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Giornalisti e mafie internazionali: il caso Peter de Vries

Il giornalista olandese Peter Rudolf de Vries sosta tra la vita e la morte dopo un agguato tesogli lo scorso 6 luglio, presumibilmente a seguito delle sue attività contro la criminalità organizzata. Una vicenda, questa, che illumina sull’aggressività contro la libera informazione e, al contempo, sulla tiepida risposta internazionale alla globalizzazione delle mafie.

di francoplat - mercoledì 14 luglio 2021 - 1192 letture

«Ogni ferita inflitta a un giornalista è una ferita a ciascuno di noi e si trasforma nel tempo in una perdita che siamo in grado di avvertire solo quando è troppo tardi. […] I giornalisti perdono le loro vite. Noi che gli sopravviviamo, perdiamo il nostro diritto a sapere, parlare, a imparare. Né l’impunità di chi minaccia e aggredisce i giornalisti è semplicemente un attacco alla libertà di stampa e di espressione. Perché la libera circolazione della conoscenza dei fatti, delle opinioni, crea società più libere e consapevoli. Più ricche e resilienti. Detto altrimenti, società in cui vale la pena vivere».

Era il dicembre 2017 quando Paul Caruana Galizia pronunciava, a Vienna, quelle parole nella sede dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Paul è il figlio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa due mesi prima a seguito delle sue inchieste sulle opache relazioni in patria tra politica e finanza nera, in quell’isola diventata lo snodo del riciclaggio dell’Unione europea. La morte di Daphne, dilaniata da una bomba montata sulla sua autovettura, fa il paio con quella di altri giornalisti scomodi, il cui lavoro e le cui indagini giudiziarie hanno toccato nervi scoperti del crimine organizzato. Si pensi, ad esempio, a Jan Kuciak, il ventisettenne giornalista slovacco, assassinato in casa nel febbraio 2018 con la propria fidanzata, Martina Kušníro, quattro mesi dopo la morte di Daphne Caruana Galizia. Jan era un esperto di data journalism, ossia un metodo giornalistico fondato su inchieste che si sviluppano incrociando una grande mole di dati ricavati da database pubblici online. Poco prima di essere ucciso, il giovane cronista slovacco stava lavorando sul graduale e tentacolare processo di penetrazione della ‘ndrangheta nella politica locale. E, ancora, si può citare l’omicidio di Giorgios Karaivaz, giornalista investigativo greco freddato da molti colpi d’arma da fuoco sotto la sua abitazione lo scorso 9 aprile.

I dati sono piuttosto chiari. Dal 2015 al 2020, afferma il Consiglio d’Europa, gli attacchi contro i giornalisti sono aumentati del 40%. Non è solo un problema di crescente violenza intimidatoria contro l’informazione, è anche un problema, altrettanto grave e serio, di impotenza, o altro, sul fronte investigativo: recenti stime dell’Unesco, sottolineano come, negli ultimi dieci anni, sia rimasto impunito il 90% dei casi relativi a omicidi di giornalisti. Dunque, da un lato, cresce l’attacco contro la carta stampata e, dall’altro e proporzionalmente, cresce il numero di casi irrisolti.

In questa cornice, assume una certa importanza, a conferma della situazione critica sottolineata sopra, l’agguato al giornalista investigativo olandese Peter Rudolf de Vries, colpito da alcuni colpi di pistola lo scorso 6 luglio in pieno centro ad Amsterdam, da poco uscito dagli studi televisivi in cui era stato ospite di una trasmissione. Il cronista olandese, che sta lottando tra la vita e la morte, aveva già ricevuto delle minacce negli anni passati. Definito «eroe nazionale» dalla sindaca di Amsterdam, Femke Halsema, de Vries si è a lungo interessato di cronaca investigativa per il quotidiano “De Telegraaf”, acquisendo una certa notorietà per essersi occupato, nel 1983, del rapimento del magnate della birra, Freddy Heineken. In seguito, è passato alla televisione, conducendo un proprio programma dal titolo “Peter R. de Vries. Crime reporter”, nel quale trattava i cold-case, i casi irrisolti, e ha ottenuto, nel 2008, un Emmy Award per un reportage sulla sparizione della statunitense Natalee Holloway sull’isola caraibica di Aruba.

Negli ultimi anni, si stava occupando della “mocromaffia” (o Mocro Mafia), come gli olandesi chiamano la mafia marocchina, e potrebbe essere proprio questa la ragione che ha spinto i mandanti ad armare la pistola dei killer. La mocromaffia è un’organizzazione criminale che recluta giovani immigrati nordafricani nei Paesi Bassi e si occupa del traffico di stupefacenti in Olanda, a partire dal porto di Rotterdam, snodo cruciale dei narcotraffici da e per l’Europa. Fatti di cocaina, asce e fucili in mano, i narcotrafficanti di mocromaffia insanguinano le vie della capitale olandese, fanno saltare in aria ristoranti e altre attività economiche, minacciano i giornalisti. De Vries era il consulente di un collaboratore di giustizia, Nabil Bakkali, in un processo, “Marengo”, che vede imputati diciassette membri di questa organizzazione, accusati di aver pianificato diversi omicidi e di averne portati a termine almeno sei. Nabil, il pentito, aveva cominciato a raccontare i segreti del capo, Ridouan Taghi, in un carcere di massima sicurezza olandese da due anni. De Vries, nel 2019, aveva rivelato in un tweet di essere nella lista nera di Taghi, almeno stando alle informazioni giuntegli dalle forze dell’ordine. Le indagini della polizia locale hanno portato all’arresto di un giovane rapper, Delano, riconducibile al gruppo dei narcotrafficanti nordafricani, segno dell’attenzione prestata dagli investigatori locali alla pista della mocromaffia.

Di fatto, questa organizzazione criminale ha molti contatti anche con le mafie italiane, a loro volta di casa in Olanda. È sufficiente sottolineare, per quanto riguarda il primo aspetto, che Taghi, il capo dei capi, ha recuperato regole e linguaggio del suo gruppo da Cosa nostra e che, a Dubai, era in affari con il broker campano del narcotraffico vicino alla camorra, Raffaele Imperiale. Per sottolineare gli intrecci mafiosi e le relazioni tra le organizzazioni criminali, è bene precisare che Taghi è accusato di aver guidato un cartello della droga non solo con Imperiale, ma anche con un boss di una banda irlandese e con un narcotrafficante bosniaco; tale cartello, secondo la Dea, controllava un terzo del commercio di cocaina in Europa. Per quanto concerne le mafie nostrane nei Paesi Bassi, vale la pena ricordare i numerosi latitanti arrestati ad Amsterdam, tra i quali il ‘ndranghetista Gioacchino Bonarrigo, che viveva quieto e pacifico nella città olandese con sei identità false. Fruiva di quella condizione comoda data dal fatto che nel paese dei tulipani chiunque può affittare abitazioni in nero, esempio di leggi fiscali piuttosto morbide.

Questo aspetto è centrale nel discorso sul caso de Vries. Si pone correttamente la domanda Maria Grazia Mazzola in un articolo comparso su Antimafia Duemila: «come possono i giornalisti difendersi da interessi transnazionali illeciti così potenti, da sgorgare come fiumi in piena in tutta Europa senza freni?» (9 luglio 2021). E prosegue facendo notare la contraddizione di un paese che, da un lato, accoglie benevolmente il denaro illecito e si comporta come un paradiso fiscale e, dall’altro, «cerca di combattere con piccole squadre specializzate le mafie che pullulano nei Paesi Bassi». È la questione della disattenzione o della sottostima da parte dei governi europei del fenomeno globalizzato delle mafie e della loro pericolosità, a partire da quelle nostrane. Più volte, i magistrati italiani si sono espressi in modo critico nei confronti delle legislazioni europee poco attrezzate per fare fronte a un fenomeno complesso, via via crescente, che vede contatti e alleanze tra criminalità organizzate di paesi differenti, capaci di penetrare nei gangli economici, politici, amministrativi delle società opulente europee.

Proprio riferendosi all’agguato contro de Vries, Gratteri ha infatti osservato come i Paesi Bassi stiano sottovalutando, anche per ragioni di tornaconto economico, il problema mafioso, scambiando la questione della violenza e della droga per una serie di incidenti isolati anziché intenderla come un fattore sistematico. «Non solo i Paesi Bassi sono logisticamente interessanti per la criminalità organizzata - con porti di transito come Rotterdam e Amsterdam nel traffico di cocaina - ma c’è anche molto riciclaggio attraverso l’apertura di ristoranti e hotel. Anche il sistema olandese ne beneficia, motivo per cui è così difficile da fermare». E ha sottolineato ancora come il problema dell’internazionalizzazione del crimine organizzato debba essere affrontato con misure adeguate, con una normativa più ampia, con maggiori attrezzature, con pene più severe. «I paesi europei non hanno idea di cosa sia realmente la mafia», ha spiegato Gratteri, e dovrebbero, proprio per questo, imparare dall’esperienza italiana (Antimafia Duemila, 11 luglio 2021).

Ecco, il caso de Vries illumina un problema più ampio della dimensione locale, una situazione che va ben al di là dei confini olandesi: la disattenzione internazionale, europea in particolare, per la diffusione pervasiva delle mafie, la sottostima del liquido fluire di “Cosa grigia” – titolo di un’opera di Giacomo Di Girolamo, del 2012, edito da Il Saggiatore – ossia il volto nuovo della mafia che approfitta della legalità flessibile e degli interessi economici particolari, nelle stanze dei bottoni, grazie alle complicità collusive della società civile. Così, mentre le mafie rimangono, nell’immaginario collettivo internazionale, cristallizzate in stereotipi utili per pubblicizzare magliette o dolci (si veda, su questa rivista, “Mafia: un brand di successo”; https://www.girodivite.it/Mafia-un-brand-di-successo.html?var_recherche=francoplat), Cosa grigia prolifera nei quartieri residenziali del Belgio o nelle campagne slovacche, nelle elezioni politiche maltesi o tra le forze dell’ordine uruguayane o messicane.

L’augurio è, ovviamente, che de Vries ce la faccia. Ma è anche che l’Unione Europea, nel suo insieme, e i singoli Stati che la compongono capiscano quanto sia pericoloso ritenere quello mafioso un fenomeno italiano e, quindi, un problema italiano. È questo che dice la bocciatura da parte della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) dell’ergastolo ostativo ed è questo che pare essere l’approccio europeo alla questione dei migranti, non a caso strettamente correlata al crimine organizzato. Fatti vostri, pare di udire nelle rispettive lingue nazionali. Peccato che Cosa grigia non sia schizzinosa e abbia, da tanto tempo ormai, varcato le frontiere del Bel Paese.


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