Le bombe, Pinelli e la “libera stampa”

Una riflessione a 50 anni dalle bombe del 1969
di Adriano Todaro - mercoledì 11 dicembre 2019 - 966 letture



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IL FATTO

La democrazia deve difendersi, tutti i nuclei estremisti, di qualunque colore debbono essere messi in condizione di non nuocere. Il giorno dopo scrive: Si parte dall’anarchismo per concludere fatalmente alla più spietata delle dittature…. (Corriere della sera, 13 dicembre 1969).

L’attentato non era di uomini, ma di creature di altri mondi, di un gruppo di mostri vomitati da chissà quale lontana galassia. (La nazione, 13 dicembre 1969 a firma Enzo Tortora).

Fanatismo, cecità, odio e freddezza, caratterizzano questi atroci crimini… L’animo degli italiani chiede l’intervento deciso ai poteri costituiti. Si fa pressante appello alle Forze dell’ordine, garanti della sicurezza e della libertà… (Osservatore Romano, 14 dicembre 1969).

Pietro Valpreda è uno dei colpevoli dell’attentato (Rai-Tv, 14 dicembre 1969, Bruno Vespa).

Tutti gli estremismi si equivalgono Ci attendiamo che le offese siano punite: le invasioni di uffici pubblici e di scuole, i blocchi stradali sono reati. (La Stampa).

Riferito a Valpreda: La furia della belva umana (titolo del Corriere d’informazione, 17 dicembre 1969).

Valpreda è una belva umana…. (Il messaggero, 17 dicembre 1969).

Valpreda viene descritto come un mostro disumano. (La nazione, 18 dicembre 1969).

Valpreda, uno che odiava la borghesia al punto di gettare rettili nei teatri. (L’Umanità, 18 dicembre 1969).

Valpreda viene definito Un pazzo sanguinario. (Il Tempo, 18 dicembre 1969).

Valpreda è una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista (Il Secolo d’Italia, 19 dicembre 1969).

Ci si meraviglia che 4 ragazzini omosessuali buttino le bombe. Per forza: era bloccata la forza pubblica, i ribelli erano sicuri. In queste mani è l’Italia. (La Notte, 21 dicembre 1969).

C’è ancora in Italia una larghissima maggioranza anticomunista. Basta chiamarla a raccolta con parole semplici e commoventi. (Epoca, 21 dicembre 1969).

Mentre ancora nulla si sa sulle cause della morte di Pinelli annuncia che l’esame necroscopico ha accertato che Pinelli si è suicidato. (Rai-Tv).

Giuseppe Pinelli molte sere, anziché rincasare, andava a tramare gli attentati… (Novella 2000, 25 dicembre).

Riferendosi a Pinelli: Il cielo ci guardi dalle persone eccessivamente tranquille… sono capacissime appena svoltato l’angolo di depositare una bomba ad orologeria…. (La Notte).

Pietro Valpreda era un esperto nella manipolazione di esplosivi. Il nome di Giuseppe Pinelli è tornato al centro dell’attenzione dopo il tragico e pietosissimo gesto del ferroviere… la stanza era piena di fumo: per cambiare aria si era alzato e si è gettato dal quarto piano. (Il Popolo).

IL COMMENTO

Oggi, scusate, sarò più lungo del solito e non farò nessuna ironia. D’altronde è il 50° anniversario delle bombe di piazza Fontana, a Milano. Bombe che quando scoppiano alle 16,37 del 12 dicembre 1969, causano, non dimentichiamolo, 17 morti e 88 feriti. E in più, dopo qualche giorno, anche la morte di un galantuomo, Giuseppe Pinelli.

Chi come me ha seguito quei fatti da vicino e scritto innumerevoli articoli sa benissimo che la strage del 12 dicembre 1969 ha rappresentato una cesura netta con il passato così come era avvenuto per la strage di Portella delle Ginestre il Primo maggio 1947. Nulla, dopo la strage, sarà come prima. Quello che avete letto all’inizio di questa pagina è solo un elenco parziale di come la stampa “libera e indipendente” ha portato la notizia delle bombe e la morte di Giuseppe Pinelli. Eppure in questa vicenda ci sono state tante testate giornalistiche che, fin da subito, non si sono fermate alle dichiarazioni ufficiali dell’allora questore Guida, il carceriere di Pertini a Ventotene, ma hanno scavato, hanno trovato testimoni, hanno contribuito a far luce su uno dei momenti più difficili della nostra Repubblica. È stato solo grazie a loro se si è riusciti a capire la regìa che ci stava dietro alle bombe, solo grazie al loro coraggio se abbiamo capito la trama che si era costruita per portare il Paese a destra, per dare un colpo finale alle lotte dei lavoratori, alle conquiste sociali strappate con duri sacrifici in quegli anni.

Vorrei ricordare in queste righe il “suicidio” di Pino Pinelli, ferroviere anarchico e staffetta partigiana. Questo episodio avviene qualche giorno dopo la strage della Banca dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969. Pino Pinelli precipitò dal quarto piano della Questura. In quel momento, il giornalista Aldo Palumbo dell’Unità, un pugliese caustico, bravissimo cronista di nera, tenace e curioso, si trovava proprio nel cortile, sotto i portici. Stava uscendo dalla Sala stampa. Era indeciso se andarsene a casa o fare un giro negli uffici della squadra mobile che stanno dall’altra parte del cortile. Sono le 23,57.

Aldo Palumbo sente tre tonfi, due più ravvicinati e il terzo più leggermente distanziato. Il primo tonfo era causato dall’urto del corpo contro il primo cornicione sporgente, nemmeno due metri più sotto, il secondo dall’urto col cornicione del piano inferiore e il terzo dallo schiantarsi di Pinelli sul muretto dell’aiuola nel cortile. Alza la testa e si chiede tra sé e sé: “Ma cosa stanno facendo lassù, perché gettano uno scatolone dalla finestra?”. Le tesi dei poliziotti fanno acqua da tutte le parti: dicono che Pinelli ha fatto un “balzo felino”, che hanno tentato di trattenerlo ma al poliziotto gli è restata in mano una scarpa (inutile dire che Palumbo vede con sicurezza che Pinelli le scarpe le calza tutte e due), che prima di gettarsi ha gridato “È la fine dell’anarchia!” e amenità del genere. Di certo è che Pinelli è interrogato in un ufficio di 3,56 metri per 4,40.

Nel locale ci stanno 6 persone (poi diverranno 5 perché il commissario Calabresi sembra si sia assentato per portare un verbale al suo superiore Antonino Allegra, anche se un anarchico che attendeva in corridoio di essere interrogato, Pasquale Valitutti, ha sempre affermato di non aver visto mai Calabresi uscire dall’ufficio dove si stava interrogando Pinelli. E lo dice anche un rapporto di Allegra del 16 dicembre 1969: “Il suicidio di Pinelli è avvenuto mentre il dott. Calabresi stava procedendo all’interrogatorio”) più suppellettili varie (sedie, scrivania, tavolino, scaffale per macchina da scrivere, termosifone ecc.) eppure il ferroviere riesce, naturalmente, con un “balzo felino” aprire la finestra e gettarsi, senza un grido. Insomma, per la polizia, come si dice a Milano, una figura da cioccolataio. Eppure, il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio chiude la vicenda con la formula del “malore attivo”. Cioè Pinelli cadde senza volerlo, sentendosi male mentre prendeva aria dopo ore di interrogatorio. Così si salva capra e cavoli: si scagionano i poliziotti e anche l’ipotesi di suicidio. Fra l’altro, Pinelli era detenuto illegalmente perché il suo fermo non era stato convalidato da nessun magistrato. E c’è un altro dato che lascia perplessi. Nel 1996 l’ormai anziano ex capo dei Servizi segreti Silvano Russomanno, interrogato dalla Pm Grazia Pradella, aveva ammesso che in quella stanza c’era anche lui. Quindi, in quella stanza, c’erano sei o sette persone!

Mi fermo qua ma le incongruenze sulla morte di Pinelli, che non era indiziato, sono innumerevoli. I poliziotti avevano addirittura scritto sul brogliaccio che Pinelli era stato portato in questura il 12 dicembre alle ore 19 mentre era andato in questura nella serata del 13 dicembre. Ed è stato “suicidato” il 15 dicembre.

Meglio non dimenticare queste vicende. Così da capire perché questo povero Paese è diventato quello che abbiamo tutti sotto gli occhi.


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