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La zona d’interesse

Regia di Jonathan Glazer, con Christian Friedel, Sandra Hüller, Johann Karthaus, Luis Noah Witte, Nele Ahrensmeier (Gran Bretagna, Polonia, USA, 2023, durata 105 minuti)

di Piero Buscemi - mercoledì 20 marzo 2024 - 1061 letture

Il film inizia e finisce come uno degli ultimi concerti portati in tour negli ultimi anni da Roger Waters. Rispetto a una spiaggia desolata, qui è uno schermo monocolore che introduce la storia e la conclude. La musica di sottofondo, in pieno stile rappresentazione classica al Teatro Greco di Siracusa, completa gli effetti speciali della programmazione.

Questo è un film che doveva, e ha, vinto l’Oscar. Ha tutti i connotati giusti per rientrare nei gusti e nei dogmi cinematografici statunitensi. Dal nostro punto di vista, non sono le peculiarità artistiche o la personale reinterpretazione del regista che hanno dettato il risultato ottenuto all’ultima edizione degli Academy.

Il vero motivo, ribadiamo dal nostro punto di vista, è quel collimare - volontario o involontario non lo sapremo mai - tra la scelta del regista britannico Jonathan Glazer di mettere sul grande schermo il romanzo dello scomparso scrittore britannico Martin Amis, deceduto lo scorso 19 maggio 2023, e la predisposizione della giuria degli Oscar a premiare un certo "punto di vista" sulla drammatica storia del nazismo hitleriano.

Questa scelta si è ripetuta negli anni e, puntualmente, la statuetta ha preso la strada di casa del regista del momento che ci ha ricordato, sempre con diverse divagazioni sull’argomento, la tragedia dell’Olocausto. Scontato ricordare Schindler’s List (1993) di Steven Spielberg, ma anche Anna Frank Remembered (1995) di John Blair, quest’ultimo sicuramente meno conosciuto. Per arrivare al "nostro" La Vita è Bella (1997) di Roberto Benigni che, per aggraziarsi le simpatie dei giurati, nella scena finale del film fa entrare trionfalmente un carro armato liberatorio, con la bandiera a stelle e strisce, come il compianto Monicelli ci fece notare a suo tempo.

Certo, le scelte dei giurati di Los Angeles avrebbero preso strade diverse, se questi registi, tra cui lo stesso premiato Glazer, si fossero fatti ispirare da storie più contemporanee, più vicine ad una realtà attuale che si preferisce glissare compiendo il solito salto nel passato, lasciando qualche dubbio sulle reali intenzioni della propaganda storica in materia di vicende che trattano di conflitti, stermini e pulizie etniche.

Ci vengono in mente alcuni titoli che non avrebbero sicuramente avuto le credenziali giuste per ritrovarsi almeno nella cinquina dei finalisti. Alcuni titoli vogliamo proprio ricordare e consigliarne la visione ai nostri lettori, per una giusta o, quanto meno, equilibrata interpretazione degli eventi storici. La Strada dei Samouni (2018), del nostro Stefano Savona che, con questo documentario, ci racconta la vita rurale di una famiglia sulla Striscia di Gaza. Uno dei tanti esempi che potremmo citare.

Forse il regolamento degli Academy Award ha impedito la candidatura di un’altra opera di un altro regista italiano, Loris Lai con il suo I Bambini di Gaza - Sulle onde della libertà, che uscirà nelle sale il prossimo 28 marzo. La storia di due bambini, l’uno israeliano e l’altro palestinese che, in mezzo all’orrore dei bombardamenti di una guerra infinita, trovano nel surf la manifestazione di libertà e il punto di incontro che, purtroppo, da adulti la vita reale fa disperdere al vento come una delle tante occasioni per rimanere umani, come ci ha suggerito in tutta la sua vita, Vittorio Arrigoni.

Ritornando brevemente al film di Glazer, sicuramente l’abilità narrativa del regista si evidenzia in ogni singolo fotogramma. La scelta di una fotografia con continui effetti flou, affidata a Lukasz Lal, la musica struggente di Mica Levi e la scenografia che Katarzyna Sikora ha curato nei minimi dettagli, rende il film un ottimo prodotto cinematografico. Anche il cast è di sicuro pregio, con una espressiva Sandra Hüller, nella parte della moglie del protagonista, Christian Friedel nelle vesti di Rudolf Höss, l’impassibile e impeccabile comandante del campo di Auschwitz.

Chiudiamo con una umile riflessione su quell’eventuale messaggio che, sia il libro che la trasposizione su schermo, si erano riproposti di lanciare. Crediamo con convinzione che la Storia dovrebbe indicare la strada da non ripercorrere cadendo negli stessi errori. Rassegnati al fallimento di questa missione che l’intera umanità dovrebbe mettere sempre al primo posto nel decidere come vivere e convivere in questo mondo, auspichiamo soltanto che il tutto non si trasformi soltanto in una favola ingannevole che ci faccia perdere la percezione degli orrori contemporanei che gli esseri umani continuano a mettere in scena sul tragico schermo sul quale, in ogni caso, scorre la vita di miliardi di persone.


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