La poesia della settimana: Woody Guthrie

Cantautore, poeta, chitarrista folk, vagabondo, ispiratore dei più grandi cantastorie contestatori americani.
di Piero Buscemi - venerdì 13 luglio 2012 - 1704 letture

Un bambino

Un bambino è una creatura che sa tutto
 un bambino è una creatura che vuole tutto
 un bambino è qualcuno che non vuole assolutamente stare fermo,
 che corre appresso a ogni genere di cose.

 Le sue tasche sono depositi di rifiuti.
 Un bambino è capace di buttare via un giocattolo da dieci dollari per giocare con un vecchio pezzo di niente.
 I bambini sono qualcosa di pazzesco.
 Fanno cose assurde.

 Ma i nostri uomini e le nostre donne più sagge sono proprio quelli che restano bambini.
 I veri geni non invecchiano mai, magari crescono un po’, ma non invecchiano.
 Ieri ho pagato due dollari per andare a cavallo lungo la spiaggia per un’ora.

 Erano dieci anni che non montavo su un cavallo.
 Oggi mi sento i muscoli della schiena come se fossi un vecchio rattrappito;
 a parte questo sono come un bambino,
 quassù nella mia soffitta.

Woody Guthrie Il 14 luglio rappresenta una data che sin dalla rivoluzione francese ha rappresentato il diffondersi di un’alea di libertà, di idee innovative, di voglia di cambiare il mondo, di anticonformismo da rigide regole sociali, spesso ipocrite e antiquate. E’ anche la data di nascita di uno dei rappresentanti di questo modo di vivere, delle prese al volo dei treni merci in corsa, verso destinazioni sconosciute, a condividere ore di umiltà e clandestinità, bottiglie di vino riciclate, qualche tozzo di pane, mentre l’America si sfaldava sotto i colpi del crisi del ’29, le campagne abbandonate e i magnati che si lanciavano dalle finestre di uno dei tanti trentesimi piani dei grattacieli americani, simbolo di potenza e fallimento di un sogno americano. Il sogno americano di Woody Guthrie, nato cento anni fa di quel profetico 1912, in Oklahoma, terra di frontiera degli indiani nativi, in un altro sud del mondo, ha rappresentato l’America anti-conformista, quella che si opponeva agli stereotipi dell’americano medio, fedele alla patria, alla famiglia e all’onore, con la valigia sempre pronta, come uno dei tanti personaggi di Stephen Crane, verso una nuova guerra, e le lacrime a suggellare le prime note del “The Star-Spangled Banner”.

Già la sua storia e la sua vita sono state le ispirazioni di una sceneggiatura o di un romanzo, se ci fosse stato il bisogno di arricchire quanto da Guthrie scritto, cantato, ballato per le polverose strade americane: la casa di famiglia distrutta da un ciclone, una sorella morta in un incidente domestico, la madre impazzita, il padre in bancarotta. Basterebbe questo per spiegare un ragazzo di sedici anni che salta su un treno merci in cerca di un lavoro improvvisato e a termine, in attesa di una nuova fuga, una nuova città, nuovi volti da condividere e una notte di stelle da ammirare tra le fessure di un convoglio. E poi, tra un’evasione e l’altra dalla realtà, strimpellare una chitarra, raccontando la propria, ma sopratutto, la vita degli altri, che in quelle canzoni improvvisate, riuscivano ancora a riconoscerci.

Ed eccolo, cantore dei disperati, dei disillusi del boom economico spruzzato in cielo con il petrolio, delle corse verso la terra promessa americana, la California terra di conquista e futuro, mai del tutto mantenuto. La sua chitarra folk a spaccargli i polpastrelli con quelle corde di metallo, dure più della sua vita, addolcite da un’armonica a bocca che solo in parte smussava la verità dei suoi versi. E’ il periodo delle sue Dust Bowl Ballads (1935), che cantavano i disoccupati, la natura avversa che manifestava la crudeltà della siccità, le baracche-ritrovo di una notte, i soprusi degli industriali a sfruttare maree di disperati e la polizia che arrestava ad ogni pretesto, con la scusa dell’ordine pubblico.

E poi, le sue idee (oggi impropriamente, si direbbe di sinistra) vomitate sui giornali dell’epoca, i suoi messaggi provocatori, this machine kills fascists si poteva leggere sulla cassa armonica della sua chitarra. Nel 1940 cominciò ad incidere le sue ballate, grazie all’appoggio del musicologo Alan Lomax: Pretty Boy Floyd (1939), Ludlow Massacre (1944), 1913 Massacre (1944), Deportee (1948). La mitica ballata This Land Is Your Land (1940), la sua amicizia con Pete Seeger, i concerti nei raduni sindacali e i comizi. Trovò il tempo anche per arruolarsi e partire per la Sicilia, durante l’intervento armato degli Stati Uniti nella Seconda Guerra.

Dedicò un ciclo di ballate anche ai miti storici americani, quali Ballads Of Sacco & Vanzetti, ma non disdegnò il mondo dei bambini ai quali dedicò canzoni ispirate dalla letteratura di Mark Twain. Ma rappresentò sicuramente il folk-singer contestatore per eccellenza, colui che ispirerà la produzione letteraria di altri vagabondi americani, quali Jack Kerouac, o il menestrello Bob Dylan.

Nel 1952 si ammalò gravemente di corea, una malattia ereditaria, degenerativa del sistema nervoso che lo costrinse a vivere gli ultimi anni della sua vita in ospedale fino alla morte, il 3 ottobre 1967.


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