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Z-eyes: Perché la guerra non è mai una buona idea

La guerra da cui Alice Walker ci tiene in guardia è quella che oggi è diventata il “giocattolo” delle nuove generazioni, su cui invece di riflettere, al contrario ci si diverte cercando ancor di più fonti di intrattenimento di questo tipo.

di Alessia Paoli - domenica 30 aprile 2023 - 1271 letture

Durante il mio percorso universitario a Urbino ho avuto l’occasione di integrare i miei studi di Comunicazione Interculturale d’Impresa con altri corsi, dapprima riguardo la Cultura anglo-americana e successivamente anche riguardo la Letteratura. Grazie a numerose attività informative proposte dalla mia docente, ho avuto modo di approfondire ancor di più determinate tematiche e ho potuto, spesso e volentieri, dare il mio contributo scrivendo delle opinioni personali a riguardo.

Alice Walker e il suo “giardino” di pensieri

Nell’ultimo periodo ho avuto il piacere di approfondire la figura di Alice Walker, una scrittrice e poetessa, prima donna afroamericana vincitrice del premio Pulitzer e del National Book Award entrambi nel 1983. Celebre per il suo romanzo Il Colore Viola, Walker ha dedicato la sua vita all’attivismo e alla lotta per i diritti umani. Nel suo blog, attivo fin dal 2008, Walker scrive “ciò che le dà gioia” settimanalmente, ma anche ciò che le desta estrema preoccupazione e molto spesso questo corrisponde con le guerre che prosperano quotidianamente attorno al globo. Si possono trovare diversi suoi articoli a riguardo, per esempio in occasione del primo attacco russo in Ucraina o anche dei continui scontri in Palestina e in tutte le zone di guerra di cui sentiamo parlare ogni giorno. Walker in tutti gli articoli che scrive su questa tematica, è costante nelle sue accuse e punta il dito contro i governi e i leader che definisce come un “big disappointment”.

Per Alice Walker il tema della guerra è davvero molto importante, tanto che nel 2009 si è recata sulla striscia di Gaza insieme al gruppo antimilitare composto da donne, Code Pink, per aiutare la popolazione del posto e per persuadere le potenze israeliane ed egiziane ad aprire i loro confini. Inoltre, negli articoli caricati sul suo blog durante questi anni, esprime la sua profonda apprensione per le persone coinvolte in questi conflitti che non sono stabiliti dal popolo, bensì dai leader che decidono e chiedono loro di combattere una guerra che non gli appartiene [1].

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Alice Walker e il gruppo Code Pink a Gaza

Un’altra preoccupazione della Walker per quanto riguarda la guerra che dilaga nel mondo, è soprattutto la distruzione che essa provoca al nostro pianeta, il danno che arrechiamo con l’utilizzo di armi di distruzione di massa. La Terra è già estremamente sofferente a causa dell’inquinamento provocato dall’incoscienza dell’uomo, i conflitti bellici sono un ulteriore sovraccarico che porta alla distruzione totale, senza esclusioni, perché “la guerra non attacca solo le persone, ‘gli altri’ o ‘il nemico’, la guerra attacca la vita stessa” [2]. Di conseguenza, vedendo la guerra come un pericolo dilagante di cui l’umanità non si cura, oltre a sensibilizzare le persone tramite il suo attivismo, Alice Walker ha pubblicato nel 2007 un libro illustrato per bambini dal titolo Why Was Is Never a Good Ide.

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Copertina del libro Why War Is Never a Good Idea, di Alice Walker

In questo libro, tramite le illustrazioni di Stefano Vitale, la Walker tenta di spiegare ai bambini, ma non solo, che la guerra non è mai qualcosa di bello. Le immagini su cui compaiono le sue parole, sono immagini che rappresentano una natura colorata e rigogliosa, ma che dopo lo scoppio di una guerra, questa appare distrutta e spenta. La scrittrice allo stesso tempo vuole cercare di sensibilizzare gli stessi genitori a non insegnare ai loro bambini a “giocare alla guerra”, di non comprare loro giocattoli che replicano delle armi, perché è proprio così che si prendono gioco di una tematica molto seria prima ancora che i propri figli possano capirne il significato, gettando le basi per un’idea positiva della guerra.

In Why War Is Never a Good Idea, Alice Walker mostra come sarebbe il mondo durante un conflitto, attraverso delle illustrazioni che in realtà non fanno altro che replicare le fotografie di luoghi reali che vengono da anni dilaniati dalle armi e dalle bombe. La stessa poetessa, infatti, in uno dei suoi articoli scrive: “We are all equally connected to the life support system of planet Earth, and war is notorious for destroying this fragile system” [3] (siamo tutti connessi allo stesso modo al sistema di supporto vitale del pianeta Terra e la guerra è nota per distruggere questo fragile sistema).

La letteratura e il cinema nucleare

Ma Alice Walker è davvero l’unica a preoccuparsi e a informare le persone riguardo il futuro di un mondo in rovina a causa dei conflitti? Allo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, all’interno dell’opinione pubblica ha iniziato a farsi largo il sospetto che di lì a poco questo conflitto si sarebbe trasformato in una guerra nucleare, non solo perché la Russia, insieme agli Stati Uniti, è uno dei paesi con il più vasto armamento nucleare al mondo, ma perché ormai le armi fatte di proiettili e polvere da sparo non sono più efficaci, non siamo più nel 1915. I tempi moderni ci hanno regalato l’energia nucleare, un mezzo che se usato nella maniera giusta può aiutare e contribuire alla diminuzione dell’inquinamento, ma se usato nella maniera sbagliata, può avere conseguenze devastanti per la Terra e, in questo caso, purtroppo la storia ci insegna. La letteratura e il cinema, soprattutto americani, sono pieni di opere ambientate in un mondo in cui l’olocausto nucleare fa da sfondo alle vicende che vi vengono narrate. Alcuni esempi della letteratura: Pebble in the Sky di Isaac Asimov (Paria dei cieli, 1950), Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb di Philip K. Dick (Cronache del Dopobomba, 1965); alcuni esempi nel cinema invece: On the Beach diretto da Stanley Kramer (L’ultima spiaggia, 1959), The Day After diretto da Nicholas Meyer (Il giorno dopo, 1983), The Divide diretto da Xavier Gens (2011).

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Libri su un mondo post-nucleare
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Film ambientati in un mondo post-nucleare

Pioggia radioattiva nei videogiochi

La guerra, in particolare quella nucleare, è una delle tematiche su cui la mente umana ha prodotto opere artistiche di una certa rilevanza. Con l’avvento dello sviluppo tecnologico, gli scenari post-apocalittici sono diventati anche lo scenario prediletto da diverse case di sviluppo di videogiochi. Anche in questo caso, sono molti quelli che si sviluppano in un mondo post-olocausto nucleare, ma il più famoso di tutti è senz’altro la serie di Fallout. Tale serie di videogiochi, secondo il mio parere, esprime i suoi punti forti principalmente nei capitoli di Fallout 3 (2008) e Fallout 4 (2015).

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Copertine di Fallout 3 e Fallout 4

Cosa significa Fallout? Parliamo di un’espressione di uso comune in diverse lingue e sostanzialmente fa riferimento alle polveri radioattive che ricadono sul terreno nelle ore successive a un’esplosione nucleare e che sono altamente letali. Questo termine ha dato il titolo a questa serie di videogiochi perché tutti sono ambientati in uno scenario di un futuro post-apocalittico e post-guerra nucleare. Il loro background è davvero molto dettagliato, di fatto si può addirittura individuare una cronologia storica in cui collocare tutte le date più importanti antecedenti e successive alla “Grande Guerra” [4].

La “Grande Guerra”, l’evento chiave della storia del videogioco, si è insediata nel 2077, dopo una serie di tensioni fra Stati Uniti e Cina a causa della crisi del petrolio che ha conseguentemente portato a una crisi energetica e per tanto a uno scontro tra le due nazioni. Il 10 gennaio 2077, la Cina attacca con 13 bombe nucleari la città di Salt Lake City, nello Utah, dove in circa 2 ore di devastazione di massa, il 70% della superficie terrestre viene ridotta in cenere; le vittime furono 7,54 miliardi. Parte della popolazione sopravvissuta sono coloro che hanno avuto la possibilità di rifugiarsi nei Vaults, ovvero bunker sotterranei progettati dal governo ombra degli Stati Uniti, l’Enclave, per studiare la reazione dei comportamenti umani in diverse situazioni.

Il punto forte di Fallout a mio avviso sono le ambientazioni, tutto è curato nei minimi dettagli: per quanto riguarda il comparto grafico, l’ambientazione segue sempre la stessa tavolozza di colori, verde, marrone, grigio, giallo, tutti di tonalità molto scure per ricordare un’ambientazione cupa e tenebrosa, sia di giorno che di notte. Dal punto di vista della “giocabilità” vera e propria, il videogiocatore è libero di esplorare ogni elemento di una mappa immensa, interagire con diversi oggetti di un mondo retro-futurista e di ciò non rimarrà mai deluso.

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Screenshot di un gameplay in Fallout 3

Un altro elemento che ha reso riconoscibile questo videogioco in tutto il mondo è la celebre frase “War. War never changes” (La guerra. La guerra non cambia mai). Questa è la frase introduttiva del monologo che in ogni capitolo ha poi un testo diverso, ma che in sintesi vogliono dire al videogiocatore sempre la stessa cosa: gli orrori della guerra, qualsiasi essa sia, porteranno sempre morte e distruzione in ogni forma possibile, che essa avvenga nel passato, nel presente o nel futuro.


War. War never changes.

Since the dawn of humankind, when our ancestors first discovered the killing power of rock and bone, blood has been spilled in the name of everything: from God to justice to simple, psychotic rage.

In the year 2077, after millennia of armed conflict, the destructive nature of man could sustain itself no longer. The world was plunged into an abyss of nuclear fire and radiation.

But it was not, as some had predicted, the end of the world. Instead, the apocalypse was simply the prologue to another bloody chapter of human history. For man had succeeded in destroying the world - but war, war never changes.

In the early days, thousands were spared the horrors of the holocaust by taking refuge in enormous underground shelters, known as vaults. But when they emerged, they had only the hell of the wastes to greet them - all except those in Vault 101. For on that fateful day, when fire rained from the sky, the giant steel door of Vault 101 slid closed... and never reopened. It was here you were born. It is here you will die.

Because, in Vault 101: no one ever enters, and no one ever leaves.” [5]

(Link al video in italiano)

Intro Fallout 3, 2008.


War. War never changes.

In the year 1945, my great-great grandfather, serving in the army, wondered when he’d get to go home to his wife and the son he’d never seen. He got his wish when the US ended World War II by dropping atomic bombs on Hiroshima and Nagasaki.

The World awaited Armageddon; instead, something miraculous happened. We began to use atomic energy not as a weapon, but as a nearly limitless source of power.

People enjoyed luxuries once thought the realm of science fiction. Domestic robots, fusion-powered cars, portable computers. But then, in the 21st century, people awoke from the American dream.

Years of consumption lead to shortages of every major resource. The entire world unraveled. Peace became a distant memory. It is now the year 2077. We stand on the brink of total war, and I am afraid. For myself, for my wife, for my infant son - because if my time in the army taught me one thing: it’s that war, war never changes.” [6]

(Link al video in italiano)

Intro Fallout 4, 2015

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Estratto video Fallout 4

Alice Walker e Fallout: il binomio improbabile che funziona

Per questa ragione ritengo che Fallout e Alice Walker abbiano qualcosa in comune, se non altro, l’elemento che ha fatto scattare questa associazione nella mia testa è stato un video della Walker mentre recita alcuni passi del libro Why War Is Never A Good Idea (link al video). Questo intervento che lei fa durante un’intervista radiofonica, mi hanno subito fatto pensare ai video in cui vengono recitati i monologhi di Fallout 3 e Fallout 4, a quanto questi fossero simili fra loro.

La guerra da cui Alice Walker ci tiene in guardia è quella che oggi è diventata il “giocattolo” delle nuove generazioni, su cui invece di riflettere, al contrario ci si diverte cercando ancor di più fonti di intrattenimento di questo tipo. Tuttavia, con questo discorso non voglio fare di tutta l’erba un fascio, o magari accusare le case di produzione di videogiochi con i soliti luoghi comuni come “la violenza odierna è colpa dei videogiochi”, soprattutto perché io stessa ne sono grande fan, in particolare della serie di Fallout che ritengo sia una delle migliori mai create fino ad oggi.

La correlazione che ho trovato tra Alice Walker e Fallout è proprio il messaggio che entrambi vogliono trasmettere: uno lo fa attraverso le la letteratura e combattendo in prima linea, l’altro lo fa facendo vivere all’utente una simulazione di quello che significa trovarsi in un mondo all’indomani di un conflitto nucleare. Il messaggio finale di entrambi è dunque lo stesso: le armi e la guerra sono orribili e dannose sia per la razza umana, sia per il pianeta Terra.

[1] Levick, A. (2011), Alice Walker and the Audacity of Useful Idiocy – Camera UK.

[2] Walker, A. (2010), For What It’s Worth: Some Thoughts on War, Disappointment and Anger – Alice Walker’s Garden.

[3] Ibidem.

[4] Leggi: Cronologia degli eventi.

[5] Intro a Fallaut 3.

[6] Intro a Fallaut 4.


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