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Il puzzle della verità e dell’identità: intervista a Luana Ilardo

"Ho iniziato questa guerra occupandomi solamente del mio giardino, occupandomi solo ed esclusivamente dell’omicidio Ilardo. Dopodiché, mi sono resa conto che, occupandomi solo di quello, non avrei capito nulla"

di francoplat - mercoledì 25 marzo 2026 - 591 letture

Un tema ricorrente dell’intervista in streaming a Luana Ilardo – era il 5 dicembre dello scorso anno – è quello del puzzle, composto e fatto saltare, ricomposto e nuovamente messo in discussione. Il puzzle al quale la mia interlocutrice si riferisce è la sua stessa vita, alla costante ricerca di una verità e di una non meno complicata identità.

Luana è la figlia di Luigi Ilardo, prima affiliato a Cosa nostra e, poi, dopo un decennio di carcere, infiltrato, per conto dello Stato, nei gangli della mafia siciliana. Una redenzione, come la definisce la figlia, che ha portato Luigi Ilardo a collaborare, seppur non ufficialmente, con un ufficiale dell’Arma, il colonnello Michele Riccio, a far arrestare molti latitanti, alcuni con ruoli apicali, sino alla decisione di formalizzare la collaborazione con la giustizia. Ma, arrivati a questo punto, pochi giorni dopo un importante incontro con i magistrati di Palermo e di Caltanissetta, ricco di spunti e di indicazioni non più e non soltanto sulle logiche mafiose, ma sui punti di intersezione tra Cosa nostra e altri centri di potere – massoneria, eversione nera, servizi segreti, pezzi deviati dello Stato –, Luigi Ilardo è stato ucciso, di sera, a Catania. Era il 10 maggio 1996. Una foto relativa a quella sera ritrae il corpo di Luigi, in primo piano, e dietro, poggiata sul cofano di un’automobile dei carabinieri, lei, Luana, i pantaloni imbrattati del sangue del padre, la bocca semiaperta, travolta dal dolore.

Luana racconta, il prima e il dopo quella tragica sera di maggio. Il prima è un delicato ritratto del padre, una memoria carica di affetto per un uomo che, pur incarcerato, cercava di rimanere accanto alle due figlie. Un poco per volta, Luana ha cominciato a ricostruire il mondo che la circondava, a comprendere che il luogo in cui incontrava il padre non era uno spazio di lavoro, ma che era un carcere, ha compreso che c’era una ragione per la quale veniva invitata di rado alle feste di compleanno dei compagni di scuola, ha compreso, in una parola, «di non essere proprio in una famiglia normale». Ha compreso gli errori del padre, ma ignorava la sua scelta di passare dall’altra parte della barricata.

Quando drammaticamente la vita di Ilardo è stata spezzata, Luana ha pensato, imbeccata dai media, che fosse stato ucciso per via di una potenziale ascesa del padre in Cosa nostra. Del resto, aveva dovuto metabolizzare che fosse affiliato alla mafia. Un anno e mezzo dopo, sempre dai giornali, la mia interlocutrice scoprì, invece, che quella morte era legata a un motivo opposto, ossia perché il padre era un infiltrato per conto dello Stato. Dunque, un nuovo scenario, una nuova verità, per una giovane che era, per qualcuno, la figlia di un mafioso e, per qualcun altro, la figlia del «cornuto e sbirro».

E, mentre lei cercava di mettere insieme i pezzi, di comprendere chi davvero fosse Luigi, perché fosse stato ucciso, come una voragine le si apriva attorno. Lamenta l’abbandono in quella fase, Luana, lamenta la disattenzione per delle giovani che non hanno avuto supporti, di nessuna natura, non hanno ricevuto aiuti, che hanno visto scomparire i parenti – Ilardo era cugino primo di Giuseppe Madonia, uno dei mandanti mafiosi del delitto – e lo Stato stesso.

Ciò non ha impedito a quella donna di crescere, di maturare, di costruire una propria vita, lontana dalle sirene mafiose, distante da un mondo nel quale è dovuta entrare suo malgrado, in maniera indiretta. La donna con la quale interloquisco è, oggi, presidente di un’associazione che si occupa di promuovere iniziative per aiutare le donne svantaggiate, è nel comitato direttivo di un’associazione antiracket e antiusura, ha conseguito una laurea in criminologia, ha messo insieme i pezzi mille volte mandati all’aria. Un senso di soddisfazione di sé che si avrà modo di cogliere meglio nell’intervista integrale allegata al presente articolo.

E se il suo percorso umano è qualcosa che la rende, legittimamente, orgogliosa, diverso è, invece, il suo racconto della vicenda processuale legata al padre. Una vicenda monca, a suo parere, monca perché, se è vero che i mandanti mafiosi e gli esecutori materiali del delitto Ilardo sono stati individuati e condannati, è vero anche che resta un’ombra, ossia i mandanti esterni alla mafia, quei poteri, anche istituzionali, che hanno impedito al futuro collaboratore di giustizia di fornire indicazioni preziose sulle connivenze indicibili. Una collaborazione che, a detta del Sostituto procuratore di Caltanissetta, Pasquale Pacifico – che si è occupato del processo Ilardo – avrebbe avuto un impatto simile a quella di Tommaso Buscetta, soprattutto «perché era uno dei pochi soggetti a conoscere i perversi intrecci tra mafia, massoneria e pezzi deviati dello Stato».

La vicenda Ilardo non è affatto risolta, e non solo agli occhi e all’intendimento di Luana Ilardo. Resta sospesa, incompiuta, legata, fra le altre cose, a un episodio non marginale della collaborazione di Luigi, ossia la mancata cattura di Bernardo Provenzano, dinanzi al quale l’infiltrato si era presentato, fungendo da esca, attendendo l’arrivo dei Ros di Mario Mori. Che non arrivarono.

L’amarezza di Luana origina da queste ombre, da sentenze che, da un lato, sottolineano comportamenti inusuali e poco ortodossi da parte delle istituzioni, ma, dall’altro, finiscono per assolvere chi a quei comportamenti ha dato vita. Ma la mia interlocutrice non resta confinata, nel suo ragionamento amaro e indignato, al caso del padre, perché allarga lo sguardo, mette insieme altri pezzi, quella della nostra lunga storia repubblicana. Cercare la verità per il padre l’ha fatta imbattere in tante vicende, da Portella della Ginestra a tutte le stragi eccellenti e agli omicidi eccellenti, che lei – ma non solo lei – lega tra loro, unendo i puntini da uno a dieci, rinvenendo volontà politiche, più e prima ancora che mafiose, nei fatti di sangue italiani. Sangue che ha impregnato le strade della penisola per via di una volontà destabilizzatrice, volta al riassetto politico di una repubblica vassalla degli Usa.

Una storia non ancora conclusa quella dei silenzi di Stato, che Luana sente aver avvelenato la sua vicenda personale e, soprattutto, quella del padre, ma che sente aver avvelenato l’esistenza di centinaia e centinaia di familiari di vittime della mafia e del terrorismo, vittime di giochi di potere altissimi, innominabili. Quel veleno non la porta, però, a una generica condanna delle istituzioni e degli uomini delle istituzioni. La mia interlocutrice è ben consapevole che, accanto all’infedeltà al dovere di Stato, esiste una fedeltà pagata a caro prezzo, accanto alle trame oscure ci sono gli atti quotidiani di persone che non smettono di lavorare per una verità che lei ancora cerca. Che non vuole affatto smettere di cercare.

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