità, ribadita in tante altre occasioni, di riaprire le indagini sulla morte di quella giovane donna. Indagini non supportate da nessuno – se non da Anna Maria, sorella di Rita – a partire dalla magistratura e dalla politica, alle quali le autrici del libro si sono rivolte. «Perché la magistratura, perché la politica – in un’indagine seria in una commissione antimafia, regionale o nazionale – non hanno sentito l’esigenza di dire: «noi vogliamo sapere»? Non lo ha fatto nessun esponente della maggioranza, ma non lo ha fatto neanche un esponente dell’opposizione».
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