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ANIME NERE di Francesco Munzi

Con Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo. Tratto dal romanzo omonimo di Gioacchino Criaco

di Orazio Leotta - sabato 30 agosto 2014 - 5511 letture

Africo, provincia di Reggio Calabria. C’è Africo vecchio, paese antico e parzialmente abbandonato a seguito di un’alluvione e c’è Africo nuovo, sul mare, ove gran parte della comunità vi si trasferì di conseguenza. Ed è in questi luoghi che si muovono le drammatiche vicende di “Anime Nere”, primo film italiano in concorso alla Mostra del regista Francesco Munzi. Una storia di faide tra famiglie rivali del posto, ma, a ben vedere, una sorta di faida all’interno della stessa famiglia protagonista della storia.

Tre fratelli, l’uno diverso dall’altro, uno, Luciano, che vive stabilmente ad Africo, più incline a sotterrare l’ascia di guerra; Luigi, il più carismatico, il più determinato nel condurre le cose illecite della famiglia ma al contempo anche il più romantico, il più legato alle tradizioni e permeato da retaggi infantili; Rocco, pragmatico e temporeggiatore, che ha sposato una ragazza del nord (Barbora Bobulova) Barbora Bobulova, una delle protagoniste che mal si adatta allo stile particolare di vita all’interno di questa famiglia allargata. In più Leo, il figlio di Luciano, che disapprova i pacifici atteggiamenti del genitore ed è più incline a vendette immediate.

Il suo focoso temperamento lo induce a fidarsi di chi non deve e nel tentativo di compiere l’omicidio risolutivo imboscandosi in una scuola diroccata viene invece freddato gettando nella definitiva sconfitta sotto tutti i punti di vista le velleità vendicative della famiglia. il regista Francesco Munzi Il regista, in definitiva, mettendo in conflitto i personaggi, da un lato tira fuori da ognuno l’aspetto umano, ma paradossalmente ciò ne fa scaturire l’implosione degli equilibri all’interno della famiglia stessa. Emblematico che proprio la scuola sia il teatro finale della nera vicenda delittuosa, come a dire, da quella scuola non è uscito nulla di buono anzi, semmai, un potenziale omicida, ammazzato a sua volta.

Altro evidente contrasto quello fra l’aspetto arcaico (l’Aspromonte, con la sua natura selvaggia e i suoi riti pagani) con quello moderno evidenziato dalla banalità del potere (es.la lap-dance e le donne sempre a disposizione, stereotipo che attesta, afferma e in cui si manifesta la banalità del malavitoso che tutto può). Arcaico e moderno, dicevamo. Arcaico, ma non troppo, come quando Luciano scioglie nell’acqua la polvere del santo, ma la diluisce con cinque gocce di un prodotto farmaceutico, quasi come se non si fidasse del tutto. E poi il sud, rappresentato in questo caso dall’Aspromonte, selvaggio, abbandonato, inaccessibile ma intersecato col resto del mondo, con Milano, con Amsterdam e con il Sudamerica. Quanto alla fiducia nello stato, non c’era prima e pare non ci sia neanche adesso; dal film trapela un disprezzo verso gli invasori in genere, verso le Forze Armate e persino verso Garibaldi.


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