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Caos calmo... anzi, calmissimo

Quando ci si ostina a voler fare il "mattatore" ad ogni costo.
di Alfio Pelleriti - martedì 11 marzo 2008 - 3540 letture

Si può recensire un film non visto? No! Sicuramente non sarebbe un’operazione corretta, anche se, a leggere i resoconti di alcuni critici militanti, sembrerebbe proprio che sia un comportamento usuale di chi, lette solo alcune pagine salterellando di capitolo in capitolo, tesse dipoi elogi sperticati dei libri da segnalare ai lettori. Altri visionano le sequenze montate nei trailers di film che poi stroncano con drastici e impietosi giudizi.

Vorrei, tuttavia, tentare questa operazione impossibile, di sapore marinettiano, con il film “Caos Calmo”, in concorso al Festival del cinema di Berlino a rappresentare l’Italia, diretto da Antonello Grimaldi, con Nanni Moretti, attore protagonista, Silvio Orlando, buona spalla e con Alessandro Gasmann e Isabella Ferrari.

Non vedrò il film per mantener fede finalmente a quanto mi riprometto ogni volta che esco dalla sala dopo aver assistito ad un film di Moretti. Ho detto basta dopo la visione de “La stanza del figlio”, l’ho ripetuto col “Caimano”. Non intendo assistere più alle prove di un “non attore” qual è Moretti.

Il film è la riduzione dell’omonimo romanzo di Sandro Veronesi, che scorre, piacevolmente fluido, nonostante l’autore abbia scelto una tecnica narrativa impegnativa, qual è il flusso di coscienza con focalizzazione interna. Nel romanzo si affronta il tema dell’alienazione dell’uomo moderno che ha assunto il credo materialistico della società consumistica come legge “universale e necessaria”. Il protagonista scopre che per troppo tempo ha perso di vista i valori che dovrebbero stare alla base della vita individuale e di gruppo e di essere stato immerso totalmente nel suo presente alla ricerca di un’edonistica realizzazione personale. Soltanto dopo la morte della compagna, scopre che la vita può essere vissuta con ritmi più lenti, tali da permettere di gustare gli aspetti meravigliosi e unici di essa, fino a quel momento da lui trascurati: la paternità e l’amore. Non può, però, non precipitare nell’abisso profondo di una coscienza che si è resa conto di avere fatto scelte esistenziali sbagliate. Ne consegue, quindi, un’angoscia che lo precipita nell’isolamento.

Tale complessità tematica dovrebbe trasmettere la trasposizione filmica attraverso il primo attore e ciò diventa impossibile con il film in questione, perché Moretti, cui è stato affidato tutto il lavoro interpretativo, non è un attore, se per attore si intende colui che, assumendosi il compito di identificarsi nel personaggio, riesce a presentare al pubblico una realtà che nasce dall’opera letteraria ma diventa diversa e unica con la recitazione. Il grande attore, nonostante sia immagine e non carne come sul palcoscenico, deve essere capace di trasmettere emozioni e sentimenti forti, facendo soffrire, piangere, gioire lo spettatore. Egli, sul set o sulla ribalta, con le sue qualità naturali affinate da un lungo corso nelle scuole d’arte drammatiche, aggiunge valore all’opera.

Nanni Moretti, con la sua voce monocorde, che sa di metallico, distrae continuamente chi assiste allo spettacolo, suscitandogli un’ansia che diventa presto fastidio. Come può Moretti, con un’unica espressione facciale, immutabile, marmorea, pretendere di far valicare confini spazio – temporali allo spettatore che resta invece inchiodato alla sua poltrona, in quel cinema, in quella città, con gli occhi che vanno spesso alle lancette dell’orologio sperando che giunga presto il momento di alzarsi. Non pretendiamo certo che gli attori adottino il metodo Stanislawskij, che prevede il completo annullamento della loro personalità per entrare totalmente in quella del personaggio, sebbene la recitazione hollywoodiana ci abbia abituati a tali miracoli, con i De Niro, gli Al Pacino, i Nicholson. Non guasterebbe certo a Moretti un po’ d’umiltà che gli permetterebbe di capire che, se proprio vuole soddisfare la voglia e la vanità irrefrenabili di far cinema, stia almeno dietro la macchina da presa. Profondità nello sguardo, espressività del volto, naturalezza nella gestualità, sensibilità alta attengono all’attore. Ci risparmi Moretti le sue prove men che mediocri che distruggono dei soggetti ottimi, meritevoli di ben altre realizzazioni.


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