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Obey, the art of Shepard Fairey

La mostra, aperta dal 16 maggio al 27 ottobre 2024 negli spazi della Cattedrale presso la Fabbrica del Vapore di Milano.

di Piero Buscemi - lunedì 10 giugno 2024 - 1043 letture

L’America ce l’hanno sempre raccontata come un sogno irraggiungibile, ma necessario. Il migliore dei mondi possibili che, poi di riflesso, è diventato il modello per gli stili di vita di ogni angolo del pianeta. Sono decenni che ci trasciniamo questa idea di assoluta libertà e democrazia. Ci hanno tanto martellato il cervello con questa propaganda del benessere e della felicità, componente essenziale e sempre presente del quotidiano d’oltre oceano. Negli ultimi anni le cose non sono cambiate di molto. Essere pro USA vuol dire ancora "stare dalla parte giusta", essere contro, invece, rimane un buon sistema per essere etichettati di comunismo, se non addirittura, "pericolo per la democrazia".

Durante questi decenni, però, l’altra faccia della medaglia ce l’ha offerta la schiera di scrittori, registi, artisti, raccontandoci un’America più vera e credibile rispetto a un manifesto propagandistico che, di volta in volta, ci invitava a unirci al sogno americano, in qualsiasi "culo" del mondo vivessimo. Perché, in piena sintonia col dogma che riconosce agli Stati Uniti la soluzione di ogni diatriba internazionale, di fatto qualsiasi evento, idea, novità che provenisse da lì, ha sempre condizionato il resto del mondo, nel bene o nel male.

Shepard Fairey, in arte Obey, fa parte di questa schiera di testimoni che, attraverso diverse vie comunicative, hanno offerto al mondo una visione più reale della società americana che, in tempi di globalizzazione, è come aver dato un volto diverso a tutta l’umanità.

Se già con la sua opera provocatoria "Andre the Giant Has a Posse", tappezzò i muri della città con il volto del noto lottatore, dimostrando che un qualsiasi fenomeno mediatico, pubblicizzato con i mezzi idonei, poteva influenzare e indirizzare la gente verso un pensiero comune, il resto della sua carriera è stata una continua provocazione a reagire, a riflettere su tutto quanto ci circonda, sui personaggi della Storia, su cosa hanno rappresentato, sulle loro parole, su quello che il mondo potrebbe e, forse, non sarà mai.

È consuetudine trovare una giustificazione a tutto, da parte della categoria dei benpensanti, potremmo utilizzare anche il prefisso "mal", perché a detta loro, chiunque offre un’idea diversa su qualsiasi argomento che coinvolge una società intera, ha sempre un retroscena degno di essere indagato. Guardando le opere esposte alla Fabbrica del Vapore a Milano, l’arte di Obey si può riassumere in una speculazione rivoluzionaria, ossia l’utilizzo di figure della politica, della musica e dei diritti civili che l’artista comprende di dover tutelare ed esaltare per sempre nelle sue opere.

Gli sguardi personalizzati che Obey da ai personaggi raffigurati, obbligano il visitatore a soffermarsi, ad immedesimarsi, a chiedersi quanto effettivamente ha emulato della vita fuori dalle regole di quei volti che ci osservano da quelle tele. Regole che, troppe volte, abbiamo dovuto constatare non si sono rivelate particolarmente giuste.

Obey ha sicuramente compreso che la società mondiale di oggi soffre di una particolare forma di amnesia storica, quella che rischia di mettere a tacere per sempre il ricordo di questi occhi che ci hanno offerto l’occasione di guardare il mondo oltre una raffinata propaganda. Se risvegliare la memoria e la sensibilità ha necessità di essere immortalata nella provocazione di un’immagine da staccare dai muri delle strade, accettiamo l’invito dell’artista, auspicando di esserne degni testimoni.

Quel "rosso rivoluzione" che domina la scena delle opere di Obey, ha un significato intrinseco cha va al di là di una pura scelta cromatica. È sangue, è orrore, è violenza. È rabbia, è provocazione, è ribellione. Che poi, a dirla tutta, cercare di spiegare il messaggio che quelle immagini trasmettono all’osservatore, è davvero una questione personale. A partire dal notissimo manifesto dedicato a Barak Obama, durante la campagna elettorale del 2008.

Quella scritta a caratteri cubitali, proprio sotto il volto di quello che sarebbe stato il futuro presidente USA, quelle lettere a comporre la parola HOPE, ci hanno fatto venire in mente un antico proverbio sempre valido: Chi vive sperando, muore...".

Lasciamo libertà assoluta ai nostri lettori di interpretare a loro gusto, questa nostra personale provocazione, aggiungendo la parola mancante al proverbio interrotto.

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