Vite sospese

Diego Novelli-Nicola Tranfaglia, Vite sospese. Le generazioni del terrorismo, Saggi, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007 (prima edizione Garzanti 1988)
di Pina La Villa - sabato 24 gennaio 2009 - 2495 letture

Diego Novelli-Nicola Tranfaglia, Vite sospese. Le generazioni del terrorismo, Saggi, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007 (prima edizione Garzanti 1988)

Pubblicato nel 1988 e ripubblicato nel 2007, il libro raccoglie le testimonianze e le storie di vita di 18 terroristi (sei donne e dodici uomini) che alla fine degli anni ottanta si trovavano nelle carceri “Nuove” di Torino. L’idea nasce da un seminario proposto dagli stessi terroristi che all’epoca scontavano lì la loro pena e si erano dissociati dalla lotta armata. Il seminario sarebbe servito a capire e a raccontarsi.Sostenitore del progetto e frequentatore dei numerosi incontri del seminario Diego Novelli, sindaco di Torino dal 1975 al 1982.

A condurre il seminario è lo storico Nicola Tranfaglia, che nella sua introduzione racconta nascita e struttura della ricerca e trae alcune conclusioni. Il saggio introduttivo ha per titolo: “Percorsi del terrorismo. Il ’68, i «i gruppi» e la crisi degli anni settanta". Il titolo è significativo, anche se poi Tranfaglia tiene, nelle conclusioni, a distinguere molto nettamente i tre momenti. Intanto però il titolo autorizza il discorso “Sessantotto uguale terrorismo”, che esprime una convinzione oggi diffusa, soprattutto attraverso i mass media. In realtà, ma questo è chiaro per chi legge tutto il saggio e le testimonianze, i terroristi di cui si parla non rappresentano un campione significativo di tutto il terrorismo ma di un’area “finora assai poco studiata” quella proveniente “dal dissolvimento di alcuni gruppi extraparlamentari (fra cui principalmente Lotta continua, Potere operaio, Unione dei marxisti-leninisti.). Con tutte i limiti del campione, è tuttavia possibile, per Tranfaglia, trarre alcune conclusioni.

La fonte consente sicuramente di conoscere non tanto gli avvenimenti quanto “la visione soggettiva che ne ebbero le generazioni cui i testimoni appartengono, essendone – questo è indubbio – una parte particolarmente partecipe e politicizzata” (p. 20)

Per affrontare il tema della continuità fra ’68, gruppi e terrorismo, è interessante intanto notare che nessuno dei testimoni “ha avuto nel ’68-69 funzioni di rilievo nel movimento degli studenti” (p. 23). Tranfaglia sostiene che non esiste frattura, nel loro vissuto, tra il ’68 e gli anni successivi. Ed è significativo, dice Tranfaglia, che è proprio nel ’68 che i testimoni di cui stiamo parlando interiorizzano quella sorta di «ottimismo rivoluzionario» che costituisce la lente sempre più oscura con cui analizzano l’evolversi della crisi italiana in tutti gli anni Settanta.

Per capire però la scelta rivoluzionaria (che è, dopo il ’68, solo in Germania e in Italia e non altrove. E su questo è utile riflettere, secondo me, se pensiamo che Germania e Italia hanno conosciuto il nazismo e il fascismo) occorre “guardare alle caratteristiche della situazione italiana rispetto a quella degli altri paesi dell’Europa e dell’Occidente”. L’esperienza del centro sinistra è conclusa nel ’68 con esisti deludenti sul piano economico. Lasciò intatta la rendita delle aree urbane, potenziò la spesa pubblica a scopi clientelari, puntando non alla riforma delle strutture amministrative dello stato, alla riorganizzazione industriale e alla ristrutturazione tecnologica dell’apparato produttivo, preferendo utilizzare ancora manodopera a basso costo. “Sul piano più propriamente sociale, le iniziative di riforma avanzate dalla coalizione di centro-sinistra vennero respinte (è il caso della legislazione urbanistica) o varate e applicate dalla compiacente burocrazia legata alla DC)”. Da qui l’esplosione del ’68 , nella ricostruzione che ne danno Ciafaloni e Donolo (in un saggio pubblicato nel 1969 nei «Quaderni piacentini» dal titolo La falsa cosceineza del movimento studentesco (p. 27) in cui già si sottolineano i motivi di crisi del movimento nella “vecchia cultura delle forze tradizionali della sinistra italiana”,- la falsa coscienza). e Peppino Ortoleva (Saggio sui movimenti studenteschi del 1968, Editori Riuniti, 1988) soprattutto quando parla di una “schematica sociologia del conflitto” nelle generazioni del sessantotto. Secondo Tranfaglia viene confermata dai racconti dei testimoni la diagnosi di Ortoleva, che si sia affermata cioé nel ’68, “un’interpretazione del marxismo in termini fortemente soggettivi e messianici”. “Ma quello che risulta con chiarezza dalla testimonianza pubblicata qui è soprattutto l’emergere di una soggettività giovanile che non accetta più l’autorità delle generazioni precedenti, il loro modo di essere rassegnati di fronte a un mondo che cambia a un ritmo troppo lento o appare addirittura impermeabile alle novità che provengono dal mondo e dalla cultura giovanili” (p. 31)

Ma per rispondere al punto cruciale - continuità o rottura tra l’esperienza del ’68 e l’esito terroristico successivo – occorre ricordare che “nel periodo 1969-1975 si scatenano nel paese, accanto alle prime azioni delle Brigate Rosse che culminano nel ’74 con il rapimento Sossi, un terrorismo di chiara matrice neofascista che compie stragi e attentati per la maggior [sic!] ancora oggi impuniti. In una ricerca condotta da Donatella Della Porta e Maurizio Rossi per conto dell’Istituto Cattaneo di Bologna e pubblicata nel 1984, attraverso un’analisi qualitativa e quantitativa delle azioni terroristiche compiute in Italia tra il 1969 e il 1982, si giunge a un’interessante conclusione su questo aspetto del problema”: gli anni tra il 1969 e il 1975 vedono la presenza pressoché esclusiva dei gruppi di destra. “Nel caso degli episodi di violenza, il peso dell’attività di destra è pari al 95 per cento tra il 1969 e il 1973, all’85 per cento nel 1974, al 61 per cento nel 1975. Più contenuta la presenza della destra quando si passa agli attentati rivendicati e a quelli diretti contro persone”, che però sono scarsamente diffusi in quegli anni e “non sembrano il prodotto di una maggiore propensione diffusa alla violenza, ma piuttosto della crescente strutturazione organizzativa dell’unica formazione veramente “stabile” nel tempo che il terrorismo italiano abbia prodotto, le Brigate Rosse”. La conclusione di Tranfaglia è che occorre dar credito alle testimonianze “che insistono molto non soltanto su una paura (che è spesso parossistica) dell’involuzione autoritaria dello stato ma anche sulla sensazione di un attacco scatenato dalla destra e da alcuni settori della classe dirigente contro le lotte studentesche e operaie che nel quadriennio successivo al ’68 hanno conseguito alcuni risultati provvisori e parziali ma pur sempre allarmanti per gli sviluppi che potrebbero avere”. (p. 33) La crisi politica italiana prosegue mentre si avvia la “risposta” violenta dei gruppi attorno al 1974-1975. Una violenza che ha funzioni difensive e si nutre di alcuni elementi di questa crisi: la proposta da parte di Enrico Berlinguer del compromesso storico, il progressivo scioglimento dei gruppi a sinistra del Pci, l”’irrompere di una crisi economica e sociale che ha molteplici cause” e che produce, fra l’altro “una crescita disordinata delle aree urbane governata da regole fortemente speculative” e una preoccupante disoccupazione giovanile

“Non c’è dunque da stupirsi se proprio la metà degli anni settanta[...]fa da spartiacque tra due periodi differenti. Di fronte al fallimento dell’ipotesi «partito a sinistra del PCI» [...]si realizza una vera e propria diaspora tra i militanti del vasto «movimento extraparlamentare». C’è una minoranza che vede la «lotta armata» come unica via d’uscita dalla crisi, dà nella sostanza ragione alla tesi delle Brigate Rosse (anche se non è d’accordo con i modi di conduzione e la concezione generale che sottendono alla linea di Curcio e Franceschini) ed è alla ricerca di una propria identità politico-militare. Ma c’è anche una maggioranza di militanti (tra i 18 e i 30 anni) che o rifluirà nel privato e nell’evasione orientaleggiante o si avvicinerà alle formazioni della sinistra storica archiviando la fase «movimentista».Altri ancora resteranno in attesa che la situazione cambi, che la crisi sia superata. E sarà un’attesa non breve. Di chi la responsabilità di un fallimento così amaro che seuge ad alcuni anni caratterizzati da speranze di mutamento sociale e culturale? Per Tranfaglia la risposta deve partire dalla crisi del centro-sinistra, anche se i fattori precipitanti si verificano nei primi anni settanta. E un fattore è la divisione della sinistra. Occorre inoltre considerare il dato della violenza. E qui viene ricordato il tema del servizio d’ordine di Lotta continua ma anche la teoria e la pratica dell’antifascismo militante (sempre Lotta continua). Ma, per capire le origini del terrorismo movimentista, “bisogna anche tener conto che incomincia a organizzarsi proprio quando Lotta Continua entra in crisi e non è più quindi in grado di svolgere, sia pure parzialmente, una funzione di indirizzo e di controllo dei gruppi più disponibili a passare alle armi” (p. 49).

Per riepilogare:

Gli itinerari dei terroristi di cui si racconta e che si raccontano nel libro, insieme ad altre fonti, “mostrano innanzi tutto l’impossibilità di separare con un taglio netto la contestazione studentesca e operaia dall’«ottimismo rivoluzionario» e dall’attesa di un redde rationem tra oppressi e oppressori e dalla storia successiva dei maggiori gruppi extraparlamentari. Ma quelle medesime fonti rivelano che non si tratta di un passaggio senza rotture, che la storia dei primi anni Settanta non è la pura e semplice prosecuzione dell’esplosione del ’68-69: ci sono passaggi, mediazioni, scelte successive, compiute da persone che spesso non hanno avuto nel ’68 un ruolo di punta o di rilievo, che insomma si iscrivono in una pagina nuova del conflitto sociale nell’Italia repubblicana. Quanto ai gruppi extraparlamentari è da sottolineare la contraddizione di fondo “, quella di cui abbiamo parlato sopra, del non aver continuato a svolgere una funzione di controllo, mentre dava frutti negativi la pratica dei servizi d’ordine e lo schema del conflitto.”A differenza dei brigatisti i militanti di Prima Linea prendono la strada della clandestinità solo quando è strettamente necessario, i livelli di segretezza e comparteimentazione, soprattutto nella prima fase che si conclude grosso modo con il caso Moro, sono scarsi e tali da favorire una serie di arresti a Torino e a Milano. In questo senso si può dire che la sconfitta politica di Lotta Continua ha lasciato orfani nel pieno della crisi ragazzi che facevano politica da anni a tempo pieno e che avevano negli anni precedenti praticato l’uso della violenza, sia pure in versione prevalentemente difensiva”.Tranfaglia però non manca di dire che a rendere possibile l’esito terroristico fu la crisi e il blocco della situazione economica e politica in Italia. Ma, per tornare alle testimonianze, prlando della provenienza dai vari gruppi delle persone che si raccontano, un altro dato appare interessante, guardando ai due gruppi di età – nati alla fine degli anni Quaranta o dei primi anni Cinquanta da una parte e i “ragazzi del ’77, nati intorno al 1958-60, dall’altra. Questi ultimi costituiscono le ronde e le squadre prima di essere promossi regolari in Prima Linea e “sono di gran lunga più numerosi dei primi. Rappresentano loro il fenomeno più vistoso della crisi degli anni Settanta: vengono da famiglie operaie e piccolo-borghesi a volte con una tradizione politica comunista o cattolica[...]hanno fatto la media unica e sono andati a frequentare in gran parte licei scientifici e istituti tecnici in una fase che è di grande crisi per gli insegnanti dopo il ciclone del ’68 e nelle loro testimonianze si avverte – salvo eccezioni – un’esperienza scolastica confusa, che influisce poco e male sulla loro acculturazione. Sono per molti aspetti i «fratelli minori» dei protagonisti del ’68, ne avvertono ancora qualche effetto ma non lo hanno vissuto e si trovano ad attraversare un tempo di disagio e di disorientamento, nella famiglia come nella scuola. La loro scelta dell’impegno politico si configura, in questa luce, come una scelta esistenziale, totalizzante in cui mettono molto, troppo verrebbe da dire, delle loro aspirazioni confuse che sono nello stesso tempo di diventare protagonisti del mutamento e di modificare una società in cui vivono male” (p. 56)

I racconti dei testimoni si raccolgono attorno ad alcuni moneti particolari della loro biografia: 1)L’ambiente familiare; 2) La socializzazione e le prime esperienze politiche; 3) Dalla violenza alla lotta armata; 4) Il carcere e la dissociazione. In Appendice notizie essenziali sulla biografia e le condanne dei 18 terroristi.


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