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Il coraggio al tempo del “corona virus”

Con coraggio bisogna evitare che la paura colonizzi le nostre vite, consapevoli che l’epoca che stiamo vivendo è rispetto al passato la più sicura.
di Massimo Stefano Russo - giovedì 27 febbraio 2020 - 1869 letture

Nell’ambito del corso di sociologia dell’educazione (tenuto nella Scuola di Sociologia e Servizio Sociale dell’Università di Urbino) da diversi anni focalizzo l’attenzione sul coraggio in chiave educativa. Stamane, accompagnato dalla tutor responsabile del progetto del Polo Universitario dell’Università di Urbino che con dedizione e passione svolge un lavoro eccellente, mi sarei dovuto recare nella Casa di Reclusione di Fossombrone, per terminare un ciclo di lezioni dedicate al tema del coraggio, ma “l’emergenza corona virus” ha portato alla sospensione degli incontri.

La sospensione delle attività didattiche uno stop inaspettato, è l’occasione per sviluppare ulteriori riflessioni sul tema. La nascita e l’evoluzione del coraggio è una caratteristica specifica del genere umano. Ma cosa vuol dire avere coraggio? Si nasce o si diventa coraggiosi e soprattutto si può essere educati al coraggio e questo può essere insegnato?

Il coraggio è alla base della capacità dell’essere umano di operare delle scelte in modo responsabile, ma del coraggio spesso abbiamo una concezione legata più all’istinto, all’atto eroico, riconosciuto come eccezionale che al pensiero logico-razionale. Non prendiamo in debita considerazione il fatto che il genere umano per affermare la vita ed evolvere ha dovuto sviluppare il coraggio della conoscenza, fronteggiare il pericolo e rischiare anche la stessa vita. Nelle società tradizionali c’era bisogno di molto coraggio e ci si esercitava nell’essere coraggiosi attraverso delle prove, dei riti di iniziazione e di passaggio da un’età all’altra, da una condizione all’altra.

L’immagine che abbiamo del coraggio oggi più di ieri è alterata da molti luoghi comuni, nel contrapporlo alla paura e alla viltà. Da un lato, in una contrapposizione manichea, c’è il coraggioso, dall’altro il vigliacco. Ma chi è il coraggioso? Non si nasce coraggiosi, ma lo si diventa messi e mettendosi alla prova. Non c’è un gene che determina il coraggio. I marinai e gli alpinisti, nel mettersi alla prova e dover sfidare le forze della natura, diventano e sono riconosciuti naturalmente coraggiosi. Rappresentano un esempio di come il coraggio nasce con l’esperienza e si afferma grazie a essa. Cosa ritroviamo nel coraggio? Quando ci vuole ed è necessario il coraggio?

Se guardiamo all’origine e allo sviluppo del coraggio storicamente lo ritroviamo nella figura del guerriero che diventa eroe. Nell’etimologia della parola coraggio ritroviamo il cuore e non a caso le parole del coraggio sono legate alle emozioni e ai sentimenti. Il coraggio esiste sotto varie forme e di esso storicamente si hanno diversi esempi. Lo si lega generalmente alle situazioni eccezionali, e agli stati d’emergenza, ma come fenomeno sociale si concretizza in campo politico, spesso tradotto in disobbedienza civile, resistenza e senso civico.

Chi governa deve avere il coraggio delle proprie azioni nell’assumersi piena responsabilità delle scelte operate, soprattutto quando queste hanno una loro complessità, non sono semplici, né facili. L’immaginario collettivo vede il coraggio nell’eroe e nella sua forza in grado di sfidare le avversità che il destino gli impone, ma il coraggio non va confuso con la temerarietà o peggio ancora con la spavalderia. C’è un coraggio che si lega alla disobbedienza e paradossalmente c’è un coraggio dove la forza è data proprio dal riconoscersi e sapersi fragili. Perché teniamo in poco conto il tanto coraggio che c’è nella normalità?

Il coraggio del/nel quotidiano lo ritroviamo costantemente nell’impegno che mettiamo nello svolgimento di quelle attività che necessitano particolare attenzione e sforzo. Non a caso utilizziamo l’espressione: “Forza e coraggio” che è una forma di incoraggiamento che si appella alle proprie abilità, alle proprie capacità, nel riconoscimento dell’esperienza acquisita nel corso del tempo. Il coraggio diventa così naturalmente una guida indicativa che sprona all’azione per superare le difficoltà che inevitabilmente si incontrano.

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Il regno del coraggio è il pensiero logicamente operativo che nell’immediatezza del presente sa recuperare il passato e rivolgersi al futuro. Tenendo conto che il pensare troppo e in modo scorretto invece di risolvere dei problemi ne può creare. Alla luce di ciò raccontare il coraggio, attraverso la conoscenza che stimola e arricchisce, è fondamentale per trasmetterlo e insegnarlo. Per avventurarsi in territori sconosciuti bisogna avere coraggio. Ma parlare di coraggio in una istituzione totale come quella carceraria impone un’attenzione in più che si traduce per molti aspetti in un cambiamento di prospettiva.

Se il coraggio si lega fondamentalmente alla giustizia, al bene, non si può non tenere conto che c’è anche una forma di coraggio negativo che si afferma nell’ingiustizia e nel male. Il vero coraggio appartiene in primo luogo alla ragione, al pensiero critico che dialetticamente è in grado di rispondere in modo razionale alle situazioni problematiche che si presentano. E’ una risposta potenziale che molti a priori affermano di possedere, illusi di poter controllare e gestire in tutto e per tutto la realtà, salvo poi a disattendere i loro coraggiosi propositi alla prova dei fatti. Se la scienza e la tecnologia hanno elevato le nostre capacità intellettive, rimane pur sempre impossibile il controllo del caso.

Lo sviluppo cognitivo e del ragionamento razionale ci ha emancipato dalle pratiche esoteriche e divinatorie, ma rimane il bisogno arcaico di sicurezza che spinge a cercare il confronto con verità rassicuranti. Per affrontare insicurezza e timori bisogna conoscere e studiare i processi di pensiero che portano a scegliere e decidere.

L’analisi della capacità di ragionare e risolvere i dubbi, porta a evitare che proprio i dubbi e le paure irrazionali facilmente si possano trasformare in trappole. Poiché se si parte da premesse sbagliate facilmente si giunge a conclusioni errate ed è anche possibile che l’incertezza renda vera una realtà falsa, convincendosi che questa sia effettivamente vera. E se si rimettono di continuo in discussione critica le proprie idee come si fa a prendere una decisione?

I comportamenti prudenti sono importanti, ma non eliminano del tutto il rischio di incidenti. Sottoporsi a chack-up medici è indispensabile in chiave preventiva, ma non per questo rende immuni alle malattie. Con coraggio bisogna evitare che la paura colonizzi le nostre vite, consapevoli che l’epoca che stiamo vivendo è rispetto al passato la più sicura.



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