Educare all’impegno civile: intervista a Jole Garuti
"Ho iniziato a occuparmi di mafie dopo l’assassinio del generale dalla Chiesa, nel 1982. Ho iniziato da lì e non ho più smesso"
L’intervista allegata al presente articolo è stata registrata nel giugno dello scorso anno. Jole Garuti, prestigiosa figura dell’attivismo antimafia, era già malata quando ha acconsentito a parlare con me. È stato un lungo dialogo, pregnante, pubblicato solo ora, perché Jole non ha potuto rileggere con calma e subito la trascrizione dell’intervista. Lo scorso 6 novembre si è spenta, lasciando un’eredità importante dietro di sé e lasciando in me, suo interlocutore da uno schermo, l’impressione di una donna lontana da qualsiasi forma di spettacolarizzazione del suo ruolo, profondamente compresa nell’impegno civile, mai sopra le righe, pronta, prima che a giudicare, a comprendere. Si pubblica, dunque, con profondo rispetto quanto mi ha detto e con gratitudine, per aver accettato di dialogare per oltre un’ora, nonostante la salute compromessa, con un signore a lei sconosciuto. Sabato 21 marzo, a Torino, si celebra la Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno promossa da Libera. È l’occasione adatta per ricordare, su questa rivista, una persona così impegnata e che merita la nostra memoria, il nostro ricordo.
Per circa un’ora e mezza, la voce piana di Jole Garuti giunge dallo schermo, durante una conversazione pomeridiana in streaming, martedì 24 giugno. È un parlare signorile, misurato, quello della presidentessa dell’associazione “Saveria Antiochia Osservatorio Antimafia”, una donna che ha dedicato una lunga parte della vita all’impegno civile, sin dal Circolo società civile, fondato a Milano su ispirazione di Nando dalla Chiesa, nel dicembre 1985, e di cui è stata presidente. Attualmente, è nel Comitato dei garanti di Libera, alla cui nascita, nel Milanese, ha contribuito.
Sanremese di nascita e milanese d’adozione, Jole Garuti ha svolto – e continua a farlo – un lungo, tenace e convinto “apostolato laico” nella società civile, un’opera di formazione mirata delle coscienze, un’attività di responsabilizzazione del cittadino, cercando di cogliere quest’ultimo sin dagli esordi della sua partecipazione alla vita comunitaria, ossia dalla scuola media, quando il bambino inizia a strutturarsi in un adolescente, prima di diventare adulto. Del resto, è stata a lungo insegnante, ha sempre avuto una relazione con i discenti, ai quali affida, con fiducia, il compito di riformare, per quanto sia nelle loro possibilità, un mondo non giusto, una società da migliorare.
Che il mondo sia da riformare, ripristinando forme di giustizia sociale e di rispetto dei diritti individuali e collettivi, questo è chiaro alla mia interlocutrice da decenni. Ha respirato in casa, sin da bambina, il progetto palingenetico del padre, un uomo che ha pianto alla morte di Stalin e per il quale avrebbe dato la vita, un comunista vero, lo definisce. Un uomo che ha conosciuto le patrie galere e che ha salutato con favore l’ingresso della figlia nel mondo dell’insegnamento, perché accordava alla scuola un compito alto. E questa idea si è trasferita a Jole, la dottoressa Garuti, che è stata insegnante e ha continuato il suo percorso nelle scuole anche quando ha abbracciato, dopo la morte del generale dalla Chiesa, la causa dell’antimafia.
Insieme ad Antonino Caponnetto o a Saveria Antiochia – donna che la mia ospite tratteggia con un ricordo affettuoso e di grande stima – è andata e va nelle scuole, a chiacchierare con le generazioni più giovani, per sottrarle a quel delitto morale che è l’inconsapevolezza, che macchia, invece, le generazioni più mature. Alla domanda su quale sia, a suo giudizio, il pericolo più grande rappresentato dalle mafie, risponde, infatti, l’inconsapevolezza delle persone che vivono negli spazi sui quali si appuntano le mire dei clan. Certo, sa bene che non di sola inconsapevolezza si tratta; tanto è vero che non fa sconti a chi, sperando di trarne dei profitti personali, cerca o trova una collaborazione con le mafie, destinata a fagocitarlo, vista la voracità delle consorterie criminali.
Non fa sconti ai mafiosi, indubbiamente, ma neanche a quella parte di ceto politico o a quella parte delle gerarchie ecclesiastiche che, in nome dell’anticomunismo, hanno ammiccato alle mafie, non le hanno sufficientemente osteggiate. Interessi reciproci e opportunismi sono gli atteggiamenti che hanno caratterizzato i rapporti tra Cosa nostra e le altre organizzazioni criminali e il resto della società, ossia tanto il paese legale – il ceto politico – quanto il paese reale, dall’imprenditoria ai liberi professionisti ai ceti meno abbienti. Relativamente alla Chiesa cattolica, ricorda, ad esempio, che si è dovuto aspettare il discorso di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, ad Agrigento, prima che le gerarchie vaticane condannassero senza remore i mafiosi.
Jole Garuti è un’analista attenta del fenomeno mafioso, di cui conosce bene la storia, i caratteri nella realtà milanese, dove – precisa – il problema è dato tanto dalle mafie tradizionali italiane quanto da una pletora di organizzazioni criminali straniere: giapponesi, cinesi, nigeriane, albanesi, russe. Un intreccio mafioso al quale, però, ha risposto e sta rispondendo un territorio sempre più capace di creare degli anticorpi validi per opporsi al potere criminale, dal Comune alla Dda, dall’azione di Libera a quella del prof. Nando dalla Chiesa e dei suoi laureandi. Una Milano, che qualche decennio fa, era stretta fra la morsa del terrorismo e quella dei rapimenti, ossia lo strumento – come racconta – che ha consentito l’accumulazione primitiva del capitale ‘ndranghetista e grazie al quale l’organizzazione criminale calabrese si è affermata come holding della cocaina e nel mondo dell’edilizia.
Ma non la sola Milano e non la sola Lombardia sono oggetto dell’analisi della mia interlocutrice. Ha ben chiaro che esistono delle differenze tra la presenza mafiosa al Nord e quella al Sud: nel Settentrione, dice, «c’è anche la possibilità di svolgere un’attività, una vita fuori dalla mafia, senza a lei sottomettersi», nel Sud Italia le mafie presidiano il territorio e ciò crea una strozzatura più capillare delle libertà dei cittadini. Però, proprio questa presenza più incombente e minacciosa, la porta a dire che è prevalentemente nel Sud che si manifestano gli esempi più coraggiosi e luminosi di contrasto alla mafia, dai politici come il consigliere comunale del Pci di Rosarno, Giuseppe Valarioti – ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1980 – ai testimoni di giustizia quali Rocco Mangiardi e altri.
Ha girato molto e, in una delle presentazioni di un suo libro, era nel Trapanese, quando ancora Matteo Messina Denaro risultava – all’intendimento della pubblica opinione – un pericoloso latitante. Lo era per tanti, ma non per gli abitanti della zona, di Castelvetrano, i quali confessavano all’autrice del libro da presentare: «beh, ma Matteo Messina Denaro noi sappiamo benissimo che è qui, perché va in giro». Non dà un giudizio morale alla questione, Jole Garuti, sottolinea il problema della paura e dell’opportunismo legato all’omertà, al silenzio attorno a una vicenda che rientra, fra le altre cose, nel tema dell’informazione, della quale fornisce un’idea ben precisa: palinsesti che intendono far dimenticare la realtà, più che raccontarla nei suoi aspetti drammatici, che intende far sognare più che far pensare. Un’informazione i cui «programmi stupidissimi» impediscono di far maturare una coscienza critica più raffinata.
Dal canto suo, la realtà appare ineludibile e, per qualcuno, soffocante, quasi segnata, predestinata. Sempre pensando ai giovani, alla loro crescita consapevole, la mia interlocutrice ha un occhio di comprensione umana per chi nasce all’interno di una realtà criminale. I figli dei mafiosi non hanno una reale libertà di scelta, vivono con una sorte predestinata alla galera o alla morte violenta. Per questo, in una raccolta di racconti brevi dal titolo “Le mafie negli occhi dei ragazzi” (Iod, 2022), ha deciso di collocare per ultima la vicenda di Totò, un bimbo calabrese di dieci anni, amante dell’archeologia, a cui il nonno prospetta un avvenire da ‘ndranghetista. Spinto dalla famiglia a vendicare la morte del padre in modo violento, il ragazzino si salverà grazie alla madre e al progetto “Liberi di scegliere”, che lo strappa dalle mani del clan mafioso e lo consegna a un futuro meno soffocante. Come tutti i racconti del volume, anche questo trare spunto dalla realtà: è grazie all’intuizione del presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria che, infatti, si è costruita, sin dal 2012, una rete di istituzioni – fra cui Libera – che ha il compito di offrire ai piccoli calabresi immersi nei gangli della ‘ndrangheta l’opportunità, appunto, di scegliere liberamente una vita alternativa.
È questo solido impasto di lucidità e di sensibilità, Jole Garuti. Qualità che, per certi versi, l’accomunano alla sua grande amica, Saveria Antiochia, la madre del poliziotto ucciso con Ninni Cassarà, una donna che ha scelto di diffondere i valori del figlio e la sua sensibilità – raccontati dalla Garuti con affetto nel libro “In nome del figlio. Saveria Antiochia, una madre contro la mafia”, Melampo 2017 – e con la quale la mia interlocutrice ha avuto molti elementi in comune, a partire dai tre figli maschi, i minori dei quali, per ragioni diverse, sono scomparsi ancora giovani. Come Saveria, Jole Garuti ha maturato la convinzione che sia necessario parlare ai giovani, sempre, comunque, attirarli dentro un ragionamento problematico, metterli dinanzi alla realtà e al piano delle responsabilità, per evitare i cedimenti dell’animo all’ignoranza o all’opportunismo privo di una forma pur minima di senso comunitario o, anche solo, di empatia.
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