Non solo mafie: intervista a Ombretta Ingrascì
Ci troviamo in un "contesto che favorisce le capacità storiche delle mafie – messe in evidenza da tanti studiosi – di adattarsi alle trasformazioni sociali e le mafie, appunto, sono molto cambiate, perché sono parte di noi"
Ricercatrice dell’Università Statale di Milano, Ombretta Ingrascì accoglie positivamente la mia richiesta di un’intervista e si conversa insieme all’inizio di quest’anno online. Analista del fenomeno mafioso, si è occupata, fra le altre tematiche, delle donne nei contesti mafiosi, così come ha studiato le donne magistrato, aspetti, questi, entrami richiamati nell’intervista integrale qui riproposta in allegato.
Nel corso della conversazione, la mia interlocutrice ha fornito una serie di suggestioni problematiche che s’allineano a quelle di altri dialoghi presenti in questa rubrica. A partire dal suo insistito richiamo alla necessità di studiare la mafia non solo dall’interno, non solo valutandola come una variabile a sé stante, ma inquadrandola adeguatamente nel contesto in cui è nata, si è sviluppata, ha consolidato la propria posizione e il proprio ruolo. Sin dalle origini, che scorrono parallele alla nostra storia unitaria.
I mafiosi sono parte di noi. Nel senso che rispondono alle sollecitazioni di una società che cambia, si adattano alle trasformazioni socioeconomiche, cogliendo, con abilità, i vuoti e le esigenze che queste trasformazioni creano nella società, andando a rispondere a esse, colmando le lacune istituzionali nel far fronte a tali necessità. Così, se la transizione dal feudalesimo meridionale all’economia moderna ottocentesca determinò esigenze a cui fece fronte l’Onorata società, le fibrillazioni portate dalla cornice neo-liberista ai bisogni collettivi, l’erosione dei diritti e la crescita della competitività consentono alle consorterie criminali nuovi spazi d’azione, le accreditano quali enti in grado di rispondere velocemente e positivamente alle necessità dei singoli e della collettività. A maggior ragione, laddove i pubblici poteri stentano, faticano a intervenire.
Per questo, Ingrascì osserva che le mafie godono di buona salute. Forti di ingenti risorse economiche, capaci di entrare in contatto con diversi attori sociali – economici, politici, finanziari ecc. –, fruiscono di vantaggi amplificati dalle contingenze nazionali e internazionali: «in una “società liquida”, utilizzando l’espressione del sociologo Bauman, le mafie sono attori solidi. È per questo che attraggono, perché la società è sempre più insicura e necessita, ovviamente, di poteri forti».
Continuare a trattare le mafie come elementi allogeni, se non alieni provenienti da altri pianeti, è uno sbaglio fatale, semplificare il fenomeno mafioso separandolo artificiosamente dalla realtà, ritenendolo un corpo invasore a fronte di una società ignara e innocente, non consente di andare a fondo nella comprensione delle dinamiche che hanno consentito alle cosche la loro longevità e il loro buono stato di salute. È necessario, sostiene la studiosa, allargare l’ottica, anche in termini di contrasto alle mafie, perché la sola risposta repressiva rischia di essere insufficiente.
È necessario analizzare la domanda, insiste ancora la mia interlocutrice, comprendere non solo le peculiarità delle consorterie criminali, ma le richieste che arrivano dalla società civile, dai professionisti, dai pubblici amministratori. «La mafia è parte della nostra società, è un attore come tutti gli altri e risponde a esigenza del nostro tipo di capitalismo, risponde alla nostra incapacità di governare il territorio». L’approccio repressivo non è, di per sé, inopportuno, è semplicemente lacunoso. La risposta della società, la tenuta dei legami sociali, il piano etico dei pubblici amministratori e dei singoli cittadini possono fare la differenza e costituire un argine contro le pressioni e le ingerenze dei boss. Non sempre infatti, racconta la ricercatrice attraverso uno studio diretto su una comunità lombarda, le cosche riescono a insediarsi in un territorio.
Dunque, si parla di mafia e fa capolino, in continuazione, la società. Evitare le scorciatoie analitiche è fondamentale, aggiunge Ingrascì, ridurre il problema, banalizzandolo, a una questione di “buoni” e “cattivi” deprime la capacità di comprendere davvero la complessità del fenomeno. E argomenta, a tale proposito, con un esempio che deriva da un suo lavoro di ricerca ancora non ultimato. È il caso delle banche occulte cinesi, presenti a Milano come in altre realtà italiane, luoghi di conservazione di somme liquide, giunte dai trafficanti di droga internazionali, e utili per rispondere alle esigenze illegali di attori economici che non ci si aspetterebbe di trovare a riscuotere denaro contante in un negozietto di scarpe o in uno street food asiatico in una via centrale milanese. Attori economici che non dovrebbero, appunto, trovarsi lì, ma che ci sono, per ragioni tutt’altro che lecite e che consentono alla ricercatrice di argomentare a favore del suo radicato convincimento circa la necessità di guardare al fenomeno mafioso come a una governance extra-legale, capace di fornire assistenza e liquidità a chi, per necessità o ambizione, ne richiede l’intervento.
Una mafia plastica e duttile, dunque, emerge dalle riflessioni della ricercatrice, ma anche, come si è detto, una mafia solida, robusta, capace di resistere alla “liquidità” che ha investito il contesto in cui si è affermata, di proporsi come una realtà ancora capace di restare fedele ad alcuni principi tradizionali. Qui, dentro questa cornice dialettica fra continuità e mutamento, la mia interlocutrice colloca un tema a lei caro, ossia il ruolo delle donne nelle mafie, un ruolo sicuramente cresciuto, anche con il conseguimento di forme apicali di potere; «dall’altra parte, però, sono ancora sottoposte al controllo maschile. Ciò vale, in particolar modo, per la ‘ndrangheta». E, anche in questo caso, la dottoressa Ingrascì non manca di sottolineare come, pur con evidenti differenze, la “pseudo-emancipazione” femminile non concerna soltanto la realtà mafiosa, ma sia osservabile pure in contesti lontani da quelli propriamente criminali.
A ribadire, una volta di più, la necessità di guardare con occhi più preparati e attenti a un fenomeno che, quanto più tentiamo di respingere fuori dalle nostre coordinate, tanto più rischiamo di alimentare perché non lo riconosciamo o, in qualche caso tutt’altro che ingenuo, fingiamo di non riconoscere.
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