Donne e mafie: continuità e mutamenti. Ombretta Ingrascì al liceo Cottini
"Se un uomo non è capace nemmeno di controllare sua moglie, figuriamoci se poi sa controllare il territorio" (citazione di un collaboratore di giustizia)
Si è concluso venerdì 24 aprile il corso sulle mafie per docenti del Piemonte, organizzato dal Liceo artistico “Renato Cottini” e dalla sezione torinese delle Agende rosse, avente quale tema unificante il rapporto tra donne e mafie. Ultima relatrice è stata la dottoressa Ombretta Ingrascì, ricercatrice in Sociologia economica presso l’Università degli studi di Milano, dove insegna Global criminal organizations e Sociologia della criminalità organizzata (corso avanzato). Autrice di importanti pubblicazioni su questo tema – tra gli altri, “Donne d’onore. Storie di mafia al femminile” (Mondadori 2007) e il più recente “Gender and Organized Crime in Italy. Women’s Agency in Italian Mafias” (IB Tauris 2021) –, Ingrascì ha affrontato la questione con una relazione dal titolo: “Donne e mafie. Modelli di agency femminile tra continuità e rotture”.
Dopo gli interventi delle colleghe Sabrina Garofalo, Gabriella Gribaudi e Alessandra Dino, la ricercatrice della Statale ha cercato di sistematizzare il tema del corso, fornendo un’analisi complessiva che, dando per scontati alcuni degli approdi interpretativi delle precedenti relatrici, cercasse di visualizzare le conoscenze scientifiche più recenti su una questione complessa e, non di rado, oggetto di palesi deformazioni o di stereotipi. Da un lato, tale complessità analitica è legata alla difficoltà di studiare una materia criptica come le mafie, di per sé opache, e, ancor di più, il ruolo e la presenza femminile al loro interno, spesso restituiti attraverso la voce degli uomini e non delle dirette interessate. Inoltre, la conoscenza di quella relazione è stata oggetto di semplificazioni mediatiche, ma non solo, che hanno condotto, ad esempio, a tratteggiare la donna di mafia come divisa tra due poli opposti: o come vittima passiva, talvolta incapace di intendere e di volere, o come “Lady boss” – l’espressione è della stessa Ingrascì –, ossia come figura anche più spietata e violenta dell’uomo.
In tal senso, emblematica è una foto mostrata dalla relatrice, che ritrae Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, nei pressi del “palazzaccio” di giustizia palermitano, nel 1974, ritratta, fra l’altro, accanto a Mario Francese, coraggioso giornalista siciliano che l’intervistò in quei giorni, mentre la donna era chiamata a testimoniare per il suo ruolo di intermediaria tra Riina e Luciano Liggio, allora capo dei Corleonesi. Ciò che interessa di questa foto è l’abbigliamento della donna, moderno, differente dalla rappresentazione canonica della donna di mafia vestita di nero, foulard compreso.
La dicotomia tra vittima e spietata criminale risulta troppo schematica e fuorviante, avverte l’ospite del Cottini, perché comprime in una divisione netta una grande quantità di posizioni e di storie individuali, di sfumature, che devono tenere conto di tanti fattori, per poter rispondere adeguatamente a quali siano le reali condizioni delle donne in seno alle consorterie criminali e quale sia, inoltre, il loro comportamento, appunto l’“agency” a cui fa riferimento il titolo dell’intervento. Agency: il comportamento attivo, l’agentività, il piano delle scelte individuali, dentro determinati contesti – in particolare la ‘ndrangheta e Cosa nostra, maggiormente studiati dalla ricercatrice –, che dà luogo a identità plurali, su cui pesano molte variabili: dall’età alla condizione sociale della donna, dalla provenienza familiare al tipo di relazione con un membro della consorteria criminale (boss o soldato semplice) alla stessa struttura mafiosa, che implica condizioni diverse se da Cosa nostra si passa, ad esempio, alla camorra.
Adottare la prospettiva di genere consente, quindi, di superare visioni statiche o, peggio, occulte della realtà criminale, di portare a galla la complessità ridotta a semplificazione in alcune analisi, di individuare delle parabole di vita alle quali applicare, con cautela, delle generalizzazioni che possano dare conto di alcuni comportamenti ricorrenti, pur nell’inevitabile schematizzazione che ne può derivare. Non solo. Uno studio accurato della presenza e del ruolo femminile in seno alle mafie è anche in grado di fornire degli strumenti di decifrazione del fenomeno mafioso utili per affrontare quel fenomeno al di là di un approccio puramente repressivo. Si pensi, in tal senso, al ruolo femminile quale cinghia di trasmissione di valori culturali mafiosi che garantiscono un’importante continuità al sistema criminale di Cosa nostra e C.
Partendo dalla categoria concettuale dell’agentività – che consente di tenere insieme le singole storie di vita e la dimensione contestuale, quella organizzativa della realtà criminale – la relatrice ha presentato tre diversi modelli di comportamento femminile riscontrabili nel mondo mafioso: l’agency conforme, quello complice e quello trasformativo. Nel primo caso, si fa riferimento a quei comportamenti che obbediscono a un ruolo prestabilito dal sistema mafioso di appartenenza; per “complice”, si intende, invece, la donna che fa parte del sistema mafioso in modo attivo, anche svolgendo dei ruoli criminali. Di fatto, la categoria concettuale dell’agency evita di rimanere nelle secche analitiche di una visione della donna quale strumento passivo e inconsapevole del mondo mafioso e la raffigura quale attrice diretta e, spesso, attiva di determinate dinamiche.
Se nel secondo dei due casi, è possibile intravedere dei cambiamenti nel ruolo della donna, che però si innestano nel solco della continuità – sostanzialmente omologandosi al modello maschile – e sono espressione di un’autonomia statica, priva di reale emancipazione, l’agency trasformativo, che implica la rottura della donna con il sistema mafioso di appartenenza, innesta un processo innovativo, capace di portare a un’autonomia reale dal modello criminale e in grado di dar vita a trasformazioni tanto a livello individuale quanto a livello sociale, a partire dalla scelta di collaborare con la giustizia.
Ciò perché, ribadisce con forza Ingrascì, quello mafioso è un modello che resta, a fronte di alcuni cambiamenti anche nel ruolo femminile, sostanzialmente imperniato sul potere maschile. Un sistema che non prevede l’affiliazione femminile, al di là di qualche caso isolato, come quelli di fine Ottocento studiati da Enzo Ciconte, rinvenuti all’Archivio di Stato di Catanzaro; documenti in cui si fa cenno a donne che, vestite da uomini, potevano prendere parte all’organizzazione, venivano affiliate. In qualche caso, ci sono anche dei riferimenti a delle cariche formali per le donne, come quella di “sorella d’omertà”, per quanto si tratti di casi isolati o unici.
Di fatto, però, le donne partecipano al sistema criminale, da tempi lontani, con una visibilità ridotta dagli stereotipi che si addensano sulla loro realtà, così come su quella delle donne in generale. Una partecipazione che può essere indiretta o diretta. Nel primo caso, ci si trova dinanzi all’agency conforme. Le donne svolgono un’importante funzione di riattualizzazione dei principi fondamentali su cui si fonda la cultura mafiosa, quali l’onore, la vendetta, l’omertà. In particolare, è significativa la loro capacità di salvaguardare la reputazione onorifica dell’uomo, attraverso un retto comportamento sessuale. Spetta all’uomo, al fine di preservare la propria onorabilità tra “uomini d’onore”, monitorare ed eventualmente correggere, fino all’estremo, i comportamenti di sorelle e madri. Ne va della sua carriera.
È in questa cornice che si inquadrano le considerazioni di Maria Concetta Cacciola e di Giuseppina Pesce – al di là del diverso epilogo delle loro biografie – circa i rispettivi fratelli. «Le donne che tradiscono vengono uccise», dice la seconda, riferendosi al fratello, «perché è lui che deve eseguire la sentenza per il mio tradimento». Alle sue considerazioni si affiancano, poi, quelle di una donna di Cosa nostra, Giusy Vitale, che ribadisce il rapporto tra rispettabilità come dote portata dalla donna e carriera mafiosa del fratello: «quello che gli bruciava era che la gente pensasse che non sapeva tenermi sotto. E se non sapeva tenere sotto le femmine di casa, che uomo era»? Qui, è possibile ancora rammentare la vicenda di Francesca Bellocco, il cui corpo scomparve nel 2013 con quello dell’uomo con il quale aveva intrecciato una relazione extra-coniugale, affiliato a un clan rivale. Si seppe, poi, che a ripulire l’onta del tradimento era stato il figlio della donna, in una famiglia in cui, già negli anni Settanta, una zia di Francesca era stata uccisa per lo stesso motivo, ossia aver instaurato una relazione adulterina e, con lei, fu ucciso il marito, reo di non aver saputo adeguatamente controllare la moglie.
Dimensione culturale e struttura organizzativa si intrecciano in questo punto, così come in un’ulteriore funzione indiretta della donna, ossia il suo ruolo nelle politiche matrimoniali, per rinsaldare alleanze o per stiepidire una faida. Ma l’universo femminile nella mafia non si muove soltanto per adattamento passivo. L’agency complice, come si è detto, prevede che la donna abbia un ruolo attivo, assolvendo a una serie di funzioni, tanto all’interno della famiglia quanto in ambito più propriamente criminale. Nel primo caso, si pensi, ad esempio, all’educazione dei figli – peculiarità non soltanto femminile –, alla trasmissione dei valori mafiosi, una sorta di “pedagogia nera”, che secerne una cultura dell’odio e che passa anche, fra le altre cose, dalla costruzione di una virilità fatta di prove concrete, come mangiare direttamente il peperoncino da una pianta o a mescolare, a quattro anni, il sangue del maiale appena sgozzato perché non coaguli – racconta il collaboratore di giustizia Emilio Di Giovane – o dall’arte del silenzio a suon di schiaffoni se non si rispetta la regola aurea dell’omertà fin da piccini. Educazione “nera” e virile che rinsalda la supremazia maschile, che prepara le figlie, attraverso la pedagogia materna, all’arte della subordinazione, in una forma di “masochismo femminile”, com’è stata definita, che serve, però, alla sopravvivenza, a ritagliarsi degli spazi di vita all’interno di un contesto che non deroga, come si è già detto, alla cultura di segno maschile delle cosche.
Educazione primaria che entra in urto con la socializzazione secondaria, quella scolastica o quella parrocchiale, che rischiano di invalidare il lavoro di montaggio del codice mafioso, portando magari a dubitare che la guardia sia un “cornuto”, altro caposaldo del sistema culturale criminale. Ma le donne sono fondamentali anche in un rito arcaico calabrese, quello della faida, oggi meno rilevante, ma ancora valido per la guerra che insanguinò Seminara (RC) per decenni. Dall’operazione “Artemisia” (2011) emerse un quadro emblematico, con le donne custodi dell’offesa che ha disonorato la famiglia e pronte a incitare alla vendetta: «hanno sparato a Domenico e al papà meno male che non li hanno presi, ora i tuoi fratelli sono tutti in giro, se volete venire, venite, altrimenti fate conto che non avete più a nessuno». Qui, l’ospite del Cottini ribadisce un principio importante: il solo apparato repressivo risulterà spuntato, se non si riuscirà a intervenire sulla solida continuità culturale di queste organizzazioni, sull’insegnamento di valori che si perpetuano nel tempo.
Le donne rappresentano una delle cinghie di trasmissione di tali valori, ma si muovono anche fuori dall’ambiente domestico, assumendo veri e propri ruoli criminali. Ciò in tre ambiti, fra gli altri: nel traffico di stupefacenti, nel settore economico-finanziario e nella gestione diretta dei clan. Ingrascì inanella una serie pregnante di singole vicende femminili legate ai tre diversi ambiti, da Maria Serraino (madre di Emilio Di Giovane), spietata e dura organizzatrice del traffico di droga, ma sottoposta alle violenze fisiche di un marito poco stimato dai sodali del clan – a dimostrazione di quanto in quell’universo l’uomo senta legittimo l’esercizio della violenza – a Nunzia Graviano, che reinveste in Costa Azzurra il denaro per conto dei fratelli detenuti, a Cinzia Lipari, avvocata e figlia di Giuseppe, amministratore dei beni dei Corleonesi, di Bernardo Provenzano, in particolare. Cinzia Lipari che funge da intermediaria fra il padre e il latitante corleonese, ma anche da amministratrice dei profitti derivanti dalle attività illecite.
È nel settore economico-finanziario che si assiste ai mutamenti più significativi, con una crescente quota nel tempo di donne che vi partecipano, vuoi in virtù del loro crescente processo di istruzione vuoi per via del fatto che si tratta di un ambito in cui la violenza è meno diretta. Di fatto, tornando a Nunzia Graviano, la relatrice osserva come, talvolta, il ruolo di mediatrice-messaggera possa comportare una delega temporanea di potere alla donna per l’assenza degli uomini di vertice del clan, magari per via di una latitanza o della detenzione. Pure in questo caso, Ingrascì presenta alcune storie esemplari di donne, da Patrizia, sorella di Matteo Messina Denaro, a Maria Angela Di Trapani, reggente l’antico mandamento di Resuttana (PA) mentre il marito era in carcere, con funzioni direttive vere e proprie.
È proprio riflettendo sulla natura del potere delle donne in questo ambito che l’ospite del Cottini tira le conclusioni del suo ricco intervento, perché quel potere giunge loro in momenti di particolare turbolenza dei clan e, peraltro, si qualifica come una delega temporanea, tutt’altro che stabile: «non è un processo di empowerment femminile come, a volte, si è voluto dipingere». Resta il “soffitto di vetro”, ossia tutte le barriere al conseguimento di una reale e duratura leadership, di una reale autonomia all’interno di un contesto mafioso indiscutibilmente patriarcale. Le trasformazioni ci sono, ma sono mutamenti nella continuità, che spingono l’accademica a parlare di una «pseudo-emancipazione», alla quale può sfuggire, invece, la donna ascrivibile all’agency trasformativa.
Dunque, un mondo femminile “mafioso” che non può considerarsi statico, ma che non ha conosciuto ancora la sua reale emancipazione. Del resto, nel corso della sua conversazione con i partecipanti al corso, la relatrice ha ricordato che, in Italia, una donna su due non lavora. Certo, le mafie. Ma…
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -