I costi individuali e collettivi della violenza mafiosa: intervista a Cecilia Giordano
"La mafia, se uccide, lo fa per dare un segnale forte non solo alla vittima e ai suoi familiari, ma a tutta la comunità"
Le mafie hanno faticato a farsi oggetto di studi nelle nostre accademie. Le cose, negli ultimi anni, sono cambiate, ma, a lungo e per svariate ragioni, Cosa nostra e C. sono rimaste al di fuori delle aule universitarie, dei laboratori universitari, delle pubblicazioni universitarie, se non, ovviamente, per lodevoli eccezioni. In questa insistita e perdurante freddezza o ritrosia nei confronti del tema mafioso, rientra anche, e forse soprattutto, la psicologia. Non è un caso che, oggi, esista una sola cattedra di psicologia mafiosa, in Italia, tenuta dalla professoressa Cecilia Giordano, che succede, di fatto, al prof. Girolamo Lo Verso, l’iniziatore di questo ambito di studi.
Per tale motivo, diventa tanto più interessante poter riproporre l’intervista alla prof.ssa Giordano, una chiacchierata in streaming, il 22 ottobre scorso, che cerca di far emergere su cosa si appunti lo sguardo di uno psicologo nel mondo mafioso e quali siano gli esiti delle ricerche sul campo dell’accademica. Quanto al primo aspetto, l’attenzione della psicologia si appunta sugli aspetti inerenti la trama di relazioni che è il fondamento stesso delle organizzazioni mafiose, ossia il vincolo associativo, così come indaga i codici di comportamento e gli statuti identitari che si definiscono all’interno delle famiglie di mafia: come si cresce, come si forma l’identità del futuro boss o affiliato, come si trasmettono i codici di comportamento criminali e così via.
Allo sguardo, per così dire, interno al mondo delle consorterie criminali, si aggiunge, poi, un’altra realtà di indagine, altrettanto interessante, che, di fatto, ha costituito il perno della conversazione con la professoressa Giordano: i costi sociali, individuali e collettivi, della violenza mafiosa. Si tratta di un ambito di lavoro che mette in evidenza – come appare evidente dall’intervista integrale allegata al presente articolo – quanto devastanti, duraturi, invalidanti possano essere quei costi per il singolo e per la collettività. A partire dal fatto che, a differenza di altri traumi collettivi (guerre, cataclismi naturali), ci si trova davanti a processi psicologici e sociali che non consentono una memoria del lutto, vuoi perché i familiari delle vittime innocenti delle mafie vengono isolate dalla comunità, vuoi perché, non di rado, la vittima è vittima due volte, giusta l’idea, diffusa e a lungo radicata, in base alla quale «se la sarebbe cercata». Aspetto, questo, che impiglia le vite dei congiunti a un lungo, persistente senso di colpa, magari convinte che il loro caro, in fondo, fosse una persona malvagia, per la quale è un male provare dolore.
Si snocciolano, quindi, le difficoltà enormi di chi viene investito dall’onda d’urto dell’omicidio di matrice mafiosa: dall’impossibilità, appunto, di celebrare ed elaborare adeguatamente il lutto al senso di colpa alla necessità di vivere al posto del congiunto ucciso, proseguendone magari l’attività professionale, strozzando le proprie aspirazioni e i propri sogni. Anche quando, e succede di frequente, il familiare di una vittima delle mafie decide di assumersi l’onere di lottare per ottenere giustizia, magari entrando in urto con altri familiari o esponendosi pubblicamente e aprendo anch’egli il fianco alle minacce. Paura, insomma, si aggiunge a paura.
E, ancora, la disgregazione dei nuclei familiari, la difficoltà di gestire e condividere il dolore o, anche soltanto, di parlarne, di fare cenno alla disgrazia, alla tragedia. A tutto ciò va, infine, aggiunta la non irrilevante questione economica, magari il declassamento sociale dei familiari, per le più svariate ragioni, tra le quali la solitudine che li circonda nel territorio di appartenenza dopo l’evento drammatico.
Insomma, l’analisi psicologica sul territorio porta a galla dei danni tutt’altro che irrilevanti sul singolo e sulle stesse comunità, danni da cui, fra le altre cose, non è esente un’altra categoria presa in considerazione durante l’intervista, ossia i testimoni di giustizia. La professoressa Giordano sottolinea come, in non pochi casi, si tratti di persone che rompono con il sociale, allentano le relazioni abituali e si trovano, senza supporti significativi, a dover affrontare enormi problemi, anche di natura psichica: ricordi intrusivi, depersonalizzazione, svenimenti e incubi ricorrenti.
Una breve incursione, nel corso della conversazione, la si compie nel terreno proprio delle mafie, relativamente alle loro trasformazioni. A tale proposito, evocando i frutti di un lavoro che sarà pubblicato prossimamente, la mia interlocutrice spiega che un’idea dei cambiamenti interni a Cosa nostra giunge dalla stessa voce degli affiliati, interrogati in un carcere di massima sicurezza proprio su come sta mutando pelle l’organizzazione mafiosa siciliana. Le risposte dei detenuti descrivono una mafia sospesa tra vecchio e nuovo, fotografano le nuove generazioni mosse da interessi diversi e, in qualche caso, nostalgici verso il sistema valoriale tradizionale della consorteria mafiosa. Una mafia più slabbrata, forse. Ma sulla quale, quanto alle trasformazioni, si posa la longa manus della borghesia mafiosa, presenza sottolineata da tanti interlocutori nel corso di questo ciclo di interviste e confermata dalla stessa accademica siciliana.
Una conversazione suggestiva, quella con la professoressa Giordano. Un’analisi intellettuale che aggiunge dei tasselli importanti alla comprensione del fenomeno mafioso e, soprattutto, delle sue conseguenze e implicazioni sociali e culturali. Tutto ciò in un’analisi che, come ribadisce la mia interlocutrice, non intende affatto psicopatologizzare l’ambito di applicazione della ricerca, quanto piuttosto contribuire, anche grazie al supporto degli studi storiografici e sociologici, a un approfondimento di versanti di studio ancora inesplorati e, a quanto pare, tutt’altro che superficiali.
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