L’epoca dell’azione collettiva

Paul Ginsborg, Storia d’Italia. Dal dopoguerra a oggi, Einaudi scuola, 1989

di Pina La Villa - sabato 24 gennaio 2009 - 3015 letture

Paul Ginsborg, Storia d’Italia. Dal dopoguerra a oggi, Einaudi scuola, 1989

L’epoca dell’azione collettiva è il titolo che Ginsborg dà ai capitoli in cui tratta del Sessantotto all’interno della sua ricostruzione della Storia d’Italia a partire dal dopoguerra.

Come nei maggiori paesi industriali, gli ultimi anni ’60 furono segnati in Italia da un’esplosiva contestazione studentesca, che mise sotto accusa il sistema scolastico, e con esso l’intero assetto capitalistico e la logica implicita del suo sviluppo. Le cause furono molteplici, sia interne che esterne.

“Si registrò allora un fenomeno nuovo per l’Italia novecentesca: lo schieramento a sinistra, in funzione di contestazione del sistema economico-sociale, di una parte considerevole dei ceti medi rappresentata appunto dagli studenti”

Avuto il suo apice nella primavera del 1968, il movimento degli studenti spostò la sua attenzione verso il mondo del lavoro e della fabbrica, ritenuti il nodo decisivo dello scontro anticapitalistico (ripresa delle lotte del 1960) Echi di questa straordinaria mobilitazione si ebbero, fuori dalle fabbriche, nelle caserme, nelle carceri e nelle lotte collettive per il diritto alla casa. La classe politica rispose con riforme tra loro diverse (regioni, Statuto dei lavoratori, divorzio, riforma della casa, riforma fiscale) accomunate dal tentativo di prendere atto delle richieste provenienti dalla società. Ma il governo non seppe elaborare un’adeguata politica economica, mentre gli imprenditori reagirono agli aumenti salariali esportando i loro capitali all’estero. In questo quadro si iscrive la strategia della tensione (una serie di attentati terroristici messi in atto nel dicembre 1969 che aveva l’obiettivo di destabilizzare e creare panico nell’opinione pubblica, favorendo richieste di normalizzazione e di ritorno all’ordine. Le elezioni politiche del 1972 registrarono non a caso un certo spostamento a destra). Il Sud, pur conoscendo significative trasformazioni, rimase luogo di sviluppo caotico, di permanente disoccupazione, di malavita organizzata. Le proteste (Ginsborg parla di quelle di Reggio Calabria) non riuscirono a rompere questo quadro.

La rivolta degli studenti, 1967-68a)

Le origini del movimento studentesco

Con l’introduzione della scuola media dell’obbligo estesa fino ai 14 anni, nel 1962, anche in Italia si è creata la scuola di massa. Mostra gravi lacune, ma apre le porte dell’università ai ragazzi del ceto medio e della classe operaia. Nell’anno accademico 1967-68 gli studenti universitari sono già 500.000 contro i 268.000 del 1960-61. Nello stesso periodo è raddoppiato il numero delle studentesse, che rappresentano però ancora meno di un terzo dei nuovi iscritti. Ma l’università, la cui ultima riforma risaliva al 1923, è già in avanzato stato di disfunzione. Nel 1968 le università di Roma, Napoli e Bari avevano, rispettivamente, 60.000, 50.000 e 30.000 studenti, ed erano state costruite per accoglierne 5.000. Vi erano pochi insegnanti universitari e raramente erano presenti in facoltà perché il loro obbligo lavorativo ammontava a sole 52 ore di lezione all’anno (per lo più i docenti svolgevano una doppia attività). La condizione degli studenti lavoratori è difficilissima, e sono la maggioranza. Vengono bocciati, ma essere bocciati agli esami non significa dover lasciare l’università. Nel 1966 l’81 per cento di quanti hanno un diploma di scuola media superiore entra all’università ma solo il 44 per cento riusce a laurearsi e anche con la laurea non c’è sicurezza del posto di lavoro. Oltre che da queste basi materiali la rivolta si nutre anche di ragioni di tipo ideologico, come il rifiuto dei valori dominanti nell’Italia del miracolo economico.(pensiamo a film come Il sorpasso, La dolce vita,...)

“Questo senso di rifiuto trovò un fertile terreno di crescita nelle minoranze che contestavano le due ortodossie dominanti in Italia, quella cattolica e quella comunista” (p. 234)

La Chiesa: il pontificato di Giovanni XIII aveva spostato l’accento sulle ingiustizie sociali e la lettera di Don Lorenzo Milani fu uno dei libri più letti. Dall’altro lato si andava manifestando una ripresa e aggiornamento del pensiero marxista, soprattutto attraverso la rivista «Quaderni rossi». I giovani intellettuali operisti erano pochi e le tirature delle loro pubblicazioni limitate ma ebbero un’”influenza sproporzionata sul movimento studentesco”. Esperienze diverse ma che avevano creato un comune retroterra ideologico in cui i valori di “solidarietà, azione collettiva, lotta all’ingiustizia sociale, si contrapponevano all’individualismo e al consumismo del capitalismo maturo” (p. 235)

“Questa rivolta etica ricevette ispirazione e identità politica” dalla congiuntura dei tardi anni sessanta: la guerra del Vietnam e il mito dei campus universitari in rivolta contro la guerra, “delle comuni californiane e della controcultura, del Black Power” (p. 236); la rivoluzione culturale in Cina nel 1966-67, “interpretata in Italia come un movimento di massa spontaneo e antiautoritario”; gli avvenimenti nell’America del sud, la morte di Che Guevara in Bolivia, nell’autunno del 1967, e “l’insegnamento dei preti rivoluzionari sudamericani, che cercavano di riconciliare cristianesimo e marxismo” (p. 236)

b) Il corso degli avvenimenti

La prima università ad essere occupata fu quella di Trento (analisi e rifiuto della figura sociale dello studente) , nell’autunno del 1967. Seguì la Cattolica di Milano (aumento delle tasse). Poi Torino, Palazzo Campana ( oltre che il progetto di riforma Gui, furono messi in discussione il contenuto dei corsi, i metodi di insegnamento, e gli esami). Dal dicembre 1967 al febbraio 1968 furono coinvolte anche le università più “addormentate delle province e del Meridione” (p. 237) e le scuole superiori. “L’occupazione dell’Università di Roma nel febbraio 1968 segnò per il movimento un punto di svolta” (p. 237)

c)I valori del movimento

Irriverente antiautoritarismo: (che investiva anche la famiglia, come nello slogan “Voglio essere orfano”). Disprezzo anche per le forze tradizionali della sinistra. Ma se i centri di potere erano sotto processo, cosa mettere al loro posto? Mito della democrazia diretta e diffusione delle comuni, “sebbene in n umero minore rispetto ad altri paesi europei. Movimento collettivista ma anche libertario. “Ciò valeva soprattutto per la sfera dei rapporti affettivi e sentimentali” (p. 239) obiettivo della liberazione sessuale.

“Il movimento rimase comunque improntato a valori prevalentemente maschili, e le studentesse che vi presero parte attiva vissero la loro esperienza con sentimenti contraddittori[...] Talvolta, in nome della liberazione, nascevano nuove forme di oppressione: la più rilevante fu l’obbligo alla libertà sessuale”(p. 239)

"Se è fuorviante etichettare il movimento, è probabilmente corretto connotarlo, in senso lato, come marxista. L’uomo a una dimensione di Marcuse, gli scritti di Mao, i testi del giovane Marx furono tra i libri maggiormente letti in quel periodo” (p. 239)

Su uno dei temi più spinosi, l’atteggiamento verso la violenza, Ginborg dice che quello del sessantotto fu unmovimento pacifico:

“fu la brutalità della polizia dentro le univ ersità a provocare una risposta dello stesso tipo. Sarebbe tuttavia fuorviante dedurne che si trattava di un movimento pacifista costretto a scegliere una posizione violenta contro la propria volontà.. La violenza fu invece accettata come inevitabile e giustificata, ed entrò quasi incontrastata tra i valori e le azioni del movimento” (pp. 239-240)

Da qui slogan come: Il potere nasce dalla canna del fucile, violenza contro la violenza, guerra no, guerriglia si.

Gli studenti sono decisamente contro il fascismo, che era stato il punto di riferimento politico dei genitori. “Il movimento aveva quindi un forte contenuto eversivo, perché sfidava direttamente il modello di modernità che era apparso in Italia negli anni precedenti”.

Gli studenti non erano esenti da difetti e basta per questo pensare a ciò che accade in molte assemblee. Ma soprattutto non cercarono mai di incanalare la protesta per ottenere dei cambiamenti. “La natura stessa della loro critica e della loro organizzazione – radicale, anticentralista, utopistica – non favoriva un loro possibile trasformarsi in gruppo efficace di pressione per le riforme”.

A differenza del movimento studentesco tedesco, aveva fiducia nella classe operaia, non pensava di poter fare da solo. E quindi nel 1969 il movimento si spostò verso le fabbriche.

Conclusioni

Gli anni della protesta si schiusero col sostanziale fallimento della prospettiva rivoluzionaria ma anche di quella delle riforme. (p. 232) Perché? La strategia e l’azione dei gruppi rivoluzionari che emersero nel 1968-69 costituirono una risposta inadeguata alla richiesta di direzione politica che proveniva dal movimento degli studenti e degli operai.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -