Sei all'interno di >> :.: Culture | Arte |

Dal latte materno veniamo. Quel no alla statua di Vera Omodeo

La famiglia dell’artista Vera Omodeo ha donato al Comune di Milano la statua che onora la donna e la maternità dal titolo “Dal latte materno veniamo”. Il Comune di Milano ritiene e giudica che la statua “Non rappresenta valori condivisibili”

di Salvatore A. Bravo - lunedì 8 aprile 2024 - 1372 letture

“Dal latte materno veniamo”

Il totalitarismo liberista si svela nei dettagli come nei grandi eventi storici. La struttura liberista segue la logica del frattale: in micro ed in macro si riproduce in modo eguale, la sostanza storica che lo connota è lo scempio di ogni vincolo etico ed umano. La libertà dai vincoli oggettivi naturali e culturali non può che condurre ad uno stato di guerra nichilistica. La libertà senza vincoli e valori razionalmente riconosciuti è solo “mistica del niente”, che curva persone e comunità ad una perenne sterilità culturale, spirituale e biologica.

Il caso del Comune di Milano è emblematico. L’artista Vera Omodeo, scultrice di fama mondiale venuta a mancare nel 2023, fu donna interiormente femminista, ella fu anche madre, ma di una maternità quasi miracolosa. Era ammalata di una grave forma di nefrite, pertanto i medici le avevano profetizzato che non avrebbe avuto figli. Ne ebbe sei, ma ciò non le impedì di essere una donna fertile anche in campo artistico. L’artista e la madre non erano scisse, probabilmente l’integrazione dei due aspetti fu il felice volano della sua storia artistica. Negli anni ’80 fu la prima donna a realizzare il portale di una chiesa. Realizzò il portale di Santa Maria della Vittoria a Milano. La sua biografia pone al centro la donna e la maternità. Ha valorizzato la donna nella forma della maternità.

La famiglia dell’artista ha donato al Comune di Milano la statua che onora la donna e la maternità dal titolo “Dal latte materno veniamo”. Il Comune di Milano ritiene e giudica che la statua “Non rappresenta valori condivisibili”, per cui non è stato trovato il luogo pubblico dove esporla.

JPEG - 133.2 Kb
Vera Omodeo, Dal latte materno veniamo - dettaglio

Maternità oblativa

Il caso è meritevole di riflessione al di là della specificità politica sottesa. Viviamo in un’epoca, in cui la maternità non è un valore universale. Non si può restare sorpresi e inquieti dinanzi a tale affermazione. La vita è partorita dalle donne, le quali allattano e nutrono i figli: è un dato oggettivo inaggirabile. Senza la maternità-paternità, giacché la maternità e la paternità sono definibili solo ponendoli in relazione, non c’è vita. Maternità e paternità si connotano per l’amore oblativo. Forse, ciò che scandalizza, in un’epoca in cui tutto è tollerato, purché sia disponibile sul mercato, è la genitorialità, in questo caso la maternità, essa è scandalo, perché è atto d’amore gratuito.

La maternità ci rammenta che vi sono vincoli oggettivi che le tecniche e il mercato non possono e non devono corrodere. Fa meno scandalo l’utero in affitto e la vendita di spermatozoi che la maternità naturale. L’allattamento è il gesto più sacro e antico che vi possa essere, ci ricorda l’unità ontologica da cui proveniamo. La madre che allatta è unità nella differenza, è il dialogo, la dualità che nasce nelle viscere, senza essa diventerà parola che cerca legami e non calcoli asfissianti. Nutre la madre come nutre la Terra. Il rispetto per la Terra dipende dal rispetto dell’archetipo della madre.

La separazione competitiva e lo stato di guerra a cui si è condannati nel totalitarismo liberista impallidiscono dinanzi alla verità di una statua che reca in sé la forma e il segno della verità: siamo creature nate dal ventre materno. Questa verità banale nella sua realtà è osteggiata dal mondo di plastica, in cui siamo gettati. Si ambisce a sganciare la riproduzione umana dalla relazione affettiva e dal tocco dei corpi, la si vorrebbe ricondurre a evento pianificato e trasversale che oltrepassa oggi legge naturale. La madre che allatta ricorda la “cura e la vicinanza”.

Tagli

Il totalitarismo procede per tagli sanguinosi; l’atomistica delle solitudini è il taglio tra le soggettività, le quali devono entrare in relazione solo per la lotta. Il taglio relazionale è la premessa per naturalizzare la politica che falcidia i diritti sociali e rende gli esseri umani “creature spettrali”. Se la maternità non rappresenta un valore universale, si pone una domanda: Che cosa è una donna senza la maternità potenziale, reale o simbolica? In modo speculare la domanda è eguale per l’uomo. La repulsa per la maternità-paternità ci fa apparire il progetto antropologico del liberismo: creare esseri senza genere in carriera perennemente sovraesposti al mercato. La maternità è apertura alla relazione stabile, perché dove vi è cura è necessaria la vicinanza nel tempo. Si determinano gerarchie di valori e si vive l’esperienza del “bene”. “Può esservi vita politica, se non si è passati per l’esperienza della maternità-paternità nella sua forma materiale o simbolica?”.

L’allattamento è vicinanza che umanizza e ci riporta al calore che dona e soffia la vita, pertanto la maternità è espansiva, essa è relazione di coppia, famiglia, comunità e patria. Il totalitarismo liberista emancipa dai vincoli separa e allontana e tale modalità relazionale è giudicata “emancipazione”, da ogni vincolo, orienta verso il niente, ovvero l’individuo astratto e separato. La maternità cresce nel ventre, ma è pensiero accolto prima del concepimento, essa rompe e frammenta le logiche mercantili con il desiderio del dono che diviene progetto di vita. Si ha paura della maternità, perché si teme la vita, la quale, al di là degli incubi del transumanesimo, che incombono, ci riporta all’esistenza dei due generi, al di là degli orientamenti affettivi.

La maternità è traducibile con la ragione materna della filosofa Maria Zambrano che accoglie la vita nel suo mistero e nella sua sacralità che trascende e vince le patrie e le culture ed è madre di tutti. Ogni essere umano può essere interiormente madre o padre, se accoglie e nutre la vita con cura e paziente vicinanza, ma l’Occidente liberista teme la libertà della maternità e rifiuta la cura capace di sacrificare la quantità per la qualità. Chi nutre la vita è libero, perché si dona e fonda mondi. Il depopolamento a cui assistiamo è crisi del dono gratuito, pertanto si aggredisce la maternità, la si nasconde, perché essa svela ciò che siamo.

Le femministe tacciono, non difendono la silenziosa grandezza di un’artista che ha voluto essere madre, donna e artista in una continuità che non toglie nulla a nessuno, ma aggiunge dignità alle donne e a tutti gli esseri umani. La categoria della nascita è vita nella forma della carne che diventerà parola luminosa e senza di essa non vi è vita, non vi è umanità, vi è solo il regno delle cose che vampirizzano le vite. Per Maria Zambrano ciò che connota l’essere umano è l’essere natale, la capacità di dare-donare la vita con la carne, con le parole e con la politica. Oltre i fili spinati del nichilismo c’è la verità e una semplice statua ci ricorda la verità prima. Dare alla luce e nutrire è ciò di cui la nostra realtà bruciata e bruciante necessita.

La poesia Mamadre di Pablo Neruda danno voce all’universale materno che attraversa i tempi e arriva a noi, continua a parlarci, perché è il fondamento ontologico di ogni vita:

La Mamadre, eccola che arriva
con zoccoli di legno. Ieri notte
soffiò il vento del polo, si sfondarono
i tetti, crollarono
i muri e i ponti,
l’intera notte ringhiò con i suoi puma,
ed ora, nel mattino
del sole freddo, arriva
la mia Mamadre, signora
Trinidad Marverde,
dolce come la timida freschezza
del sole delle terre tempestose,
lanternina
minuta che si spegne
e si riaccende
perché tutti distinguano il sentiero.
Oh, dolce Mamadre
– mai avrei potuto
dire matrigna –
ora
la mia bocca trema a definirti,
perché appena
fui in grado di capire
vidi la bontà vestita di miseri stracci scuri,
la santità più utile:
quella dell’acqua e della farina,
e questo fosti: la vita ti fece pane
e lì ti consumammo
nei lunghi inverni desolati
con la pioggia che grondava
dentro la casa
e la tua ubiqua umiltà
sgranava
l’aspro
cereale della miseria
come se andasse
spartendo
un fiume di diamanti.
Ahi, mamma, come avrei potuto
vivere senza ricordarti
ad ogni mio istante?
Non è possibile. Io porto
il tuo Marverde nel mio sangue,
il cognome
di quelle
dolci mani
che ritagliarono da un sacco di farina
le braghette della mia infanzia,
colei che cucinò, stirò, lavò,
seminò, calmò la febbre,
e, quando ebbe fatto tutto
ed io ormai potevo
reggermi saldamente sulle mie gambe,
si ritirò, cortese, schiva,
nella piccola bara
dove per la prima volta se ne rimase oziosa
sotto la dura pioggia di Temuco.


- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -