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Il mio amico e la puttana

Un libro ed un autore da riscoprire.
di Piero Buscemi - mercoledì 16 settembre 2020 - 558 letture

In più occasioni abbiamo evidenziato come le guerre dovrebbero raccontarle solo i bambini. La spontaneità e l’ingenuità di chi si affaccia alla vita cercando di capire cosa il mondo degli adulti pretende ancora di insegnare, è il binomio che si trasforma in verità. Indiscutibile, inattaccabile e disarmante. Gli occhi che cercano di capire quello che venerandi saccenti danno per scontato.

Il mio amico e la puttana è un libro del 1988 dello scrittore inglese di origine pakistana Adam Zameenzad, pseudonimo di Saleem Ahmed. Ce lo siamo ritrovati in mano mentre provavamo a dare un riordinata ai nostri archivi durante la pausa estiva e, decidendo di rileggerlo, ci siamo ritrovati davanti ad un testo di un’attualità sconvolgente, capace di leggere la realtà di un mondo votato all’apologia della guerra come giustificazione di ogni azzardo e crudeltà che l’essere umano ha la capacità di enfatizzare nei rapporti con i suoi simili.

Sono proprio i bambini, l’ambientazione è l’Africa, i protagonisti e narratori di un sogno adolescenziale finito troppo in fretta, spezzato dalla violenza e l’arroganza di quel mondo di adulti, citato sopra, che ha abbandonato l’istinto naturale del contatto con gli altri esseri viventi e con l’ambiente che li ha visti nascere per cullare l’ambizione di una vita diversa, forse nemmeno migliore, lontano da polvere soffiata dal vento e un denso colore rosso di morte che un bambino non riuscirebbe neanche ad immaginare se non glielo mostrassimo.

Adulti che rivendicano giustizie e il lato giusto del mondo dal quale parlare. Un mitra in mano, una granata o qualsiasi aborto della creatività distruttiva che ingegna la crudeltà e la mette a disposizione di una guerra. Lo specchio della coscienza è quella voglia di vivere, di esplorare, di entrare in contatto con altre realtà, ambite, invidiate e spesso deludenti, che l’infanzia perduta ci restituisce senza pietà.

Leggendo il libro, memorizziamo quei nomi che si aggrappano alle nostre storie rinnegate. La tipicità di questi piccoli personaggi, nell’età della competizione innata di qualsiasi specie vivente del nostro pianeta. Vera, innocente, a volte maliziosa. Domande che pretendono di soddisfare l’innata curiosità di chi sa già che il mondo non può essere solo quello che traspare da quelle capanne arcaiche di rami e fango. E sterco. Curiosi detentori dell’esperienza e del sapere nascosto della vita, appollaiati fuori queste rudimentali abitazioni a fare da sfondo a un paesaggio di semplicità e umiltà che possa rappresentare un’anziana donna da un’età imprecisata, chiamata nonna Tettelunghe per ovvi motivi, da questi bambini che si affidano alle sue parole per provare a capire un po’ di più della natura umana.

Quei nomi che non dimenticheremo mai, neanche dopo l’ultima pagina. Matt, Golem, Henna l’unica bambina di questo bizzarro gruppo che parla di viaggi da affrontare, città da visitare, leggende da sfatare o da confermare. E poi quel rapporto ambiguo col mondo dei bianchi, questa razza che si arriva davvero a sospettare superiore, tanto da ipotizzare che possano possedere un testicolo in più come segno di potenza che non si può contrastare. Che non si deve contrastare.

Abbiamo parlato di sogno infranto. E’ quello che crolla nella mente e nello sguardo di questi bambini, davanti a guerriglieri che seviziano e torturano un prigioniero per festeggiare questa violenza gratuita con un’orgia. Lo scrittore non usa mezze misure nel descrivere le scene di crudeltà, anche se finge di rendercele digeribili attraverso l’ironia dell’ingenua ignoranza dei bambini che dovrebbe rimanere tale. Ignoranza di uno stile di vita bellicoso, dove tutti hanno ragione e tutti torto. Chi combatte per un ideale di libertà, chi detenendo un dominio mentale ed economico, chi rivendica un diritto di cronaca che non debba manifestare necessariamente una verità.

Le guerre non hanno mai risparmiato gli innocenti, se dietro questa parola ci leggiamo corpi mutilati di donne, bambini. I nostri protagonisti lo impareranno di persona, senza alcun mediazione a rendere la realtà meno cruda. Davanti all’unica scelta di subirla, forse l’unica possibilità è quella di diventarne complice.

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Il mio amico e la puttana


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