L’anno degli studenti

Rossana Rossanda, L’anno degli studenti, De Donato Editore, Bari, 1968
di Pina La Villa - sabato 24 gennaio 2009 - 2471 letture

Rossana Rossanda, L’anno degli studenti, De Donato Editore, Bari, 1968

[p. 5]

Qualche settimana dopo l’inizio dell’anno accademico 1967-68, le agitazioni degli studenti — che già avevano alle spalle un anno caldo — assumono in Italia contenuti e forme di organizzazione che, nel corso di pochi mesi ne fanno un movimento di natura esplicitamente politica. Benché giovane, e certamente composito, e certamente non tutto omogeneo fra avanguardie e base, benché si presenti ancora in formazione e crescita piuttosto che come una forza già compatta e strutturata, le sue dimensioni e la sua configurazione sono sufficientemente chiare da costituire motivo, e per non pochi, di scandalo.

Esso esprime infatti l’esplodere subitaneo d’un disagio radicale, d’una contraddizione ad un livello alto del tessuto sociale, quello della gioventú relativamente privilegiata che è in grado di arrivare all’università e di frequentarla : è l’indice d’una crisi di quel che il sistema è, non di quel che non è ancora riuscito ad essere o a dare, ed è messo in causa da chi ne fruisce, non da chi ne è escluso. Si presenta come contestazione totale, bruciando rapidamente le sue piattaforme «positive»; è essenzialmente denuncia e rifiuto. Si è esteso liquidando le antiche forme di associazione e rappresentanza, attraverso una organizzazione ugualitaria, di tipo assembleare, che rifiuta ogni delega al proprio interno e tanto piú a forze o istituti politici esterni.

I suoi contenuti lo separano radicalmente dall’ establishment e da ogni prospettiva gradualista; la sua tattica, e il tipo di lotta, dai metodi tradizionali di organizzazione del movimento operaio, partiti e sindacati. E queste, che sono caratteristiche comuni al movimento degli studenti berlinese o americano, acquistano in Italia, come recentissimamente in Francia, una fisionomia particolare conforme ad un contesto diverso. Davanti alla protesta studentesca non sta la compatta America dei consumi che considera politica ideologia e cultura con l’occhio del sospetto, e nella quale soltanto alcuni momenti della rivolta studentesca o oggi con piú continuità il Black Power riescono a produrre un brivido e una incrinatura; né la grassa società della Germania Federale che, se è vero quanto riferisce lo Spiegel, lasciò Rudi Dutschke agonizzante per terra alcuni minuti, senza scomporsi, anzi irridendolo perché gli veniva fra i rantoli di chiamare la madre. La società italiana non è omogenea sotto il profilo strutturale, né largamente integrata sotto quello dell’opinione; la contestazione studentesca è costretta a confrontarsi non con l’assenza della dimensione politica, ma con una determinata presenza — non solo col «sistema», ma con un tessuto politico e sindacale articolato, con altre contraddizioni e spinte sociali.

Il movimento degli studenti è obbligato ad allargare la sua tematica, a dialettizzarsi; e le forze politiche a prendere atto non solo della novità che rappresenta la sua esistenza — e le forme di essa — ma della gravità inaspettata del conflitto sociale che esso esprime. Fra natura del movimento e reattività della società politica lo scontro non è stato e non sarà indolore. E se dovunque il destino del movimento studentesco, una volta che abbia assunto questa fisionomia, è di rischiare continuamente la sua sopravvivenza come contraddizione insanata, assillo d’una accelerazione rivoluzionaria, o farsi riassorbire, in Italia la sua vita o la sua morte si riflettono necessariamente all’interno stesso delle forze politiche. Esso quindi apre una pagina nuova. Occorre comprenderne le origini, la problematica presente e la prospettiva. E non soltanto attraverso la coscienza che il movimento ha di sé. Perché, infatti, esso nasce nell’università? Perché ora? O, con maggior esattezza, perché è oggi che gli studenti scoprono nell’università e nel processo stesso di trasmissione e formazione culturale il meccanismo d’un condizionamento di classe, e rifiutano quindi non solo questa università, ma la società che la produce?

Non rispondono a questa domanda molte delle pur interessanti interpretazioni che fioriscono da qualche tempo attorno alle origini dell’agitazione studentesca. Recentemente uno psicanalista acuto come Elvio Fachinelli scriveva che in questa rivolta si esprime il «desiderio dissidente», struttura permanente della psicologia del giovane. Può essere. Ma perché ora, e non cinque anni fa? Perché nell’università, piuttosto e prima che in altre situazioni sociali? Altre ricerche tentano di definire la condizione particolare delle leve giovanili, i giovani come classe; esse affiorano, in parte, nello stesso movimento, in parte vengono da una estrapolazione, sovente puramente nominalistica, del concetto di «classe». In realtà la definizione d’un problema dei «giovani», al di là d’una formalizzazione sempre valida e sempre, quindi, ovvia diventa interessante solo quando nel fuoco di una generazione confluiscono o si addensano conflitti sociali e maturazioni politiche che precipitano in una crisi o svolta dei modi di essere o dei valori. Sotto questo profilo piú calzante appare l’osservazione di Herbert Marcuse, quando vide in una parte dei giovani, gli studenti, il luogo sociale dove piú rapida e totale appare la presa di coscienza soggettiva del carattere repressivo del sistema, la sua disumanità travestita. Quale che sia il giudizio su tutte le implicazioni che egli ne deriva, è difficile non cogliere il valore della sua interpretazione, non fosse che come illuminazione d’un dato innegabile, l’esplodere ora e qui, nel corpo del sistema capitalistico avanzato, d’una contraddizione singolare, e con forme ideologiche particolari.

Siamo di fronte ad un momento di rivolta dei giovani, e dei giovani intellettuali, gli studenti; e non di una rivolta come crisi ideale, risolta in nuove posizioni ideali, ma come azione e scontro. Considerarla illegittima perché gli studenti non sono una classe è altrettanto formale e sterile quanto volerla legittimare attraverso una assimilazione diretta di tutta la gioventú alla condizione ed al ruolo della classe operaia. Se ad una condizione di classe, nel cuore dell’immediato rapporto capitale-lavoro può non corrispondere immediatamente una coscienza di classe, vale anche l’inverso: può darsi una presa di coscienza relativamente a distanza dall’immediatezza del meccanismo capitalistico, subíto personalmente e direttamente come è nella condizione operaia. Cosí non occorre negare che in Europa è sulla classe operaia e contadina che continua ad esercitarsi lo sfruttamento e formarsi l’accumulazione del capitale per riconoscere come, nel tumultuoso crescere della società e nell’estendersi e livellarsi della vendita della forza di lavoro, la presa di coscienza piú intollerante ed esasperata venga oggi da settori giovani, meno provati, che d’improvviso scoprono e lacerano il velo del condizionamento al consenso, rifiutano il sistema e possono fungere da detonatore d’una piú profonda esplosione sociale.

Per trattarsi, insomma, d’una presa di coscienza soggettiva ai limiti di una evidente e canonica contraddizione materiale, il fenomeno non è di minore rilevanza. Al contrario, esso si presenta come un potenziale di insofferenza, una contraddizione sociale tipica del capitalismo maturo, della quale vanno individuate anche le basi materiali e che, per la stessa originalità della sua esplosione e delle sue forme ideologiche, denuncia un ritardo nell’elaborazione e quindi una crisi di egemonia da parte del movimento operaio.

Una serie di fattori sembra essersi addensata in Italia a produrre la esplosione studentesca del 1968. Un dato sociale di base: il rapporto fra l’allargamento della spinta all’istruzione e i meccanismi del sistema capitalistico italiano; la parzialità delle interpretazioni e delle risposte che a questo problema hanno dato le forze politiche, governo e opposizione. E nel medesimo tempo il mettersi in atto di meccanismi demistificanti su scala mondiale, in seguito all’acutizzarsi delle contraddizioni e degli scontri di classe. A monte dell’anno degli studenti sta il Vietnam, sta la scoperta della guerriglia latino-americana e il frantumarsi emblematico del personaggio del «Che». Sta il logorarsi della formula politica che parve «rinnovatrice» agli inizi degli anni Sessanta, sotto la spinta di conflitti di classe sempre piú aspri. Stanno la fatica e le tensioni del movimento comunista in Occidente. Sta la «rivoluzione culturale» in Cina. Ognuno di questi fatti contribuirà a mettere insieme quel detonatore che provocherà, da novembre al momento in cui si scrivono queste righe, la nascita e il dilagare del movimento studentesco. [pp. 23-29]

Cronaca

[...]

Apparentemente la crisi dell’università è riconosciuta da tutti; apparentemente, perché alla interpretazione riduttiva che ne darà il dibattito parlamentare la realtà replicherà, attraverso il movimento degli studenti, con una messa in causa che andrà ben oltre i confini della scuola. Che l’università sia malata, che così com’è non possa andare avanti, è evidente. Fra iscritti e fuori corso gli studenti si aggirano ormai sul mezzo milione; le immatricolazioni hanno superato i 140.000 nuovi iscritti, 20.000 più dell’anno precedente. Vanno all’università ancora soltanto il 13,4 per cento dei giovani della corrispondente classe d’età, dunque una percentuale relativamente bassa rispetto a paesi di analogo sviluppo. Ma sono comunque oltre dieci volte quelli del 1923, quando alla università italiana venne dato l’assetto istituzionale e in gran parte materiale che ha tuttora. La crescita si è verificata nel dopoguerra e soprattutto nell’ultimo decennio; ed è in aumento. E’ omogenea su tutto il territorio nazionale: ambiguamente alimentano l’università il prosperoso nord - grazie all’aumento di reddito – ma non meno, anzi un poco di più il diseredato sud – grazie all’assenza di sbocchi di lavoro. Cresce anche la partecipazione femminile: un terzo degli studenti sono ragazze. Chi sono gli studenti? [...] Questa ondata si riversa sulle ventisei città universitarie vere e proprie [...] che già esistevano a cavallo del secolo[...] Gli insegnanti ordinari di cattedra, che erano nel 1923 2.075 per 43.235 studenti, sono diventati 3.000 per oltre 450.000 studenti. Nelle aule si sta in piedi, quando si riesce ad entrarvi; laboratori e biblioteche sono affatto insufficienti. La cattura del professore è un problema. In Italia non vige, né per legge né di fatto, il pieno impiego del docente; e questi fa di tutto, il medico, l’avvocato, l’architetto, l’uomo politico, essendo tenuto dalla legge a trascorrere nell’università cinquanta ore all’anno per esaurire i suoi doveri[...] Allo studente è invece richiesta la frequenza, o meglio una parvenza giuridica di presenza, giacché se frequentasse sul serio crollerebbero gli esigui edifizi che sono a sua disposizione; di qui l’obbligo della «firma» e i relativi complicati maneggi. Il medesimo studente viene sottoposto ad esame nel corso di tre sessioni annuali; prova in genere rapidissima, che costituisce sovente il solo contatto fra professore e alunno – quando non gli accade di dover dare l’esame con un assistente[...] Questa struttura non può avere che una produttività bassissima: un laureato su tre o quattro immatricolati è la media nazionale; nel mezzogiorno la media scende [...Governo sordo ai problemi propone la istituzione di un corso di laurea breve, e la stessa opposizione comunista nella sua ipotesi di università - di massa ma con un rendimento massimo - non coglie le implicazioni delle sue stesse proposte in relazione al tipo di sviluppo sociale]. Il progetto è stato discusso, emendato, insabbiato nel corso di tre anni; è diventato, anzi, uno dei casus belli della maggioranza, fra socialisti e cattolici. Ma – alla luce che investe nel 1968 la crisi dell’università – l’oggetto del contendere fra le forze del governo appare davvero irrisorio: se si debba cedere o no ad una particolarmente ottusa opposizione di destra, accademica e parlamentare, che non digerisce neppure le men che modeste variazioni che il progetto di governo è destinato a portare nell’arcaica struttura degli atenei. [tattica di temporeggiamento]. Vero è che l’opposizione della destra accademica non è di poco peso nello stesso Parlamento: la nuova legge stabilisce l’incompatibilità fra mandato parlamentare e titolarità di cattedra .[...] Ottantasei oratori della Democrazia cristiana e del Partito Liberale si iscrivono a parlare contro il pieno impiego dei professori, e di null’altro che questo. [...] non si può dire che gli studenti lottassero contro la famigerata 2314; contro di essa, ma prima ancora contro la logica che l’aveva prodotta, il meccanismo politico, accademico, sociale che la generava”[pp.30- 39]

“Il primo a entrare in agitazione è l’ateneo di Trento [1 novembre 1967] Il 18 novembre è occupata la Università cattolica di Milano[...] Il 27 novembre è la volta di Torino[...] il 29 novembre è occupata la facoltà di Lettere e Filosofia di Genova [...] Il I dicembre è la volta di Pavia, facoltà di Fisica e Lettere; numerosi studenti sono fermati dalla polizia. Lo stesso giorno si occupa Cagliari, le facoltà di Lettere, Filosofia e Magistero. Il 4 dicembre Salerno e alcune facoltà a Napoli; l’11 dicembre l’agitazione dilagherà in tutto l’ateneo, e si occuperà Sassari. Il 15 dicembre si occupano le facoltà di Lettere, Filosofia, Magistero, Scienze politiche e Fisica a Padova; il 17 dicembre sciopero di tutti gli studenti universitarie e delle scuole medie. Il 18 dicembre si occupa a Torino la facoltà di Architettura; la febbre nell’università monta, gli studenti restano nella sede anche durante le vacanze, il 27 il Rettore chiama la polizia e fa sgomberare. Ormai il movimento è nazionale, difficile seguirne la cronaca quotidiana; l’8 gennaio si tiene a Torino un convegno dei rappresentanti dei comitati di agitazione di Milano, Torino, Pavia, Roma, Napoli, Venezia, Pisa, Bari, Modena, Siena, Trento, Genova, Cagliari: si discutono, scavalcati gli organismi tradizionali dell’associazionismo studentesco, le forme della lotta contro il potere accademico e i controcorsi. Con i primi di gennaio l’intervento della polizia si fa più massiccio. [...] Con la fine di gennaio e febbraio l’agitazione ha coperto praticamente tutta la rete universitaria italiana[...] La frattura avviene sul principio d’autorità, sul rapporto fra docente e discente. [...] Sotto l’ondata si incrina il fronte accademico e quello politico accusa il colpo. [vedi pp. 43-46]. A metà febbraio il movimento tocca il suo punto di fuoco con gli scontri di Roma


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