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Inno al dovere

La testimonianza di Maria Falcone agli studenti torinesi nel giorno del ricordo delle vittime di mafia

di francoplat - martedì 22 marzo 2022 - 1263 letture

Il 21 marzo si è celebrata, com’è noto, la “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. In tutta Italia, i nomi di 1055 persone stroncate dalla violenza mafiosa (e non solo) sono stati letti affinché, è don Ciotti a dirlo, venissero impressi «nelle coscienze» della cittadinanza italiana. Nella città di Libera – associazione di cui don Ciotti è presidente e fondatore -, cioè Torino, è arrivata Maria Falcone per ricordare una di quelle vittime illustri, suo fratello Giovanni. Lo ha fatto davanti a una platea di piccole creature e di creature un poco più grandi, ossia gli studenti della scuola primaria e secondaria di primo grado delle Scuole Cottolengo. Segmento della “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, opera nata dalla prassi di uno dei santi sociali torinesi, San Giuseppe Benedetto Cottolengo, le scuole cottolenghine sono una realtà paritaria del capoluogo piemontese. Dopo la piantumazione di un albero, in ricordo dell’albero di Falcone, l’ospite si è presentata nel teatro scolastico, accanto a don Andrea, direttore delle scuole. Si è scusata con gli studenti più grandi di età, in particolare una delegazione del secondo anno del liceo artistico “Renato Cottini”, perché il discorso avrebbe avuto un tono e dei caratteri consoni all’età degli allievi più piccoli.

Il discorso di Maria Falcone è stato, in sostanza, un cameo tra privato e pubblico del fratello, volto a ribadire un principio: Giovanni si è sacrificato per l’Italia, convinto così di adempiere a un dovere, e lo ha fatto consapevole che la battaglia contro la mafia non avrebbe potuto concludersi e vincersi con la sola resistenza dei magistrati. «La mafia non è solo un fatto criminale, è anche un fatto culturale». Da qui, la ragione stessa della sua presenza fra gli studenti.

Di Giovanni, evoca la vita infantile, in un appartamento del centro di Palermo, specificamente in via Notarbartolo. Curioso e tragico destino che accomuna Falcone e il titolare del nome di quella via, quel presidente del Banco di Sicilia ucciso da una lontana mafia, nel 1892, ricorda l’ospite, esattamente un secolo prima dell’attentato di Capaci. In realtà, Notarbartolo fu ucciso nel febbraio 1893, ma è un dettaglio di poco conto. Di maggior conto, ma questo non arriva agli spettatori in erba, è il fatto che in entrambe le morti la mano mafiosa sia sospettata di essere stata accompagnata da altre mani, nascoste nell’ombra. Maria Falcone spazia tra gli appartamenti dell’alta borghesia palermitana, su cui è calata la mano del sacco di Vito Ciancimino – a cui dedica una piccola notazione per spiegare come quell’uomo avesse intascato molti soldi abbattendo costruzioni dal sapore liberty per edificare altro - , e il quartiere “Ballarò”. Questa zona degradata di Palermo, deprivata sia sul piano materiale sia su quello culturale, viene evocata perché uno dei messaggi che segue la morte di Giovanni è scritto proprio da una mano di quel quartiere, un messaggio che notificava la continuazione ideale nei palermitani della lotta del magistrato.

Il giudice è raccontato tra pubblico e privato, si è detto. Così, all’immagine pubblica, quella di uno degli eroi del “secondo Risorgimento” – l’altro è il fraterno amico Paolo Borsellino, costantemente richiamato dalla relatrice – partito da Palermo, si affianca quella privata, quella del bambino Falcone. Si serve di un racconto lontano, Maria Falcone, quando Giovanni ha otto o nove anni e amava vestirsi da Zorro. Maschera, mantello, cappello e spadino, quello con cui – precisa ai più piccoli, sperando conoscano l’eroe mascherato – siglò la famosa “zeta” sulle pareti di casa della nonna, con certosina caparbietà. Quel gesto fu punito dal padre con il rifiuto a dargli il bacio della buonanotte: devi imparare a rispettare gli altri e le cose degli altri. Maria annette importanza all’episodio, almeno così pare ascoltandola. A suo dire, Giovanni non dimenticò quel monito, lo fece diventare un mantra, un elemento fondante del suo comportamento.

Il racconto, la morale dell’eroe che aiuta i deboli contro i prepotenti, viene gettato con una mossa fulminea al presente. «È un po’ come in Ucraina oggi», dove c’è un popolo che cerca di reagire contro un “cattivo”, Putin, e gli uomini che lo circondano. A chi ascolta, fra gli adulti si intende, questo passaggio risulta un po’ stridente e poco congruo con la giornata, ma l’ospite non intende disegnare contorni sfumati. Non può farlo per gli uditori che recepiscono meglio le divisioni nette e, forse, non vuole farlo per altre ragioni. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi; mafiosi e Stato, qui da noi, e invasori e invasi, là, in Ucraina. Di fatto, sulla scorta delle parole di Maria Falcone, con un poco di fantasia infantile rimasta appiccicata nell’adulto, è possibile immaginare Giovanni tra le fila dei soldati ucraini, vestito da Zorro, lottare contro l’usurpatore russo.

Non c’è tempo per la fantasia nel flusso del racconto della professoressa Falcone. Si torna indietro, al 1986, al maxi-processo, a Tommaso Buscetta, alle sentenze che inchiodano con venti ergastoli i boss di Cosa nostra, agli oltre duemila anni di reclusione per gli altri. Il tema dell’opposizione fra bene e male ritorna, lo suscita il nome del pentito Buscetta. L’ospite spiega che si può cambiare, che si può scegliere un’altra strada, a patto che si abbia modo di sentire una voce diversa da quella che, di norma, costruisce la nostra educazione. È il tema della lotta culturale del fratello, che diventa un nuovo piccolo racconto. In televisione ho sentito la moglie di un pentito, spiega Maria Falcone, che narrava del figlio a cui premeva una domanda: perché Falcone e Borsellino, di cui lui aveva sempre sentito parlare male, a scuola erano, invece, considerati degli eroi?

Forse inconsapevolmente, legandosi al tema dell’eroismo e del prezzo pagato per questo, la sorella del magistrato pone una domanda al pubblico: «perché Giovanni è stato quello che è stato? Perché ha fatto quello che ha fatto?» Avrebbe potuto occuparsi di divorzi o di altre cause civili, invece ha scelto di combattere la mafia, entrando nello staff di Rocco Chinnici: un magistrato coraggioso e innovatore, precisa alla platea. Perché? Giovanni, secondo un racconto più volte offerto dalla sorella, le avrebbe risposto che «si vive una volta sola». Da qui, la morale conseguente: bisogna fare qualcosa di più nella vita che cercare una bella vita, asserisce l’ospite, è necessario fare il bene degli altri, lavorare per gli altri. Una morale che tanto sarebbe piaciuta a Manzoni. Non un bene religioso, ma un bene laico, la chiamata di servizio dello Stato a cui è opportuno, anzi doveroso rispondere.

Ci si avvia alla conclusione, prima delle domande degli studenti. Giovanni è narrato nella sua veste di vittima consapevole del proprio destino, a cui già Buscetta avrebbe anticipato la morte violenta per mano della mafia. Falcone, intervistato da un giornalista poco prima dell’attentato di Capaci, rispose che «gli uomini passano e le idee restano». Testamento morale, prova a spiegare Maria Falcone, di un uomo che si avviava verso la fine. Per questo, chiude, è necessario accoglierne l’esempio, capirne il messaggio. La democrazia è «una pianta fragile e delicata» e va curata dalle mani di tutti.

All’applauso, seguono le domande. «Com’è cambiata la sua vita dopo l’attentato?», «ci sono oggi altri protagonisti della lotta alla mafia», «cosa possiamo fare nel nostro piccolo?»: Maria risponde, sì, è cambiata la mia vita, non tanto per la scorta, quanto per il fatto di non poter lasciare andare intimamente il ricordo di Giovanni, che è sempre presente. Oggi, tutti sono protagonisti nella lotta alla mafia, nel loro piccolo. Potete fare fino in fondo il vostro dovere.

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