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La lenta agonia di un quartiere napoletano

È quel quartiere a cui il regista napoletano Mario Martone strappa alcuni squarci lirici e degradati nel suo ultimo lungometraggio, “Nostalgia”, storia di un’amicizia lontana che si risolve nei vicoli bui del rione con l’omicidio del protagonista a opera del suo lontano amico, ora camorrista di piccolo cabotaggio e dal coltello facile. È il Rione Sanità. Lì dentro ci aveva collocato il suo “sindaco” Eduardo de Filippo, don Antonio Barracano, vigile e tutore di una legge impiantata con la violenza lucida di chi governa lo sfascio sociale in vece dello Stato.

di francoplat - mercoledì 8 giugno 2022 - 1333 letture

Qualche giorno fa, la Rete Rione Sanità – insieme di associazioni e cooperative operanti nella zona – ha denunciato, per bocca del missionario comboniano Alex Zanotelli, l’ulteriore sfregio al quartiere: la chiusura dell’istituto Caracciolo Salvator Rosa. Si tratta di un istituto tecnico professionale, ancora in grado di accogliere, otto anni fa, circa 600 studenti, poi ridottisi a 480 e, per tale ragione e in virtù delle norme ministeriali, accorpato a un’altra scuola, l’Isabella d’Este, distante dal rione. Ora, l’intendimento dell’amministrazione è quello di adibire il Salvator Rosa a sede di corsi di formazione professionale, di fatto esautorando la presenza di una scuola pubblica nella zona.

Così, «in un quartiere difficile e deprivato» e dinanzi a «una catastrofe educativa causata dalla pandemia, con tassi paurosi di dispersione scolastica» - è padre Zanotelli a parlare – il Rione Sanità si troverà senza alcun presidio di legalità nell’ambito dell’istruzione. Non è, com’è ovvio, una questione di lana caprina. È, come sempre, una questione di presenza/assenza: presidiare il territorio dovrebbe essere uno dei fini degli organi statuali. Il significato di una scuola in una realtà svantaggiata è enorme, al di là dei risultati immediati. Non a caso, citando Antonino Caponnetto, la Rete Rione Sanità asserisce che «la malavita organizzata ha più paura della scuola che non della giustizia». In tal senso, i membri della Rete stanno cercando di trovare un punto di incontro con le autorità competenti al fine di ridiscutere questa decisione. Non che non sia già stata tentata questa strada, ma, secondo quanto osservano i responsabili dell’associazione, l’interlocuzione con la Regione Campania è fallita per “tecnicismi”.

Va ancora precisato un aspetto. Se ci si sofferma solo sul fatto in sé, sul dato di cronaca contingente, la questione potrebbe apparire seria ma non tragica. Invece, è opportuno non soffermarcisi troppo e allargare il quadro cronologico, andare un attimo indietro, al 2015, quando Francesco Ruotolo, allora consigliere della Municipalità 3 – in cui si inscrive il Rione Sanità – stilava un resoconto accurato di quanto nel quartiere era morto, era stato chiuso, aveva cessato di vivere. Oltre le esistenze di giovani ragazzi stroncati dalle faide interne alla camorra, s’intende. Un elenco di cui si riporta, in modo impressionistico, qualche particolare: nell’ultimo decennio del Novecento, via via si erano estinti l’ospedale San Camillo, il teatro nel cortile della scuola “Angiulli”, l’esperienza pilota didattica integrata Vomero-Sanità presso la scuola media “Lombardi”. A seguire, Ruotolo annotava quanto era sfiorito tra vicoli, bassi e viuzze, nei primi quindici anni del nuovo millennio: dalla soppressione del 90% dei posti nella casa per anziani “card. Mimmi” alla biblioteca comunale di Piazza Pagano, dalla casa di cura e ricovero per anziani poveri al reparto di ginecologia dell’ospedale San Gennaro – riaperto dopo una mobilitazione popolare delle partorienti -, dal liceo “Campanella” al parco pubblico San Gennaro, riaperto dopo occupazione popolare, dallo stallo del Centro Culturale Polivalente alla pubblica illuminazione fra le 4,30 e le 5 del mattino.

Al Rione Sanità non è, dunque, morta soltanto una scuola. Fatto, questo, che già di per sé basterebbe a mobilitare le coscienze e l’indignazione. Al Rione Sanità è morto il quartiere in tutti i gangli di connessione tra la cittadinanza e gli ambiti pubblici relativi a ogni età e condizione. Giovani e anziani, salute e tempo libero sono stati strozzati, un poco per volta, immolati alla legge della deprivazione sociale e culturale, alla legge dello sbando statale. Nessun presidio di forza dell’ordine, la polizia che brancola in un buio non metaforico quando deve eseguire accertamenti per qualche fatto delittuoso, anche perché manca qualsiasi sistema di videosorveglianza, l’organico ridotto della Polizia locale.

Cosa resta, in sostanza, agli abitanti del quartiere? Per qualcuno, non resta che auto-educarsi e correggersi nella direzione di un crescente senso civico. Per qualcun altro, recarsi da uno dei tanti don Antonio Barracano per avere adenzia, per dirimere le asperità del quotidiano. In mancanza di meglio e di altro. Con altro si intende l’assetto anche blandamente ravvisabile di un’intelaiatura democratica e di qualche segnale, pur vago e indistinto, della presenza pubblica.


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