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Taormina Film Festival 2012: Yuri’s day

(Yuriev Den) di Kirill Serebrennikov (Russia, 2008, 135 min, drammatico). Con Ksenia Rappoport, Sergey Sosnovski, Roman Shmakov. Una metafora sull’annientamento dell’anima russa in nome di uno sbandierato desiderio di cancellazione del passato.
di Orazio Leotta - venerdì 29 giugno 2012 - 4387 letture

Lyuba è una famosa cantante lirica, che in compagnia del figlio Andrei, torna al suo paese d’origine (Yuriev) da dove mancava da circa venti anni. Il figlio la segue malvolentieri e nei suoi discorsi fa continui riferimenti a Francia, USA, Germania, facendo così intendere alla madre che sono altri i posti che fanno per lui. Lyuba, al contrario, è elettrizzata nel tornare nei luoghi ove nacquero e vissero i suoi avi. Al posto della casa natìa, adesso c’è un albergo, ma nonostante la nuova struttura ricettiva, il paese sembra desolato coperto da una copiosa coltre di neve.

L’unica attrazione che vale la pena di visitare è un vecchio campanile. I biglietti d’ingresso si acquistano presso un’anziana signora che invece fa pressione per la vendita d’altro (t-shirt con sovrastampati disegni e scritte che inneggiano al nuovo corso della Russia), più fruttifera del semplice ricavato dei biglietti. Ad un tratto, il ragazzo scompare. Ad occuparsi delle ricerche saranno la madre in prima persona, poi coadiuvata da un’anziana del luogo, infine da uno svogliato funzionario di polizia. Viene rinvenuto il cadavere di un giovane ai bordi di un fiume; tutto corrisponde, altezza, numero di scarpe, vestiti similari, ma un tatuaggio sul petto recante un altro nome e un anno di nascita diverso fanno si che le indagini debbano proseguire. Ksenia Rappoport a Taormina.jpg

Si sparge la voce che nel monastero di un paesino a cinque chilometri di distanza ha preso i voti un nuovo frate: anche in questo caso i segni distintivi fisici corrispondono in tutto e per tutto, ma la madre vedendolo sostiene che anche quest’altro ragazzo non è suo figlio e fra le altre cose ha anche un nome diverso. Il poliziotto comincia a spazientirsi, sostiene che tutti gli uomini hanno due nomi, uno vecchio, personale, noto solo a se stessi, quello vero, ed un altro, il nome con cui il resto del mondo lo riconosce; il poliziotto dice che la cosa vale anche per se stesso e comincia ad insinuare dubbi in una donna che inizia ad accusare stanchezza e calo di voce. Coraggiosamente la donna cerca il figlio in un’osteria frequentata da soli uomini, anche lì non lo trova, ma si sente chiamare da un astante col nome di Lyusya. Ella lo congeda frettolosamente ribadendo che il suo nome è Lyuba.

L’astante rivela al poliziotto che per lui la donna è Lyusya, prostituta d’alto bordo, di cui si sono perse le tracce da tempo. Dopo aver setacciato in lungo e in largo tutta la zona, non resta che dare un’occhiata in un fatiscente ospedale ove sono ricoverati i malati di TBC: chiama a gran voce il nome del figlio, ma li non c’è. Impietosita dalle tristissime condizioni igieniche del luogo e dal fatto che i malati stanno seriamente soffrendo la fame, ritorna carica di cibarie varie per sfamare i degenti ed uno le si butta al collo, l’abbraccia, chiamandola mamma. A questo punto le ricerche di una donna stremata terminano, abbracciando non suo figlio ma una persona sofferente che forse morirà di lì a poco.

La donna si tinge i capelli di un rosso che dà sull’arancio e torna a cantare nel coro della chiesa, ove anche le altre donne hanno i capelli tinti di questo innaturale colore. Ed a pensarci bene, nelle sequenze iniziali del film, una donna fiera, ma dal passo lento, non più giovanissima e abbrutita dalla fatica cammina controsenso e alla vista dei due “stranieri” di ritorno al paesello prova spavento e fastidio. Anch’essa ha i capelli arancio che spiccavano sul resto di una pelle bianchissima. Perfino il fiume il cui nome non tornava alla mente della donna e a cui poi sopravviene, dagli altri abitanti è inteso adesso in altro modo. La Russia è cambiata: ce n’era una fiera, vera, con nomi, culture e un’anima ben definita. Da qualche tempo ce n’è un’altra, con altri nomi, idoli, percorsi contromano, cattedrali nel deserto. Le voci del coro delle donne (che stanno intonando, non a caso, musiche da “La Forza del Destino” di Giuseppe Verdi) si affievolisce fino a sparire del tutto. L’anima russa non c’è più.


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