Il lato oscuro della forza

Augusto Illuminati Percorsi del ‘68 Il lato oscuro della forza; derive Approdi, 2008
di Pina La Villa - sabato 24 gennaio 2009 - 1863 letture

Augusto Illuminati Percorsi del ‘68 Il lato oscuro della forza; derive Approdi, 2008

“Never apologize, never explain.

"Mai chiedere scusa, mai giustificarsi. Nel ripercorrere gli anni sessanta e Settanta vorremmo restituire l’intreccio tra ribellione esistenziale, insorgenza politica e delirio musicale, marcare il lato oscuro e per ciò stesso creativo di quelle esperienze. Contro le ricorrenti richieste di condanna e autocritica riaffermiamo il nucleo positivo che sopravvive agli errori e alle sconfitte di allora".

Prologo in terra

“Questa è un’apologia del ’68. Ripercorso da un testimone smemorato, che non vi ha occupato alcun posto rilevante e dunque ha poco da giustificare o rivendicare sul piano personale, al massimo avrà combinato qualche pasticcio, come tanti. Persuaso nondimeno di aver preso parte, in un angolo, a un evento straordinario, di cui a fatica tenta di ricostruire l’insieme, come succedeva allo stendhaliano Fabrizio Del Dongo sperduto nella pianura fangosa di Waterloo. A quarant’anni di distanza abbiamo toccato il giusto mezzo fra il distacco storiografico dei posteri e la testimonianza sospetta dei coevi. I secondi, nella pluralità delle versioni e dei vissuti confermano, appunto, il dato che risulterà più rilevante per gli studiosi futuri: l’impossibilità di ricondurre la sequenza, che il nome ’68 riassume e semplifica, a un’unica linea temporale. Un bel problema di periodizzazione. L’apologia si scosta pertanto sia dall’assunzione autoindulgente di tutto quanto accadde nei due decenni Sessanta e Settanta sia dalla pelosa opposizione di un ’68 buonista a un ’77 criminale, correntemente certificata dalle Procure della Repubblica e dai quotidiani. Tutti hanno fatto il ’68 e più o meno hanno tirato uno spinello. Innumeri le loquaci deposizioni. Il ’77, invece, Dio ce ne scampi! Come se nel ’68 non ci fosse stata Valle Giulia, le azioni armate negli Usa, come se nel ’77 non fossero fiorite sedute di autocoscienza e idilli ecologici. Fra il 1972 e il 1976 si erano inestricabilmente annodati interventi, sigle, personale, tematiche che con comodo opportunismo vengono scisse sui versanti dell’utopia generosa e dell’infamia terrorista, addensandoli su due anni-simbolo. La pulsionalità espansiva e la segreta spinta all’autodissoluzione sono quasi inseparabili in tutti quegli anni e qui sta anche una delle chiavi per comprendere certe manifestazioni di violenza, che peraltro ci interessa criticare solo come difetti strategici. La coincidenza con la crisi del passaggio dal fordismo al postfordismo esalta la visibilità e nasconde la pluralità dei movimenti, mentre la continuità biografica dei protagonisti e narratori occulta la cesura con tonalità e problematiche degli anni successivi, diciamo brutalmente del XXI secolo degli auspicabili lettori. Meglio rinunciare a opporre i due congiunti flussi eterogenei e tracimanti da un decennio all’altro e constatare piuttosto il loro comune affievolimento e quindi la distanza con quanto di irrimediabilmente diverso verrà dopo: il presente che viviamo e le cui pratiche (dalla politica all’insorgenza e alla militanza) sono ben poco confrontabili. Ormai Palazzo Campana, Valle Giulia, corso Traiano, parco Lambro, sono «citabili» come Spartaco, Thomas Müntzer, Kronstadt, la colonna Durruti. Evocativi, da difendere con i denti, inutilizzabili. Second Life per delusi e nostalgici, spaventapasseri per rievocazioni mediatiche. Davanti a una scomposizione in correnti che si sovrappongono senza mescolarsi può darsi solo un’apologia di quanto è accaduto e sarebbe potuto accadere, un inventario di saldi e crediti rimasti aperti: per tenerne ferma l’impazienza, per non perdere lo stato d’eccezione intellettuale permanente che allora fu un dato politico e oggi potrebbe valere da approccio storiografico. Il punto prospettico è ambiguo perché non è il luogo né di una sconfitta netta né tanto meno di una vittoria, essendo poco plausibile marcare «giornate» risolutive e in genere vittorie e sconfitte. Che apologia non prenda il significato dell’equivalente inglese apology: scusa, giustificazione. Anzi: never apologize, never explain. Sterile è il pentimento, utile semmai la correzione. Tanto più che la vera frattura temporale non è fra ’68 e ’77, ma con gli anni seguenti, in cui contenuti e riti della politica italiana si sono dispersi – episodio minore entro il grande squasso degli equilibri internazionali e l’ascesa di inedite contraddizioni interimperialistiche. Ciò nonostante, le categorie con cui pensare il volgere di secolo sono ancora in buona parte quelle elaborate nel tormentoso guado fra ’68 e ’77.(Prologo in terra, pp. 15-17)


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