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Un giornalista attende da 23 anni un processo

Una vicenda esemplare di come (non) funziona la giustizia nel nostro bel Paese

di Adriano Todaro - mercoledì 6 aprile 2022 - 1119 letture

Come vanno le cose nei tribunali italiani? Bene. Lentamente, molto lentamente, ma bene. Certo, ogni tanto c’è qualche ritardo ma cosa volete che sia. L’Italia è un grande Paese, talmente grande che si può permettere di aumentare la spesa militare sino a 104 milioni di euro al giorno. Per tornare, però, ai processi ‒ o meglio ‒ alla lentezza dei processi vi racconto la storia di un giornalista, Beppe Lopez, che è stato licenziato, illegittimamente. Quando? Solo 23 anni fa. Quando è stato licenziato aveva 50 anni, ora ne ha 73. Da 23 anni, quindi, attende il processo.

Il tutto avviene a Potenza e Beppe Lopez è il direttore del quotidiano La Nuova Basilicata. Lopez è un giornalista noto per aver scritto diversi libri e saggi fra cui “La casta dei giornali”. Nel 1976 partecipa alla fondazione di Repubblica che abbandona nel 1979 e fonda e dirige il Quotidiano di Lecce fino al 1981. Poi dirigerà l’agenzia Quotidiani Associati, un service che fornisce servizi nazionali già confezionati ai quotidiani locali. Nel 1998 lascia Roma per la Basilicata per un nuovo quotidiano, una regione dove i lettori di quotidiano sono una rarità: solo 2,4 copie ogni cento abitanti. La sua è una scommessa: fare un quotidiano tra le 32 e le 40 pagine al giorno con corrispondenti in ogni dei 131 comuni della regione, redazioni a Potenza e Matera.

Lopez è stato chiamato dalla società Alice Idea Multimediale Srl. Proprietario dell’editrice è Donato Macchia un piccolo imprenditore di Potenza che produce tappi per le bottiglie d’acqua minerale, possiede una piccola Tv locale, un ristorante, una stazione di servizio e ha interessi negli alberghi. A Lopez gli sono stati assicurati tre anni di lavoro mentre dopo un anno, l’editrice gli offre un contratto decennale. Tutto bene, dunque? Mica troppo perché in quel periodo scadono i contratti previsti dall’accordo con la Fieg, la Federazione degli editori, e la Fnsi, la Federazione della stampa, e l’editore preme perché questi contratti siano interrotti per non doverli poi trasformare in contratti regolari, con gli oneri del caso. Questo avrebbe significato il licenziamento di alcuni professionisti che Lopez aveva coinvolto nella sua avventura. Lopez si oppone e viene rimosso dall’incarico di direttore responsabile. L’editrice gli promette un altro adeguato incarico cosa che non avverrà mai. Poi Beppe Lopez sarà licenziato.

Nel frattempo l’azienda fallisce anche se continua a uscire con una nuova testata, La Nuova del Sud. Lopez ha promosso due cause, una contro la Alice Idea Multimediale Srl e l’altra nei confronti di Donato Macchia. In otto anni ci sono stati ben dodici rinvii di udienza. Sulla lentezza del Tribunale di Potenza intervengono sia la Federazione nazionale della stampa e sia la Federstampa con una sollecitazione d’interessamento del Csm. I giudici rispondono che il Tribunale soffre problemi di organico.

Nel giugno del 2020 i giudici emettono improvvisamente due sentenze di primo grado, senza aver ascoltato il diretto interessato. Il Tribunale rigetta il ricorso di Lopez. Ed ecco, come avviene sempre, oltre al danno del licenziamento, anche la beffa che è un danno monetario. Lopez deve pagare le spese processuali per 25 mila euro. Altro ricorso da parte di Lopez mentre i suoi avvocati chiedono di sospendere il tutto in attesa del sospirato dibattimento. Richieste respinte!

Una storia italiana. O, meglio, una storiaccia che dimostra quanto nel nostro Paese sia difficile fare il giornalista. Una storiaccia che annulla il dettato costituzionale dell’articolo 21. Dopotutto cosa sono mai 23 anni di attesa per un dibattimento processuale e 25 mila euro di spese processuali? Siamo o no nella patria del diritto?

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