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Il duro mestiere dell’uomo bianco (ma qualcuno deve pur farlo)

Quando le sorti umane ridenti e progressive incontrano l’uomo bianco. Ovvero: quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile...

di Sergej - lunedì 6 novembre 2023 - 473 letture

Nel film di Martin Scorsese, “Killers of the Flower Moon” (2023), si parla di lupi [1], e della vicenda della tribù di amerindi che, arricchitisi con il petrolio divennero presto preda dall’avidità dei bianchi corruttori, oggetto di raggiri e di uccisioni varie: insomma, presto fatti fuori dal “sistema” dei bianchi. È una vicenda che in realtà si ripete spesso, con varianti ma strutturalmente simile. Da una parte c’è un gruppo di “non ancora contaminati” dalla modernizzazione, dall’altra il cinismo della modernizzazione stessa che non guarda in faccia niente e nessuno. Davanti alle capacità corrosive della modernizzazione - europea prima e poi anche statunitense, insomma “occidentale” -, poche le realtà che hanno saputo resistere.

Si pensi in tempi recenti alla vicenda della Libia di Gheddafi: un piccolo popolo che poteva contare su una immensa ricchezza che permetteva di vivere un “socialismo” interno invidiabile: università e luce gratuita, welfare, agevolazioni varie ecc_. È bastato il convergere degli interessi “occidentali” perché tra defezioni interne e attacchi esterni, si riuscisse a eliminare la “macchia nera” rappresentata da Gheddafi, senza che nessun Paese islamico fiatasse.

Nonostante il benessere interno, nonostante anche l’orgoglio che questo poteva consentire e dunque anche l’adesione al proprio Paese e al sistema politico esistente, nonostante tutto questo c’è stato tra i libici chi ha aiutato la distruzione personale di Gheddafi e del sistema sociale. Gli “uomini bianchi” trovano sempre qualcuno disposto a tradire. Non che Gheddafi fosse un Gesù, ma è una storia che si ripete.

Nella savana ogni mattina la lepre si sveglia e sa che dovrà correre più veloce che può per non farsi prendere dal leopardo; nella realtà umana c’è sempre qualcuno della nostra tribù che si fa accalappiare dall’ “uomo bianco”, e ne basta anche uno solo perché tutta la tribù sia destinata ad essere annientata. Sia che l’uomo bianco utilizzi l’aqua ardiente, sia che ti venda coperte contaminate con il virus del morbillo…

La storia “occidentale” è una storia di continui massacri, finalizzati all’impossessarsi di ricchezze da parte di popolazioni a quanto pare unicamente interessate a rubare agli altri per poi spartire, e al proprio interno dilapidare ricchezze e rubarsele poi gli uni con gli altri, perderle al poker o per un giro di dadi.

La metafora individuale di chi gioca alla lotteria, vince, pensa di aver finalmente colto l’opportunità di cambiare vita essere felice ecc_ e invece vive una vita grama che gli fa perdere tutto, ingannato come un pollo, vede la sua fortuna presto dissipata. C’è qualcosa di losco e negativo, che si ripete sia nell’esperienza individuale che in quella dei popoli. Ha a che fare con il denaro "frutto del diavolo", o semplicemente è un virus insito nell’uomo bianco? Cosa è il "fucile" davanti cui qualsiasi uomo con la pistola è destinato a perdere?

La Cina dopo una prima resistenza divenne preda delle potenze occidentali, e solo dopo la chiusura maoista ha ripreso un processo di sviluppo. Il Giappone è riuscito a chiudersi, per poi aprirsi e conquistare una propria autonomia industriale ed economica: forse uno dei pochissimi Paesi a essere riuscito a sopravvivere al contatto con gli europei. Per il resto non si hanno notizie, per quanto ne so, di Paesi che siano sopravvissuti al contatto con gli “uomini bianchi”. Decisamente sfortunato un qualsiasi abitante del pianeta, ogni volta che ha incontrato un bianco: o veniva contagiato dalle malattie che costui portava con sé, oppure veniva ucciso e depredato, o raggiato e depredato. I bianchi hanno portato sfortuna al resto dell’umanità.

C’è tuttavia una cosa che vale la pena sottolineare, a partire da un articolo di Carlo Formenti [2]. Formenti in questo articolo parla molto bene del libro di Arrighi, “Adam Smith a Pechino”. Scrive Formenti:

Nelle prime pagine Arrighi esorta a “prendere più sul serio la sociologia economica dell’economia”. Di conseguenza, il suo approccio all’analisi del mondo contemporaneo segue la via tracciata da autori come Fernand Braudel e Karl Polanyi, i quali hanno spostato il piano dell’analisi del capitalismo dall’economia “pura” alla sociologia, alla storia e all’antropologia culturale. Ma soprattutto Arrighi sovverte l’interpretazione “canonica” delle teorie di Adam Smith: costui, scrive, non fu solo l’apologeta del mercato autoregolantesi, ma anche colui che auspicò l’esistenza di uno Stato forte, senza il quale non si danno le condizioni di esistenza del mercato. La sua idea di fondo era che i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo. Questo è uno dei motivi per cui Smith ammirava la Cina. Nel 1776 scriveva infatti che la Cina era più ricca di qualsiasi Paese europeo grazie al carattere “stazionario” della sua economia, cioè grazie al fatto che, pur non essendo mossa dalla spinta all’accumulazione illimitata, aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica; ma soprattutto Smith definiva “naturale” questo tipo di sviluppo, basato sull’agricoltura e sul commercio interno, contrapponendolo allo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero, a suo avviso meno favorevole all’interesse nazionale.

Partendo da questa contrapposizione, Arrighi critica la tesi marxista che vede nello sviluppo capitalistico il modello da cui il mondo intero dovrà passare, prima di riuscire a liberarsene. Se si accetta tale tesi, lo sviluppo che Smith definisce “naturale” non può sopravvivere in un mondo in cui si sia diffuso lo sviluppo “innaturale” delle nazioni capitalistiche europee. Marx era infatti convinto che il mondo intero fosse destinato ad appiattirsi sul modo di produzione capitalistico: ogni altra formazione sociale era destinata a “sciogliersi” non appena fosse entrata in contatto con il mercato capitalistico. L’irresistibile potenza distruttiva della via “innaturale” (per usare la terminologia di Smith) era frutto dell’intensa competizione fra nazioni europee che aveva generato un mix unico di capitalismo, industrialismo e militarismo, unitamente a una superiorità tecnologica destinati ad annientare la resistenza delle altre nazioni. Eppure, scrive Arrighi, l’appiattimento “globalista” previsto da Marx non si è realizzato: esistono culture, tradizioni, modelli di relazioni sociali, forme di vita non solo hanno resistito ma, sfruttando la crisi del modello neoliberale, hanno generato modelli di sviluppo alternativi a quello dominante, fondati sul mercato ma non capitalistici, di cui la Cina rappresenta l’esempio più significativo.

Formenti continua (rimandiamo i nostri lettori all’articolo di Formenti) soprattutto per evidenziare che occorrerebbe, nel caso della Cina e di altri Paesi, parlare di “socialism oriented”. Che è un discorso piuttosto friabile. Come dire: il comunismo si è rivelato impossibile, un’utopia messinistica; anche il socialismo non è di questa terra. L’unica cosa che possiamo fare al mondo è cercare di creare Paesi che siano “orientati” verso il socialismo. Che è poi la direzione socialdemocratica di fine Ottocento, quella che del socialismo non riuscì a raggiungere neppure l’odore. Perché a lottare per ottenere “il minimo” sindacale non si riesce a ottenere nulla - e qualsiasi “trattatista” lo sa. Formenti evidentemente non conosce l’arte della trattativa. È solo quando si pone sul piatto della bilancia il massimo che si ottiene il minimo; se si parte con il minimo, non si ottiene nulla.

Il corollario di questa visione “debole” della politica e dell’analisi storica, è che persino i Paesi capitalistici, a guardare bene, sono tutti “capistalistic oriented”. Non ce n’è uno che sia “davvero” capitalistico, neppure gli Stati Uniti sono davvero totalitariarmente e totalisticamente “capitalistici”. Il problema è nell’ordine delle idee, (astratte) che non ammettono sfumature, in cui esistono solo le definizioni senza sfumature - mentre la realtà è per forza di cose non solo varia, ma sfumata e sempre insufficiente. Di “quale” capitalismo stiamo parlando, e di “quale” socialismo? Forse converrebbe cominciare a capire che il mondo delle astrazioni genera analisi della realtà inconsistenti. Ritrovare le ragioni di una analisi “scientifica” e non filosofica forse aiuterebbe meglio a individuare le vie del nostro “che fare” politico. Una delle cose che comprendiamo oggi, e non è necessariamente una buona cosa, è che la varietà del mondo significa anche una varietà di permanenze, punti di resistenza e di specificità, diversità (che sono allo stesso tempo ricchezza ma anche motivo di scontro, specie se sono il portato di un momento regressivo e non progressista della storia) - il capitalismo è innanzitutto opportunismo, ed è stata una delle sue capacità quella di riuscire a impiegare ceti e caste anche provenienti dal più arretrato villaggio del più arretrato Paese, assimilandolo e utilizzandolo al proprio interno, rafforzando il sistema stesso, permettendo il turn-over con qualsiasi cosa potesse alimentare la “macchina” capitalistica: che fosse un Rockefeller Rothschild o un qualsiasi malavitoso arricchitosi uccidendo i parenti (ogni allusione alla tradizione familiare italiana delle “grandi famiglie” è casuale); “pecunia non olet” -, ed è questa diversificazione sociale e persino “temporale” al proprio interno ciò che rende quasi ogni Paese una cosa a sé stante. Oggi tendenzialmente raggrumati attorno a oggetti chiamati “potenze regionali”, “Stati continentali”, “democrazie imperiali”: India, Cina, Brasile, e via dicendo, i BRICS insomma più gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il Giappone e gli “occidentali”. Ognuno di questi imperi continentali si è raggrumato grazie a un misto di modernizzazione (dunque il piegarsi a quell’evento esterno che è stato il contatto con l’espansionismo occidentale) e il recupero di identità e fattori endogeni. Una “resistenza” del pre-esistente che si è dimostrato più coriaceo del “nuovo” del mantra/mannaia del capitalismo e dell’industrialismo. In questo quadro anche la sudditanza, all’interno del mondo “occidentale” dei Paesi cattolici in realtà cova una dissidenza rispetto al dominio capitalistico che indebolisce il fronte capitalistico stesso che grazie al suo opportunismo ateo riesce a “bruciare” anche ciò che potrebbe dissolverlo. Sono fattori endogeni di crisi che covano, che possono riemergere laddove per ora sono recessivi. Che minano, assieme ad altre permanenze endogene e recessive, la visione di un capitalismo fieramente dominante. Il capitalismo domina, ma non è totalitario, vuole esserlo ma “sotto ci cova” e c’è chi rema contro. Ma chi apparentemente rema contro, non sta solo preparando un “cambio della guardia” a un sistema che così come ha utilizzato la “rivoluzione” termodinamica di fine Settecento ora sta utilizzando la “rivoluzione” digitale di fine Novecento? I venditori di oppio dell’Ottocento e i venditori di armi di questi anni?

Finora le differenze sono state utilizzate dal sistema ex capitalistico (passando da un’economia mercantilistica, a una commerciale, e poi industriale, e ora finanziaria) per oliare la “macchina” del dominio. Al proprio interno esiste la casta abbigliata con l’abito tradizionale della tua stessa etnia; quando ci si incontra fuori non esistono più gli abiti ma solo le strette di mano tra “gentleman” che “fanno solo affari”, nel “vantaggio reciproco” ove possibile. La dialettica locale/globale è stata una delle tante cose utilizzata proficuamente dal sistema.

Sono le permanenze che danno le specificità regionali, e che costituiscono un punto identitario su cui i nuovi imperi formano la base del proprio differenziarsi rispetto agli altri, schierano i propri gruppi dirigenti nella lotta (e dunque nel conflitto, nella guerra che cova) per ora strisciante. Il nemico comune unisce, ma non appena il nemico comune sarà sconfitto o le cose si evolveranno in maniera diversa le cose cambiano… e ciò vale sia per il gruppo di interessi coagulato in quello che chiamano “occidente” che per coloro che variamente sono stati identificati come parte dei “brics”. Equilibri dinamici fragili in via ribollente di cambiamento. E noi siamo proprio nel fondo della pentola.

[1] Vedi: Leonardo Persia, in: L’Antidiplomatico. Ma vedi anche Francesca Monceri, su: Girodivite, e: Eileen Jones, Gli assassini della terra rossa, in: Jacobin Italia.

[2] Vedi: Socialismo del secolo XXI, 29 ottobre 2023.


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