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Il male non esiste

Un film diretto da Ryūsuke Hamaguchi (Giappone, 2023), presentato in anteprima il 3 settembre 2023 alla 80ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

di Piero Buscemi - mercoledì 5 giugno 2024 - 531 letture

Il primo particolare che risalta nella visione di questo film, è rappresentato da tante taniche bianche che il protagonista Takumi (Hitoshi Omika), in compagnia di un amico, riempie di acqua di ruscello. Sono taniche inusuali, ai due estremi della parte superiore ci sono due tappi, uno d’ingresso e l’altro d’uscita, dotato di rubinetto. Sembra una caratteristica banale, figlia di una tecnologia nipponica, votata al quotidiano più umile. La metafora tra il donato e il ceduto che, inevitabilmente, non possono condividere lo stesso varco.

Non c’è nulla di banale in questo film, neanche i minimi dettagli che possono sfuggire a un occhio distratto. Il rapporto tra le fronde degli alberi, fitte e pur libere di mostrare l’azzurro cielo che può rappresentare qualsiasi cosa, e il sottobosco dove anche qualche fogliolina di wasabi selvatica diventa una scoperta da custodire gelosamente.

La trama del film di Ryūsuke Hamaguchi non ha nulla di così esclusivo che non sia stato proposto da altri registi. Una piccola comunità a Mizubiki, un paesino nella prefettura di Nagano, rischia di essere sconvolta da un progetto sostenuto da due portavoce di un’azienda provenienti da Tokyo, Takahashi (Ryūji Kosaka) e Mayuzumi (Ayaka Shibutani). Il progetto prevede la costruzione nella zona di un sofisticato campeggio, un glamping per la precisione.

Dopo un incontro preliminare tra i due rappresentanti dell’azienda e i cittadini, scaturiscono una serie di dubbi e di puntualizzazioni su tutto ciò che questa struttura turistica potrebbe provocare in conseguenze nei confronti degli abitanti locali. Dalla minaccia di inquinamento delle falde d’acqua a quella di possibili incendi.

Dalle prime sequenze il film evidenzia il destino condiviso di un’intera umanità, in ogni angolo del mondo. L’eterno confronto tra la presunzione umana e la Natura che osserva, attende e, quando meno te lo aspetti, reagisce per un senso di sopravvivenza.

Il protagonista Takumi vive con una figlia di 8 anni, Hana (Ryō Nishikawa), con lei vive l’esperienza piena del contatto con la Natura. Il nome degli alberi, da indovinare come un gioco didattico a indovinelli. I cervi, simbologia di una libertà e fragilità, il cui destino è legato a un colpo di fucile di un cacciatore di passaggio.

Quella sopravvivenza, appena citata, è la forza scatenante di una reazione contro una minaccia. La madre cervo, ferita e quasi morente, non può restare inerme ad attendere la propria morte, che sarà anche quella dei suoi cerbiatti abbandonati allo stesso nefasto destino. Non può, non può permetterselo.

La musica della colonna sonora, un violino struggente che accompagna lo spettatore sin dalle prime sequenze, ci restituisce la sensibilità artistica del suo compositore Eiko Ishibashi. Farsi catturare dalle immagini, a tratti ovattate, da quella calma apparente di una comunità che si oppone a un progetto distruttivo di un equilibrio che rischa di essere compromesso.

Il colpo di scena, che il regista giapponese non può sottrarsi da inserire al momento opportuno, lascerà al pubblico un momento di riflessione e uno scrupolo di coscienza difficile da dimenticare.


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