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Morte a Venezia: l’esplicita ricostruzione del passato di Visconti

È considerato il secondo capitolo della "trilogia tedesca", di cui fanno parte anche La caduta degli dei (1969) e Ludwig (1972).
di Orazio Leotta - mercoledì 16 maggio 2018 - 3803 letture

Luchino Visconti aveva molto amato Thomas Mann (è dalla riduzione di un suo dramma che prende forma Morte a Venezia), uno scrittore che era riuscito ad assorbire tutta la sua vita, con il quale si identificava, tanto più sul finire dei suoi anni e della sua carriera artistica quando ormai sentiva la vecchiaia consumarlo ogni giorno sempre di più. Non che la sua voglia di lavorare o la sua energia fossero diminuite, erano mutate le sue motivazioni artistiche. Quello che doveva dire come regista l’aveva detto (Ossessione, Bellissima, Rocco e i suoi fratelli, Senso, Il Gattopardo etc…); ora poteva affrontare temi più particolari e privati. Per anni l’aveva rifiutato prediligendo un cinema diverso, di lotta, di denuncia, talvolta decadente, altre volte realista, altre ancora prediligendo rappresentare il declino di una società o di una famiglia.

Ci troviamo sul finire degli anni ’60: Visconti percepiva la fine della sua bellezza, lui che era abituato ad esercitarla sugli altri e che ora cominciava a perderla. Durante la preparazione di “Morte a Venezia”, Luchino si recò un’infinità di volte al Lido; in compagnia degli amici fidati e, sempre in silenzio, amava contemplare l’Hotel Des Bains, la lunga spiaggia bianca, la malinconica luce sulla laguna, ricordando il passato: poiché questo doveva essere Morte a Venezia, il suo passato e il suo presente intrecciati, evocati attraverso la vicenda manniana, con scene di grande bellezza…forse le più belle fra tutte le immagini di Visconti. Probabilmente durante quelle ispezioni silenziose vedeva già il mondo che doveva ricreare; e sicuramente sentiva la musica di Mahler, poiché il protagonista, Aschenbach, che nel romanzo breve di Mann è uno scrittore, nel film diviene un musicista e la sua musica – che è quella di Mahler – diviene un elemento integrante della vicenda. Visconti occupò l’Hotel Des Bains per tre mesi. Su tutti i giornali italiani appariva il seguente annuncio: “Produzione Visconti cerca quotidiani pubblicati intorno 1910 (italiani, francesi, inglesi), manifesti, abiti, cappelli, scarpe, oggetti vari”. Luchino insistette, fra l’altro, per avere al suo fianco Piero Tosi, il top dei costumisti (tutt’ora vivente): voleva l’evocatore d’immagini più preparato e preciso che potesse trovare. Thomas Mann aveva raccontato i sentimenti del suo protagonista e Visconti intendeva tradurli in fotografia con un occhio rivolto all’indietro.

Morte a Venezia 5

Morte a Venezia è difatti un’esplicita ricostruzione del suo passato. Piero Tosi vi lavorò in base alle più minuziose istruzioni del regista. La silenziosa Silvana Mangano, che sorveglia i suoi figli beneducati e meravigliosamente vestiti, è una copia della mamma, la signora Carla Erba Visconti. Luchino stesso diceva che guardando la Mangano sulla spiaggia, coi suoi immensi cappelli, il profilo altero, remota, senza un marito al fianco, aveva la sensazione esatta di vedere la madre seduta a leggere sotto le ombrella e le capanne estive fatte con le canne. Le maniere dei suoi figli sono tanto rigorosamente corrette quanto lo erano quelle dei piccoli Visconti, che indossavano abiti alla marinara. La governante che accompagna questi aristocratici fanciulli polacchi avrebbe potuto lavorare benissimo nella casa milanese dei Visconti in Via Cerva. E poiché l’autore riflette se stesso tanto in Tadzio quanto in Aschenbach, la tormentata reazione di quest’ultimo alla scoperta della propria omosessualità diviene nel film l’esaltazione di un intellettuale, sia pur aristocratico e non borghese.

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Uno stretto intreccio tra passato e presente, dicevamo. Al presente appartiene la vicenda dell’anziano protagonista che, dopo aver ricevuto in una Venezia ammorbata l’occhiata provocante di un bellissimo adolescente, muore contemplando il suo idolo sulla spiaggia di un grande albergo. Da un flashback invece apprendiamo che lo stesso uomo ebbe un tempo uno sconvolgente incontro con una prostituta, Esmeralda, lo stesso nome del battello con cui arriva a Venezia; dunque, per Visconti, l’iter naturale verso l’omosessualità, che è pura, passa attraverso la contaminazione a opera di una femminilità prostituita. Sul battello, Gustav von Aschenbach viene avvicinato da un falso giovanotto, un vecchio orribilmente truccato e in preda alla più disgustosa ubriachezza; uno strano gondoliere praticamente lo “rapisce” verso il Lido nella sua imbarcazione luttuosa; all’arrivo, un maitre d’hotel manieroso e servile lo accoglie con troppi inchini. L’inganno è nell’aria. Finalmente un impiegato inglese dell’agenzia Cook rivela al musicista la verità: a Venezia c’è il colera. Sia il gondoliere che il maitre sono servi che, con la congiura del silenzio, impongono la propria volontà al padrone; lo stesso dicasi del barbiere che, senza esserne richiesto, fa di Aschenbach un “falso giovanotto”, tingendogli i capelli e truccandogli il viso. Il protagonista è di nuovo Visconti, circondato da una corte servile che lo sfrutta, lo inganna, lo tradisce.

Aschenbach arriva a Venezia solo: è sempre solo, circondato da una folla di persone che parlano lingue e dialetti a lui incomprensibili, che bisbigliano tra loro e, quando il compositore le interroga, ammutoliscono. E muore da solo. Il tema della solitudine, una solitudine che si svolge sempre tra la folla, tra la gente, è quello di Visconti, un’ennesima riflessione sulla propria vita. Ancora una volta, è di se stesso che Visconti parla. E poi l’elemento vecchiaia: nel film vediamo molti “falsi giovanotti” imbellettati, il vecchio ubriaco sul battello, il capo della compagnia dei canterini ambulanti che si esibiscono nel giardino dell’albergo, Aschenbach stesso. La vergognosa vecchiaia del suo volto accentua per contrasto la bellezza e la purezza di quella di Tadzio, immagine della gioventù. E Tadzio – la giovinezza – è sempre circondato da una folla di persone, la madre, la governante, le sorelle, gli amici, che pongono una barriera insormontabile tra lui e il suo anziano adoratore; quando Aschenbach cerca di parlare alla governante in francese, questa gli risponde in polacco. Tadzio è la nostalgia (e il desiderio) di Visconti per la giovinezza, ma è anche il giovane Luchino, bello, innocente, che gioca sulla spiaggia inconsapevole della propria bellezza e innocenza.

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"Morte a Venezia" raccolse sia critiche che lodi e vinse parecchi premi: David di Donatello, Nastri d’argento, Globo d’oro, Bafta, oltre che la nomination agli Oscar per i migliori costumi ed anche un premio speciale a Cannes in occasione della 25.ma edizione della kermesse francese. Alla sua prima rappresentazione mondiale che avvenne a Londra assistettero finanche la regina Elisabetta con la figlia, la principessa Anna.


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