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Il grande gioco della Storia

Storia e geopolitica della crisi ucraina : Dalla Rus’ di Kiev a oggi / Giorgio Cella. - Roma : Carocci, 2021. - ristampa 2022, pagine 350

di Evaristo Lodi - mercoledì 13 luglio 2022 - 1611 letture

La storia sembra subire lo stesso ostracismo di un’altra materia scolastica. Dopo che la geografia è stata eradicata dalla nostra scuola italiana, non ci resta che affidarci alla Storia. Lo devo confessare: la mia educazione è storica e insegno geografia in quelle poche scuole secondarie superiori in cui è rimasta. Gli studenti vorrebbero farmi credere che queste due materie, ormai due cenerentole in un panorama desolato, siano obsolete e non servano assolutamente a nulla. Invece io resisto strenuamente.

“Non partire però dai Fenici … ” mi esorta sempre un amico, quando salgo in cattedra a raccontargli le radici storiche di un evento attuale. In realtà mi fa piacere che qualcuno sottolinei la mia passione per la storia.

Giorgio Cella ci accompagna nelle vicende storiche che hanno riguardato le enormi praterie di questa terra di mezzo. E nell’affrontare questo corposo volume, non posso negare di aver attinto a piene mani alla mia educazione e al mio passato di girovago nella terra di mezzo. Tanto per non essere frainteso, il volume in questione non è stato copiato da Tolkien, anche se alcune analogie potrebbero essere sottolineate, bensì da un giovane storico-politico italiano. “Storia e geopolitica della crisi ucraina” ci racconta in modo affascinante la parabola delle vicende che hanno portato alla crisi (e quindi alla guerra) dei nostri giorni sul suolo ucraino.

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Storia e geopolitica della crisi ucraina, di Giorgio Cella - copertina

Ma anche leggendo la Storia e la geopolitica dell’Ucraina si capisce, come l’autore stesso sottolinea, che “Data la complessità di una fase storica così convulsa intricata e spiccatamente transnazionale come quella che ci apprestiamo ad analizzare [in questo caso, sta per analizzare le vicende della prima metà del XX° secolo], chi scrive premette che proprio per districare l’aggrovigliata matassa storica di quegli anni, verrà adottato – senza naturalmente perdere di vista le linee di forza e i processi storico-diacronici – un approccio più distintamente cronologico-evenemenziale [1].

Con il beneplacito del mio amico ora cercherò di iniziare … dai fenici!

La storia, si sa, è fatta di sincronie e diacronie che si sviluppano su un asse cronologico ma oggi pochi pensano che la terra ucraina si possa anche analizzare attraverso aspetti ucronici [2], per spiegare la situazione attuale. Basterebbe il termine che definisce il paese: l’Ucraina. “Ce lo indica il toponimo slavo u (“presso, sul”) kraj («confine, terra di confine, terra frontaliera»), storica cerniera fra l’Est e l’Ovest, tra differenti e conflittuali influenze culturali e religiose, tra cattolicesimo romano e ortodossia bizantina, nonché secolare oggetto delle mire egemoniche rivali di varie potenze predatorie che su questo spazio conteso vi si affacciarono: dai mongoli ai polacchi, dai turchi ai russi, dagli austriaci ai tedeschi. Questa strategica ma non certo fortunata ubicazione geografica che ha portato alla creazione dello Stato ucraino come lo conosciamo oggi appare come un laboratorio geopolitico in costante ebollizione” [3].

Giorgio Cella ci accompagna nell’intricato groviglio delle pieghe della storia di un paese che, in Italia, non ha quasi mai attirato gli studiosi a compiere parabole storiche esaustive (dalle origini e fino ai giorni nostri) e che ha sempre attinto a piene mani alla storiografia anglosassone. In questo caso, invece e finalmente, l’autore ha saputo descrivere le vicende storiche in modo minuzioso ed accurato fornendoci gli strumenti adeguati per un’interpretazione del presente.

I Khazari, la Rus’ di Kiev, i Variaghi (i normanni o norreni che tanto sono in voga nelle serie televisive), i Tatari e i Ruteni sono i nomi più significativi che spuntano a caratterizzare il Medioevo di queste terre. E proprio i Ruteni sembrano essere il nucleo fondante dell’etnia ucraina che verrà conquistata, saccheggiata, che predominerà per un periodo e che solo nel XIX° secolo vedrà la nascita di una concreta forma di nazionalismo e che riuscirà a ottenere una reale indipendenza sul tramonto del XX° secolo.

Aleksandr Nevskij, Vladimir I°, Vlad III° di Valacchia (Dracula), l’etmanato di Bohdan Chmel’nyc’kyj (la cui statua campeggia in Piazza Santa Sofia a Kiev), Pietro I° il Grande, Caterina II°, Taras Ševčenko, sono solo alcuni dei personaggi che attraversano questo volume.

Ma la curiosità che più ha attirato la mia attenzione sono i cosacchi della Sič di Zaporižžja. Questi fieri cavalieri mitizzati da tanti scrittori classici russi [4] che ci solleticano la fantasia e che forse saranno tema di una nuova serie televisiva, erano i leggendari guerrieri delle steppe, che seppero coagulare un concreto potere, bilanciando le alleanze e sfoggiando una sapiente diplomazia strategica [5]. Questi non sono da confondere con i cosacchi del Don che ovviamente erano stanziati nelle steppe più a est. “La componente multietnica era indubbiamente una caratteristica della comunità cosacca. […] Si noti inoltre come inizialmente, prima dell’uso massiccio delle unità cosacche nelle varie campagne militari degli zar, le più antiche unità di cosacchi fossero quelle della Zaporižžja insieme a quelle del Don. [….] I cosacchi ucraini giocarono un ruolo di grande rilevanza nelle complesse dinamiche geopolitiche dell’area centro-orientale europea dal XVI° fino al XVIII° secolo” [6].

L’autore parla di “epocale tilt verso Mosca” e pone un’interessante ipotesi di comprensione dell’attuale crisi:

“su come i rapporti russo-ucraini […] non siano sempre stati caratterizzati da tensioni e pregiudiziali ostilità reciproche, e invitando così ad affrancarsi dal florilegio di rudimentali e manicheistiche semplificazioni giornalistiche, a proposito dei rapporti tra il mondo russo e quello ucraino, diffusesi all’indomani dell’Euromajdan” [7].

E qui le considerazioni sul ruolo dell’Europa diventano cruciali. Dove è specificato, provate a ignorare l’aggettivo centrale e traslare queste parole nell’attuale situazione in Ucraina. Senza ignorare che questa citazione è stata scritta nel 1967 (quando esisteva ancora l’impero Sovietico):

“Sì, la sua produzione e le sue rivolte indicano «che non è ancora morta». Ma se vivere significa esistere agli occhi di chi amiamo, l’Europa centrale non esiste più. Più esattamente: agli occhi dell’amata Europa, è solo una parte dell’impero sovietico e nient’altro. Perché dovremmo stupircene? In relazione al suo sistema politico, l’Europa centrale è l’Est; in relazione alla sua storia culturale, è l’Occidente. Ma l’Europa sta smarrendo il senso della sua identità culturale sicché non vede nell’Europa centrale che il suo regime politico; in altre parole: non vede nell’Europa centrale che l’Europa dell’Est” [8].

Sempre Giorgio Cella conclude sobriamente sul ruolo del vecchio continente:

“l’attore globale […] che in questa vicenda non ha certamente brillato è l’Unione Europea, in specie per quanto riguarda la mancanza di un chiaro orientamento strategico e di una posizione coesa. […] fa tornare alla mente quella sprezzante divisione tra Vecchia e Nuova Europa evocata al tempo dell’invasione dell’Iraq dall’allora segretario di Stato americano Rumsfeld” [9]. Per poi citare in nota e sul testo, rispettivamente Romano Prodi e Henry Kissinger. Risulta evidente comunque che le ragioni della crisi e dell’attuale guerra non possono essere ricondotte a mere questioni economiche ma sono intrecciate a elementi culturali e religiosi che sono risultati protagonisti nell’evoluzione storica di questa terra di mezzo [10].

Ma nessuno riuscirà a togliermi dalla mente che questa guerra nasce essenzialmente dai grandi potentati oligarchici di tutto il mondo: quelli che detengono il potere degli affari dei combustibili fossili, che non vogliono permettere che il loro potere venga defraudato da banali cambiamenti climatici.

Questo volume ci accompagna, in modo avvincente, attraverso la Storia dell’Ucraina e, ci aiuta a comprendere il presente in modo più consapevole e meno fuorviante di quello che da mesi molto spesso hanno fatto i mezzi di comunicazione di massa e la loro funzione omologante. Ma se la Storia ci permette di conoscere meglio la realtà che ci circonda, ben venga la complicazione, ben vengano volumi come questo che riescono a chiarire i dubbi di chi non si accontenta.

È questo il caso che mi permette di zittire il mio amico e di affermare con forza: Per fortuna i Fenici sono vivi e lottano insieme a noi! Viva i Fenici!

[1] Giorgio Cella, Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi, Carocci, Roma, 2021, pag. 194

[2] Storia alternativa a quella svoltasi realmente e frutto di fantasia. In ambito narrativo, si usa più spesso il termine di distopia, in relazione al futuro.

[3] Giorgio Cella, cit. pag. 23

[4] Da Cechov’ a Babel’, per intenderci e per citarne solo alcuni

[5] Giorgio Cella, cit. pag. 112, paragrafo 4.2, dove si descrive il “Great Game” (evidente riferimento al celeberrimo volume di Peter Hopkirk ,“The Great Game”, 1990, Adelphi 2004, sull’Asia centrale del XIX° secolo, in particolare sull’Afghanistan) che si svolse nel XVII° secolo e che vedrà protagonisti i cosacchi e la loro alleanza con gli zar russi, in funzione anti polacca e anti turca.

[6] Giorgio Cella, cit. pag. 110. L’ultima parte di questa citazione è tratta dalla didascalia alla figura che ritrae lo stemma dell’ oblast’ odierno della Zaporižžja con al centro il cosacco, sapientemente armato.

[7] Giorgio Cella, cit. pag. 137-138

[8] Milan Kundera, Un Occidente prigioniero, (1967), Edizioni Adelphi, Milano, 2022, pag.73

[9] Giorgio Cella, cit. pag. 313-314

[10] Giorgio Cella lungo tutto l’arco del suo volume traccia anche un quadro dei rapporti fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, nonché quelle che sono state le persecuzioni nei confronti degli ebrei. Per l’Ucraina come terra di pogrom, si veda anche il famoso libro (da cui è stato tratto anche un film omonimo, di Liev Schreiber) “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer, del 2002


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