La crisi del "politico"

Ernesto Galli Della Loggia, La crisi del “politico”, in AA.VV. Il trionfo del privato, Laterza, 1980 (pp. 5-45)
di Pina La Villa - sabato 24 gennaio 2009 - 2035 letture

Ernesto Galli Della Loggia, La crisi del “politico”, in AA.VV. Il trionfo del privato, Laterza, 1980 (pp. 5-45)

Nel 1980, quando Galli della Loggia pubblica questo saggio, il percorso politico che dai primi anni sessanta aveva portato al ’68 e dal ’68 alla politicizzazione degli anni settanta, era concluso. Se ne può avere uno sguardo d’insieme.

Il saggio appare puntuale e chiaro sul passaggio dalla politicizzazione degli anni settanta, erede del ’68, al riflusso degli anni ottanta, ma resta fuori dalla sua analisi il Sessantotto e soprattutto i suoi legami col contesto internazionale. Del resto l’interesse è centrato sugli anni settanta.

Dopo le elezioni del 1975-76, che hanno conosciuto il massimo della politicizzazione, arriva il riflusso: “termine meno impegnativo di restaurazione, ma più ampio e allusivo della semplice spoliticizzazione, riflusso indica tuttavia, al fondo, un allontanamento dalla politica, un rifiuto della politica come termine generale di riferimento. Cosa sia però la politica nei cui confronti questo rifiuto, questa spoliticizzazione si esercita, rimane quasi sempre celato o non chiarito. E invece proprio da qui è necessario prendere le mosse”

Per capire questa trasformazione della società italiana, dall’estrema politicizzazione degli anni sessanta-settanta, al riflusso che viene qui analizzato ed è destinato a diventare il leit-motiv di tutti gli anni ottanta, lo storico parte dall’analisi della politica nella società contemporanea e precisamente nel Welfare State.

Il Welfare State è uno Stato che considera suo compito primario

“il dovere di assicurare ai cittadini una serie di garanzie sociali al fine di eliminare, o perlomeno attenuare, quelle disparità o esclusioni che il libero gioco del mercato fisiologicamente provoca”.

Lo fa o “creando ex novo degli ambiti specifici di intervento pubblico (sistemi pensionistici, assistenziali, servizi collettivi), o

“promuovendo un’azione surrogatoria di sostegno e di affiancamento al sistema economico privato (nazionalizzazione di certi settori di attività, agevolazioni creditizie, politiche keynesiane della spesa e negli investimenti)”.

In tal modo lo Stato «neutrale» del liberalismo si trasforma nello Stato «interventista». "Tra i due termini esiste tuttavia un importante legame teorico di continuità [...] E’ bastato infatti che la vecchia accezione di libertà, limitata ai diritti civili e politici individuali, si allargasse a comprendere un nuovo genere di condizioni della libertà – dal bisogno, dalle disuguaglianze di nascita, dalle malattie, ecc.”. “Ma uno Stato così concepito è destinato ad avere un rapporto contraddittorio con la politica”. Da un lato infatti esalta la partecipazione, attraverso il suffragio universale, dall’altro “tende anche ad oscurare il senso e il ruolo della politica. Il modo principale in cui ciò avviene è la riduzione della politica ad attività amministrativa”

“Dal sommarsi e dal reciproco esaltarsi del regime democratico e dello Stato assistenziale deriva l’accentuazione di un carattere specifico della democrazia liberale: la mancanza in essa di un’unità politica legata all’esistenza di un’unità ideologico-sociale decisiva. Ciò significa l’impossibilità della politica come comando, vale a dire della politica intesa in senso «forte» come attività di decisione autonoma e capace di plasmare in certo qual modo dall’esterno i lineamenti della società. Lo Stato assistenziale democratico, realizzando una progressiva identificazione/sovrapposizione tra Stato e società, finisce per togliere ogni spazio all’autonomia della politica”

A questo punto l’analisi di Galli della Loggia ricorda quella di Hannah Arendt in On violence. Ed è interessante vedere come da quest’analisi si passi a considerare la concreta prassi interna alle strutture dello stato democratico e al sistema dei partiti, una descrizione che ci riporta a quella che è la condizione italiana nel secondo dopoguerra. Secondo Galli della Loggia infatti, lo Stato assistenziale può solo svolgere una politica di mediazione, ma questa si impiglia

“in un’inestricabile rete di domande e di veti reciproci il cui esito, se non è la paralisi, è di certo la perdita prima o poi di qualsiasi principio di razionalità da parte dell’azione pubblica. Detto in altri termini, il principio di legittimazione dello Stato si rivela in forte misura incompatibile con qualsiasi progetto politico. Il secondo ostacolo riguarda la qualità delle richieste da soddisfare o da mediare. L’aumento del reddito e l’evoluzione complessiva della società fanno sì che porzioni sempre crescenti di cittadini siano spinti ad avanzare richieste di carattere in senso lato «culturale», legate a insoddisfazioni e spesso a sentimenti di anomia o di privazione esistenziale di cui è matrice fecondissima l’ambiente urbano-industriale moderno (la richiesta di far cessare l’inquinamento, ad esempio; ma si pensi anche, per il suo valore di sintomo estremo, alla richiesta di «cambiare la vita» di alcuni strati giovanili). Ora un tal genere di richieste non soltanto sono assai difficilmente soddisfacibili dall’intervento dello Stato, ma, se soddisfatte, si rivelerebbero incompatibili con quella continua crescita della produzione e del reddito che pure è alla loro base nonché alla base della filosofia dello Stato assistenziale democratico”.

La conquista del centro diventa il locus politico per antonomasia della burocrazia. Nello Stato assistenziale democratico “tutti i partiti finiscono con il selezionare e favorire le medesime richieste” e cioè quelle degli “strati socialmente forti e organizzati della popolazione“ o le cui richieste sono considerate compatibili con il sistema. Alla fine

“ad essere ogni volta sacrificati sono innanzi tutto i bisogni generali della società non rappresentati da alcun gruppo di status particolare, in secondo luogo i bisogni che riguardano grandi gruppi difficilmente in grado di promuovere conflitti (donne, giovani, anziani), ovvero quelli di ristrette categorie particolarmente sfavorite e prive di una qualsiasi rappresentanza elettorale (carcerati, drogati, emarginati di vario tipo, ecc.).”

Notiamo che si tratta proprio dei soggetti soggetti della contestazione del ’68.

Lo Stato assistenziale per far fronte alla maggior parte delle istanze, diventa a questo punto Stato fiscale ed è destinato a diventare Stato della crisi fiscale.

Il ’68 e la via italiana allo Stato assistenziale

L’Italia ha affrontato questo problema negli anni che vanno dal ’68 al 1980 seguendo il sogno di unire il massimo di libertà e e il massimo di abbondanza. Un sogno impossibile, le cui radici vanno cercate proprio negli anni della contestazione.

“Il ’68 fu il momento centrale, e per così dire eruttivo, di un grande fenomeno di modernizzazione che aveva preso a travagliare la società italiana a partire dalla fine degli anni Cinquanta, dapprima sotterraneamente, poi via via in forma sempre più esplicita e clamorosa. Per un decennio buono la crescita impetuosa di una economia moderna scavò in profondità specialmente nei ceti medi urbani, ne mutò gli stili di vita, il reddito, i costumi e gli orizzonti ideali, avviando la costruzione di un profilo autonomo di questi ceti stessi rispetto ai tradizionali centri di elaborazione ideologica del paese. Pur muovendo da formidabili premesse strutturali, dunque, il nucleo del fenomeno e il suo tratto rivoluzionario attenevano più che altro alla cultura e all’antropologia”

Per le condizioni dell’Italia nel secondo dopoguerra però

“tale modernizzazione qui da noi si abbigliò subito con le vesti di una politicità estrema e dirompente. Non solo, ma invariabilmente si trattò di una politicità orientata a sinistra nelle forme di un senso comune quasi sempre ostile a ogni consapevole prospettiva riformatrice, alimentato da una confusa ansia palingenetica. Due elementi concorsero in misura decisiva nel determinare questo orientamento a sinistra della rivoluzione culturale dei ceti medi: la suggestione delle grandi lotte operaie che agitarono il paese a partire dal ’69 e – più importante ancora – l’egemonia che il pensiero marxista e i partiti ad esso ispirati avevano preso a esercitare dal dopoguerra su tutti i movimenti sociali ostili agli assetti stabiliti. In Italia, dunque, la modernizzazione dei ceti medi, che nella sostanza corrispondeva a un loro adeguamento ai modelli propri delle democrazie capitalistiche avanzate e della loro cultura, si presentò invece con un marcatissimo connotato ideologico e politico che si voleva e si diceva «di sinistra», cioè contrario proprio a quanto stava dietro a quei modelli”

Se sul piano della cultura politica la sinistra ha la meglio, sul piano del governo e dell’amministrazione il sistema dei partiti vede la Democrazia Cristiana come partito-Stato.

“Fu su di un sistema politico siffatto che all’indomani del ’68 si abbatté come un uragano la domanda di cambiamento proveniente dalla società italiana. Ma sfortunatamente era proprio il cambiamento ciò che questo sistema politico non poteva assicurare; esso infatti non era in grado di assicurare quell’avvicendamento al governo del principale partito d’opposizione che nelle democrazie parlamentari è presupposto basilare per l’accoglimento di nuove domande politiche. [...] Nell’impossibilità di far funzionare il meccanismo fisiologico del cambiamento mantenendo viva, e magari anzi rafforzando, la dialettica governo-opposizione, il sistema politico italiano rispose al conflitto e al mutamento sociali attenuando viceversa quella dialettica, e soppiantandola con una consociazione populistica fondata sulla elargizione spartitoria. Mentre il repertorio delle formule politiche si consumava tra gli ultimi stanchi bagliori delle speranze riformatrici incarnatesi nel centro-sinistra e avventati tentativi di restaurazione resi vani dalla forza imponente delle organizzazioni sindacali e dall’orientamento contrario dell’opinione pubblica, si veniva costituendo progressivamente un governo di fatto comprendente il partito comunista e i sindacati: il potere di veto di entrambi infatti, era ormai cresciuto, a dimensioni tali da costituire un vero e proprio potere di direzione. Il collante ideologico di questo governo di fatto era rappresentato dall’«antifascismo»e dall’«attuazione della Costituzione ». [...]Questi due principi [...] erano, e sono, però, i medesimi che definiscono l’essenza e la legittimazione storica dello Stato repubblicano. [...] sorta di definitiva statualizzazione dei partiti” cioè configurano , “almeno in linea tendenziale, quello che tecnicamente si chiama un «regime». Come è ovvio, il grave pericolo implicito in una prospettiva del genere era quello di far divenire lo Stato stesso e i suoi princìpi oggetto di lotta politica da parte di chi avesse creduto che per opporsi a questo meccanismo bisognasse accettare la stessa logica” (pp. 19-20-21)

Galli della Loggia non usa la parola terrorismo, ma il riferimento è chiaro. Non c’è spazio per la rappresentanza dei nuovi bisogni e dei nuovi soggetti. L’attività del Parlamento diventa di tipo assembleare e sono sempre ampie maggioranze ad approvare i nuovi testi legislativi.

“In essi si combinavano in varia misura orientamenti liberalizzatori e concessioni economiche, l’ampliamento o la fissazione di procedure garantiste e l’espansione del ruolo organizzatore dello Stato nella vita sociale. Questa massiccia legislazione fu di aiuto potente alla nascita e allo sviluppo di nuove figure sociali e al consolidarsi di forme e atteggiamenti inediti della vita collettiva”.

Aumenta il numero di coloro il cui reddito dipende dalle finanze pubbliche; aumentano fenomeni di assenteismo della classe operaia, ma in altri casi, nei ceti medi, l’aumento della politicizzazione e l’apparato garantistico-tutorio, nonché i nuovi meccanismi istituzionali di partecipazione, diedero

“origine a un investimento politico notevole sia nel proprio ruolo lavorativo (molto spesso di natura pubblica) sia in quello di utente paragestionario di beni o servizi pubblici (scuola, consultori, ecc.) ovvero di rappresentante della comunità nelle nuove sedi istituzionali (il quartiere, il territorio, ecc.)”

Il Paese, in realtà, cambiava

“La vecchia anima autoritaria si disfaceva , e insieme ad essa svaniva la pur scarsissima efficienza che ne era derivata; il nuovo essere «democratico» dello Stato italiano consisteva sempre più in un puro essere di tutti e disponibile a tutto che, privo di qualsivoglia principio ispiratore, finiva per rendere quel medesimo Stato un’entità informe e disorganica [...] Nel frattempo [...] il sistema politico decideva di rispondere al movimento e al conflitto sociali adoperando [...] la leva della spesa pubblica” [...] si potrebbe dire che il consolidamento e l’ampliamento dello Stato assistenziale, cioè di una dimensione collettiva della vita sociale, in Italia assai più che altrove accompagnano e accentuano la già fortissima frammentarietà sociale nonché gli impulsi «privatistici» degli individui.” (pp. 22-23-24)

La ratifica del fallimento storico della sinistra

Risale al 1973 quello che viene definito da Galli della Loggia l’ errore politico del compromesso storico. Una politica adeguata a una fase espansiva dell’economia diventava controproducente nel momento in cui si verificano fenomeni inflazionistici e recessivi. Non si può chiedere alla classe operaia di fare “sacrifici”, non è più la classe operaia degli anni cinquanta. C’è stata una rivoluzione antropologica anche nella classe operaia, con il rifiuto del “principio di prestazione”.

In questo contesto la “vittoria” del 1975-76 è in realtà una sconfitta. Di cui gli stessi intellettuali non si accorgono. E mentre il Pci pensa di raccogliere i frutti di una fase di mobilitazione sociale nel segno della sinistra, dell’appoggio ai ceti in espansione, i gruppi “ribelli” si pongono in una posizione di forte contestazione del partito.

“L’itinerario del movimento studentesco è esemplare: partito con un bagaglio di linguaggi e di domande inediti, aveva operato una progressiva reductio degli uni e delle altre agli stilemi più ovvi e talvolta più vieti, di un repertorio ideologico da sinistra degli anni trenta”

Con la parabola dei “gruppuscoli” e il terrorismo (Galli della Loggia non fa alcun cenno alla repressione e alle stragi di stato) ha inizio una fase nuova, il cambiamento profondo generato dallo sviluppo economico e dalla modernizzazione accelerata dal ’68 ha prodotto un nuovo “cittadino”, un nuovo modo di vivere la politica e di realizzare la stessa convivenza civile, ma di segno opposto a quello dei decenni sessanta/settanta.

“Quello che ben presto ci si abituerà a chiamare riflusso sarà in sostanza la fine della vecchia cultura della politicizzazione e l’emergere, al suo posto, di un intreccio di elementi ideologici e pratici anch’essi a conti fatti politici, ma di una natura politica diversa e di segno fortemente ambiguo”.

Prevarranno gli interessi privati e un atteggiamento rapace nei confronti dello stato e delle sue elargizioni.

“Accrescimento del reddito e dei consumi, prevalente natura «politico»-terziaria del reddito stesso, rete di servizi e di occasioni dirette o indirette di ulteriore reddito consentite dal ruolo socio-tutorio dello Stato svolto secondo le modalità degenerative più volte dette: sono questi gli elementi che costituiscono il quadro materiale entro cui fiorisce la cultura contemporanea delle masse italiane. Alla fine degli anni settanta giungono alla piena maturità, nel paese, quelle classi la cui età adulta è stata segnata dal brusco avvento del quadro suddetto e dalla mobilitazione per ottenerlo, mentre si affacciano generazioni di giovani e di adolescenti che si sono formate per intero entro di esso. Sono questi due gruppi di popolazione, avviati ormai a rappresentarne la maggioranza, che mostrano di aver assorbito più intimamente quella che potrebbe definirsi la moderna cultura dello Stato assistenziale italiano, la quale ha sostituito la vecchia cultura della politicizzazione facendo germinare forme di una cultura «politica» diversa” .

La fine della cultura della politicizzazione genera una cultura “civile”, ma individualistica.


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