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“Palazzina Laf” di Michele Riondino

Palazzina Laf / regia di Michele Riondino. - Un articolo di Francesca Marcellan (Volere la luna)

di Redazione - sabato 30 dicembre 2023 - 1550 letture

Inizia con un caschetto da operaio sopra una bara il primo film da regista di Michele Riondino, ma non parla di morti bianche. Il suo tema è uno dei primi casi riconosciuti di mobbing in Italia (i fatti avvennero nel 1997-1998, la sentenza di primo grado è del 2002), all’Ilva di Taranto, ma quella bara e quel caschetto stanno lì per dirci che c’è anche un altro modo di morire sul lavoro: la morte psichica provocata dalla perdita di identità e dignità, frutto di una umiliazione sistematica. In questa sequenza iniziale Riondino riesce, senza neppure una riga di dialogo, a farci entrare immediatamente nel contesto in cui si svolgerà la storia: la chiesa semivuota ci parla di una comunità rassegnata, nella quale una morte come questa non fa neppure più scandalo. Alla fine del funerale, per un omaggio meramente formale, ma soprattutto per annusare l’aria che tira, arriva uno dei capi del personale dell’Ilva (Elio Germano). Il tutto avviene in una chiesa moderna e durante i titoli di testa Riondino indugia a lungo sui particolari del grande mosaico che si trova dietro l’altare e che raffigura un enorme Cristo attorniato da vari lavoratori, riconoscibili dagli attrezzi del mestiere; tra questi ci sono due operai e sullo sfondo la fabbrica, con la ciminiera da cui esce una nuvola di fumo grigio che si staglia in modo quasi surreale sul fondo oro bizantineggiante del mosaico. Così in pochi minuti di riprese Riondino condensa come è stata vissuta all’inizio la fabbrica da quella comunità, negli anni ’60: una benedizione divina e una fonte di sicuro benessere, come ci dicono quella miriade di tesserine dorate che riempiono il mosaico.

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Palazzina Laf, di Michele Riondino - locandina

Questo è il piano di lettura immediato e intuitivo, ma la cifra del Riondino regista è l’inserire continuamente trampolini dai quali tuffarsi fuori dal film, per capirne di più. E si inizia appunto da subito, con questo mosaico dall’iconografia così stravagante ai nostri occhi di oggi. Basta una piccola ricerca per scoprire che questa immagine di Cristo attorniato da lavoratori (o lavoratore egli stesso) non si trova solo nella chiesa del film, che sorge appunto nel famigerato quartiere Tamburi a Taranto e che è dedicata a “Cristo Divin Lavoratore”. Questa titolazione accomuna infatti un piccolo gruppo di altre parrocchie in giro per l’Italia, tutte costruite all’epoca del boom economico in quartieri operai, quando la Chiesa sentì la necessità di sviluppare una pastorale del lavoro che contrastasse le sinistre sul loro terreno. Addirittura le Acli tentarono di fare del Cristo Lavoratore, noto anche come “Divino Operaio” (sic!), il patrono del 1° maggio, ma la Chiesa preferì infine la scelta più tradizionale di san Giuseppe artigiano (1955); sempre le Acli donarono simbolicamente a papa Pio XII una statua di questo soggetto che venne trasportata in elicottero fino al sagrato di san Pietro. E se vi ricorda qualcosa, sì: è proprio la scena iniziale di La dolce vita (1960), per dire l’impatto che esercitò nell’immaginario dell’epoca. Un’iconografia che oggi è invece per noi una sorta di indecifrabile reperto archeologico, tanto sono cambiati i tempi.

Ma c’è un ultimo tassello che Riondino aggiunge a questa scena iniziale e che fa parte della colonna sonora. Si tratta di una marcia funebre della Settimana della Passione tarantina, rito partecipatissimo che ha origine nel Settecento, e se ne sentono nel corso del film altre due. Una di queste marce, “A Gravame”, apre la processione dell’Addolorata il Giovedì santo e risale a inizio Novecento, quando venne composta per un componente della banda musicale, morto proprio in un incidente sul lavoro. Dei frammenti della processione del Venerdì santo appariranno poi, nel prosieguo del film, in un sogno del protagonista Caterino Lamanna (Michele Riondino stesso), un operaio che accetta di fare la spia in cambio di un infimo miglioramento della sua posizione lavorativa. Per dare un’idea del tipo, lo incontriamo per la prima volta al bar di fronte alla chiesa, mentre sta facendo, appunto, discorsi “da bar”, commentando la TV che dà la notizia dell’incidente sul lavoro nel quale è morto l’operaio di cui si celebra il funerale.

Nella sua ignoranza, Caterino ha solo una vaghissima percezione della gravità di ciò a cui si presta nel corso del film, ma attraverso il sogno emergono brandelli di coscienza e vede il suo volto vicino a quello del crocefisso processionale, in una specie di bacio di Giuda. Nel sogno ritorna poi più volte anche la cosiddetta “Croce dei Misteri”, cioè una croce che porta appesi tutti i simboli della Passione (corona di spine, chiodi, martello ecc.), immagine simbolica dell’umiliazione che subiscono i mobbizzati rinchiusi nel reparto di confino della Palazzina Laf; è anche un’immagine a distanza siderale dall’ottimismo del Cristo Lavoratore della prima scena e che ci dà la percezione del baratro tra le rosee attese originarie e le reali pesanti conseguenze della presenza della fabbrica in città.

Utilizzando lo strumento del sogno e le immagini della processione, il regista resta dentro al personaggio, utilizzando le sue esperienze e i suoi schemi mentali per leggere la realtà. Questo punto di vista interno, coerentemente perseguito, è un altro punto di forza del film, che gli permette di evitare retorica e didascalismo, così come stantie parabole narrative di personaggi negativi che prendono coscienza e si riscattano sul finale. Al contrario, alla fine del film, a processo celebrato e vittime di mobbing “liberate”, l’unico a restare nella Palazzina Laf è proprio Caterino, che nell’ultima scena è lì, seduto a fumare e a pensare, e chissà mai se riuscirà a capire che è l’ignoranza di sé e dei propri diritti che rende il luogo di lavoro una prigione e che per questo l’unico eterno recluso è proprio lui (e chi come lui). Un finale che non chiude, dunque, ma al contrario apre a una riflessione più ampia su quale e quanta sia, oggi, l’autocoscienza dei lavoratori in Italia; è questo l’ultimo trampolino offerto dal film allo spettatore, per lanciarsi oltre questa storia.

Come ha giustamente dichiarato Riondino, «ho fatto un film che parla di lavoratori e di come è nato un problema, non solo per Taranto ma per i lavoratori in generale». E in un cinema come il nostro, nel quale il lavoro è sempre stato un tema poco rappresentato, Palazzina Laf è un film prezioso, da vedere assolutamente.


L’articolo di Francesca Marcellan è stato diffuso da Volere la luna.



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