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Q&P n. 158 - ’’Hic manebimus optime’’

di Franco Novembrini - mercoledì 28 luglio 2021 - 714 letture

Il titolo di questa settimana è una citazione latina tratta dalla "Storia romana’’ di Tito Livio e che viene attribuita ad un centurione dopo il sacco di Roma. Il significato è più o meno: "Qui staremo benissimo’’. Molti politici l’hanno usata e Andreotti la esplicitò in una risposta riguardante una sua eventuale dipartita. Oggi si intende quasi esclusivamente per quelli che vogliono rimanere nel posto conquistato, ma senza ammetterlo. I fatti: si fa un gran parlare della riforma della Giustizia della Cartabia, una ministra ciellina voluta da Draghi perché facesse il lavoro sporco e si prendesse le immancabili critiche per una riforma che fa veramente schifo.

La maggioranza dei 5stelle sta dalla parte dei numerosi critici, fra i quali molti giudici e costituzionalisti, che si sono espressi con termini decisi parlando di una legge ammazzasentenze e di amnistia occulta per una serie di reati, stragi comprese. Alle critiche la Cartabia ha replicato su giornaloni e tv unite con sciocchezze quali "Non è vero che i reati di mafia si estinguono, in quanto prevedono l’ergastolo’’. Dopo l’assessore Gallera ci voleva questa ministra per dire una simile corbelleria che dimostra una crassa ignoranza. La mafia uccide e fa stragi ma preferisce lo spaccio di droga, il pizzo e lo strozzinaggio che pare non siano reati ai quali applicare l’ergastolo. Falcone che tutti commemorano ma pochi ministri ricordano che per sconfiggere la mafia bisognava seguire il denaro.

Ora il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, alla festa di Articolo 1, cioè alla festa degli ultimi scampoli di sinistra rimasti in Italia, se ne è uscito con una dichiarazione, incomprensibile ai più che riporto fedelmente: "Io non credo che sia irragionevole discutere della riforma della Giustizia e dire che va migliorata, lo dicono i magistrati e lo diciamo anche noi. E’ irragionevole fare una battaglia ideologica per cui le riforme di tutti gli altri non sono buone perché le presentano gli altri e l’unica buona è la nostra. Questo è un salto che stiamo facendo in questa fase’’. Di queste frasi andrebbe fatta una disamina con l’aiuto di uno psichiatra oppure di un Cirino Pomicino, quest’ultimo corregionale di Di Maio e maestro di dichiarazioni tardodemocristiane che dicono tutto e niente, che evidentemente il ministro degli Esteri dimostra di avere ben assimilato. Partiamo dalle due negazioni iniziali che sono pretestuose perché in un governo di coalizione è giusto discutere di ogni cosa però bisogna anche rispettare le proporzioni ed il partito di maggioranza relativa aveva fatto dell’abolizione della prescrizione un sua bandiera identitaria.

Questo governo nato da una manovra di palazzo che ha fatto fuori il presidente Conte voluto dal Movimento, ha nominato al suo posto un banchiere internazionale che piace tanto alla finanza mondiale. Luigi Di Maio dice che è irragionevole difendere una legge fortemente voluta dai suoi e che manometterla oscenamente e far fuori il ministro che la difendeva vuol dire trattare. Sarà, ma io lo chiamerei circonvenzione di incapace. Credo che il suo discorso che ho citato voglia dire che vuole restare in Parlamento ee magari ancora ministro. certo ci sarebbe il Sacro Statuto che vieta agli eletti dei 5stelle di andare oltre il secondo mandato e con il quale in combutta con Vito Crimi hanno fatto fuori molti che hanno avuto il coraggio di dissentire giustappunto dal pensiero unico e senza trattare o ascoltarne le ragioni.

Draghi ha nominato molti ministri di peso con idee democratiche che cozzano contro i principi che i 5stelle hanno professato negli anni. Di Maio viene da esperienze disastrose che hanno dimezzato l’elettorato grillino, senza aver fatto nessuna ammissione di colpa. Lo stesso ha governato con tutti, meno Cetto La Qualunque, giudicato troppo intransigente nella sua linea politica. Ma sembra che abbia fatto suo il motto che Tito Livio ha attribuito ad un legionario.


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