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Vincenzo Agostino “eroe pacificato”?

Come alcuni media danno le notizie che riguardano la mafia. Il caso del TG La7 sulla morte di Vincenzo Agostino.

di francoplat - mercoledì 1 maggio 2024 - 608 letture

Si è spento domenica 21 aprile, all’età di 87 anni, l’uomo dalla lunga barba bianca, non tagliata dal momento in cui, trentacinque anni fa e, più esattamente, il 5 agosto del 1989, due uomini uccisero davanti casa sua, a Villagrazia di Carini (PA), il figlio Nino e la nuora, Ida Castelluccio, incinta di due mesi. Si è spento Vincenzo Agostino, uno dei volti più noti tra quanti, investiti dalla violenza mafiosa, hanno passato decenni nel tentativo di raggiungere una verità torbida, di superare lo stallo di indagini che avevano preso vie differenti da quelle più vicine alla realtà dei fatti. Per intenderci e per uscire dalla genericità, pure nel duplice omicidio di Nino e Ida, come non di rado capita nei delitti di mafia e non solo, si era imboccata la strada dell’omicidio passionale, giusta la via intrapresa dall’allora Squadra mobile guidata da Arnaldo La Barbera. Nome, questo, sul quale si ritornerà.

La notizia della morte di Vincenzo Agostino è stata fornita da tutta la stampa nazionale e locale, compresa questa rivista. Non si torna, quindi, in questa sede sulla storia di quello che la procuratrice generale Lia Sava, durante la requisitoria al processo contro Gaetano Scotto e Francesco Paolo Rizzuto per l’omicidio di Nino Agostino, ha definito un “eroe del nostro tempo” per l’instancabile sforzo nella richiesta di verità e di giustizia. Non si intende qui ripercorrere per intero il dramma personale di Vincenzo Agostino, il lunghissimo iter processuale, depistato, come si è detto, da indagini fuorvianti. Ciò sino al 2015, anno in cui la procura generale di Palermo, guidata da Roberto Scarpinato, avocò a sé il fascicolo e giunse, nel 2021, alla sentenza di primo grado del gup Alfredo Montalto, che individuò le ragioni dell’omicidio del poliziotto anche «nei rapporti che Cosa nostra, e nel caso specifico la cosca dei Madonia, intratteneva con esponenti importanti delle forze dell’ordine collegati ai servizi di sicurezza dello Stato». Nelle stesse pagine della motivazione della sentenza di primo grado, il giudice Montalto precisava infatti che i Madonia avevano relazioni con persone quali l’ex dirigente della Squadra mobile, Bruno Contrada, ma anche l’ex questore Arnaldo La Barbera e il poliziotto, legato ai servizi segreti, Giovanni Aiello, conosciuto come “faccia da mostro”. Nino Agostino, infatti, dava la caccia ai boss latitanti e, nel corso di tale attività, aveva scoperto le frequentazioni in Vicolo Pipitone – dove si riuniva il gotha mafioso – di Madonia con questi uomini dello Stato.

Nell’ottobre 2023, la Corte d’Assise di Palermo ha confermato, nel rito abbreviato, l’ergastolo per Nino Madonia, quale esecutore materiale del duplice omicidio. In quell’occasione, Vincenzo Agostino disse: «Trentaquattro anni di bugie e di depistaggi. Trentaquattro anni di sofferenza e ancora non è finita. Ora c’è una parte della verità, ma la vorrei tutta. In quei tempi c’erano tanti uomini corrotti dello Stato. Vorrei avere una piena giustizia» (fanpage.it). Attendeva l’esito del processo con rito ordinario contro Gaetano Scotto, il boss dell’Acquasanta, accusato di duplice omicidio in concorso, e Francesco Paolo Rizzuto, all’epoca amico della vittima, accusato di favoreggiamento. Lo scorso 21 febbraio, la procura generale di Palermo ha chiesto la condanna all’ergastolo per Scotto e l’assoluzione per Rizzuto, per quanto il sostituto procuratore Umberto De Giglio abbia dichiarato che Rizzuto avesse, in più occasioni, fatto verbalizzare affermazioni false in merito a quanto accaduto nel giorno e nel luogo del delitto. Attendeva l’esito del processo, ormai alle battute finali, per radersi la barba, Vincenzo Agostino, attendeva che anche Scotto e Rizzuto fossero condannati.

È morto prima, però. Non è riuscito a tagliare la barba, quella barba che, in una Cattedrale di Palermo gremita di gente per salutare Vincenzo, l’arcivescovo Corrado Lorefice, lo scorso 23 aprile, ha detto aver «rappresentato per noi il segno della resistenza attiva e proficua alla mafia e alle tante forme del ‘male strutturato’». E ha aggiunto che quella mafia «insanguina le strade della città, sparge afflizione nelle case e nelle famiglie, pianifica depistaggi, compra silenzi e connivenze anche tra esponenti del potere politico e delle istituzioni dello Stato».

Così, monsignor Lorefice. La sua omelia coglie, anche se indirettamente, un aspetto ineludibile nella vicenda della morte di Nino Agostino e di sua moglie Ida: quel duplice omicidio non è di mano esclusivamente mafiosa. Una parte della società civile se n’è accorta, tanto che i giovani dell’associazione “Our voice” hanno mostrato un cartello fuori dalla cattedrale palermitana recante la scritta: «Vincenzo, i ‘pupari’ continuiamo a cercarli noi». Una parte della stampa se n’è accorta, tanto che “il Fatto Quotidiano” ricordava, il giorno successivo alla scomparsa di Vincenzo, la sentenza con la quale il gup Montalto legava la morte di Nino e Ida anche ai rapporti che Cosa nostra intratteneva con esponenti delle forze dell’ordine collegati ai servizi di sicurezza dello Stato. Una parte della magistratura se n’è accorta: è sufficiente ascoltare la requisitoria della procuratrice generale Lia Sava al processo contro Scotto, relativa alla figura di Giovanni Aiello (faccia da mostro) per rendersi conto quanto inquietante e quanto centrale sia stato quest’uomo – anello di giunzione tra ‘ndrangheta, mafia siciliana e servizi segreti deviati, amico di Contrada – in alcuni fatti torbidi del nostro Paese, dal fallito attentato all’Addaura alla morte di Agostino e di sua moglie. Si consiglia di ascoltare la requisitoria di Lia Sava nella registrazione offerta da Radio Radicale, il giorno 20 febbraio 2024.

Una parte del ceto politico se n’è accorta, tanto che Roberto Scarpinato, intervistato da “Repubblica” in merito alla vicenda Nino Agostino e, più in generale, degli anni Ottanta e Novanta, ha detto che si è assistito a una «sorta di infantilizzazione della storia della stagione delle stragi. Attribuire tutto solo a Totò Riina e ai suoi, eludendo il ruolo dello Stato profondo, dell’eversione nera, come il peso del contesto internazionale, è questo. Ma la gente ricorda quello che le classi dominanti vogliono che ricordi». Va detto che, in questa stessa intervista, è Scarpinato a collegare l’omicidio di Nino con le stragi del ’92, partendo da una confessione fattagli da Vincenzo Agostino: «una volta mi disse che ‘le stragi di Capaci e via D’Amelio sono iniziate a casa mia’. È stata un’intuizione profonda a cui è arrivato con il cuore e che le nostre indagini hanno confermato». Hanno cioè confermato che Nino Agostino aveva scoperto i legami tra i Madonia e i già citati Contrada, Aiello e La Barbera, quest’ultimo attivo tanto sul fronte del depistaggio sulla morte dello stesso Agostino quanto sull’altrettanto clamoroso depistaggio legato alla morte di Borsellino, con la creazione del falso pentito Vincenzo Scarantino.

Se ne sono accorti in tanti, forse non in tantissimi. Chi pare aver colto soltanto una parte della vicenda che ha lacerato la vita di Vincenzo Agostino e di sua moglie Augusta Schiera (morta nel 2019) è stato il telegiornale di La 7. Ecco la ragione intima di questo articolo. L’edizione serale del TG La7, condotta in studio da Paolo Celata, rievoca la figura di Vincenzo Agostino nel giorno stesso della sua scomparsa. È Celata a dire che l’uomo dalla lunga barba era il padre di Nino Agostino, poliziotto «assassinato dalla mafia insieme alla giovane moglie; era incinta Ida Colucci (sic!)». Poi, lancia il servizio di Vincenzo Adornetto, che ricorda l’attesa di verità e giustizia di Vincenzo Agostino, trentacinque anni, per la morte di Nino e Ida, «uccisi dalla mafia il 5 agosto del 1989»; ne viene sottolineata la tenacia, la presenza in ogni consesso pubblico, per «puntare il dito e condannare i metodi e le connivenze mafiose». E si precisa come la barba bianca fosse un monito per ricordare che mancava «ancora qualcosa nel pur instancabile impegno delle istituzioni contro Cosa nostra». Quindi, si evoca la figura del capo dello Stato, che celebra l’impegno anti-mafia del padre di Nino, e si torna a lui, a Vincenzo, alla sua soddisfazione dopo la condanna di Nino Madonia, soddisfazione parziale, perché attendeva la condanna definitiva, così come l’esito del processo a Scotto e a Rizzuto. Soddisfazione che lo aveva portato a dire – come ricorda Adornetto – che avrebbe levato dall’epigrafe sulla tomba di Augusta, la moglie, la scritta: «morta in attesa di verità e giustizia». Chissà, si domanda l’autore del servizio nelle ultime battute, cosa avrebbe voluto si scrivesse sulla sua lapide (video e commento sono presenti al seguente link, a partire dal minuto 25).

Cosa c’è di opinabile in questo servizio? Non è tanto ciò che si dice, quanto ciò che non si dice. Non è il campo delle affermazioni, che riportano tutte elementi accertati e incontrovertibili, dalla morte per mano di Madonia e Scotto all’impegno instancabile di Vincenzo, dal riferimento alla parziale soddisfazione davanti alla condanna di Madonia alla dichiarazione relativa all’epigrafe di Augusta. Tutto ciò risponde a dati veritieri. Tuttavia, a partire dal riferimento tiepido ai metodi e alle connivenze mafiose – espressione evocativa e generica, priva di riferimenti precisi –, il servizio di Adornetto, anticipato dalla frase di Celata sull’omicidio di stampo mafioso, tace qualsiasi ipotesi sulle ombre legate a uomini delle istituzioni in questa vicenda. Agli occhi di un telespettatore non addentro ai fatti, di un cittadino che si nutre dell’informazione televisiva e solo di quella o solo di una parte di essa, la figura di Vincenzo Agostino appare nella corretta luce di eroe instancabile, di padre che trova nella tragedia le ragioni per la sua battaglia civile; la mafia si accampa al centro della scena, con la sua orrenda scia di sangue, mentre lo Stato – incarnato da Mattarella e dal riferimento all’instancabile impegno delle istituzioni – si qualifica quale alleato di Vincenzo, dei cittadini che reclamano giustizia, la quale arriva, tardivamente, ma arriva, tanto da modellare un padre, un suocero, un marito quasi pacificato, ormai sul punto di tagliarsi la barba.

Al telespettatore viene consegnata, in sostanza, una visione largamente consolidata delle vicende di sangue di quegli anni in Sicilia: la manichea divisione tra “cattivi”, i mafiosi, e “buoni”, tutti gli altri. Eppure, così come nel caso dell’agenda rossa di Borsellino, asportata dalla valigetta, non sono state mani mafiose quelle che hanno sequestrato il contenuto di un armadio di Nino Agostino, dopo la sua morte, non restituendo mai il contenuto, anzi distruggendolo. Peccato che fosse stato lo stesso poliziotto a lasciare scritto in un biglietto trovato nel suo portafoglio: «se mi succede qualcosa, guardate nel mio armadio». Peccato che fosse stato lo stesso Vincenzo a dichiarare, una decina di anni fa, a margine di un incontro di Libera: «per rendere giustizia a Nino e a Ida bisogna che parlino colore che sanno, che si ricordino di quello che aveva lasciato scritto mio figlio, devono venire fuori le ‘mele marce’ che c’erano in quegli anni».

Non ci sono tanti dubbi su quale verità attendesse quest’uomo e non ci sono dubbi sul fatto che le mele marce a cui si riferiva non appartenessero a Cosa nostra. Allora, nel servizio del TG La7 qualcosa stona. Stona l’assenza quasi assoluta di una delle ragioni per le quali Vincenzo reclamava verità e giustizia, manca quella parte del racconto più ampio che siamo abituati a veder oscurata da una certa informazione. Dove sono Contrada, La Barbera, Aiello, soprattutto Aiello? Dove sono i riferimenti più urticanti al mondo sotterraneo, alle “menti raffinatissime”, frase pronunciata da Falcone in occasione dell’attentato fallito all’Addaura, al quale è legato proprio Nino Agostino, al suo intervento insieme a un altro agente sotto copertura, Emanuele Piazza, anch’egli ucciso e fatto sciogliere nell’acido. Al funerale di Nino, il giudice Falcone disse: «io a questo ragazzo devo la vita».

Certo, si potrebbe obiettare che un servizio televisivo non può, per svariate ragioni, dare conto della complessità e della nebulosità della vicenda in cui si trovarono catapultati Vincenzo e Augusta. Certo, non si può imputare al servizio di non aver citato un protagonista, Aiello, morto nel 2017 e la cui posizione è stata oggetto di una requisitoria in un processo non ancora concluso. Ma rimane come un sapore acre nella bocca di chi, minimamente a conoscenza della storia di Agostino, la vede presentata monca. Non è un unicum per il telegiornale diretto da Mentana: qualche settimana fa, su “L’Indipendente”, Stefano Baudino ha redatto un articolo dal titolo eloquente, “Le bugie del Tg di LA7 su Capitano Ultimo e la mancata perquisizione del covo di Riina”. L’incipit dell’editoriale è altrettanto significativo: sabato 6 aprile il telegiornale di La7 «ha in pochi secondi sciorinato una serie di fake news su uno degli episodi più oscuri della recente storia repubblicana: l’arresto del capo di Cosa nostra Totò Riina». Baudino passa, quindi, ad analizzare con puntiglio il servizio per enuclearne gli errori o le omissioni; ad esempio, non aver menzionato che la Procura era all’oscuro del fatto che il covo del boss fosse stato privato della sorveglianza da parte dei Ros e, quindi, trovato vuoto quando ne fu ordinata la perquisizione.

Ecco, è un gioco di luci proiettate in modo abbagliante su alcuni particolari di una vicenda, mentre altri restano oscurati, silenziati. È solo un caso? È un caso che a noi rimanga negli occhi l’instancabile impegno dello Stato a fianco di un eroe civile e non la trama criminale di alcune frange dello Stato stesso nel caso Agostino? La questione, come si usa dire, è pelosa. È in discussione, in sostanza, la correttezza dell’informazione. Di fatto, si resta colpiti dal pudore e dalla reticenza con i quali una certa stampa fatica a parlare apertamente ai cittadini del lato più violento del potere, come se le parole avessero la magica virtù di far quadrare il cerchio e di portarci in una realtà priva di asperità, cristallina, dove i cattivi sono quelli che ti aspetti e, alla fine, “arrivano i nostri” a salvarci dal Male.

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