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Tra i pantani della storia repubblicana: intervista a Raffaella Fanelli

"Mi par chiaro che la nostra non è una storia limpida, ma che molte pagine siano stratificate, ancora difficili da comprendere fino in fondo"

di francoplat - domenica 3 maggio 2026 - 525 letture

Rovistare nei silenzi o nel pantano è un’arte difficile. Richiede lucidità, pazienza, tenacia e tanto coraggio, soprattutto quando si passano al setaccio alcune delle vicende più torbide della nostra storia repubblicana, sulle quali si sono depositati anni e anni di depistaggi, di inerzie, di infingimenti, di mascheramenti. Quell’arte appartiene a Raffaella Fanelli, scrittrice e giornalista, attenta indagatrice di quelle zone d’ombra che hanno sfilacciato la tessitura democratica nostrana, tra longevità mafiose, efferatezze neofasciste, infedeltà di segmenti dello Stato, poteri massonici ecc.

Quel mondo in cui si intrecciano gli interessi diversi e alcuni punti in comune dei volti criminali e spiccatamente antidemocratici del nostro Paese è stato ampiamente indagato da Raffaella, tanto da consentirle di ricevere prestigiose onorificenze, a partire dal “Premio Eccellenza” per avere consentito, con il suo lavoro di inchiesta, di riaprire le indagini sul caso dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.

Ha accettato di dialogare con me, lo ha fatto rispondendo, per telefono, a una griglia di domande, le cui risposte potranno essere apprezzate nell’intervista integrale qui allegata. Un’interessante chiacchierata con una voce che mi accompagna, ogni giovedì di fine mese, con i suoi podcast. Il quadro che emerge dalla conversazione è quello di un Paese di cui è necessario analizzare la storia evitando di leggere i fatti isolatamente, di circoscrivere responsabilità e finalità in un’ottica ristretta. «L’idea che esistano “menti raffinatissime” dietro tragici episodi – afferma – non mi sembra del tutto fuori luogo». È il caso della strage di Capaci, per la quale scrive: «credo non sia da escludere la presenza di livelli di regia più alti e più sofisticati rispetto alla sola manovalanza mafiosa».

Un’idea tutt’altro che peregrina, che le deriva, fra le altre cose, da un’intervista con Gioacchino La Barbera, che, almeno in un primo momento, ha dichiarato a Raffaella che nella strage di Capaci era presente un uomo estraneo a Cosa nostra. Frase, poi, ritrattata dinanzi ai magistrati di Caltanissetta, come la giornalista racconta in un interessante podcast della serie “Storie nere”, pubblicato di recente: “Capaci, tra colpa e memoria” https://open.spotify.com/episode/3P... . In un secondo momento, querelato dalla giornalista, La Barbera, incontrandola, le ha chiesto di ritirare la querela e ha spiegato che aveva ritrattato perché la vicenda di Capaci era una cosa troppo grande per entrambi.

Non solo Capaci, però. Perché l’attività della giornalista si è mossa tra Licio Gelli e Franco Freda, Maurizio Abbatino della Banda della Magliana e Santino Di Matteo, padre del piccolo Giuseppe, passando per moltissime altre personalità legate ai mondi criminali, quelli dalla faccia cattiva e quelli in doppiopetto. È la sua ricca esperienza in tal senso che le consente, dinanzi a una precisa domanda, di sottolineare come il successo delle mafie si debba non solo agli indubbi “talenti” criminali di Cosa nostra e C., ma alla loro coabitazione con i poteri forti – economici e politici – e alla capacità di inserirsi, con efficienza, là dove i poteri locali erano assenti o flebilmente presenti.

Tutto ciò, a fronte di un ambito, quello giornalistico, in cui, accanto a figure di rilievo, coraggiose e indipendenti, si collocano professionisti che, per svariate ragioni – più o meno commendevoli –, danno l’impressione di un sistema mediatico che, anziché essere «un cane da guardia che morde il potere, spesso sembra rispondere al fischietto del padrone». Con buona pace della cronaca e della storia collettiva, che necessitano di qualcuno in grado, appunto, di rovistare nei silenzi o nei pantani.


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