In Societate Ausilium. L’asse italo-argentino-uruguaiano della P2.

di Giuseppe Tramontana - martedì 3 marzo 2009 - 5265 letture

Toh, chi si rivede, Massera!

La notizia è passata quasi in sordina. Come tutto ciò anche non risulta strettamente attinente alla crisi economica (che, si sottolinea sempre, è a livello mondiale e quindi il nostro governo non ha nessuna colpa), all’immigrazione o all’ordine pubblico (problemi, questi ultime, in buona misura presentati come coincidenti, se addirittura non connessi). Eppure, come si diceva, una piccola riflessione, questa notizia la meriterebbe. Soprattutto al giorno d’oggi, nell’attuale congiuntura politica italiana. Il 5 febbraio scorso le agenzie di stampa hanno battuto una notizia finalmente degna di un paese democratico: l’ammiraglio argentino Emilio Eduardo Massera può essere processato e quindi non può sottrarsi alla giustizia italiana che ha aperto un’inchiesta a suo carico per la morte di tre desaparecidos di origine italiana: Angela Maria Aieta, calabrese, e Giovanni e Susanna Pegoraro, padre e figlia, di Galliera Veneta. La prima sequestrata il 5 agosto 1976, i secondi il 18 giugno 1977. Tra l’altro, Susanna, che all’epoca aveva appena ventidue anni, era incinta. Venne fatta partorire, il bambino venne affidato alla famiglia di un militare e lei venne uccisa. E’ la prima volta, nella storia del nostro Paese, che lo Stato si costituisce parte civile insieme ai parenti delle vittime. Massera – si legge nei verbali processuali - è imputato per aver “cagionato la loro morte, dopo averne disposto od operato il sequestro, e dopo averli sottoposto a tortura. Con le aggravanti di aver commesso i fatti con premeditazione ed adoperato sevizie ed agendo con crudeltà verso le persone”. Già, nel marzo 2007, cinque ufficiali co-imputati con Massera – Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raul Vildoza, Antonio Vanek ed Hector Antonio Febres – sono stati condannati dalla seconda Corte di assise di Roma con altrettanti ergastoli. Ma Massera non è un ufficiale qualunque. Il 24 marzo 1976, assieme a Jorge Rafael Videla per l’Esercito e Orlando Ramon Agosti per l’Aeronautica, attuò il colpo di stato che rovesciò Isabelita Peron e instaurò la dittatura che per sette anni fece piombare l’Argentina nel baratro della brutalità e della devastazione. Ma, soprattutto, nell’Inferno dei desaparecidos. All’epoca, Massera era ammiraglio e Capo di Stato Maggiore della marina militare. “Lo stesso giorno – ricorda Marcos Novaro – furono diramati gli obiettivi del regime e il regolamento di giunta, Potere esecutivo (PEN, Poder Ejecutivo Nacional) e Commissione di consulenza legislativa (CAL, Comisiòn de Asesoramiento Legislativo), cioè dei suoi tre organi chiave, più lo Statuto per il processo di riorganizzazione nazionale, a completamento di una complessa architettura istituzionale. Il 29 marzo, poi, Videla divenne capo del governo e furono nominati i membri della CAL nel numero di tre per ogni Arma. In pochi giorni il governo era operativo, a conferma dell’elevato grado di pianificazione e coordinamento che l’aveva preceduto e del profilo istituzionale che i militari intendevano dare al regime; il che era coerente con il carattere strategico e di lungo periodo che gli assegnavano e con il principio che i diversi rami delle Forze armate ne condividessero le responsabilità.” [1] E sempre lo stesso giorno la Escuela de Mecanica de la Armada (più nota con il triste acronimo di ESMA) cominciò a funzionare come centro di detenzione e tortura. La ESMA, ubicata nella zona nord di Buenos Aires, nel quartiere Nunez, Avenida Libertador, 8200, dipendeva direttamente dall’ammiraglio Massera, che l’aveva pensata, voluta e attrezzata a questi fini. Ma chi ci andava a finire all’ESMA? E, soprattutto, come ci andava a finire? Nella prefazione al libro Il volo di Horacio Verbitsky, Claudio Tognonato descrive in questi termini la situazione venutasi a creare subito dopo il golpe: “Il 24 marzo 1976 il potere passò ai militari senza nessun incidente. Vennero sospese le attività dei partiti politici e dei sindacati, ma si fece sapere che queste erano misure transitorie e che la giunta militare aveva come obiettivo il rafforzamento della struttura democratica del Paese. Gli argentini avrebbero dovuto abituarsi a questo paradosso. Debole, quasi formale, comunque attendista, fu la reazione internazionale. Sembrava evidente che Videla non era Pinochet così come Isabel Peron non era Salvador Allende. (…) La Giunta militare volle eliminare tutti i suoi nemici senza che si diffondesse la coscienza di tale annientamento. Fu inventata una strategia rivoluzionaria: niente arresti di massa, niente carceri, niente fucilazioni né assassini clamorosi come quelli della Triplice A. Gli oppositori sarebbero stati sequestrati da gruppi non identificati, caricati su vetture senza targa e fatti scomparire. Ebbe così inizio, lentamente, il più grande genocidio della storia argentina.” [2] La gente veniva prelevata sui posti di lavoro, mentre faceva sport, a casa, magari mentre accudiva un figlioletto di pochi mesi. Un commando faceva irruzione nell’abitazione, metteva tutto a soqquadro, picchiava, brutalizzava, ammanettava, incappucciava il ricercato e poi lo trascinava via. Davanti agli occhi terrorizzati dei famigliari, dei bambini, della moglie, dei genitori. Il resto del gruppo restava per depredare, rubare il rubabile, a volte facendo intervenire dei camion per servirsi meglio: era bottino di guerra, per loro. Nella relazione finale della Conadep, la Commissione istituita dopo la dittatura per far luce sulle sparizioni e titolata Nunca mas (Mai più, dalle parole conclusive della requisitoria del Pubblico Ministero Julio Cesar Strassera) è scritto che “le operazioni di sequestro avevano luogo di notte inoltrata o all’alba, generalmente negli ultimi giorni della settimana, per disporre così di un certo tempo prima che i familiari potessero prendere qualche iniziativa. Normalmente una patota, gruppo formato da cinque o sei persone, irrompeva nella casa. I membri della patota erano sempre provvisti di un voluminoso arsenale, sproporzionato rispetto alla supposta pericolosità delle vittime. Con armi corte e lunghe minacciavano le vittime, i loro familiari e i vicini di casa. L’intimidazione ed il terrore avevano come scopo non solo di bloccare le vittime dell’aggressione, ma anche di ottenere un atteggiamento passivo da parte dei vicini. (…) Le patotas portavano a termine le operazioni a viso scoperto, sia nella capitale federale, che nei grandi centri urbani, poiché il loro anonimato era garantito da milioni di facce della città. Nelle province, dove sarebbe stato più facile identificarli, dato che qualche sequestratore avrebbe potuto essere un vicino di casa della vittima, dovevano nascondersi i volti. Si presentavano, quindi, indossando passamontagna, cappucci, parrucche, baffi finti, occhiali, ecc..” [3]. La gente veniva picchiata selvaggiamente già lì, sul posto, prima di essere trascinata via. Se c’erano dei bambini, meglio. Anche loro, tra pianti e terrore, venivano costretti ad assistere alle sevizie cui erano sottoposti il padre, la madre, i parenti. Poi, le vittime, venivano incappucciate, caricate sul fondo di un furgoncino o, più semplicemente, nel bagagliaio dell’auto del commando e portati in uno dei 340 centri clandestini di detenzione (CCD) presenti in tutto il Paese. Sparivano così. Spesso non si sarebbero più avute notizie di loro. Per i famigliari iniziava la peregrinazione tra uffici e caserme. Nella disperazione, con la paura che accadesse l’irreparabile. Per i prigionieri, invece, cominciavano le torture. “In quasi tutte le denunce ricevute dalla Commissione – si legge nella relazione del Conadep – risultano atti di tortura. La tortura fu un elemento importante della metodologia impiegata. I Ccd furono pensati, tra l’alto, per potere praticare impunemente la tortura. L’esistenza e l’estensione delle pratiche di tortura impressionano per l’immaginazione usata, per la personalità degli esecutori e di coloro che l’hanno approvata, usandola come metodo. Alla tortura fisica che veniva praticata fin dal primo momento, si aggiungeva la tortura psicologica che continuava durante tutta la prigionia, anche dopo la sospensione degli interrogatori e dei tormenti corporei. A tutto questo si aggiungevano vessazioni e bassezze illimitate.” [4] Degne di un campo di concentramento nazista, verrebbe da dire. Così come molti dei profili di “uomini normali” degli aguzzini assomigliano in maniera impressionante al ritratto di Adolf Eichmann consegnatoci da Hannah Arendt ne La banalità del male o ai componenti del famigerato Battaglione 101 nel bellissimo saggio di Christopher Browning, Uomini comuni. I sequestrati prima venivano rinchiusi tutti insieme in una cella, la leoneira, catene ai polsi ed alle caviglie. Poi, a turno, venivano prelevati per essere interrogati. E torturati, soprattutto. Torture. Torture a più non posso, senza tregua e pietà, dando fondo alle più macabre e orripilanti depravazioni che mente umana (diciamo) possa elucubrare. E giù scariche elettriche ad alto voltaggio, specialmente nelle parti delicate del corpo, ai genitali, ai capezzoli, alle orecchie, alle gengive, grazie all’utilizzazione di una versione elettrica della picana, il tradizionale bastone lungo e sottile con la punta di ferro, usato in Argentina e Uruguay per pungolare il bestiame verso il mattatoio. E ancora ustioni alle ferite tramite sigarette o piccoli lanciafiamme muniti di fiamma lunga almeno una trentina di centimetri. E poi, senza sosta, rottura di alcune ossa del corpo, in genere piedi o mani, ferimento dei piedi con spille o oggetti appuntiti e pestaggi a sangue, a volte con sacchetti di sabbia o con tubi di gomma flessibile per non lasciare tracce. Ma si faceva anche altro: immergere le facce delle vittime negli escrementi, a volte fino al soffocamento, appenderli a testa in giù per un tempo indefinito, anche per giornate intere, fin quando le giunture del corpo non cedevano. E naturalmente stupri sulle donne e pestaggi, umiliazioni, insulti, davanti ai parenti, al marito, al padre, nel caso fossero prigionieri anch’essi, tutti legati, imbavagliati ed obbligati ad assistere. Coloro che erano sospettati di appartenenza a sindacati, organizzazioni politiche di sinistra, peronisti, cattolici impegnati nel sociale, magari studenti che avevano l’unica colpa di andare nelle baraccopoli di Baires o Cordoba a insegnare ai bambini a leggere e scrivere, venivano in poco tempo giustiziati. Accadde questo, tra il 13 ed il 14 maggio 1976, anche alle catechiste Maria Esther Lorusso, Monica Quinteiro, Maria Marta Vazquez Ocampo, Monica Candelara Mignone e Beatriz Carbonell. Insieme a loro vennero sequestrati Cesar Amadeo Lugones, marito della Ocampo, la quale era anche in stato di gravidanza, e Horacio Perez Weiss, coniuge della Carbonell. Erano tutti impegnati a sostenere i bambini e la povera gente della baraccopoli di Bajo Flores. Qualche paio di scarpe, qualche lezione di aritmetica o grammatica, un quaderno per i bambini ogni tanto. Niente di più. Ma ciò bastò per etichettarli come sovversivi, agli occhi dei militari. E come sovversivi furono anche trattati i sacerdoti che predicavano il vangelo nei posti più malfamati, ai poveracci infelici e miseri delle bidonvilles, i gesuiti Orlando Virgilio Yorio e Francisco Jalics, sequestrati il 23 maggio 1976, e successivamente liberati, ma sicuramente non per intercessione delle alte gerarchie ecclesiastiche argentine. Ad esempio, riferendosi al rapimento di padre Yorio, il fondatore del Centro di studi legali e sociali, nonché padre della desaparecida Monica Candelara Mignone, Emilio Fermin Mignone, dichiarò: “Una settimana prima dell’arresto, l’arcivescovo Aramburu gli aveva ritirato le autorizzazioni ministeriali, senza giustificazione né spiegazione. Da alcune frasi udite più d’una volta da Yorio durante la sua prigionia, risulta chiaro che la Marina interpretò tale decisione e, verosimilmente, alcune esternazioni critiche del suo provinciale gesuita, Jorge Bergoglio, come un’autorizzazione a procedere contro di lui. Senza ombra di dubbio i militari avevano avvertito i due prelati della sua supposta pericolosità. Cosa dirà la storia di questi pastori che consegnarono le loro pecore al nemico senza difenderle né salvarle!” [5] Cosa dirà la storia? Venticinque anni dopo, nel febbraio 2001, Giovanni Paolo II fece dell’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio il decimo cardinale nella storia argentina, e nel 2005 lo stesso Bergoglio fu il candidato che contese fino all’ultimo voto a Joseph Ratzinger la successione al soglio pontificio. Nel novembre dello stesso anno 2005 fu eletto anche Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, carica che ricopre tuttora. La junta predispose una lista di almeno 50.000 persone da eliminare. Non ci fu il tempo. Ma almeno 30.0000 riuscì ad ucciderli. Di questi almeno 3.000vennero narcotizzati e gettati vivi nell’Atlantico, mediante i famigerati voli della morte (vuelos de la muerte), sui quali, peraltro, con il suo humor sopraffino, ha recentemente ironizzato il nostro Presidente del Consiglio. E c’è da giurare che lui sa bene come andavano le cose all’epoca, vista l’amicizia con il benemerito ammiraglio Massera. Ma di questo si parlerà appresso. Intanto fuori dai centri clandestini, le madri, i parenti si dannavano l’anima per avere notizie da autorità e Chiesa sorde a qualsiasi supplica e sofferenza. Italo Moretti, inviato per anni della RAI in Argentina, racconta il suo incontro con una di queste madri, Angela Boitano, detta Lita, nata a Baires da genitori veneti, di Oderzo, Treviso, e rappresentante dei Familiares de desaparecidos y detenidos por razones politicas. Gli squadroni gli rapirono i suoi due figli, Michelangelo e Adriana. “Adriana viene al mondo nel 1952 – racconta Lita -, Michelangelo nel 1956. Tutti e due frequentano la Cristoforo Colombo, una scuola privata dove si insegna anche la lingua italiana. Sono bravi, vincono come premio un viaggio in Italia. Nel 1968 muore mio marito (figlio di genitori liguri, di Chiavari, n.d.a.). A marzo del 1976, Adriana si sta laureando in Lettere. Michelangelo è studente della facoltà di Architettura e lavoratore alla Techint, una delle più importanti industrie italiane. Adriana e Michelangelo militano nella Gioventù universitaria peronista. Michelangelo scompare il 29 maggio 1976, un sabato. Vado al commissariato della polizia federale per sporgere denuncia. Sono cattolica e praticante, mi accompagna il nostro parroco ma non serve che egli parli bene di Michelangelo. Il cappellano della polizia interrompe il parroco rivolgendosi a me: ‘Signora’, mi dice, ‘non ho dubbi, suo figlio starà da qualche parte con una ragazza’. Insieme con altri famigliari di scomparsi sono ricevuta da monsignore Emilio Teodoro Grasselli, il segretario particolare dell’arcivescovo Adolfo Servando Tortolo, presidente della Conferenza episcopale e capo dei cappellani militari. Il monsignore mi mostra due registri, uno dei ‘vivi’ e l’altro dei ‘morti’. ‘Se il nome di suo figlio non compare in nessuno dei due libri’, sentenzia monsignor Grasselli, ‘allora smetta di cercare suo figlio, se lo dimentichi’. E Michelangelo non figurava né tra gli scoparsi vivi né tra quelli morti. Nel gennaio 1977 decido di ricorrere alla magistratura, senza ottenere una risposta. Il 24 aprile – continua Lita Boitano – è una domenica, io e Adriana usciamo dalla chiesa di Nostra Signora di Buenos Aires, dopo la messa. Tutt’a un tratto, due uomini afferrano da dietro mia figlia e la ficcano in una macchina che parte velocissima, seguita da un’altra. Busso alla porta di vescovi, chiedo aiuto a un cugino, ufficiale della marina. Con l’ambasciata italiana nemmeno ci provo. Secondo Enrico Carrara, l’ambasciatore, ‘i pochi italiani prigionieri dei militari sono stati tutti liberati’. A quel punto abbandono il lavoro, entro nell’Associazione dei familiares e mi dedico interamente alla ricerca dei ragazzi scomparsi, dei miei due e di tutti gli altri.” [6] In una intervista, rilasciata il 25 agosto 1998 a due giornalisti-scrittori argentini, Maria Seoane e Vicente Muleiro, il capo delle macellerie clandestine, il generale Jorge Rafael Videla, confessò: “No, non potevamo fucilarli. Mettiamo che fossero stati cinquemila. La società argentina non avrebbe sopportato lo stillicidio delle fucilazioni: ieri due a Buenos Aires, oggi sei a Cordoba, domani quattro a Rosario, e così fino a cinquemila. Su questo fummo tutti concordi. Far sapere dove si trovavano i resti? Ma che avremmo potuto dire? Che erano finiti in mare o nel Rio de la Plata? Si pensò a un certo punto di comunicare le liste ma poi ci ripensammo. Se avessimo detto che erano tutti morti, ci avrebbero rivolto domande a cui non sarebbe stato possibile rispondere: dove li hanno ammazzati, come è successo, chi li ha uccisi?” [7] E, d’altra parte c’era poco da illudersi. Videla amava ripetere la frase pronunciata, all’indomani del golpe, dal governatore della provincia di Buenos Aires, il generale Ibérico Manuel Saint Jean: “prima uccideremo tutti i sovversivi, poi i loro collaboratori, quindi gli indifferenti e da ultimo i timorosi.” Queste erano le priorità nella mattanza. Altro da aggiungere? Naturalmente, a poco valsero le denunce di pochi coraggiosi, madri, nonne, padri. A poco o nulla. Rimbalzavano sempre contro un compatto muro di gomma. Ed anche quelle che provenivano dall’estero – da Francia e Svezia, soprattutto, dopo la scomparsa delle suore francesi Léonie Duquet ed Alice Domon e della giovane argentino-svedese Dagmar Hagelin, che comportò appelli anche da parte del Presidente USA Jimmy Carter e di Papa Giovanni Paolo II - caddero nel vuoto. “A ben poco – scrive sinteticamente Valerio Castronovo - valsero le denunce e le riprovazioni che si levarono dall’estero contro simili atrocità, che non risparmiarono neppure diverse decine di bambini, sequestrati insieme alle madri o nati in carcere.” [8] Già, nati in carcere. Sì, perché a qualcuno accadde anche questo: nascere in una cella puzzolente, su un tavolaccio usato per le torture, tra militari incappucciati, senza amore, senza le tenerezze di una mamma, liquidata subito dopo invece. Non serviva più: il suo compito – partorire – era ormai finito! Il 24 marzo 2004, in occasione dell’inaugurazione dell’ESMA come museo per la memoria dei crimini della dittatura, uno dei tanti desaparecidos nati lì, così si espresse: “Mi chiamo Emiliano Hueravillo, sono nato qui alla ESMA. Qui mia madre, Mirta Monica Alonso, mi diede alla luce. Come lei, in tutti i centri di detenzione della zona sud di Buenos Aires, centinaia di coraggiose donne diedero alla luce i loro bambini in mezzo ai medici torturatori. A tutti i nostri fratelli e sorelle che sono nati qui, e che non sono ancora ritornati alla propria famiglia come ho potuto fare io: voglio che sappiano che li stiamo cercando, li stiamo aspettando, vogliamo raccontargli che le loro madri li amavano, che i loro padri li amavano, e che appartenevano alla parte migliore di una generazione che si mise in gioco completamente per consegnarci un paese migliore.”

Licio, Emilio e gli altri

In Argentina Gelli era molto famoso. Fin dal secondo dopoguerra. Fin dagli anni 1946-1948. All’epoca, secondo la rivista brasiliana Isto è, ripresa da Leo Sisti e Gianfranco Modolo nel libro Il Banco paga, “il giovane Gelli per far dimenticare in Italia un turbolento passato di repubblichino amico dei tedeschi, aveva agevolato l’afflusso di capitali e opere d’arte in Sud America per conto di gerarchi fascisti.” [9] In Italia era per lo più sconosciuto, ma non così nel grande paese dei gauchos. Non fu quindi un caso che, qualche giorno dopo il golpe, il 28 marzo 1976, scrisse all’amico Emilio Eduardo Massera per esprimere “la sincera allegria per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti” e augurargli di metter su “un governo forte sulle sue posizioni e nei suoi propositi che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista” [10]. Legionario durante la Guerra civile spagnola, ex repubblichino, fondatore della Loggia massonica Propaganda 2 (P2), Gelli era un tipo molto rispettato in Argentina. Saranno lui ed Umberto Ortolani (tessera P2 nr. 1622; fascicolo 0494) a convincere Roberto Calvi (tessera P2 nr. 1624; fascicolo 0519) ad aprire a Buenos Aires una sede del Banco Ambrosiano. L’istituto di credito assunse la denominazione di Group Ambrosiano Promociones y Servicios. Era stato Gelli, nei fatti, lo stratega dell’ultima presidenza di Juan Domingo Peron e la potente eminenza grigia del governo di Isabelita. Dal 1973 era l’ambasciatore della “fratellanza” italiana in Argentina e Uruguay. E riuscì a tessere una fitta rete di contatti, soprattutto attraverso Alcibiades Lippas, importante produttore di preziosi, nonché segretario della Gran Loggia argentina. Per poter curare con più attenzione i suoi contatti a Baires, il capo piduista abbandonerà la suite dell’hotel Claridge ed acquisterà una magnifica villa in via Cerrito 1136. Arruolò immediatamente nella Loggia segreta uomini di potere, senza scrupoli, anticomunisti, reazionari e assassini. Gente come il fondatore della Triple A José Lopez Rega (fascicolo P2 0591, all’epoca Ministro del Benessere della Peròn), l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera (tessera P2 nr. 1755; fascicolo 0478, Capo di Stato Maggiore della Marina e futuro golpista, nonché – come si è visto – responsabile dell’ESMA), l’ammiraglio Carlos Alberto Corti (tessera P2 nr. 1857, fascicolo 0641). Accanto a questi, poi, occorre aggiungere i nomi di Cesar De la Vega, Gran Maestro della Loggia di Buenos Aires dal 1972 al 1975, nonché, in seguito, ambasciatore in Danimarca; Guglielmo De la Plaza, ambasciatore in Uruguay; il genero di Lopez Rega, il presidente del senato Raul Alberto Lastiri (fascicolo P2 nr. 062) ed il generale Guillermo Carlos Suarez Mason, comandante dell’esercito del distretto di Buenos Aires, uno dei più feroci repressori dei giovani oppositori della dittatura. A lui – morto il 21 giugno 2005 all’età di 81 anni – verrà addebitato, oltre a un centinaio di esecuzioni (da lui stesso ammesse), un numero imprecisato di persone scomparse. “Quando Peron torna trionfalmente in Argentina – scrivono Mario Guarino e Fedora Raugei - Gelli fa parte del suo seguito. Il 13 ottobre 1973, in smoking e farfallino, il capo della P2 è invitato alla Casa Rosada, a Buenos Aires. Qui si tiene il galà per il terzo ritorno al potere del dittatore e della moglie, l’ex ballerina di night Maria Estela Martinez, alias Isabelita, nominata vicepresidente. E in compagnia di Gelli – in veste di rappresentante del governo italiano – Giulio Andreotti, all’epoca due volte Presidente del Consiglio italiano. Naturalmente, Peron presenta a Gelli il proprio segretario, Rega, ex caporale della polizia e massone appassionato di riti esoterici” [11]. A proposito di quel galà, Andreotti ricorderà che, invitato in sede privata dal neo dittatore argentino, trovò solo tre persone ad attenderlo: “il generale, Isabelita e Licio Gelli, davanti al quale mancava poco che Peron si genuflettesse. Ne rimasi impressionato.” [12] La morte di Peron, il 1 luglio 1974, non scalfirà il potere di Gelli. Anzi, dopo aver ricevuto un passaporto diplomatico argentino (nr. 001847), diventando console onorario di quel Paese a Firenze, il 2 settembre 1974 – con decreto nr. 735 – il nuovo governo lo designò Consigliere economico dell’ambasciata in Italia. Ed, addirittura, il successivo il 13 settembre, usufruendo della legge 282, Gelli ottenne la cittadinanza argentina e così assunse anche formalmente il ruolo di tramite tra il nostro Paese e l’Argentina. Il 24 marzo 1976 il colpo di stato portò la P2 di Gelli al vertice del potere. “Grazie a Massera – scrivono Guarino e Raugei – affiliatosi alla Loggia P2 (tessera nr. 1755), Gelli nel 1976 riesce a intermediare ril4evanti operazioni finanziarie tra Argentina e Italia. In quel periodo, il nostro Paese si trova a essere tra i primi a investire in Argentina. Tra gli affari, di cui Gelli funge da mediatore, la costruzione di una centrale nucleare a Cordoba: la gara d’appalto viene vinta da un consorzio italo-canadese. Per l’Italia, la realizzazione è affidata all’Italimpianti di Genova, presieduta da Lucien Sicouri (affiliato alla Loggia P2, tessera nr. 1742). Con l’Argentina di Massera e Videla, c’è anche lo scabroso capitolo della compravendita di armi. Il duo argentino stanzia qualcosa come 6.000 miliardi per ammodernare gli armamenti. Un business nel quale Gelli si tuffa con tempestività.” [13] L’ammiraglio Massera, dopo il golpe, venne più volte in Italia. Alloggiava all’hotel Excelsior, l’albergo romano di Via Vittorio Veneto, quartiere generale di Gelli, da dove costui metteva in contatto l’argentino con alcuni esponenti della politica e dell’industria italiani. Il 24 ottobre 1977 Massera era in Italia per concludere accordi per la fornitura di fregate Lupo, sistemi missilistici, apparecchiature elettroniche aeronavali. Arrivò a Roma nonostante una forte opposizione parlamentare. Gelli riuscì a farlo incontrare con Andreotti, all’epoca Presidente del Consiglio, il quale si affrettò a spiegare di averlo ricevuto “in forma privata”. Una strana forma privata, tuttavia, considerato che lo condusse in visita ai cantieri della Oto Melara di La Spezia. Però, qui, trovò una brutta sorpresa: i sindacati avevano proclamato uno sciopero generale in segno di protesta per l’arrivo di uno dei golpisti argentini. Il presidente della Selenia, Michele Principe, fiutata l’opportunità di penetrare in America Latina grazie all’opera di Gelli, si iscrisse alla P2 (tessera nr. 2111; fascicolo 0829). Ma Massera si infuriò per l’accoglienza dei sindacati. Abbandonò nella suite dell’Excelsior i preziosi volumi d’arte regalatigli dalla Rizzoli (il cui editore, Angelo Rizzoli, era anch’egli un iscritto alla P2, fascicolo 0532) e si diresse in Germania. Delle fregate Lupo non volle più sentir parlare. “Qualche tempo dopo, comunque – precisano Guarino e Raugei – Gelli riuscirà a ricucire lo strappo con il generale argentino e a realizzare ugualmente lucrosi affari. Gelli fa vendere sei fregate dei Cantieri Navali Riuniti (Gruppo Fincantieri-Iri) al Venezuela, compravendita comprensiva di robusta tangente pagata a esponenti del governo di quel Paese. Il denaro passa per le casse del Banco Ambrosiano di Calvi.” [14] Certo, quanto detto fin qui dovrebbe chiarire – senza pretesa di esaustività, per ottenere la quale si rinvia ai testi in bibliografia, nonché agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’On. Tina Anselmi – la portata del potere di Licio Gelli ed il ruolo eversivo, antidemocratico, della P2. La scalata di Gelli – definita da Roberto Gervaso, iscritto alla P2, tessera nr. 1813 – come un “capolavoro di tempismo, di lungimiranza, di astuzia” – era proseguita fino a farlo diventare, secondo l’ex presidente della Repubblica argentina, Frondizi, il vero capo dei Servizi Segreti di quello Stato e, grazie al ruolo del capo piduista, si spiega l’arruolamento nel 1977 dello stragista nero Stefano Delle Chiaie nei Servizi Segreti argentini. Insomma, tutto sembra tornare. E la natura dell’associazione fa soprattutto capire il genere di personaggi che di essa fanno parte. “A pensar male, si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca” recita un vecchio adagio. E allora? Allora, saputo del carattere sovversivo dell’organizzazione e che della stessa organizzazione fanno parte personaggi – ex fascisti, golpisti (italiani e stranieri), stragisti ed esponenti dei servizi segreti deviati – come poter pensare che la partecipazione ad essa fosse una sorta di innocua rimpatriata tra amici? Tutto torna. Deve tornare. Soprattutto se ci sono di mezzo interessi. “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.” E, allora, Silvio Berlusconi (tessera P2 1618, fascicolo 0625), Fabrizio Cicchitto (tessera 2232, fascicolo 0945) o il senatore del Pdl Antonio D’Alì Staiti (fascicolo 0303) che ci facevano nella stessa organizzazione che vedeva tra i suoi membri Lopez Rega, Massera, Angelo Rizzoli, il macellaio Suarez Mason, Michele Sindona e Roberto Calvi, Umberto Ortolani e Leonardo Di Donna (presidente dell’ENI), Duilio Poggiolini (poi divenuto Direttore Generale del Servizio farmaceutico con il Ministro De Lorenzo e travolto da Tangentopoli) ed Edgardo Sogno? Che ci facevano nella stessa organizzazione che vedeva, tra gli affiliati, tutti i capi dei servizi segreti italiani ed i loro principali collaboratori, da Vito Miceli, capo del SIOS e successivamente direttore del SID, a Giuseppe Santovito del SISMI, da Walter Pelosi del CESIS a Giulio Grassini del SISDE? E, inoltre, il generale Giovanni Allavena (responsabile dei famigerati “fascicoli” del SIFAR), il colonnello Minerva (gestore fra l’altro dell’intricato caso dell’aereo militare “Argo 16” e considerato uno degli uomini in assoluto più importanti dell’intero Servizio militare del dopoguerra) ed il generale Gian Adelio Maletti, che con il capitano Antonio La Bruna (anch’egli iscritto) fu sospettato di collusioni con le cellule eversive di Franco Freda e per questo processato e condannato per favoreggiamento. Per non parlare di gente come Giovanni Alliata di Montereale, e i generali Giuseppe Lo Vecchio e Vito Miceli, implicati nel tento golpe Borghese del 1970 (Miceli era capo del Servizio Informazioni Difesa e membro dell’organizzazione eversiva Rosa dei Venti), del generale Pietro Musumeci, capo del SISMI, condannato per calunnia aggravata nel processo per la strage di Bologna, e di Franco Ferracuti, il criminologo membro della commissione sul caso Moro. O di Vittorio Emanuele di Savoia (tessera nr. 1621, fascicolo 0516). A proposito di quest’ultimo, ricordate cosa accadde con l’approvazione della legge costituzionale 23 ottobre 2002, n. 1 (G.U. 26 ottobre 2002, n. 252), fortemente voluta da Berlusconi, allora capo del governo? Vennero cancellati “i commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione” ossia quelli che stabilivano che “i membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive” (comma 1) e che “agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.”(comma 2). Ci sono voluti più di 50 anni, ma alla fine ce l’hanno fatta a tornare. C’è voluto un Presidente del Consiglio iscritto alla di P2 per fare una cortesia ad un “fratello di cappuccio e compasso”. Come sappiamo, nel 1978, Gelli e Ortolani convinsero Calvi (tra loro piduisti gli accordi si trovano sempre…) ad aprire una sede del Banco Ambrosiano a Buenos Aires: il Group Ambrosiano Promociones y Servicios. Vicepresidente ne divenne un uomo di Massera, l’ex ufficiale di marina Carlos Natal Coda. Un intero piano dello stabile ospitava gli uffici dell’ammiraglio. Ma Gelli era un giramondo. I suoi contatti innumerevoli. Dal Presidente della Liberia William Tolbert al dittatore nicaraguense Somoza, da Gheddafi al dittatore paraguaiano Stroessner. Ma soprattutto, era di casa in Uruguay, a Montevideo, sull’altra sponda del Rio de la Plata. “Anche nella capitale Montevideo – notano Guarino e Raugei – il capo della Loggia P2 intrattiene eccellenti rapporti con politici ed esponenti delle Forze armate. Del resto, il suo braccio destro Umberto Ortolani (classe 1913), pur essendo nato a Viterbo, è di casa a Montevideo e da tempo ben introdotto negli ambienti che contano.” [15] Nella capitale uruguaiana, in calle Jean Manuel Ferrari, 1325, il Maestro Venerabile possedeva una splendida villa, assegnatagli con apposito decreto ministeriale dalla giunta militare locale. Possedeva, inoltre, altri appartamenti e, a ridosso della pampa, un’azienda agricola ed sarebbe stato azionista del Banco Financiero Sudamericano. Insomma, a Montevideo, Gelli è un’autorità indiscussa. E’ lui il tramite dei rapporti politico-commerciali con l’Italia. E’ da qui che inizia un esperimento di potere demagogico-sovversivo che servirà molto all’èlite piduista che fa capo al Maestro. E’ da Montevideo che parte il tentativo di strutturare un nuovo potere politico, il quale, senza far leva su colpi clamorosi, giunga gradatamente all’instaurazione di un regime autoritario grazie al controllo pervicace dei mass media ed al lento ed incessante processo di svuotamento delle regole della democrazia, presentate come farraginose, inutili, vecchie e via dicendo. Il consenso dei cittadini fa il resto.

La P2 all’opera. L’avvio del processo di avvicinamento al potere. In Italia.

Nonostante i riverberi più interessanti della vicenda che ci apprestiamo a narrare si siano avuti in Italia, la storia non iniziò qui da noi, ma in Uruguay, appunto. Correva l’anno 1980. Da sette anni il paese sudamericano era sotto gli artigli di una giunta militare dopo il colpo di stato del 27 giugno 1973 di Juan Maria Bordaberry, sostituito, nel 1976, da Alberto Demicheli prima e da Aparicio Méndez (un civile scelto dai militari) poi. In quegli anni la feroce dittatura militare aveva posto fuori legge i sindacati ed i partiti politici ed aveva imprigionato più di settemila oppositori: un’enormità, se considerato che la popolazione uruguaiana non raggiungeva i tre milioni di individui. Bene, in quell’anno 1980, erano in programma due eventi molto sentiti in Uruguay. Il primo. Il 30 novembre di quello stesso anno si sarebbe votato per il referendum costituzionale, voluto dai militari per puntellare – speravano - con il consenso popolare il loro traballante (e impopolare, invero) potere. Il secondo evento, apparentemente di tutt’altro genere, ma, in realtà strettamente connesso al primo in quanto motore per mietere consenso popolare, era invece l’organizzazione di un prestigioso torneo calcistico internazionale: il Mundialito, ideato naturalmente per rilanciare all’interno e all’estero la cupa immagine di un paese deturpato dalla dittatura. Il pallone come foglia di fico per nascondere le magagne interne. In Argentina, nel 1978, era servito. Anche nell’Italia di Mussolini era servito. Il torneo – ufficialmente per festeggiare i 50 anni del primo Campionato del Mondo, tenutosi appunto nel 1930 proprio in Uruguay - si sarebbe svolto a Montevideo, nello Stadio del Centenario, sede unica, dal 30 dicembre 1980 al 10 gennaio 1981. Inverno da noi, estate da loro. Vennero invitate tutte le nazionali che, dal 1930 in poi, avevano vinto la Coppa del Mondo. C’erano l’Uruguay, l’Italia, il Brasile, l’Argentina, la Germani Ovest. Era stata invitata anche l’Inghilterra, vincitrice nel 1966, ma non accettò. Ufficialmente perché il campionato inglese non prevedeva soste durante il periodo invernale, in realtà perché gli inglesi non volevano compromettersi con un regime come quello uruguagio. Al suo posto venne invitata l’Olanda, finalista nel 1974 e nel 1978. Chissà perché (forse perché comunisti?) non vennero invitati né la Cecoslovacchia, finalista nelle edizioni del 1934 e del 1962, né l’Ungheria che aveva disputato le finali del 1938 e del 1954. Tuttavia, affinché potesse avere effetti propagandistici, il Mundialito aveva bisogno di una grancassa mediatica adeguata: la teletrasmissione delle partire nei Paesi europei. La Federazione calcistica uruguaiana affidò l’esclusiva dei diritti televisivi ad Angelo Vulgaris, imprenditore greco-uruguagio che operava nel settore import-export di carne e bestiame. Il commerciante rappresentava la società Strasad, con sede nel paradiso fiscale di Panama. In Europa,i primi giornali a scrivere di quell’evento calcistico, presentandolo come un avvenimento eccezionale, furono – a settembre – quelli italiani. E, in particolare, i più diffusi quotidiani sia in campo politico, il Corriere della Sera, che in campo sportivo, La Gazzetta dello Sport. Giornali che, come emergerà nel giro di qualche mese (maggio 1981) erano controllati dalla P2. Nel settore televisivo, l’esclusiva della trasmissione delle partite venne ceduta dalla Strasad a Rete Italia, la divisione televisiva controllata dalla Finivest di Silvio Berlusconi, dal gennaio 1978 anch’egli affiliato alla Loggia di Gelli. Le parti sottoscrissero il contratto a Ginevra il 20 novembre 1980. Prezzo dell’accordo: 900 mila dollari. 900 mila dollari per la trasmissione di 7 (sette!) partite. Un costo davvero oneroso all’epoca. Tanto più che Berlusconi disponeva in quel momento di un’emittente, Telemilano-Canale 5, a raggio limitato, ovvero priva dell’autorizzazione a trasmettere in ambito nazionale e in diretta. Non solo. C’era un altro ostacolo, apparentemente insormontabile: Rete Italia non disponeva di un satellite intercontinentale. Quando chiesero a Vulgaris perché avesse concluso un contratto con un’azienda impossibilitata a trasmettere nei fatti le gare, lui rispose con un’argomentazione illogica, benché economicamente ineccepibile: quello che gli aveva offerto l’Eurovisione non era sufficiente neanche a coprire i costi da lui sostenuti e quindi si era rivolto altrove. “La Rai - dichiarò in quei giorni Vulgaris al quotidiano berlusconiano Il Giornale - non si è fatta avanti con nessuna proposta, ha lasciato sempre che fosse l’Eurovisione e soltanto essa a negoziare (…). Quando ormai avevo rotto con l’Eurovisione, non mi restava altro da fare che cedere i diritti al miglior offerente” [16]. Da parte sua, l’ente di Viale Mazzini smentì quella versione, parlando di “fatto compiuto” e di affare troppo oneroso. Per gli ultimi Mondiali argentini (1978), la spesa della Rai era stata di circa 20 milioni di lire a partita. Per il Mundialito, ogni partita sarebbe costata quasi 150 milioni, sette volte tanto. Tra i giornali che sponsorizzavano con gran clangore l’evento c’era il quotidiano diretto da Indro Montanelli e controllato da Berlusconi, Il Giornale, già da anni beneficiato generosamente da banche presiedute e/o dirette da suoi “confratelli”. Il 1° dicembre 1980, il quotidiano milanese pubblicava un titolo a caratteri cubitali: Canale 5 fa goal al Mundialito. E, in sommario, la spiegazione: L’emittente privata, assicurandosi l’esclusiva, ha fatto segnare una svolta nella storia televisiva. L’articolo, poi, faceva assurgere l’evento calcistico ad emblema di libertà: “La prima reazione è stata un misto di stupore, incredulità e fastidio. Solo più tardi, alla Rai, qualcuno ha capito il vero pericolo: le partite del Mundialito trasmesse da una Tv privata e non da quella dello Stato faranno scoprire a milioni di tifosi italiani il sottile piacere di sentirsi finalmente liberi” [17]. Nella stessa pagina, poi, veniva sferrato l’attacco più propriamente politico. E, in quel caso, l’ariete era un articolo a firma dell’avvocato Giuseppe Prisco, dirigente dell’Inter che, ironia della sorta, qualche anno dopo si sarebbe ritrovato Berlusconi – in quanto presidente del Milan - tra i più acerrimi rivali. All’epoca Prisco non solo era consigliere della Rizzoli editore (in mano alla P2), ma trovava posto nel Cda del Banco Ambrosiano, banca targata anch’essa P2. Ovviamente la vero posta in gioco era ben altra che un pugno di partite. Innanzi tutto c’era di mezzo un evento di sponsorizzazione alla giunta militare uruguaiana che, nel frattempo, il 30 novembre 1980, aveva perso il referendum con un sonoro 57,2% di voti contrari. E giunta militare uruguaiana significava Licio Gelli, cioè P2. Inoltre, c’era da scardinare il monopolio Rai. E tale indirizzo trovò facilmente sponda in ambito politico. Si invoca (ecco come scavare la democrazia dall’interno e piegarla all’interesse personale) l’applicazione – come invoca anche il Piano di rinascita democratica della P2 - dell’art. 21 della Costituzione, quello sulla libertà di manifestare il proprio pensiero. E lo fa anche Michele Di Giesi. Chi era costui? Ma il ministro delle Poste e Telecomunicazioni. Uno del Partito socialdemocratico, il cui segretario era Pietro Longo, iscritto alla P2 con il numero di tessera 2223, fascicolo 0926 ed in vicesegretario Renato Massari (tessera P2 2172, 0889). “In quello che, tramite molti giornali (foraggiati da pagine pubblicitarie della Fininvest) ed emittenti come Canale 5, finisce per somigliare a un ‘affare di Stato’ – scrivono Guarino e Raugei - il telespettatore medio viene facilmente orientato in favore delle tesi sostenute dal clan berlusconiano. L’articolo 21 viene usato, insomma, alla stregua di un grimaldello per un diverso e più ambizioso obiettivo: legittimare il nascente network televisivo privato di Berlusconi per iniziare la fase di logoramento dell’emittente dello Stato” [18] Tuttavia, dopo che Canale 5 annunciò che la Fininvest aveva inoltrato richiesta ufficiale alla Rai per avere a disposizione il satellite, il ministro Di Giesi rilasciò al Giorno (sempre il 1° dicembre) una dichiarazione che aveva il sapore del rifiuto: “Se lo Stato consentisse che i privati, pochi provati, monopolizzassero i servizi televisivi su tutto il territorio nazionale – dichiarava il ministro -, solo a pochi, in concreto, sarebbe possibile fruire del diritto sancito dall’articolo 21 della Costituzione, mentre la maggioranza ne sarebbe esclusa” [19]. Parole sagge. Ma che, a breve, sarà costretto a rimangiarsi. Forse per l’intervento ‘correttivo’ del segretario Longo? Chissà. Ad ogni modo, dopo le dichiarazioni di Di Giesi, successe il finimondo. I mass media controllati dalla Loggia gelliana – appoggiati dal socialista Avanti! – insorsero: dal Corriere della Sera (diretto dal piduista Franco Di Bella, tessera 1887, fascicolo 0655) al Giornale di Indro Montanelli (ma ancor più di Berlusconi), alla Gazzetta dello Sport (di proprietà dell’editore P2 Angelo Rizzoli, così come il Corsera). Il 4 dicembre, in un intervista alla Gazzetta dello Sport, Berlusconi si diceva “convinto che il ministro finirà per cederci autorizzazione a usufruire del satellite”. Ostentava sicumera, il Cavaliere. D’altra parte, lo scandalo della P2 non era ancora esploso per cui se lo poteva anche permettere. Intanto, era iniziata la battaglia contro l’emittente di Stato. “Noi non abbiamo cercato in questa trattativa un affare economico: abbiamo solo contato su un ‘utile’ di simpatia e di principio (…)”, chiosava il Cavaliere. Simpatia, divertimento, principi, libertà, antistatalismo. Mancano solo il ‘meno tasse per tutti’, il ‘comunista!’ usato come un insulto e il ‘sono stato frainteso’ e poi ci siamo con il Berlusconi Presidente del Consiglio. Comunque, nel coro roboante di dichiarazioni e articoli pro Canale 5, solo Gianni Minà si chiese se non fosse il caso che la Guardia di Finanza ficcasse il naso nello strano accordo svizzero Berlusconi-Vulgaris. Certo, come tutti gli altri, Minà non poteva minimamente immaginare che il comandante delle Fiamme Gialle, il generale Orazio Giannini, era anch’egli affiliato alla P2 (tessera 2116, fascicolo 832). Alla fine, la storia finì come doveva finire: il ministro Di Giesi si rimangiò il rifiuto originario e concesse il satellite. E altri “fratelli” di Berlusconi erano ben piazzati in altri partiti e nel governo (per tutti, Publio Fiori, Emo Danesi, Vincenzo Carollo, Fabrizio Cicchitto, Filippo De Jorio, Ferruccio De Lorenzo, Pietro Longo, Renato Massari, il forzista Giovanni Marras, Enrico Manca, Bruno Tassan Din, Massimiliano Cencelli – quello del famoso ‘manuale’ - ecc.), tra i giornalisti e funzionari Rai (Gustavo Selva, oggi senatore Pdl, all’epoca direttore del Gr2, era iscritto alla Loggia di Gelli - tessera 1814, fascicolo 0623 –, così come Giancarlo Elia Valori, Giampaolo Cresci, ex vicedirettore generale della Rai, Giampiero Orsello, ex vicepresidente della stessa azienda), tra i giornalisti della carta stampata (Maurizio Costanzo e Roberto Gervaso, ma anche Mino Pecorelli e l’attuale direttore di Canale 5, Massimo Donelli, per non parlare dei citati Angelo Rizzoli e Franco Di Bella). Per restare in ambito strettamente calcistico, si ricorda che affiliato alla P2 (fascicolo nr. 402) era anche Artemio Franchi, eletto nel 1972 presidente dell’UEFA, e nel 1974 Vicepresidente della FIFA. Presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio fino allo scoppio dello scandalo del calcio scommesse nel 1980. Mantenne invece fino alla morte, avvenuta nel 1983 a causa di un incidente stradale, i propri incarichi presso FIFA e UEFA. Oggi, è l’unico personaggio a cui sono intitolati, in Italia, due stati in due città diverse: Siena e Firenze. Insomma, dopo le polemiche artatamente sollevate dai giornali fiancheggiatori della P2, la cobriccola gelliana-berlusconiana poté esultare. La ‘libertà’, la loro ‘libertà’ era salva. L’esperimento era andato a buon fine. Era stato scoperto il mix della presa del potere: i piduisti nei posti chiave, la leva della libertà per mascherare il privilegio, il consenso ottenuto con l’intrattenimento e la tv trash, la manipolazione dei cittadini propinando il programma politico come un prodotto commerciale, secondo i canoni della pubblicità. E oggi siamo qui. E le partite del Mundialito? Per la cronaca le partite vennero trasmesse, in leggera differita, via satellite ed il pubblico italiano si godette le performances della nazionale azzurra. Performances alquanto mediocri, invero. L’Italia, inserita nel girone A, con i padroni di casa uruguaiani e l’Olanda, perse con l’Uruguay (2-0) e pareggiò con i tulipani (1-1, col di Carlo Ancelotti, oggi allenatore del Milan). Nell’altro girone il Brasile regolò (4-1) la Germania e pareggiò con l’Argentina (1-1), la quale venne eliminata per la differenza reti, avendo sconfitto i tedeschi solo per 2-1. La finale tra Uruguay e Brasile vide la vittoria della celeste per 2-1. La Fifa ha disposto che non si possa svolgere un altro Mundialito prima del 2030, centenario dei Mondiali. Chissà se ci sarà ancora Berlusconi al governo…

1. M. Novaro, La dittatura argentina, p.28.

2 H. Verbitsky, Il volo, p. 13.

3 Citato in G. Miglioli, Desaparecidos, p. 159.

4 Citato in G. Miglioli, Desaparecidos, p. 161.

5 H. Verbitsky, L’isola del silenzio, pp. 27-35.

6 I. Moretti, L’Argentina, pp. 66-68.

7 Citato in I. Moretti, L’Argentina, pp. 52-53.

8 V. Castronovo, Piazze e caserme, p. 153.

9 L. Sisti-G. Modolo, Il Banco paga, p. 203.

10 A.M. De Luca, Il golpista Massera.

11 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 125-126.

12 I. Moretti, L’Argentina, p. 79.

13 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 129.

14 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 131.

15 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 144.

16 Citato in M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, p. 145.

17 Citato in M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, p. 146.

18 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 146-147.

19 Citato in M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, p. 147.

BIBLIOGRAFIA MINIMA

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