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Il filo nero delle stragi: Borsellino, Repici e Domé al liceo Cottini di Torino

Uno spettro "nero" s’aggira sulla storia della Repubblica italiana

di francoplat - mercoledì 4 febbraio 2026 - 397 letture

Quando ci si congeda dagli ospiti del Cottini, giovedì 29 gennaio, si ha l’impressione di un incontro che ha toccato in profondità studenti e insegnanti dell’istituto riuniti nell’aula magna, al mattino. Si salutano Salvatore Borsellino, collegato da remoto, Fabio Repici, avvocato difensore di molti familiari di vittime innocenti delle mafie (dallo stesso Salvatore alla famiglia Manca, da quella Alfano ai congiunti di Graziella Campagna ai parenti di Nino Agostino e Ida Castelluccio), e Nando (Ferdinando) Domé, figlio di Giovanni, custode dell’edificio in cui, la sera del 10 dicembre 1969, a Viale Lazio a Palermo fece irruzione un gruppo di fuoco composto, fra gli altri, da Provenzano, Riina, Calogero Bagarella per eliminare il boss Michele Cavataio e che raggiunse lo scopo, colpendo a morte, però, anche l’incolpevole Giovanni.

Ospitato dal liceo e organizzato dalle Agende Rosse torinesi, l’incontro, sin dal titolo, non nascondeva i suoi intenti: «Il diritto alla verità». Non una verità generica, ovviamente, ma quella che sembra restare soffocata tra depistaggi e silenzi, tra omissioni e mascariamenti, e che concerne la lunga storia della nostra Repubblica, da Portella della Ginestra, passando per Piazza Fontana, Piazza della Loggia, il treno Italicus, la stazione di Bologna, il Rapido 904 e, ancora, Capaci, Via D’Amelio, arrivando alle stragi di Firenze, Milano, Roma del 1993. Ha una genesi più lontana questo incontro, è figlio della nascita, nel dicembre 2024, del Coordinamento nazionale delle associazioni e familiari delle vittime di stragi e attentati, sorto con lo scopo di evidenziare come un filo leghi le stragi che hanno insanguinato il Paese, un filo che nasconde un disegno, ossia la destabilizzazione dell’assetto politico-istituzionale italiano attraverso la strategia della tensione. Un filo nero.

Moderato da Carmen Duca, responsabile delle torinesi Agende Rosse, l’evento si è aperto con un breve video che, attraverso il richiamo forte delle immagini, ha riproposto, in pochi minuti, l’orrore, spesso privo di memoria, che ha attraversato città e luoghi pubblici della penisola. Una carrellata di cinque minuti che ha ricordato ai più adulti in sala e ha proposto ai più giovani una vicenda che il tempo sbiadisce, ma solo nella mente di chi non è stato urtato con violenza dall’esplosione delle bombe, a Milano come a Roma, come a Palermo, come a Firenze.

Poi, Carmen ha passato la parola a Nando Domé. E l’intervento di Nando, benché la sua vicenda famigliare sia distante dal tema centrale dell’incontro – essendo tutta interna alla violenza mafiosa che vedeva, sul finire degli anni Sessanta, la scalata corleonese al potere –, è stato, a suo modo, potente. Potente perché ha immesso l’uditorio nella storia di una famiglia che ha dovuto lottare per decenni per vedere riabilitato un uomo, Giovanni, estraneo a qualsiasi tipo di legame con Cosa nostra, che ha dovuto affrontare il giudizio terribile di chi discriminava i famigliari di quell’uomo, creando una stigmata pressoché indelebile sulle carni e nell’anima dei suoi cinque figli e non solo: «vivere per tutti questi anni con questo marchio addosso non è stato facile. Non solo per via della stampa, ma il sentirsi additare dalle altre persone, magari quando ci trovavamo fuori con i miei fratelli a giocare, sentendoci dire dagli altri ragazzini: “tu e i tuoi fratelli non dovete stare a giocare con noi, perché vostro padre è un delinquente”. Tutto ciò mi ha segnato moltissimo a livello psicologico».

Potente, l’intervento di Nando, è stato anche perché i suoi contenuti sono stati veicolati da un forte sussulto, dalla voce franta dall’emozione, dal discorso strozzato da un groppo in gola, che hanno restituito agli spettatori tutta l’autenticità del suo dolore, solo in parte riscattato da una giustizia giunta tramite la confessione di un collaboratore di giustizia (Gaetano Grado), che ha disseppellito una verità rimasta sepolta per oltre quarant’anni e che riguardava, fra l’altro, un altro uomo morto innocente in quella strage sanguinaria, Salvatore Bevilacqua.

La testimonianza di Domé, il suo nodo in gola immettono la platea del Cottini in un clima commosso, che abbassa le resistenze e alza il livello ricettivo degli astanti. È dentro questa cornice collettiva che giunge l’intervento dell’avvocato Repici. Che parte da lontano, oltreoceano. Dal 2010, quando l’Assemblea dell’Onu deliberò che il 24 marzo sarebbe stato il giorno dedicato al diritto alla verità e alla memoria delle vittime. Poi, fa un passo indietro, resta in America, ma nella sua parte meridionale, in Argentina, dove un regime terribile ha creato un dramma collettivo inenarrabile, quello dei desaparecidos. Parla delle mamme, delle nonne di Plaza de Mayo, che si sono assunte la responsabilità di portare a galla la verità, reclamandola, a gran voce, girando in tondo. Poi, ancora, vira e torna in Italia, focalizza l’attenzione degli spettatori sul caso Nino Agostino e Ida Castelluccio, su una giovane coppia uccisa, nell’agosto 1989, ma soprattutto su dei documenti scomparsi da casa di Nino, asportati da un funzionario dello Stato, un ispettore di polizia, condannato, in sede civile, per aver trafugato quei documenti e privato le famiglie dei due giovani uccisi al diritto alla verità. Parla di una lunga barba, di capelli bianchi, che portarono il padre di Nino, Vincenzo, a diventare un Leonardo da Vinci dal potente impegno civile, un uomo che con la moglie, Augusta Schiera, ha passato la vita, da quell’agosto, a chiedere verità. Altrettanto lunga la vicenda di Graziella Campagna, uccisa, nel 1985, per aver scoperto nel taschino di una camicia che, sotto le spoglie di un sedicente ingegner Cannata, si celava un latitante, Gerlando Alberti Junior. Processo iniziato nel 1998, portato avanti da Repici stesso e grazie all’impegno di Pietro, carabiniere e fratello di Graziella, e conclusosi nel 2009 con sentenza definitiva.

«Ci sono familiari delle vittime che hanno vissuto intera vita nell’impegno per ricercare la verità sull’assassinio dei propri familiari e sono addirittura alle volte morti prima di riuscire a ottenerla quella verità». Ecco, il tempo estingue la verità e le persone. Ma non si tratta soltanto del passato, precisa Repici, sterzando al presente, portando gli uditori alla vicenda di Almasri, il torturatore, stupratore libico catturato in Italia, dietro un mandato internazionale, e ricondotto in Libia dal governo con un volo di Stato. Bene, prosegue l’ospite del Cottini, qualcuno di voi ha saputo che l’Italia «è stata deferita all’Assemblea delle nazioni della Corte penale internazionale per la violazione delle norme sovranazionali»? Come se l’Italia, che vanta il proprio livello di civiltà, fosse stata trattata alla stregua «di un narcostato o di un Paese terrorista che dà impunità ai criminali». Il problema è che noi guardiamo la televisione, «tutto va bene, madama la marchesa, e invece non va tutto bene».

Non va tutto bene da decenni. Non va bene che un Paese dimentichi, non va bene che un Paese affermi che, in fondo, «il fascismo fece anche cose buone»; già, afferma l’avvocato, ditelo agli eredi del torinese Piero Gobetti, di Giovanni Amendola, di Giacomo Matteotti o ai familiari degli ebrei del ghetto di Roma rastrellati, nell’ottobre del ’43 e deportati in Germania. E dalla parentesi sulla storia che non andrebbe falsificata, Repici passa, lasciando intravedere il filo nero, alla strage di Portella della Ginestra, dove, nel corso di un primo maggio di festeggiamenti della ritrovata libertà e di democrazia, furono uccisi da mano criminale e mafiosa inermi cittadini. Né diverso il caso di Brescia, già funestata da episodi di violenza neofascista, e dove, nel 1974, durante un comizio sindacale una bomba strappò alla vita altri cittadini inermi e innocenti.

Gli autori delle stragi? La memoria e la verità non sono aiutate dalle prime, e non solo, ricostruzioni dei fatti: a Piazza Fontana e alla stazione di Bologna – stante le prime versioni – scoppiarono delle caldaie; in Sicilia, invece, si muore per ragioni sentimentali e passionali. Pippo Fava fu ucciso, si disse, per ragioni di fimmine, salvo poi scoprire che «era stato ucciso dalla mafia catanese nell’interesse di tantissimi imprenditori». E un noto medico messinese, Matteo Bottari, primario, docente universitario, fu ucciso a colpi di lupara mentre rientrava a casa, nel gennaio del 1998, perché «piaceva anche alle donne sposate. Giuro, non è una battuta. Così si lesse sul giornale».

Le verità occultate, e sono tante, devono essere, con tenacia e fiducia, disvelate. Come accadde con l’episodio della sottrazione dell’agenda rossa dalla valigetta di Paolo Borsellino; valigetta che, solo grazie a Lorenzo Baldo [vice-direttore di “Antimafia Duemila”], si scoprì essere nelle mani di un capitano dei carabinieri [Giovanni Arcangioli], non di un mafioso. Cosa ci dice questa vicenda? In primo luogo, che non è inutile impegnarsi nella ricerca di ciò che pare occultato, ma dice anche che «la verità viene occultata, purtroppo, con l’intervento anche di soggetti istituzionali», ci dice, ancora, che, in Italia, i familiari delle vittime, oltre al carico del loro dolore ed esattamente come le mamme di Plaza de Mayo, «si sono dovuti fare carico dell’onere della ricerca della verità, che pure spettava alle istituzioni».

Ed è la volta di Salvatore Borsellino, che compare in video, il volto provato, un po’ affaticato, l’animo stropicciato. Lo afferma lui stesso, con un appello ai giovani presenti: «io ho perso la speranza di vedere nel corso della vita che mi resta, ho 83 anni, quella verità per cui lotto, ormai, da più di trent’anni. Ho perso la speranza di vedere quella verità e la mia speranza la ripongo in voi e spero che, quando non avrò più la forza di parlare, di gridare, di elevare il mio urlo di verità, ci sia qualcuno di voi che continui ad alzare questa agenda rossa e, nel suo nome, pretenda quel diritto alla verità che, purtroppo, a noi familiari delle vittime di mafia viene ostinatamente negata».

E argomenta dettagliatamente cosa ha sfilacciato la sua speranza: un carabiniere che trafuga la valigetta del fratello, i depistaggi infiniti, Vincenzo Scarantino imbeccato da uomini delle istituzioni, che «avevano vestito il pupo», le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza che afferma che, durante la preparazione dell’autobomba, un uomo non appartenente a Cosa nostra osservava le operazioni, l’attuale Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Chiara Colosimo – fotografata accanto al terrorista nero Ciavardini –, che, abbracciando il dossier mafia-appalti quale causa della strage di via D’Amelio, sta isolando questa strage dalle altre. Scelta scriteriata: «tutte queste stragi, da Portella della Ginestra in poi, fanno parte di un percorso eversivo che tendeva a ciò che, poi, è stato realizzato, ossia il cambio degli equilibri di potere nel nostro Paese». Un filo nero lega queste stragi e un filo lega le persone che erano vicine ai terroristi all’attuale compagine governativa.

Non il dossier mafia-appalti è legato alla morte di Paolo Borsellino. Mio fratello, afferma Salvatore, è morto per aver scoperto la presenza di figure non mafiose tra gli autori della strage di Capaci, è morto perché era l’unico che aveva letto i diari di Giovanni Falcone contenuti in un databank sul pc – poi, trafugato – è morto per aver affermato pubblicamente, nel discorso del 25 giugno 1992 alla biblioteca comunale di Palermo, che era testimone di quella strage, sottolineando la necessità di parlare con la procura di Caltanissetta. Cosa che non avvenne.

Mentre avviene che si cerchi di archiviare la posizione di Dell’Utri in merito a quell’indagine, avviene che, a fronte di tutte le deformazioni attorno alle stragi, lo stesso Salvatore Borsellino sia incriminato per via di una querela per diffamazione sporta da Mario Mori, che, a suo avviso, «probabilmente sa dove si trova l’agenda e ne conosce il contenuto. Dovrò subire un processo, ma ne sono contento, perché finalmente, davanti a un magistrato, in un’aula di giustizia, si potrà parlare di quella sparizione dell’agenda rossa della quale, purtroppo, non si è mai parlato, fino a oggi, in un processo».

E chiude ribadendo la sua fiducia nei giovani, la stessa di Paolo, la stessa di un uomo che, pur sapendo di essere in grave pericolo di vita, ribadiva ai giovani la sua speranza, ossia che sarebbero loro sarebbero stati meno indifferenti della sua generazione alla violenza mafiosa, al compromesso morale, più partecipi e attivi alla vita del Paese, forse meno smemorati. È un invito pressante e delicato, insieme, quello di Salvatore Borsellino, che non si chiama fuori dal tema dell’indifferenza o del voltarsi dall’altra parte: «io stesso ho aspettato che mi ammazzassero un fratello per fare quello che faccio oggi». È una dichiarazione forte, che colpisce l’uditorio, lo coinvolge ulteriormente sul piano emotivo, perché quella confessione, che è un’accusa a sé stesso, è accompagnata dal volto dolente, ma non domo di Salvatore, da un tono di voce che s’alza e s’abbassa, ondivago tra speranze e disincanto.

L’incontro termina, Salvatore alza l’agenda rossa. Il pubblico applaude. Forse, a chiosa di quanto detto, è utile sottolineare che l’impegno contro le deformazioni strumentali della nostra storia repubblicana non termina affatto con questo incontro. Sarà lo stesso Salvatore Borsellino a inviare ai presidenti delle Camere e al presidente della Repubblica una lettera in cui il Coordinamento nazionale delle associazioni e familiari delle vittime di stragi e attentati – con il contributo di Fabio Repici – propone l’inserimento nella Costituzione di un articolo che contempli il diritto del popolo italiano alla “verità”.

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fabio repici, franco plataroti, ferdinando domé, carmen duca


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