Nell’inverno del 1968 il movimento degli studenti dilagava

Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi
di Pina La Villa - sabato 24 gennaio 2009 - 2390 letture

Il ’68 di Rossana Rossanda, da La ragazza del secolo scorso, Einaudi

"Nell’inverno del 1968 il movimento degli studenti dilagava e dilagavano le tesi di Pisa e Trento e Torino – meno fascinose degli slogan fulminanti che a maggio avrebbero coperto i muri di Parigi. Gli atenei vomitavano chilometri di ciclostilati, ardenti e scritti per l’eternità, senza indicazione di luogo e di data, difficili da situare quando mi vengono in mano nel mio peregrinare di casa in casa. Non polemizzavano con il PCI, e quando alla Democrazia Cristiana non gli veniva neanche in mente. Il nemico era “il sistema”, miravano alto. Avevano qualche idea di Marx, ignoravano Gramsci o Korsh o Lukàcs, le loro icone erano Lenin e Mao, ma soprattutto Ho Chi Min e Guevara. Ma parevano avere succhiato il latte dei francofortesi per la critica radicale della società omologante dei consumi – nel nostro 1968 Marcuse fu il più letto, mentre nell’aprile di quello stesso anno, un mese prima dell’esplosione, nella Parigi intellettuale non se ne aveva ancora idea. Del resto in Francia non conoscevano neanche Adorno, strana Europa. Comunque Marcuse spostava il soggetto rivoluzionario dalla classe operaia, in nome della quale continuavano a parlare i tiepidi partiti della sinistra, a un soggetto non più proletario e progressista ma marginalizzato e antisviluppista; gli studenti se ne sentivano fratelli, massa acculturata e deprezzata che non poteva né desiderava diventare la nuova leva dirigente dell’ordine dato. Così stupefacente apparve quella rivolta dei figli – figli in senso proprio, quelli che erano stati mandati a studiare – che governo e media restarono sulle prime imbambolati. Ci sarebbe voluto oltre un anno per mandare la polizia a sgombrare un’università. Anche i poteri forti tacquero, mentre la prima controparte, il corpo docente, l’accademia si sentì presa in mezzo e latitò. A Torino un professore si uccise. Questa lava si rovesciò sul PCI come fosse Pompei. Dapprima non apparve devastante, le aprirono le porte delle federazioni e misero a disposizione ciclostili e telefoni, poi cominciò a inquietare. Non che il PCI si sentisse insultato, non lo era, era ignorato, cosa che lo infastidiva assai.

Le manifestazioni sul Vietnam erano sempre meno controllabili: lo slogan con il quale partivano i cortei, “Pace al Vietnam”, diventavano subito “Fuori gli americani dal Vietnam”; i cortei iniziavano composti e si rompevano in improvvisi cambi di itinerario che puntavano sull’ambasciata degli USA. Ci furono i primi scontri con i cordoni degli agenti, non ancora blindati, davanti ai quali sciami di giovanissimi avanzavano e arretravano per le strade del centro di Roma, disperdendosi e riaggregandosi in tumultuose apparizioni e sparizioni. L’ambasciata degli Stati Uniti era la più appetitosa per quel ribollire fra giocoso e beffardo che rompeva con le manifestazioni fino ad allora. Sentii la differenza fra l’avere quarant’anni invece che diciotto mentre cercavo di tenere dietro ai ragazzi che scattavano sulle scarpette di gomma, allora inabituali in città, perfette per dilieguarsi e riapparire sui sampietrini romani mentre la Celere doveva arrancare sui pesanti scarponi che intenerirono Pasolini: non ce la facevano a stare dietro a quei ragazzi neanche i nostri più ragionevoli piedi.

Del maggio francese si dovrebbe parlare con serietà, quasi solennemente, perché sia chi lo apprezza sia chi lo detesta non nega che abbia costituito una cesura storica. Quel che in Italia s’era affacciato da un anno e in varie città sfavillò da Parigi nel mondo, divenne un simbolo e produsse i suoi simboli, mentre sui muri fiorivano le parole d’ordine che restano ancora oggi nella mente come da nessun altro movimento del secolo – la lingua, la tradizione intellettuale, contarono non poco in quell’esprimersi fusionale. Ci precipitammo nel quartiere latino, sospeso e per niente terrorizzato. Tutti parlavano con tutti. C’erano ancora scontri con la polizia, ma non sanguinosi come nel nostro decennio seguente, e volò qualche pavé. Ma nessuna rivolta fu meno sinistra del 1968, più decisa e ridente, come se ogni cosa fosse a portata di mano, anzi già conquistata. La prima sera la passammo all’Odéon, schiacciati come sardine, commossi da quel prendere la parola di tutti, non solo dei gruppi in formazione ma di singoli, gente che non lo aveva mai fatto, che per la prima volta parlava di sé al mondo, spesso con fatica. “Lasciatelo parlare” era il grido quando qualcuno si dilungava o inciampava in se stesso, affannato nel dire la sua fatica e solitudine. Dolore di essere solo, e stupore felice di essere finalmente con altri, anzi con tutti. Non c’erano maestri, non ne sentiva il bisogno quella folla di giovani e meno giovani – perché all’Odéon entravano tutti, anche il passante o l’ultimo marginale. La Francia o tace o grida, o dorme o sta sulle barricate – il movimento che si produsse nel 1996, trent’anni dopo, avrebbe ritrovato per molte settimane questa fraternità che in Italia non ho conosciuto.

I giovani erano già perduti (si riferisce alla politica del PCI, dove la Rossanda era dirigente, ndr). Era troppo facile vedere quanto fosse fragile quel sollevarsi di una generazione che non si opponeva, come noi, alla “reazione” ma all’intera architettura del sistema capitalistico – noi dicevamo diritto allo studio, loro davano l’assalto alla scuola come formatrice del consenso, noi dicevamo diritto al lavoro, loro volevano la fine del salariato, noi volevamo più giustizia distributiva e loro se ne fregavano dei consumi. Il mondo gli era apparso di colpo come era, come chi aveva appena annusato Marx sapeva che fosse. Era la prima ondata che contestava il progressismo. Finché durò l’eruzione studentesca il PCI non aprì bocca. Si cacciò in un angolo inarcando il dorso come un gatto sotto il temporale. Quando qualche anno dopo ne avrebbe veduto le derive minoritarie violente non si chiese niente, non si rimproverò un’omissione, si felicitò con se stesso e passò dalla parte dell’accusa.

Il movimento del 1968 non ne fu coinvolto (l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’URSS, ndr). Aveva già lasciato alle spalle l’universo comunista, stati e partiti. Le notizie di sciagure che ogni tanto arrivavano dall’est classificavano quelle società come caserme. I sessantottini erano libertari, antiborghesi, antistema, anticapitalisti e antimperialisti. Ogni tanto acclamavano Lenin, Rosa Luxemburg (pochi), Ho Chi Mihn e Mao (di più), ma non erano che simpatici simboli. Si trattava di battere il potere, anzi i poteri esistenti da noi, e gli parve a portata di mano, sarebbe seguito alla presa di coscienza, stava già nella presa di coscienza – che cosa era stato, o sarebbe stato, il tentare una società diversa non si domandavano. Le loro passioni e le loro condanne erano ardenti e approssimative, e salvo una simpatia per gli anarchici, le forze politiche non entrarono mai nelle loro riflessioni.. Le autogestioni erano diffuse e confuse. Il saggio di Guido Viale Contro l’università sui Quaderni Piacentini, che aveva dato fuoco alle polveri, è convincente tutt’ora, ma la domanda in che potrebbe consistere una diversa trasmissione dei saperi, quali saperi, e perché e come, restò senza risposta per incapacità delle parti. Più tardi il 30 per tutti entusiasmò i ragazzi, terrorizzò i professori e non cambiò nulla. Nell’inverno del 1969 cominciarono a organizzarsi i gruppi che si definirono extraparlamentari. Erano nati dal sensato bisogno di darsi un’analisi, una tesi e una linea di azione non limitate alle manifestazioni. Ma la scuola essendo un tassello del sistema, subito la sua riforma o il suo rivoluzionamento – era questione di linguaggio – passarono in secondo piano. I gruppi furono politici a tutto campo, Avanguardia Operaia era il più riflessivo, Potere Operaio il più colto, Lotta Continua il più diffuso portatore del rifiuto, del “tutto e subito”, i marxisti-leninisti filocinesi si divisero rapidamentem in due. Contro era il denominatore comune, e aveva le sue ragioni. I gruppi extraparlamentari non riuscivano a darsi una pratica molto diversa dai partiti, salvo rieleggersi un capo carismatico su una base fluttuante. I controcorsi universitari sbatterono sullo scoglio di quel che andava preso e quel che andava rifiutato della cultura passata: mai il problema fu più appassionatamente posto e se ne disegnò così poco una traccia di soluzione.

Nulla sarebbe stato più come prima per quella generazione finché non si trovò fuori dalle aule: e fuori nutrì più il rancore della sconfitta che il tentativo di raddrizzare una rotta perduta. La riflessione su quel totale cambiare di segno del mondo restò sospesa salvo in pochi, e in altri restò come una qualità umana diversa nella professione o nel volontariato, più attenta all’altro, e del tutto separata dalla politica. Ma la continuità con il Novecento rimase spezzata per sempre, nel suo raffreddarsi la lava bollente diventò pietra, ed è ancora oggi più maledetta che esplorata.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -