Donne di camorra: Gabriella Gribaudi al Liceo Cottini di Torino
"La segregazione sociale di genere fra maschi e femmine a Napoli è sempre stata molto limitata, soprattutto negli strati popolari. E questo, ovviamente, si riversa poi sulla sulla camorra"
Dopo l’intervento della dott.ssa Sabrina Garofalo, relativo alle donne nei contesti di ‘ndrangheta, il corso sulle mafie per docenti del Piemonte, ospitato dal Liceo Cottini di Torino e avente quale tema unitario il rapporto tra “donne e mafie”, si è arricchito di un ulteriore contributo, quello della prof.ssa Gabriella Gribaudi, già docente di Storia contemporanea e di Storia e memoria presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. La studiosa si è, a lungo, occupata di storia sociale e di storia della memoria della seconda guerra mondiale e delle catastrofi naturali. Sempre in un’ottica legata alla storia sociale, poi, ha affrontato lo studio del crimine organizzato, pubblicando, fra gli altri, un volume dal titolo “Traffici criminali. Camorra, mafie e reti internazionali dell’illegalità” (2009), riprendendo una conferenza internazionale da lei organizzata a Napoli dal titolo “Città, criminalità, illegalità”.
Il suo intervento al Cottini, lo scorso lunedì 2 febbraio, è legato proprio a questo suo versante di studi e si è incentrato sulle “donne di camorra”, ossia sul ruolo assunto dalla componente femminile nel complesso e variegato mondo della mafia campana, soprattutto napoletana. Un contributo importante, in sé e in chiave comparativa in rapporto al mondo della ‘ndrangheta e della mafia siciliana, che ha evidenziato importanti differenze non solo sul piano della struttura organizzativa della camorra rispetto alle altre due consorterie criminali, ma anche, e in relazione al tema, rilevanti difformità tra il ruolo e i comportamenti femminili delle donne di camorra.
Quanto al primo aspetto, la relatrice sottolinea i caratteri generali della camorra come organizzazione, ossia una struttura orizzontale, non verticale e non verticistica, composta da ampi fronti parentali che costituiscono il cuore del clan, tutt’altro che settaria e chiusa, senza riti di affiliazione e senza reclutamento esclusivamente maschile. Tutto ciò, per quanto comporti una maggior fluidità e una maggior informalità, non rende, però, meno saldi i princìpi di fedeltà al clan e l’uso di patronimici per quest’ultimo. Così come è altrettanto importante sottolineare il fatto che, pur in presenza di traffici e legami di natura transnazionale, la camorra resta ben radicata in un territorio, un quartiere, un rione. Certo, precisa la studiosa, va rilevato che, se lo sguardo si sposta dalla realtà urbana – e Napoli in particolare – a quella rurale, le cose cambiano, la camorra di campagna, tranne qualche eccezione, pare più vicina, per struttura e dinamiche, quella siciliana.
Queste differenze strutturali tra camorra e altre mafie tradizionali, fanno il paio con le specificità del ruolo femminile all’interno dei contesti criminali napoletani. Una specificità, precisa in più occasioni l’ospite del Cottini, derivante dalla storia di quel territorio, da una vicenda che affonda le sue radici in età moderna, nel Cinquecento e nei secoli seguenti, durante i quali Napoli – città grande come Parigi e Londra – è caratterizzata da un’intensa vita urbana, all’interno della quale le donne detengono già «un grosso ruolo» e senza una «marcata segregazione dei sessi. […] Le donne, soprattutto le donne degli strati popolari, hanno vissuto pienamente nella vita cittadina».
È a partire da questa precisazione che la professoressa Gribaudi enumera, spesso tornando al passato, la centralità del ruolo femminile nei mercati legali e illegali, sottolineando che il nucleo centrale della camorra può essere costituito dalle donne. Dalla figura dell’usuraia donna Concetta, ne “Il paese di Cuccagna” (1891) di Matilde Serao, dura e fiera, impietosa in nome del suo sangue, ossia la ricchezza accumulata con il prestito a usura, a donna Amalia Jovine, contrabbandiera protagonista della “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo, la storia napoletana ha messo in campo, non solo letterario, un ventaglio di donne che si sono mosse, in modo socialmente riconosciuto, nell’economia locale, legale e illegale. Donne che detengono potere economico, che danno direttive agli uomini, in una larga serie di delitti e in uno spazio che si allarga dal reato individuale sino a quello associazionistico, di stampo camorristico, con ruoli di vertice nei clan.
Quanto ai reati, l’accademica affianca, a quello dell’usura, lo spaccio di stupefacenti, condotto su base familiare, con un forte radicamento sul territorio – a livello di quartiere, di caseggiati – e con una tradizione che prosegue la pratica del contrabbando di sigarette, spesso alleandosi con clan importanti e con una certa duttilità, non priva di rischi, dal punto di vista delle cosche di riferimento. Bene, all’interno di questa prassi illecite, le donne giocano un ruolo spesso centrale, come attestano i casi di due sottogruppi, fra i tre indagati nel 2007 dai magistrati e che controllano una grossa fetta di mercato della cocaina della città, guidati da donne.
Tornando al tema dell’usura, ad esempio, la relatrice osserva come questo reato abbia visto e veda in prima linea figure femminili. È il caso delle sorelle Aieta, Anna, Maria e Rita, appartenenti alla cosiddetta “alleanza di Secondigliano”, un clan formato dall’unione di tre famiglie – Bosti, Mallardi e Contini – incardinato proprio sulle tre sorelle. Bene, nel caso di un commerciante che non riusciva a pagare la tassa usuraia e che era scappato, lasciando la moglie in negozio, a muoversi furono le tre sorelle, che, dopo averla vanamente minacciata, la fecero picchiare. Da chi? Da una figura assente nel panorama delle altre mafie, una tipica figura femminile della camorra, usata per pestaggi rivolti ad altre donne, detta la “mascolona”, molto spesso una donna lesbica, dedita, appunto, alla violenza di genere.
Non deve stupire il richiamo all’orientamento sessuale della “mascolona” né alla violenza femminile. Nel primo caso, l’accademica fa riferimento alla figura di Anna Terracciano, sorella di Salvatore, boss dei Quartieri Spagnoli. Anna, dopo la morte del fratello, era diventata la reggente del clan, pur in presenza di altri quattro fratelli maschi, girava armata, faceva parte di gruppi di fuoco, è stata in carcere per 11 anni e, liberata nel settembre 2017, è rientrata in galera due mesi dopo per aver minacciato un imprenditore. «Voi non potreste immaginare che nella mafia siciliana o nella ‘ndrangheta ci sia un capo clan lesbica, che vive ufficialmente con una donna», dice Gribaudi riferendosi ad Anna Terracciano.
Ma, appunto, non è solo un problema di orientamento sessuale, è anche una questione di violenza esercitata dalle donne. In tal senso, l’ospite del Cottini fa riferimento a comportamenti e linguaggi emersi nel corso di intercettazioni di alcuni clan dei Quartieri Spagnoli, anch’essi dediti all’usura e all’estorsione, gestiti, in quel momento, dalle donne per l’assenza dei mariti, in carcere. Il frasario violento, adottato nei confronti di una donna vittima di usura ed emerso dall’inchiesta, è esemplare: «se non paga, le spacco la testa»; «ha detto mia madre che è meglio se paghi, e pure subito, altrimenti viene qui con una mazza e ti spacca tutti i mobili»; «io sono guappa, non mi metto paura di nessuno, i soldi me li so prendere».
Più ancora, la dimensione violenta, tutta al femminile, emerge in altri casi di donne che hanno raggiunto una posizione dominante in seno ai clan, qualcosa, cioè, di sostanzialmente differente rispetto alla realtà di Cosa nostra e alla ‘ndrangheta, dove figlie, mogli o altre figure femminili possono detenere il potere di una cosca, ma solo in forma sostitutiva, in assenza del boss e solo dietro avallo di altri uomini del clan. Nel caso della camorra, certo esistono ruoli sostitutivi, ma ciò non presuppone che le donne non possano aspirare a ruoli apicali.
In un quartiere alla periferia orientale di Napoli, nell’ottobre 2015, fu uccisa con sette colpi di pistola alla testa Nunzia D’Amico, il fratello in carcere, lei, donna fredda e dura, che gestiva estorsioni, piazza di spaccio, distribuzione delle armi agli affiliati, che girava con una potente moto guidata da un membro del clan, quasi «un signore feudale che segna lo spazio ed esprime il suo potere». Di sé stessa, la D’Amico diceva: «“sono una femmina, perché esternamente sono una femmina, ma, dentro, mi sento un uomo”. E come un uomo è stata uccisa, riconosciuta come capo clan». Meglio è andata a un’altra donna, Anna Mazza, conosciuta come la vedova Moccia, morta di morte naturale nel 2017, dopo aver preso il comando del clan a seguito della morte del marito Gennaro, nel 1976, per mano di una cosca rivale. Anna Mazza fece uccidere l’omicida del padre al figlio di appena 13 anni e, una decina d’anni dopo, guidò un commando per individuare i responsabili dell’assassinio di un altro suo figlio, arrivando a distruggere il clan nemico.
Non fu incriminata per questo reato, anche se fu la prima donna a essere condannata al 416 bis. «Si circondava di una scorta speciale di sole donne, che si muovevano con Smart gialle, per avere sempre la precedenza». Criminale e imprenditrice, ricorda la professoressa citando lo studioso Isaia Sales: «imprenditrice di crimini e di affari, sanguinaria e mediatrice, vendicativa e organizzatrice di business, una donna a cavallo tra due mondi, quello criminale e quello economico legale». Nei due mondi, «ha saputo stare, come ci si deve stare, facendo ammazzare nel primo e facendo firmare contratti nel secondo».
Altrettanto violenta e vendicativa fu un’altra donna, un’altra “capessa”, Maria Licciardi, legata all’alleanza di Secondigliano e tutt’ora al 41bis. L’uccisione del nipote nel 1997 – figlio del fratello morto in carcere –, di quel nipote chiamato il principino perché avrebbe dovuto ereditare il ruolo del padre, spinse Maria ad affiggere, sulla porta della chiesa della Resurrezione a Scampia, una lista con i nomi delle quindici persone da lei ritenuti responsabili dell’omicidio del ragazzo. Quella che prese il nome di lista della resurrezione, segnò il destino di tutti e quindici i nominativi presenti, in una vendetta che, alla pari di quella di Anna Mazza, la relatrice legge come risposta all’uccisione di un figlio o di un nipote sentito come un figlio: «la loro morte è una ferita intollerabile e si può pensare che sia la stessa dinamica rovesciata che ha portato tante madri di vittime di mafia a combattere, invece, per anni e anni per rendere giustizia la figlio, attraverso la condanna dell’assassino».
Dunque, una realtà femminile direttamente coinvolta negli affari illeciti, anche i più violenti. Spesso, come si è visto, ordinavano degli omicidi, ma bisognava dimostrarlo e, in qualche modo, anche la giustizia, a volte, e gli stessi magistrati, «legati a una cultura di genere, non arrivavano a capire che le donne non erano soltanto delle subordinate ai clan, e quindi avevano ruoli minori, tangenziali, ma erano, invece, delle cape effettive». In realtà, negli ultimi decenni, i ruoli apicali rivestiti dalla componente femminile sono stati riconosciuti, portando alcune delle “capesse” al 41 bis.
Ruoli tutt’altro che passivi, dunque, o marginali. Un investimento che, anche sul piano della collaborazione di giustizia, trova una peculiarità in ambito femminile: i “pentimenti” sono sempre stati tanti nella camorra, riflette la studiosa, ma prevalentemente da parte degli uomini. «È quasi come se le donne si identificassero pienamente con il gruppo». Un rilievo, questo, che rimarca la peculiarità del ruolo delle donne nel contesto della camorra, ulteriormente ribadito dall’ospite del Cottini quando sostiene, sul finire dell’intervento, che quella che potrebbe apparire una forma di emancipazione femminile delle donne di camorra sia, in realtà, una reinterpretazione, in chiave contemporanea, di «figure, ruoli, codici sociali che si radicano in una storia, in una tradizione». Una continuità, più che una frattura, in una vicenda storica che caratterizza Napoli e il mondo al femminile in modo diverso da quello di altre realtà.
Un aspetto, questo, che emerge dalle risposte della relatrice ai docenti del corso. No, le donne di camorra non vivono, avendo i mariti in carcere o morti, come “vedove bianche”, perché godono di una libertà sessuale impensabile nel mondo della mafia siciliana o della ‘ndrangheta. No, non possiamo parlare di una società matriarcale, ma certamente il ruolo femminile è molto forte. No, le donne della criminalità campana non appaiono sacralmente legate alla trasmissione dei valori mafiosi, per il fatto stesso che meno sacrale è la stessa natura dei clan di camorra. Ciò non significa che, mentre alcune donne cercano di tenere fuori i propri figli dagli affari criminali, altre si muovano, invece, in tutt’altra direzione.
E la scuola è importante?, domanda qualcuno. Lo è, soprattutto in quelle realtà difficili, come il rione Conocal di Ponticelli, dove la chiusura di un edificio scolastico, per via dell’allagamento interno, ha portato un gruppo di donne, di mamme a occupare uno stabile, destinato al terzo settore e rimasto chiuso, per far sì che i ragazzi potessero riprendere le lezioni senza dover fare turni e andare lontano. Una vicenda, questa, che serve all’ospite del Cottini per richiamare il tema del disagio sociale, delle inerzie istituzionali, di una certa deformazione mediatica che è pronta a ribadire degrado e criminalità, ma è meno solerte nel raccontare gli esempi positivi e gli sforzi dal basso, e non solo, per riqualificare e avviare progetti di recupero più sano della vita associata. E sul tema dei media, del loro racconto delle mafie, la professoressa Gribaudi osserva che si tratta, spesso, di un tema spettacolarizzato e lontano dall’analisi della complessità del fenomeno. Non solo. Un tema, a volte, monco, come attesta la scarsa attenzione mediatica al fenomeno dell’espansione delle mafie oltre le regioni di insediamento originario. Quel Nord in cui, le mafie, con grandi capitali, sono andate e «hanno trovato imprenditori locali, politici locali che li hanno accolti molto volentieri».
Anche in questo, le donne di camorra c’entrano, non aliene dall’intrattenere reti di relazioni che vanno al di là del loro radicamento territoriale.
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