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Binomi di parole (5): Vergogna e Menzogna

Mi sento, sempre di più, un asino. Quell’asino in cui si era trasformato Pinocchio nel paese dei balocchi... Mi vergogno, certo, ma mi sento oppresso dalla falsità, dalla menzogna.

di Evaristo Lodi - lunedì 30 ottobre 2023 - 579 letture

Mi sento, sempre di più, un asino. Quell’asino in cui si era trasformato Pinocchio nel paese dei balocchi. Quell’asino che prima di trasformarsi di nuovo in burattino è costretto a soffrire e pagare a causa delle proprie scelte.

Mi vergogno, certo, ma mi sento oppresso dalla falsità, dalla menzogna.

Vergogna e menzogna rimano fra loro, e la prima è effetto della seconda.

asino

Come riuscire a non vergognarsi se la felicità di un essere umano è identificata con la guida di un autoveicolo, con un cibo industrializzato, con uno standard di vita che misura tutto con il potere d’acquisto; mentre ai quattro angoli del globo (molto difficile stabilire se Est, Ovest, Nord o Sud) si sgozzano, si stuprano e si uccidono senza provare nemmeno un lieve fremito di umanità.

Mi vergogno di essere tanto impotente di fronte ai problemi, ormai quotidiani, che l’epoca della globalizzazione ci sta ponendo di fronte.

È una menzogna il fatto che per salvare il pianeta io debba acquistare qualsiasi cosa perché le aziende si sono adeguate alla fantasmagorica transizione ecologica.

È una menzogna raccapricciante vedere il cielo di Gaza e sostenere che sia grigio a causa delle nuvole e non delle bombe che esplodono senza soluzione di continuità.

È una tragica menzogna razzista sostenere che Israele sta compiendo un’azione meritevole: salvare la libertà contro l’oppressione del terrore, la democrazia contro la barbarie.

È una menzogna sostenere che la risoluzione dell’ONU sia un atto spregevole, compiuto dai 120 paesi che hanno votato a favore.

Mi vergogno che il mio paese si sia astenuto all’assemblea dell’ONU.

Mi vergogno che il mio paese segua pedissequamente gli Stati Uniti, quando affermano che Israele ha il diritto sacrosanto di difendersi.

Mi vergogno di appartenere a un’umanità che vuole risolvere le tensioni fra i popoli con le bombe.

Mi vergogno di appartenere a quei paesi che hanno avvelenato il pianeta, sostenendo che hanno esportato la civiltà verso i popoli meno sviluppati (oggi è di moda dire appartenenti al sud del mondo).

Soprattutto mi vergogno di vivere nel paese dei balocchi e di non riuscire a trovare alternative credibili. Questo paese, meglio sarebbe dire villaggio globale, mi ricorda sempre di più il ghigno di IT di Stephen King che sbuca dalle fogne per distruggere il nostro beneamato benessere, le nostre certezze consumistiche. Oppure il ghigno triste e vendicativo del volto di Joaquim Phoenix nel film Jocker di Todd Phillips del 2019.

Mi scrive un amico palestinese da Betlemme che dal primo giorno di guerra la città della natività è stata chiusa dai raid che i militari israeliani eseguono giorno e notte e che tutte le strade da e verso Gerusalemme sono chiuse. È la più dura situazione di sempre ma, se la compara con ciò che devono subire i palestinesi della striscia, la sua situazione è perfetta e quindi non si lamenta.

«Come vent’anni fa (e come in tutte le guerre) la verità è sempre la prima vittima» [1]. In questo bell’articolo di Angelo Serafini, si condannano fermamente e storicamente le menzogne che sono state propagandate da Israele e dagli Stati Uniti.

«uno studio della Glasgow University Media Group [il grassetto sottolineato e il link sono dell’autore] che, riferendosi alla Gran Bretagna, mostrava come la mancanza di comprensione da parte del pubblico del conflitto israelo-palestinese e delle sue origini sia in buona parte da attribuire ai media, in particolare alla televisione. Agli spettatori, affermava lo studio, viene raramente detto che i palestinesi sono vittime di un’occupazione militare illegale. Il termine “territori occupati” è quasi mai spiegato. Addirittura, soltanto il 9% dei giovani intervistati sanno che gli israeliani sono gli invasori e che gli “insediamenti” sono vere e proprie colonie illegali di israeliani in territorio palestinese che non appartiene loro. Evidentemente l’uso selettivo delle parole è determinante. Lo studio mostrava come le parole “assassinio”, “atrocità”, “linciaggio” e “omicidio selvaggio e a sangue freddo” vengono usati soltanto per descrivere i morti israeliani.[…] I ruoli dell’oppressore e della vittima sono regolarmente invertiti: gli israeliani non sono mai chiamati “terroristi”, pena l’accusa di antisemitismo al giornalista che si azzardi a compiere un tale errore. Tra i termini più recenti utilizzati dai media troviamo “incursione”, che poi significa “aggredire esseri umani con carri armati, aerei ed elicotteri da guerra”, e “ciclo di violenza” che suggerisce nel migliore dei casi due contendenti uguali e posti sullo stesso piano, e non che uno dei due tenta di opporsi con la violenza ad una violenta oppressione.»

Stiamo raggiungendo lo stesso rapporto delle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine; lì a fronte di 33 tedeschi uccisi vennero trucidati 335 italiani. Ora sono decine di migliaia. Mi sento sempre più quell’asino che si vergogna, imprigionato dalla menzogna, ma che continua a essere testardo e si vuole illudere di poter salvare il suo vecchio padre. Mi vergogno di essere ormai assuefatto al genocidio, altro che la Giornata del ricordo.

«Gli autocrati sionisti amano l’autoproclamato Stato dell’Apartheid ma non sanno di essere autolesionisti. […] È una “shanda”, uno scandaloso imbarazzo e una vergogna» (quivi, dalla redazione).

Mi illudo che i potenti della Terra possano riunirsi attorno a un tavolo e, sotto gli occhi della devastazione a cui stiamo andando incontro, possano rendere la Pace una realtà concreta e non solo un’Utopia.

[1] Angelo Serafini, STIAMO NORMALIZZANDO UN GENOCIDIO?, in: Gli Asini - Rivista (gliasinirivista.org) , 24 ottobre 2023.


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