“Attilio è stato ucciso due volte”: intervista a Gianluca Manca
"In tutta questa vicenda mi sono affidato alla giustizia, così come un bambino si affida a un genitore. E mi ritrovo, a distanza di vent’anni, abbandonato da questo genitore all’interno di un bosco"
Avevo già incontrato Gianluca Manca, il fratello di Attilio, l’urologo siciliano morto, in circostanze tutt’altro che chiare, nel febbraio 2004. Qualche anno fa, esattamente nel febbraio 2020, Gianluca era al liceo artistico torinese “Renato Cottini”, per raccontare all’uditorio di docenti e discenti la vicenda complessa che riguardava suo fratello.
Dopo cinque anni e mezzo, ho modo di intervistarlo, in streaming, di riprendere le fila di un discorso che, da vent’anni a questa parte, ha coinvolto lui, sua mamma Angelina e il babbo, Gino, scomparso due anni fa. Coinvolto in tanti sensi, a partire dall’isolamento che hanno dovuto subire dopo la morte di Attilio e, soprattutto, dopo che quella morte è stata ritenuta, dalla magistratura, la conseguenza di un suicidio per overdose. Isolamento e pressioni che perdurano, se, a distanza di decenni, Angelina ha dovuto seguire Gianluca in Veneto, a causa di sostanze venefiche che venivano gettate nel suo giardino a Barcellona Pozzo di Gotto. Coinvolti in un’inchiesta che Gianluca definisce blanda, come si avrà modo di leggere nell’intervista integrale allegata al presente articolo.
Blanda e densa di buchi, carenze, anomalie. A partire da un vice-questore, Salvatore Gava – quello del falso verbale al G8 di Genova in cui denunciava la presenza di molotov inesistenti –, che dichiarava, dopo aver visionato i registri del personale sanitario dell’ospedale Belmonte di Viterbo, dove Attilio lavorava, che, in un determinato periodo, il giovane urologo era presente al nosocomio. Il periodo è quello in cui un latitante, non uno qualunque, ma Bernardo Provenzano, si faceva visitare e operare di tumore alla prostata in Francia. Bene, a disconfermare le asserzioni di Gava ci ha pensato la troupe di “Chi l’ha visto”, che ha rilevato, invece, che Attilio, in quel famoso lasso di tempo, era assente da Belcolle.
Buchi e anomalie, s’è detto. Un collaboratore di giustizia ha affermato che il boss era stato operato da un urologo siciliano, ma, dopo vent’anni, ancora non si sa chi fosse quell’urologo. Diteci che non è Attilio e noi ci faremo da parte, afferma Gianluca. Chiedete a Gava perché è stata sottoscritta un’affermazione non veritiera e noi ci convinceremo che non si è trattato di un’inchiesta blanda. Spiegateci come mai un suicida, mancino, si è iniettato con estrema precisione nel braccio sinistro due dosi di eroina, rimettendo tappo e copri-stantuffo a posto, deviandosi il setto nasale, procurandosi delle ecchimosi, a pochi giorni di distanza da una telefonata alla madre in cui parlava del possibile acquisto di una casa; spiegatelo e noi smetteremo di cercare altre verità.
Con grande pacatezza, non scevra da una dose di trattenuta amarezza, Gianluca snocciola una vicenda che lo ha strappato all’ingenua visione che aveva del mondo prima di quel febbraio 2004; quando, afferma, riteneva che due più due non potesse che fare quattro. Ora, i contorni della realtà appaiono più slabbrati ai suoi occhi, bene e male, buoni e cattivi si mescolano, il mondo cessa di essere edulcorato e s’accampa più urticante, le istituzioni – non tutte, certo – paiono meno rassicuranti. L’amarezza più grande, confessa con onestà non priva di coraggio, è essermi affidato alla giustizia, «così come un bambino si affida a un genitore. E mi ritrovo, a distanza di vent’anni, abbandonato da questo genitore all’interno di un bosco. Ecco come mi sento».
In un bosco, solo, senza un fratello, che non era solo un congiunto, ma un amico; «forse, è riduttivo chiamarlo fratello», afferma. Perché il giovane Attilio era un confidente, un compagno d’avventure, una figura che s’accampava in tutta la sua estrosa giovialità, capace di stare al centro della scena, brillante, colto, carismatico. Una brillantezza che aveva trasferito pure nella professione, primo in Italia a operare di prostatectomia radicale, pratica che aveva appreso in Francia, ossia una tipologia di intervento in grado di operare un tumore per via laparoscopica, attraverso un robot munito di due braccia meccaniche.
E questa sua competenza professionale è alla base, nelle ipotesi di Gianluca e dei suoi familiari, della vicenda che lo avrebbe portato al cospetto del latitante, Binnu u tratturi. Un’ipotesi che si fonda anche sulla centralità assunta da Barcellona Pozzo di Gotto in quegli anni, quando la cittadina messinese aveva costruito una larga trama di relazioni mafiose e non solo, era stata luogo di passaggio di latitanti del calibro dello stesso Provenzano, di Gerlando Alberti Junior, di Nitto Santapaola, è il luogo di nascita di una figura cerniera tra mafia e centri di potere esterni a Cosa nostra, ossia Rosario Pio Cattafi. Attilio sarebbe arrivato al cospetto di Provenzano – che si presentava sotto le spoglie dell’anonimo vecchietto Gaspare Troja – come merce di scambio, come abile urologo in grado di risolvere la patologia del boss in cambio di prebende per la cittadina messinese e per i volenterosi amici, mafiosi e non, di Zu Binnu.
Attilio, a detta di Gianluca, potrebbe aver scoperto che non c’era nessun vecchietto, nessun Gaspare Troja. Potrebbe aver detto a qualcuno della sua intuizione, della sua scoperta, del suo sospetto e ciò potrebbe averne decretato la condanna a morte. Troppo pericoloso un testimone brillante, una scheggia impazzita da tenere a bada, anche nel modo più radicale.
Da circa vent’anni, queste sono le idee che attraversano i familiari di Attilio Manca. Idee non peregrine, sostenute, quantomeno per ciò che concerne la morte non per suicidio e per mano mafiosa, anche dalla Commissione parlamentare antimafia della vecchia legislatura, oltre che da importanti opinionisti e analisti del fenomeno mafie. Ma è una verità “sociale”, come la chiama Gianluca, importante, essenziale, ma questo non basta a tacitare l’animo dei familiari del giovane urologo. Perché è ancora scritto che è morto suicida, per overdose, «perché Attilio non è stato soltanto ucciso. Attilio è stato ucciso due volte: è stato ucciso come persona e, poi, gli è stata tolta la dignità di cittadino». Per questo serve ancora parlare di Attilio Manca, serve ancora cercare una verità meno addomesticata di quella ufficiale, meno carica di ombre e storture.
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