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Una memoria di Franco Marcone: intervista con la figlia Daniela

"Quando lui è morto, noi eravamo assolutamente inconsapevoli dell’esistenza, a Foggia, di una criminalità così pericolosa"

di francoplat - mercoledì 13 maggio 2026 - 372 letture

Lavorava, con zelo e competenza, all’Ufficio del registro di Foggia, ne era il direttore. Una competenza grazie alla quale, Francesco (Franco) Marcone aveva individuato delle irregolarità, delle anomalie, delle prassi illecite che aveva denunciato alla procura, accompagnando tale denuncia con una segnalazione agli ordini professionali della città. Alcuni giorni dopo, la sera del 31 marzo 1995, mentre stava per aprire il portone del palazzo in centro in cui abitava, due colpi di pistola alle spalle chiusero, tragicamente, la “pratica Marcone”.

Della vicenda, della complessità di quella storia, ambientata in una città nella quale Marcone era approdato alla direzione di quell’ufficio pochi anni prima dell’omicidio, ho avuto modo di discorrere con la figlia, Daniela, responsabile nazionale della memoria dell’associazione Libera. Abbiamo dialogato in streaming, il 1° dicembre dello scorso anno, affrontando la questione della drammatica fine di Franco Marcone ben al di là dell’evento omicidiario. Si avrà modo di apprezzare il puntuale e robusto ragionamento della mia ospite nell’intervista integrale qui allegata.

Quello che la mia interlocutrice ricostruisce è un ritratto affettuoso e lucido del padre, genitore attento, sensibile, ma anche rigoroso, così come meticoloso e puntuale, solerte e competente era sul piano professionale. Un funzionario il cui comportamento cominciò a cambiare dopo l’arrivo a Foggia, nel ’92: un po’ per volta, nelle parole di Daniela Marcone, il padre si chiuse sempre più nel suo studio, restrinse il campo delle amicizie, diventò più silenzioso, invitò i due figli a fare attenzione quando uscivano di casa, li pregò di prendere l’ascensore. Segnali di allarme, che indubbiamente riguardavano la difficile situazione lavorativa di Franco Marcone, gli attriti con alcuni dipendenti inadempienti o assenteisti, lo scarso appoggio dei superiori: «abbiamo scoperto dopo, leggendo le carte, che non aveva solidarietà ai livelli gerarchici superiori, che era abbastanza solo».

E in quella sostanziale solitudine, poco dopo la denuncia sporta alla procura, Franco Marcone viene ucciso. Il dramma – la moglie si ammala immediatamente dopo: «l’altra vittima della morte di mio padre è stata proprio la mamma» – interroga i familiari della vittima, mentre la città è in silenzio, non parla, pare indifferente, anzi infastidita, quando Daniela e il “Comitato Marcone” iniziano a porre domande, a parlare di mafia, una parola che – a detta del sindaco del tempo – avrebbe sporcato il buon nome della città.

Il “Comitato Marcone” è un gruppo, una rete di solidarietà formato da insegnanti delle scuole superiori, donne e donne volitive e combattive, che si strinse attorno a Daniela e alla sua famiglia, per aiutarli a uscire da quel silenzio nebbioso, dalle parole che non dovevano dirsi, per strappare l’omertà che correva a vari livelli in città. Anche nel nucleo più largo della famiglia Marcone, che non sostenne la voglia di capire, di indagare, di andare oltre il silenzio di Daniela. «Ci veniva consigliato di andare avanti con la nostra vita, di fare le nostre cose, di non mettere tanto la testa fuori dal sacco».

Invece, la figlia di Franco Marcone quella testa fuori dal sacco la mise. A dispetto dei silenzi, anche di quelli istituzionali; è lei che ricorda come dovette aspettare otto mesi dall’omicidio prima di parlare con un magistrato. Il vuoto istituzionale e quello della società civile, con l’eccezione rilevante del “Comitato Marcone”, non impedirono a Daniela di recuperare una consapevolezza ben diversa della presenza mafiosa nel Foggiano. Riannodare le vicende passate, unire i puntini, sfruttare quelle fonti preziose che sono le cronache locali, consentirono ai familiari di Marcone di scoprire che Foggia non era il migliore dei mondi possibili, che la città era attraversata da un fenomeno mafioso locale violento e non recentissimo, che quel fenomeno, soprattutto, era stato supportato e consentito dall’appoggio dell’area grigia. Un’area che, in un modo o nell’altro, era coinvolta nella vicenda Marcone, a partire dalla natura degli illeciti che il funzionario aveva rilevato.

Perché Daniela Marcone, ma non solo lei, non ha dubbi: l’omicidio è maturato nell’ambiente lavorativo del padre. Non è un’aula di tribunale ad averlo sentenziato in maniera chiara e inappellabile. Perché, riguardo l’iter processuale, la mia interlocutrice parla di uno «stato dei lavori molto deprimente». La vicenda giudiziaria non ha portato a conclusioni, se non, come ha osservato la dott.sa Lucia Navazio – giudice delle indagini preliminari – nell’ultima ordinanza di archiviazione, «che quello che desta sconcerto è che, in questa storia, chi conosce la verità non ha collaborato». Anche persone che dovrebbero appartenere alla parte sana della società. È questa la cappa scesa su Foggia, città complessa, in cui, alla pari di altre realtà, la «criminalità organizzata è stata utilizzata, è stata fatta crescere, è stata coccolata da altre classi sociali ed economiche».

In realtà, qualche risultato era arrivato dalle indagini, per quanto tardive e non sempre puntuali, meticolose. Era stato individuato, con un’altissima probabilità di successo, chi aveva fornito l’arma per il delitto. Ed era un dipendente di Franco Marcone, che aveva avuto attriti con il funzionario, per via del suo assenteismo. Ma quella voce, l’unica individuata e così importante ai fini dell’indagine, era morta in un misterioso incidente stradale in moto. E la pratica si era, così, arrestata.

E alla famiglia Marcone, come ad altri familiari delle vittime innocenti delle mafie, restava e resta il compito di elaborare un lutto e una morte priva di mandanti. Questo è un altro capitolo dibattuto con la mia interlocutrice. L’assenza di un supporto serio da parte delle istituzioni, la forza solidale di Libera, nella quale Daniela entra e si ritaglia il ruolo di referente nazionale della memoria, la necessità che la memoria costruisca il presente, sottraendolo a qualsiasi forma di silenzio, più o meno connivente, più o meno opportunistico o indolente. La necessità di narrare e ricordare, come antidoto contro la tentazione di alzare le spalle e dimenticare, fingendo che non esistano mafie e aree grigie, che sia opportuno santificare il buon nome di una città, mettendo sotto il tappeto quanto di corrotto e non dicibile le vie, le piazze e i salotti buoni celano.


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