L’anno dei miracoli

Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. L’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, 1992
di Pina La Villa - sabato 24 gennaio 2009 - 2443 letture

Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. L’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, 1992

Lanaro dedica al sessantotto il capitolo dal titolo "L’anno dei miracoli" all’interno del contesto de "La grande trasformazione", e cioé i caratteri e gli effetti dell’industrializzazione negli anni del boom economico, da cui traggo solo qualche spunto non rintracciato altrove:

Le donne sono inoccupate, anzi soggette a un’espulsione soft da un mercato del lavoro che richede lavoratori “nel fiore degli anni” (da cui anche un aumento delle retribuzioni). La stessa scolarizzazione

“anziché derivare da un adeguamento alle nuove esigenze dell’apparato produttivo – si configura come un effetto e non come una causa dell’inoccupazione giovanile, trasformando la scuola in una gigantesca area di parcheggio dove non possono non allignare frutti avvelenati” (p. 243).

“la diminuzione del tasso di attività rafforza l’istituto della famiglia semi-nucleare, dove un solo membro percepisce regolarmente redditi da lavoro”(p. 244)

L’anno dei miracoli

I caratteri salienti del sessantotto vengono desunti per lo più dalle storie di vita raccolte da Luisa Passerini nel suo "Autoritratto di gruppo"(Giunti, 1988), anche se qui si tratta del fenomeno in generale, a livello europeo :

“la compartimentazione generazionale, il rifiuto di un aspere avulso dai bisogni di chi ne apprende i contenuti, il ricorso alle «tattiche perturbative», la giocosità che fece parlare Raymond Aron di carnaval estudiantin, le chaizze di cattolicesimo dissenziente e «rivoluzionario», l’antiautoritarismo che investe imparzialmente autorità scolastiche, clero, ceto poltico, borghesia, famiglie e funzionari di pubblica sicurezza, il desiderio di riappropriarsi della propria soggettività e di un «io» alienato e diviso, il forte spirito di amicizia e la spontaneità del collegamento fra gruppo e gruppo, il desiderio surrettizio di uno status proletario, la denuncia globale e senza appello del «sistema» di produzione, distribuzione e consumo dei beni” (p. 366)

Lanaro si chiede poi, retoroicamente, se esiste una specificità italiana del sessantotto. A giudicare dalle caratteristiche evidenziate no, ma se teniamo conto che la battaglia contro le istituzioni (comune) andava contro istituzioni diverse nei vari paesi allora qualche differenza c’era probabilmente. (ad esempio il ruolo intellettuali in Francia, a fianco del movimento, diversamente che in Italia).

Insite però sul carattere transnazionale citando l’analisi di Hanna Arendt. Delineato secondo quest’analisi, in Italia “il ciclo della protesta ha una durata brevissima: incomincia con l’occupazione della Sapienza a Pisa nel febbraio del 1967 , passa attraverso l’impossessamento da parte degli studenti di altre sedi universitarie nell’autunno-inverno successivo (Cattolica e Statale di Milano, Trento, Torino, Roma, Napoli), è già praticamente esaurito nella tarda primavera del 1968 e si spegne definitivamente il 31 dicembre dello stesso anno con la spettacolare e disperata manifestazione davanti alla «Bussola» di Marina di Pietrasanta, quando la polizia apre il fuoco per la prima volta e ferisce gravemente un dimostrante. La storia successiva [...] sarà contraddistinta dal rifluire di frange già precedentemente politicizzate in formazioni marxiste-leniniste o comunque di estrema sinistra, che criticheranno il «revisionismo» del Pci e cercheranno con alterna fortuna di dar vita a gruppi o «gruppuscoli» rivoluzionari”(p. 370) “Quando tramonta la stagione delle occupazioni finisce anche il ’68, o perlomeno quel fenomeno socio-antropologico in cui altrove ho creduto di ravvisare la «metafora [...] dell’aspirazione a un “civile” in sincronia con le smisurate potenzialità dell’”economico”» (Lanaro cita qui il suo L’Italia nuova) (p. 371)

Per quanto riguarda il sessantotto politico Lanaro osserva che va comunque analizzato, perché “al di là delle sue degenerazioni violente o settarie, in origine germoglia esso pure da un disagio che rinvia alle strozzature dello sviluppo economico e alla staticità del quadro politico”(p. 371)

Le agitazioni prendono le mosse dall’ostilità verso il progetto di legge 2314 (piano Gui). Mentre in Francia la risposta agli studenti da parte del governo fu immediata (Pompidou e Edgar Faure). in italia si propone allora il disegno di legge 612, ma le risse tra democristiani e socialisti fanno sì che non venga mai approvata. Solo alla fine del 1969 viene varata la legge n. 910 che liberalizza l’accesso all’università e autorizza a proporre piani di studio. “una normazione così monca e intempestiva” che “non può impedire che almeno fino al 1972 i cascami del ’68 dilaghino anche nelle sedi che erano state risparmiate dall’ondata iniziale, colorando le rivendicazioni di una tinta corporativa, utilitaristica e inutilmente arrogante che appare direttamente proporzionale all’esiguità delle forze.

I «pregevoli» documenti dei «giovani teorici » [...] configurano a loro volta situazioni e richieste molto diverse da luogo a luogo” (p. 372)

Dopo aver distinto nei documenti quelli finalizzati a una battaglia anticapitalistica più generale e quelli più moderati e legati ai problemi dell’università, Lanaro cita le Tesi della Sapienza e il saggio su Potere e Società uscito dall’Istituto di Sociologia di Trento; parla delle idee degli architetti del Politecnico di Milano, degli studenti della Cattolica. Tesi, comunque, le une e le altre, che non sopravvivono alla fine delle proteste. “quando le agitazioni si afflosciano e si esaurisce l’«anno degli studenti» [...] più che le analisi prolisse dei compitini teorici o i bollettini di guerra delle «assemblee permanenti» sopravvivono le nuove tecniche e i nuovi strumenti di comunicazione adottati nel vivo delle lotte, e che nel bene e nel male rimangono patrimonio delle femministe, degli operai «incazzati» e dei movimenti di protesta in genere: dal dazebao[...]al samizdat[...] dalla veglia notturna (spesso ravvivata da fiaccolate e prediletta dai giovani cattolici) al sit-in”(p. 374) “Molti, moltissimi «sessantottini» anonimi in quei mesi ritornano a casa, rientrano nella normalità, ristabiliscono un rapporto con la famiglia e con il lavoro. Ma non sono più quelli di prima” (p. 374)”c’è naturalmente anche chi – e si tratta di una minoranza consistente – di ritornare a casa non vuole nemmeno sentir parlare. Persuasi dalla scoperta del «si può» che si può ben fare anche la rivoluzione, rovesciare il «sistema», sconfiggere l’imperialismo («tigre di carta», come d’altra parte la borghesia), gli elementi estremisti trovano inopinatamente una chance che li aiuta ad uscire dal vicolo cieco in cui sono finiti con l’esplosione nel 1969 delle grandi lotte per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici” (p. 377)

Lanaro a questo punto rievoca gli eventi del 1969, l’autunno caldo, con le tecniche e i “suggeritori” provenienti dal movimento studentesco. “Ma prima di ogni altra cosa – prima ancora di denunciare come «bidoni» tutti gli accordi sindacali – la «nuova sinistra» tiene cattedra di marxismo-leninismo” (p. 379). L’idea di Lanaro è che la nuova sinistra sia responsabile del “corrompimento di un moto che era sorto da istanze classicamente modernizzatrici” (p. 379) Del resto, dice Lanaro, se gli studenti si intruppano nelle formazioni marxiste-leniniste non è perché si imbattono finalmente nella classe operaia in carne ed ossa, ma perché non è mai esistita in Italia un embrione di società aperta e pertanto il conflitto è stato sempre pensato in termini di lotta di classe. Si è molto discusso, per spiegare l’estremismo della nuova sinistra, sul blocco del quadro politico, il bipartitismo imperfetto, il revisionismo del pci, ma non si è mai “posto l’accento sullo scotoma idiomatico di cui soffre chi vive in un paese privo nel lungo periodo di tradizioni liberali, e dunque costretto ad articolare le proprie concettualizzazioni ( e le proprie azioni) a seconda di quanto gli offre il mercato delle idee e dei linguaggi”

assumendo tratti anarcoidi e plebei. “se a ciò si aggiunge che una secolare tradizione cattolica ha generato nel migliore dei casi una doppia cittadinanza e una doppia fedeltà, e nel peggiore uno scarso senso dello stato come presidio dell’organizzazione civile, si può capire ancora meglio perché con le spinte «rivoluzionarie» aggalli un sedimento di asocialità acuito dal benessere economico. ”

Oltre a ciò occorre anche considerare, per capire l’esistenza dei gruppi dopo il 1969, il ruolo che verrà loro assegnato dallo stragismo, con l’emergere dell’antifascismo militante che accelera la militarizzazione dei servizi d’ordine di Lotta Continua e Potere operaio.

“Nel frattempo l’arcipelago femminista agita problemi tipici del capitalismo maturo e si riappropria in spirito di continuità di una delle più feconde intuizioni del primo ’68: l’idea che solo attraverso una mobilitazione collettiva è possibile soddisfare i bisogni della sfera privata” ( p. 383)

Segue una chiara e sintetica descrizione delle sigle del femminismo e di ciò che le accomuna e li distingue dalla nuova sinistra all’interno della quale nascono. Vantaggi del femminismo: urgenza e autonoma trasformazione dei costumi fanno si che, malgrado le leader e gli errori dovuti allo stato nascente, alcune conquiste diventino irreversibili (p. 385). Tuttavia anche il femminismo, così come la rivolta degli studenti e quella degli operai, nonché della stessa nuova sinistra, vengono accomunati per Lanaro dalla specifica mancanza di libertà della tradizione politica italiana, in cui un ruolo peggiorativo svolge la Chiesa. Esse “hanno represso oltre misura ogni desiderio di «felicità possibile»” per cui “non si poteva probabilmente evitare che” la libertà “si facesse largo a colpi di cannone. E nemmeno che si trascinasse dietro bande di irregolari con il fuoco nella mente” (p. 386) .


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