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A scuola si ricorda la lotta di liberazione

Conferenze, incontri, proiezioni di film non scuotono dal torpore intellettuale e dalla pigrizia i nostri studenti.
di Alfio Pelleriti - mercoledì 27 aprile 2005 - 4488 letture

La Resistenza si svolse in Italia dal 1943 al 1945, se vogliamo escludere l’attività antifascista di tutti quegli italiani che già prima, non vollero piegarsi alle imposizioni della dittatura e pagarono quindi con il carcere, con il confino, con l’esilio, con la morte. Sono passati dunque sessanta anni da quegli eventi drammatici. Troppi per i nostri studenti!

Ricordare la lotta resistenziale per la liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista a scuola significa, innanzitutto, fare alcune riflessioni su alcuni aspetti che riguardano l’organizzazione dell’istituzione formativa nel suo insieme, del sapere storico in particolare e in generale sulle prospettive ideali proprie dei giovani.

Perchè non attenersi all’argomento, dirà qualcuno, senza fare giri lunghi e fuorvianti? Perchè non limitarsi ad una spiegazione secca e semplice dell’evento? Semplicemente perchè, appunto, sono trascorsi sessanta anni e per i nostri giovani studenti sarebbe come parlare d’un evento della storia antica, se non della preistoria. Appiattiti sul loro presente, ove primeggiano personaggi televisivi di nessuno spessore culturale, piegati alla subcultura delle soap opera, confusi da trasmissioni vacue e demenziali, gli studenti non riescono ad applicare agli avvenimenti storici le coordinate diacroniche o sincroniche o più semplicemente, non riescono a seguirne l’ordine cronologico. Figuriamoci se sono in grado di fare analogie, seriazioni, confronti come auspicano nelle programmazioni i docenti. La storia non è neppure, come è stata per la mia generazione, un’epopea di grandi personaggi, supereroi in lotta contro altri personaggi, rappresentanti del Male. I nostri ragazzi collocano i fatti, dalla storia antica a quella attuale, in una dimensione piatta e informe, immobile e lontana, tra favola e leggenda. La storia per loro è senza tempo, è surreale, al limite, se proprio dovessero darne una definizione, direbbero ciò che la storia non è, ma senza giungere poi, ad una proposizione definitoria.

Gli studenti percepiscono la storia come una disciplina difficile, inutile, noiosa e se i docenti sperimentano continuamente frustrazione di fronte alla neghittosità dei loro allievi che sbuffano durante la spiegazione delle varie unità didattiche, allora è opportuno riflettere sull’universo scuola nel suo insieme. Manca in tante realtà scolastiche una strategia educativa chiara. Scopi ed obbiettivi sono ipocritamente annunciati in mendaci programmazioni e negati poi, nella pratica quotidiana. Gli studenti sono distratti da innumerevoli attività extracurricolari e il sapere storico è diventato il fanalino di coda nella distribuzione delle risorse rispetto, ad esempio, all’informatica e alle lingue straniere.

Ci vorrebbero più ore per l’insegnamento di questa disciplina. Ogni unità didattica dovrebbe essere supportata dalla visione di alcuni film e, per l’età contemporanea ed attuale, dei documenti filmati.

I nostri manuali sono tutti supportati da eserciziari, da documenti scritti ed iconografici, oltre che da sezioni stroriografiche. Si potrebbero condurre approfondimenti interessanti. Ma tali parti vengono regolarmente saltate per il poco tempo a disposizione e per l’indolenza dei nostri allievi. Se ricordare la giornata della liberazione deve avere un senso, come quella del 25 gennaio, in cui si ricorda l’Olocausto, allora dobbiamo chiederci perchè i nostri giovani sono così lontani dal nostro passato; dobbiamo cambiare passo; trovare strategie migliori rispetto a quelle adottate per interessarli. Quando parliamo dei grandi valori, allora i ragazzi guardano dritto negli occhi il docente per capire se quelle parole hanno un collegamento diretto col suo cuore. Ti scrutano perchè da te pretendono coerenza, partecipazione emotiva, commozione. Non sanno che farsene di un semplice insegnante quando si parla loro di ideali, vogliono missionari, santi, vogliono passione; pretendono verità e lealtà come dai loro padri.

Se riusciremo a trasmettere questo entusiasmo, allora apriranno le loro orecchie e le loro menti e avranno voglia di sapere perchè Sandro Pertini ce l’aveva con la madre quando era in carcere; qual era il compito delle staffette partigiane; vorranno sapere della repubblica di Montefiorino e dei fratelli Cervi e del perchè tanti giovani presero le armi e non aspettarono l’arrivo degli alleati per cacciare i tedeschi dalle città italiane.


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> A scuola si ricorda la lotta di liberazione
2 maggio 2005

Distorcere la storia e tacere su quello che vi fa ancora arrossire e sempre stata una vostra prerogativa. Quello che erano i fratelli Cervi qui a Reggio Emilia lo sapevano tutti, dei semplici briganti che si sono uniti alla resistenza per sfuggire alla giustizia. Se non fossero arrivati quei guerrafondai degli americani degli inglesi e degli australiani aiutati da volontari brasiliani ci sarebbero ancora i nazzisti e i nostri coraggiosi partigiani sarebbero ancora alla macchia, al mio paese d’origine sull’appennino tosco-emiliano hanno dovuto suonare le campane per diversi giorni per farli tornare al paese, un vero coraggio da leoni. Loro colpivano le pattuglie tedesche poi lasciavano nelle peste i paesani che venivano trucudati per vendetta .Basta con le bugie storiche.
    > Allora per te partigiani non contano nulla!!
    2 maggio 2005, di : Sedral

    Dal tuo giudizio posso dedurre che per te i partigiani sono stati soltanto persone furbe che si sono presi il merito della liberazione dal nazi-fascismo... e allora che mi dici del loro processo di opposizione clandestina che hanno mantenuto vivo durante il periodo del fascismo?... e poi ti ricordo che senza l’aiuto bellico dei partigiani non sarebbero mai riusciti a sconfiggere i nazi-fascisti...